Un’occasione decisiva per la riforma della politica (di Giuseppe Cotturri)

riforma della politicaNella revisione costituzionale del Titolo V nel 2001 fu inserito, all’art.118 comma 4, il principio di sussidiarietà orizzontale; fu riconosciuto cioè che i comuni cittadini hanno capacità di realizzare autonomamente interessi generali, e in tal caso le istituzioni pubbliche, dallo Stato ai governi territoriali, hanno l’obbligo di accogliere e accompagnare (favorire) le attività civiche.

Il resto della revisione era confuso e contraddittorio, i ricorsi incrociati tra Regioni e Stato hanno bloccato quella normativa. Ma l’enunciato sulla sussidiarietà cittadini-istituzioni, che riprendeva una proposta avanzata anni prima da soggetti della società civile, ha avuto invece molteplici applicazioni. Alcune su ispirazioni di cittadini dal basso (azioni per la tutela dei diritti, di sostegno dei soggetti deboli, di cura di beni comuni). Altre applicazioni furono dettate da una lettura distorta e interessata delle istituzioni territoriali: Regioni e Comuni, a fronte del deficit di bilancio e della riduzione crescente delle risorse per la spesa sociale , hanno inteso il principio di sussidiarietà come autorizzazione per gli enti di governo di dismettere la erogazione di servizi pubblici per la soddisfazione di diritti sociali, che la Costituzione vuole garantiti.

La “esternalizzazione” dei servizi pubblici ha piegato la sussidiarietà a funzione strumentale (e sostitutiva) da parte di “generosi” cittadini (motivati da fini solidali, non profit), cui si sarebbe potuto destinare contributi – e perfino contratti col pubblico – a costi evidentemente minori di quel che avrebbe richiesto il mantenimento di un sistema di apparati pubblici di servizio.

sussidiarietà art 118Non era questo nel disegno dell’art.118, la strumentalizzazione dell’iniziativa civica colpiva l’elemento fondamentale delle attività rilevanti a questo fine: l’autonomia dei cittadini. Scomparso questo elemento, viene meno anche la ragione di quel riconoscimento di “potere sussidiario”: il nuovo principio infatti si configura come introduzione di un contrappeso, dal lato dei cittadini, alla “deriva” del sistema politico rappresentativo che non sembra perseguire più interessi generali, ma risulta occupato da interessi particolari e affidato stabilmente alle mani di cordate e cricche di affari .

Tutto questo però, dopo anni di crisi e riduzione dei poteri pubblici, ha portato a una vanificazione della ipotesi di ripresa dell’indirizzo politico democratico a seguito del peso crescente dei cittadini nella produzione di politiche sociali e ambientali e nell’interazione di essi con i governi locali e nazionale. L’azzeramento dei fondi sociali nazionali e la mancanza di risorse locali destinabili al sostegno del Terzo Settore hanno privato di prospettive e interesse anche la battaglia di retroguardia per salvaguardare ipotesi di sussidiarietà strumentale.

cittadini attiviCome ripartire? Come riaprire la questione del ruolo progressivo dei cittadini nell’indicare in concreto interessi generali e modi di intervento utili alla comunità, tanto più nella situazione drammatica in cui si dibatte il paese? L’occasione sembra data dalla possibilità di emendare, su specifica proposta del Movimento Cittadinanzattiva (ripresa da moltissimi parlamentari di varie forze politiche), il cosiddetto decreto “SbloccaItalia”. Nella formulazione originaria del governo il ruolo dei cittadini era richiamato per compiti marginali e occasionali (pulizia, manutenzione e abbellimento di strade, piazze ecc.). L’emendamento rimette al centro il principio costituzionale e ribadisce il riferimento a interessi generali e all’autonomia con cui cittadini singoli e associati possono dare concretezza alla indicazione costituzionale.

La pronta adesione di tanti parlamentari rende manifesto che la battaglia per l’inserimento dell’emendamento sarà anche una battaglia per la ripresa di quella prospettiva di “riforma della politica” che la Costituzione richiede e sorregge. Per chi crede che la fuoriuscita dalla crisi non sia solo questione di economia questo terreno è decisivo. E certamente più importante di tante delle questioni oggi poste alla discussione sotto il titolo di riforme.

Giuseppe Cotturri tratto da www.cittadinanzattiva.it

Governo Renzi primo atto

Se il governo si giudicasse dal discorso programmatico del Presidente del Consiglio bisognerebbe dire che la novità c’è ed è forte perché nelle sedi istituzionali la forma è anche sempre sostanza. Il linguaggio nuovo, diretto, informale di Renzi; il rivendicare una sua responsabilità personale; l’insistenza sulle scadenze immediate; l’impressione generale di schiettezza. Tutti  elementi di un modo di presentarsi agli italiani che non appare solo immagine, bensì tentativo serio e determinato di recuperare il fossato che si è scavato tra società e politica.

Renzi si presenta come uomo nuovo che parla la lingua dei cittadini e che incalza i politici che siedono nelle istituzioni sfidandoli ad uscir fuori dalle diplomazie e dalle prudenze rituali per misurarsi sul terreno che Renzi stesso sceglierà di volta in volta per loro.

I commentatori, politici e di opinione, sollevano molte critiche alla ricerca dell’errore (manca questo, manca quello, la mano in tasca, la battuta) forse non rendendosi conto che quel discorso è rivolto agli italiani più che a loro perché Renzi sa che gli italiani saranno i veri giudici del suo lavoro.

Decenni di discorsi rituali, retorici e astratti messi a raffronto con l’esperienza concreta hanno diffuso un sano scetticismo verso gli impegni altisonanti e vacui. Quelli di Renzi, invece, appaiono schietti così come lo è la rivendicazione dell’errore e del fallimento come esito possibile del suo governo. Basta riflettere un po’ per capire che vale molto più questa impostazione di qualunque serie di cifre e di dati che avrebbero potuto infarcire il discorso programmatico.

D’altra parte ciò non ha impedito a Renzi di assumere impegni precisi e piuttosto vincolanti (il pagamento dei debiti con le imprese, la lotta alle burocrazie) su cui inevitabilmente sarà giudicato. Certo, non impegni di  tipo rivoluzionario di sinistra che nell’Italia di oggi nessun governo potrebbe assumere.

Tutto sommato un impianto programmatico nel quale e verso il quale ci saranno tantissimi spazi di iniziativa per chi avrà la volontà di costruire la futura alternativa. Purchè si renda conto che non potrà che partire dal basso costruendo una democrazia partecipata fondata sull’attivismo civico e su una nuova cultura civile

Libera: educazione alla legalità, partecipazione, civismo (di Angela Masi)

libera contro le mafieLeggendo i giornali e seguendo i Tg sembra che l’Italia sia solo quella rappresentata dalle cronache politiche fatta, troppo spesso, di manovre e lotte per conquistare spazi di potere. C’è, però, un’altra Italia nella quale i cittadini si impegnano per svolgere attività di interesse generale. È il vasto mondo dell’attivismo civico e dell’impegno politico in movimenti e associazioni che non si candidano a dirigere le istituzioni, ma che esprimono una consapevolezza e una competenza che li rende degni di far parte della classe dirigente.

Libera è una di queste realtà e di essa vogliamo parlare. Il suo percorso è lungo, interessa diverse generazioni ed è centrato sull’educazione alla legalità e su un cambiamento culturale, del modo di pensare, di vivere e di agire diventato oggi assolutamente indispensabile e che, forse, costituisce il vero traguardo rivoluzionario a cui guardare.

libera no mafiaLibera è un network di associazioni che nasce nel 1995, sull’onda delle gravissime stragi di Mafia che avevano raggiunto l’apice con gli omicidi di Falcone e di Borsellino.

La sua storia, però, affonda le radici nel lontano 1965 quando fu fondato il Gruppo Abele da un’appena ventenne don Luigi Ciotti. Fin dalle origini, l’impegno dell’associazione fu legato ad un binomio inscindibile: l’impegno comune a sostegno degli emarginati e a promuovere la giustizia sociale.

solidarietàNel corso di quasi 50 anni di storia e per far fronte a sfide sempre più impegnative, l’impegno si è strutturato in comunità per problemi di dipendenza, spazi di ascolto e orientamento, progetti di aiuto alle vittime di reato e ai migranti, percorsi di mediazione dei conflitti, un centro studi e ricerche, una biblioteca, un archivio storico, una libreria, tre riviste, una casa editrice, percorsi educativi, progetti di cooperazione allo sviluppo, un consorzio di cooperative sociali che dà lavoro a persone con storie difficili alle spalle. Insomma un mondo dedicato all’impegno sociale e civile sempre dalla parte dei più deboli.

Ma Libera è conosciuta soprattutto per un altro aspetto del suo impegno. L’antefatto è l’assassinio nel 1982 di Pio la Torre, importante uomo politico siciliano. Con la legge che il Parlamento italiano approvò subito dopo ci fu la svolta di aggredire i patrimoni dei mafiosi attraverso la confisca dei loro beni. Nel 1996 Libera, nata l’anno precedente dal Gruppo Abele, raccoglie oltre un milione di firme per una norma che preveda che questi beni siano destinati ad uso sociale. Questa raccolta di firme porterà poi all’approvazione della legge 109 con la quale fu introdotta la possibilità che i beni confiscati ai mafiosi fossero riutilizzati a favore della società.

capaciNegli anni seguenti le attività realizzate a seguito della confisca dei beni ai mafiosi si sono sviluppate in tutta Italia. Nel Sud si tratta di luoghi e attività dal forte valore simbolico come le aziende agricole sui terreni una volta proprietà di Toto’ Riina, Bernardo Provenzano e Giovanni Brusca. Al Nord le confische sono minori come numero, ma segnalano un’espansione delle mafie al di là dei luoghi di origine.

Consolidata l’esperienza sulla confisca dei beni e sul riutilizzo a fini sociali, Libera si è impegnata molto sul fronte della lotta alla corruzione e per la trasparenza: nel 2011 ha avviato la campagna “Corrotti” insieme con Avviso Pubblico con cui si chiedeva l’impegno di governo e Parlamento ad adeguare il nostro codice alle leggi internazionali anticorruzione.

corruzione-italiaUna prima legge anticorruzione venne adottata nel Novembre 2012, ma a giudizio di Libera e di tante altre realtà della società civile si trattò di una legge inadeguata. Nacque così su impulso di Libera e del Gruppo Abele una nuova campagna: “Riparte il futuro” (http://www.riparteilfuturo.it/petizione/).

La campagna “Riparte il futuro” ha chiesto prima delle ultime elezioni un impegno preciso ai candidati perché si facessero promotori di una legge sullo scambio elettorale politico-mafioso. In  centinaia hanno aderito e ne è nato un intergruppo parlamentare detto dei “braccialetti bianchi” del quale fanno parte circa 250 rappresentanti di quasi tutte le forze politiche. Primo risultato l’approvazione all’unanimità della riforma del 416 ter del codice penale (scambio elettorale politico-mafioso) da parte della Commissione Giustizia della Camera.

Da questi brevi cenni è evidente che Libera porta avanti azioni concrete fuori da logiche di schieramento partitico, ma che rispondono all’interesse generale. Si conferma così che l’Italia già oggi vede all’opera una nuova classe dirigente che si occupa di riforme vere non di quelle evocate come arma di lotta politica o per distogliere l’attenzione dalle mancanze di chi dirige le istituzioni. Il caso di Libera dimostra che con l’attivismo civico e con la partecipazione dei cittadini si può governare meglio e che l’oligarchia che si è imposta nel sistema politico italiano è diventata un peso intollerabile e un freno allo sviluppo del Paese.

Angela Masi

Democrazia, partecipazione, politica: intervista a Luca Gaburro

Diamo la parola ai protagonisti. Parla Luca Gaburro responsabile per Roma dell’associazione Spazio Civile.

D: Questo è un periodo di grande mobilitazione della società civile, in tanti si domandano cosa possono fare per il cambiamento perché avvertono che istituzioni e forze politiche non riescono a tener testa alla crisi. A mobilitarsi sono tanti singoli cittadini che creano associazioni e movimenti, che non riconoscono più ai partiti un ruolo centrale nella politica e che vogliono agire in prima persona. Cosa sta cambiando nella società italiana?

R. I cittadini – chiamati a grandi sacrifici – sono diventati insofferenti a quella parte della classe politica autoreferenziale e scarsamente interessata alla sorte del nostro Paese.  Non a caso tutte queste nuove associazioni e movimenti, pur con diverse e talvolta contrapposte genesi, hanno quale denominatore comune la richiesta di una riforma elettorale come anche la proposta di tagliar fuori chi abbia subito condanne penali. Darei anche la giusta considerazione alle Primarie di partito, che  rappresentano un primo passo per il ritorno alla normalità nei rapporti tra i cittadini e la politica.

D: La politica è la questione centrale perché si tratta della funzione sociale con la quale la collettività decide su sé stessa, si autogoverna. Il vecchio modello partitocratico ha fatto danni enormi. Con cosa lo sostituiamo? Voi cosa potete fare?

R. La questione non è la sostituzione dei partiti, perché anche l’esperienza dei “movimenti” in taluni casi del passato non è stata edificante, quanto sostituire quella parte della classe politica spinta da interessi di bottega e da logiche lobbyste che sono state un freno alla crescita economica, produttiva ed occupazionale del Paese. Da questo punto di vista ritengo fondamentale l’esperienza della Cisal, e più in generale dei sindacati autonomi, avulsa da dinamiche che avrebbero potuto costringere il sindacato a compromessi.

In questo momento storico abbiamo voluto dare il nostro contributo attraverso la recentissima stipula di una serie di contratti collettivi,  per il settore privato, che tengono conto del momento di difficoltà che vivono le aziende e della crisi occupazionale che mette a rischio i posti di lavoro e facilita il lavoro sommerso. Questi  contratti intendono rispondere alle esigenze di dare spazio alla flessibilità e alla produttività e di calibrare una parte della retribuzione al diverso valore che la stessa ha nelle diverse Regioni Italiane.

Non solo, ci siamo battuti affinché la spending rewiew – assolutamente lodevole come principio – non colpisse indiscriminatamente i lavoratori pubblici con tagli lineari che avrebbero avuto riflessi ancora più pesanti anche sulla qualità dei servizi alla cittadinanza e sulle decine di migliaia di lavoratori dell’indotto.

D: Il fenomeno delle prossime elezioni saranno le liste civiche. Voi pensate che siano necessarie? E, soprattutto, pensate che siano sufficienti a cambiare le cose? Quali altri modi di partecipare alla politica pensate che siano efficaci?

R. Le liste civiche da sole non possono centrare l’obiettivo del cambiamento, ma possono concorrere insieme alle forze sane del Paese al suo raggiungimento, ognuna offrendo il proprio prezioso contributo. Da questo punto di vista, ritengo sia stato un errore gravissimo da parte dell’ultimo Governo  scegliere deliberatamente di non confrontarsi con i Sindacati su diversi temi col pretesto dell’eccezionalità della situazione. Auspichiamo che il nuovo esecutivo voglia coinvolgere – com’è normale che sia – le Parti sociali in ogni scelta inerente il lavoro ed il rilancio dell’economia.

(intervista a cura di Angela Masi)

Lo Stato e il mercato siamo noi (di Lapo Berti)

Più stato” e “Più mercato” sono slogan vacui, semplicistici, infantili. Sono il rifugio di chi ha paura di affrontare la complessità della realtà e di confrontarsi con il compito duro, quotidiano, di trovare soluzioni sempre nuove alle alternative che il cammino dentro la realtà continuamente ci propone.

Il caso Finmeccanica

Con buona pace di tutti coloro che continuano pervicacemente a invocare “Più stato” per porre rimedio ai mali, inevitabili, del capitalismo, il caso Finmeccanica sta lì a ricordare che, nella realtà, le cose sono assai più complesse e contraddittorie. Non basta dire “stato” perché le cose vadano bene e volgano verso l’interesse pubblico, perché lo stato non esiste indipendentemente dagli uomini che di volta in volta lo rappresentano e lo fanno agire e questi uomini, come c’insegna un’esperienza secolare, sono spesso più inclini a seguire il loro privato interesse che quello di tutti.

“Più stato” e “Più mercato” sono slogan vacui, semplicistici, infantili. Sono il rifugio di chi ha paura di affrontare la complessità della realtà e di confrontarsi con il compito duro, quotidiano, di trovare soluzioni sempre nuove alle alternative che il cammino dentro la realtà continuamente ci propone. Purtroppo per noi, che però dovremmo saperlo bene e non dovremmo illuderci che possa essere altrimenti, stato e mercato sono istituzioni imperfette, come tutte le cose create dagli uomini, e hanno continuamente bisogno di correttivi, di controlli. Non ci sarà mai un mercato perfetto che risolve tutti i problemi di benessere e di equità, come non ci sarà mai uno stato perfettamente benevolo e onnisciente che gestisce l’economia e la società per il bene di tutti. Ci sarà invece sempre il bisogno di dibattere e di combattere su quelle che di volta in volta si ritengono e si rivelano essere le soluzioni più adeguate ai problemi che i cittadini maggiormente avvertono. Ma non saranno mai durature e si dovrà sempre ricominciare. Immer wieder, sempre di nuovo, come dice il filosofo.

Già che ci siamo, vale la pena di soffermarsi qualche istante sul caso Finmeccanica, perché esso è emblematico di un problema che è speculare rispetto a quello rappresentato dagli eccessi del capitalismo finanziario ossia il problema della corruzione politica. Il presidente e amministratore delegato Guarguaglini, nominato il 24 aprile 2002, come sta rivelando l’inchiesta giudiziaria in atto, invece di preoccuparsi di valorizzare l’impresa che gli era stata affidata, è stato per anni al centro di una rete di malaffare e di finanziamento illecito della politica. Con il sistema delle fatturazioni artificialmente gonfiate, si sono ricavate, a danno dell’impresa e, in generale, dell’economia italiana ingenti risorse finanziarie riversate in un fiume di tangenti. Come non bastasse, a Guarguaglini si è affiancata, nel febbraio 2005, la moglie, Marina Grossi, nominata dal marito, non si sa per quale ragione e sulla base di quali competenze, amministratore delegato di Selex Sistemi Integrati, una controllata di Finmeccanica nata sulle ceneri di Alenia. Questo gigantesco sistema di corruzione è completato dalla presenza, ai vertici delle aziende facenti capo a Finmeccanica, di dirigenti nominati dai partiti e impegnati, ovviamente, a distogliere risorse dalla produzione e dagli investimenti per convogliarle verso i partiti di riferimento. Il sistema, perché di questo si tratta, aveva anche una sorta di organo di governo, il cosiddetto “tavolo delle nomine”, a cui sedevano, nell’ambito del Governo, gli esponenti dei diversi partiti della maggioranza. E’ appena il caso di osservare che Guarguaglini godeva di solidi agganci nel mondo della politica, da Gianni Letta e Altiero Matteoli a Giuliano Amato, e che ha potuto spadroneggiare in Finmeccanica senza che nessun media se ne accorgesse. Inevitabilmente, nel sistema lottizzato delle nomine, secondo i magistrati, sarebbero coinvolti anche i partiti di opposizione.

Come risultato di tutto ciò, un titolo che, ancora nel 2007, quotava intorno a 20 euro ha visto scendere il suo valore a poco più di 3 euro, con una perdita per gli azionisti di oltre l’80%. Solo negli ultimi sei mesi ha perso il 67% del suo valore di Borsa. Ciò significa che si è svalutata in questa misura non solo la quota di circa il 30% detenuta in Finmeccanica dal Tesoro, ma anche quella detenuta da tutti i cittadini, tra cui 23.000 dipendenti, che, seguendo anche il consiglio dei sindacati, nel giugno 2000 si erano fatti coinvolgere nella privatizzazione parziale del colosso pubblico e ne avevano acquistato i titoli confidando nella bontà di un investimento dietro il quale c’era la “garanzia” pubblica. Ma non basta: una volta scoppiato lo scandalo, Guarguaglini è costretto a dimettersi, ma in cambio del disastro economico perpetrato ai danni dell’industria e delle casse dello stato italiano viene ricompensato con una sontuosa liquidazione di 5,6 milioni di euro che non ha nessuna giustificazione economica, ma risponde, evidentemente, alle regole non scritte dello sciagurato “capitalismo relazionale”, come normalmente si definisce, con termini quasi accattivanti, il perverso e spesso criminale intreccio fra grandi imprese, pubbliche e private, e uomini di governo e dei partiti. Successivamente, anche la moglie, accusata di corruzione e frode fiscale, è stata costretta a dimettersi, ma la storia non cambierà, cambierà solo la cifra.

Tutto questo ci dovrebbe rendere più prudenti, quando parliamo di pregi e difetti dello stato e del mercato e ci dovrebbe ricordare che sia l’economia sia la politica sono fatte da uomini e che questi uomini sono esposti alla tentazione del potere e della ricchezza, per non dire che spesso scelgono di impegnarsi nel mondo dell’economia e della politica proprio in vista del potere e della ricchezza che gliene può derivare. Ed è noto che la corruzione, la collusione, la violazione delle regole scritte e non scritte, sono scorciatoie attraenti da sempre praticate. Da quando mondo è mondo non c’è stata regola morale né istituzione sociale che sia stata in grado di porre sotto controllo una volta per tutte le pulsioni socialmente distruttive scatenate da questi fattori.

La conclusione è che non esistono formule magiche, come “più stato” o “più mercato”, con cui i grandi semplificatori vorrebbero esorcizzare le minacce e le prevaricazioni della ricchezza, ma esiste solo la fatica quotidiana della partecipazione democratica ai processi che decidono del destino di tutti. E’ una fatica, lo sappiamo bene, spesso disperante, ma non di meno necessaria. Solo la presenza di cittadini vigili e attivi, decisi a far valere i loro diritti e la loro volontà, può costituire un antidoto efficace agli eterni richiami della ricchezza facile e della corruzione.

Lapo Berti da www.lib21.org

La valutazione civica: uno strumento per conoscere e cambiare le istituzioni (di Angelo Tanese)

Un deficit di fiducia nelle istituzioni

Le istituzioni sono importanti per il funzionamento di una democrazia e per il buon governo di un Paese.

Malgrado i processi di riforma e i tentativi di modernizzazione avviati negli ultimi decenni in Italia, il livello di fiducia da parte dei cittadini nei confronti di chi esercita funzioni di governo e riveste ruoli di responsabilità nella gestione della cosa pubblica è in generale molto basso, e tende costantemente a peggiorare.

Anche se esistono molti casi di “buona amministrazione”, soprattutto a livello locale, la percezione diffusa nei riguardi delle amministrazioni pubbliche è in genere di scarsa affidabilità e di eccessiva lentezza. Esiste inoltre una difficoltà per i cittadini ad accedere e disporre di informazioni chiare e attendibili sul funzionamento delle istituzioni e sulla qualità del loro operato.

Questo deficit di informazione e di rendicontazione, che non consente di distinguere le differenti realtà, di analizzare le istituzioni per quello che sono e realizzano, costituisce un elemento di crisi e di debolezza dei meccanismi di partecipazione alla vita democratica del Paese.

Partire dalla realtà per cambiarla

Una strada percorribile per i cittadini è allora quella di esercitare il diritto di analizzare autonomamente la realtà e di formulare un giudizio su di essa, di sviluppare una capacità di intervento, e quindi di partecipare responsabilmente al miglioramento delle istituzioni.

La condizione perché questo avvenga è che i cittadini possano avere accesso a informazioni fondamentali in merito al funzionamento delle amministrazioni pubbliche, inerenti sia i processi di governo interno che le politiche e i servizi resi esternamente.

Il valore della valutazione civica

La valutazione civica può essere definita come una ricerca-azione realizzata dai cittadini, mediante l’utilizzo di metodologie dichiarate e controllabili, per l’emissione di giudizi motivati su realtà rilevanti per la tutela dei diritti e per la qualità della vita.

Sono dunque i cittadini stessi, organizzati e dotati di adeguati strumenti e tecniche di valutazione, a produrre informazioni rilevanti su ambiti di analisi ritenuti significativi, quali servizi resi da soggetti pubblici o privati (es. sanità, trasporti, scuola, telecomunicazioni, utenze, servizi finanziari, etc.) o le politiche pubbliche attuate in determinati settori (come welfare, ambiente, giustizia), a livello nazionale o locale.

L’attività di valutazione civica consente così di monitorare e verificare, ad esempio, il rispetto di determinati standard quanti-qualitativi previsti da impegni contrattuali o Carte dei Servizi nella prestazione di servizi pubblici o privati, il grado di rispondenza di determinate politiche o servizi alle attese e ai bisogni dei cittadini o, più semplicemente, l’effettiva attuazione di determinati adempimenti o obblighi normativi, talvolta largamente disattesi.

I cittadini non si limitano all’espressione di opinioni soggettive, ma sono in grado di formulare giudizi fondati sulla base di dati e informazioni raccolti e elaborati secondo metodi predefiniti e, per quanto possibile, scientificamente validi e rigorosi.

Dalla conoscenza prodotta dai processi di valutazione civica possono derivare azioni di informazione, ascolto e assistenza ai cittadini, di interlocuzione con le istituzioni, di partecipazione alle politiche pubbliche o più semplicemente di denuncia, reclamo o azione legale.

Il ruolo dei cittadini nella valutazione civica

Nei processi di valutazione civica i cittadini sono dunque al tempo stesso :

–          promotori del processo, vale a dire coloro che esprimono l’esigenza di approfondire e  formulare un giudizio su un dato problema;

–          attuatori dell’indagine, dal momento che essi stessi raccolgono dati ed elaborano informazioni rispetto al problema;

–          utilizzatori della conoscenza prodotta, in quanto sono direttamente interessati a produrre un cambiamento sulla realtà analizzata.

Non è possibile, pertanto, separare l’attività strettamente “tecnica” di produzione di informazioni su una data realtà da quella più propriamente “politica” di utilizzo delle stesse informazioni per incidere concretamente. Il cittadino-valutatore è sempre e comunque un cittadino attivo e interessato al cambiamento della società.

L’Agenzia di Valutazione Civica di Cittadinanzattiva

L’Agenzia di Valutazione Civica è una struttura interna a Cittadinanzattiva creata nel luglio 2010 per promuovere la cultura della valutazione e sostenere l’empowerment e la partecipazione dei cittadini nei processi di governo e di produzione delle politiche pubbliche.

L’Agenzia nasce a partire dall’esperienza di valutazione civica consolidata da Cittadinanzattiva, in particolare sulla qualità dei servizi e delle strutture sanitarie con l’esperienza dell’ Audit civico, una metodologia adottata complessivamente, a partire dal 2001, in oltre 170 aziende sanitarie, avvalendosi di équipe di valutazione miste composte da cittadini e operatori sanitari.

Con la nascita dell’Agenzia, interamente dedicata allo sviluppo e all’attuazione di iniziative e progetti di valutazione dal punto di vista dei cittadini, Cittadinanzattiva intende ulteriormente rafforzare le metodologie e gli strumenti di valutazione civica ed estendere la loro applicazione ai diversi ambiti di intervento delle amministrazioni pubbliche.

L’idea di fondo è che un ruolo più attivo dei cittadini appare essenziale per riqualificare i sistemi di valutazione già presenti nei diversi ambiti istituzionali e settoriali della Pubblica Amministrazione e per favorire l’attuazione di reali processi di cambiamento nell’interesse dei cittadini e della collettività.

Angelo Tanese responsabile dell’Agenzia di valutazione civica di Cittadinanzattiva

Impressioni di fine estate: i problemi degli italiani e gli impegni della politica 2a parte (di Claudio Lombardi)

La crisi economica non è passata e le sue conseguenze si sentono in termini di riduzione delle attività produttive e di disoccupazione. Tuttavia, mentre tutti si occupano delle questioni nella loro dimensione globale vorremmo richiamare l’attenzione sulla dimensione più vicina alla vita quotidiana delle persone.

La dimensione civica, la condizione di cittadinanza come condizione di fatto che mette in relazione le persone tra di loro per organizzare e gestire una convivenza nello spazio pubblico, è quella che può servire da paradigma ed indicatore delle basi culturali e sociali su cui si fonda una comunità (una città, uno Stato, una unione di stati).

Infatti, affrontare i problemi solo nella loro dimensione economico-finanziaria e solo dal punto di vista dei tecnici e dei professionisti che se ne occupano non aiuta a comprenderne la sostanza umana che è sempre il nucleo di base sottostante all’economia. In questo modo, inoltre, si trasmette l’idea che le singole persone non possano fare niente per modificare la situazione collettiva che appare gestita a livelli misteriosi e inarrivabili per la gente comune. Sia chiaro, in parte è così, ma questa parte va bilanciata con dosi crescenti di democrazia di base e diffusa che influisca sulle scelte dei poteri pubblici e contribuisca a selezionare classi dirigenti che non curino solo i loro interessi.

Problemi come l’inefficienza dei servizi pubblici, gli sprechi della spesa pubblica, i comportamenti antisociali di chi evade le tasse o corrompe per eludere regole e controlli, l’assetto dei territori nei quali viviamo, l’ambiente, gli sprechi di energia, la sicurezza pubblica (precondizione perché si sviluppino le attività economiche), possono essere meglio affrontati se si suscita e si organizza la partecipazione e se questa è considerata parte dei processi decisionali e attuativi delle politiche pubbliche.

Un forte coinvolgimento e controllo sociale è adesso ritenuto indispensabile anche da una linea di pensiero di economisti che vedono i limiti dell’assetto attuale e che hanno trovato nella crisi mondiale scatenata da comportamenti speculativi fini a sé stessi la conferma alle loro intuizioni.

Anche il modello della cooperazione può costituire una risposta alla diatriba pubblico-privato per la gestione dei servizi pubblici o dei beni comuni. In ogni caso la via giusta è il contrario della separazione e dell’esclusione fra i molti e i pochi che decidono per tutti e lo è non tanto per questioni di principio o ideali, ma per l’esigenza di prevenire e smorzare i conflitti e di tenere unite le collettività intorno ad obiettivi di convivenza vantaggiosa per ognuno.

Detto ciò si può guardare all’agenda degli italiani per i prossimi mesi.

L’apertura dell’anno scolastico contrassegnata da incertezze sulla capacità della scuola pubblica di assolvere alla sua missione perché mancano le risorse umane e materiali per farlo. Decine e decine di migliaia di precari che ci lavoravano non sanno se saranno richiamati perché la riforma ha tagliato il personale, ridotto le ore e aumentato il numero di alunni per classe. La domanda è semplice: si può guardare all’istruzione pubblica solo come ad un peso per le finanze pubbliche o non è anche il primo investimento che deve fare l’Italia?

La disoccupazione che colpisce i giovani, innanzitutto, che non godono di reti di sicurezza (salario sociale, indennità di disoccupazione) e che si devono rassegnare a stipendi minimi, quando ci sono. Anche qui: si tratta solo di oneri e il problema è solo di distribuire finanziamenti “a pioggia” o su basi clientelari o non ci vogliono riforme che abbassino il costo del lavoro e aumentino i sostegni sociali per passare da un lavoro ad un altro ? E poi: la sicurezza dei territori nei quali vige l’oppressione delle mafie conta oppure no per lo sviluppo economico? E la valorizzazione del patrimonio artistico e naturale è un investimento o un peso?

I conti dello Stato non vanno mai bene e le entrate non bastano mai eppure tanti soldi sono stati trovati e spesi per impegni che non erano investimenti prioritari (Alitalia, abolizione ICI, spese della Protezione civile, Ponte di Messina). Sembra sempre un problema di scelte, alcune si fanno, altre no anche a costo di aumentare il debito pubblico come è successo negli ultimi anni. E poi: non sarebbe il caso di chiedere di contribuire anche a chi, in questi anni, ha accumulato enormi patrimoni? Secondo il Governo, invece, l’aliquota che si applica in questi casi, insieme all’impunità, è del 5% (rientro dei capitali esportati illegalmente, chiusura delle pendenze fiscali più vecchie). Tra l’altro fra le spese da ridurre non compaiono mai quelle militari come se l’Italia avesse assoluto bisogno, pur in contesto euro-atlantico di difesa, di nuove armi e ciò mentre la Germania riduce gli organici e le spese delle forze armate. Perché noi no ?.

Il federalismo che tanto interessa ad una parte della politica è solo un nome oppure veramente metterà i rappresentanti locali dei cittadini di fronte alle loro responsabilità di governo?

E, infine, la politica e la democrazia devono servire per decidere insieme o devono continuare ad essere il terreno di caccia preferito da affaristi e avventurieri? E non sarebbe giusto potenziarle con il coinvolgimento dei cittadini invece di chiuderle in circoli sempre più ristretti utili ad occultare le decisioni e le loro vere finalità? E, quindi, non sarebbe indispensabile una nuova legge elettorale che cancelli lo scandalo di assemblee parlamentari decise da pochi capipartito?

Sono tanti gli impegni e i problemi e non si sa bene chi dovrebbe occuparsene e da dove cominciare. Soprattutto, non si sa cosa possa fare il cittadino.

La risposta più semplice è: attivarsi. Non da soli, ma insieme ad altri e cominciare a costruire dal basso tanti momenti nei quali la politica torni ad essere una funzione sociale che mette in collegamento i problemi e le esigenze di ognuno con la ricerca delle soluzioni collettive attuate direttamente o mediante le istituzioni e con l’utilizzo delle risorse pubbliche.

Quanti comitati e gruppi di cittadini si possono attivare e possono dar vita a reti nelle quali circolano informazioni e si individuano gli obiettivi da raggiungere ?

Se in tante scuole i genitori si organizzano, si collegano a chi ci lavora e anche agli studenti e cominciano a domandarsi perché devono mancare i soldi anche per le esigenze più elementari, magari possono affrontare queste e, insieme, pretendere che chi gestisce il denaro pubblico dia delle spiegazioni, possibilmente convincenti. E se non ci sono possono denunciare le inadempienze e le politiche sbagliate cercando di farsi ascoltare da tutta l’opinione pubblica.

E così negli ospedali, nei quartieri, fra gli utenti dei servizi pubblici, fra gli abitanti di zone infestate dalle mafie. Persino per il lavoro un sistema che dia voce ai cittadini può migliorare le condizioni “ambientali” che favoriscono lo sviluppo o contribuire a far nascere nuove iniziative economiche che hanno più possibilità di successo se trovano un contesto sociale evoluto e coeso.

Una visione semplicistica, idealistica ed idilliaca? Sì, un po’ sì. Senza una visione, però, non si sa in che direzione andare e tutto si riduce ad essere spettatori, magari urlanti, di rappresentazioni messe in scena da altri.

L’auspicio e l’impegno deve essere, invece, di guardare alla propria realtà e domandarsi cosa si può fare di piccolo e dal basso che abbia un senso per la collettività, quindi collegarsi ad altri ed agire con azioni positive e non solo con la protesta.

Già tanti hanno imboccato questa via e si spera che in questa opera di ricostruzione si impegnino anche le organizzazioni di base dei partiti politici che dovrebbero dimostrare di essere agenti positivi e attivi della partecipazione alla politica e non terminali territoriali di organizzazioni elettorali.

Insomma, di cose da fare ce ne sono tante; occorre, però, avere chiaro il senso ed il fine: non una divisione di competenze con la politica, ma una sua trasformazione che metta fine (anche solo provarci ha valore) all’affarismo e che la riconduca alla cura degli interessi generali.

Claudio Lombardi

L’Aquila dopo il terremoto, il racconto di un anno (di Aldo Cerulli)

Tanto si è scritto sulla situazione abruzzese che, per questa volta, vorrei mettere da parte l’analisi e parlarne come in un colloquio che racconta di un anno e collega oggi e ieri prendendo spunto dai fatti e dalle molte mail che arrivano a Cittadinanzattiva. Il terremoto aquilano, il più ripreso e fotografato nella storia, rischia, purtroppo, di diventare nella cruciale fase della ricostruzione, una equivoca fiction televisiva. Con il rischio che tutti i problemi saranno risolti, e tutti gli sfollati non saranno più tali, allorchè il 50% per cento più uno dei telespettatori sarà convinto di ciò.

Le parole e le C.A.S.E. ovvero comunicazione, immagine e realtà: un racconto ironico e disincantato del post-terremoto a L’Aquila

Apoteosi mediatica è stata il vertice del G8, che sarà ricordato per i vaghi impegni di circostanza sul come impedire che il pianeta vada a rotoli. E per la lacrimuccia di Carla Bruni tra le macerie, per la granita di patate e l’assoluto di peperone arrosto cucinati da un grande chef abruzzese, per le first lady che fanno il tagadà sopra al tappeto che simula una scossa sismica, per la tenda beduina dove ha dormito Gheddafi, meritandosi la simpatia degli aquilani.

Interessa meno sapere che la Guardia di finanza, sede del vertice e trasformata con svariati milioni di euro in una caserma a cinque stelle, è di proprietà, e tale resterà, delle banche Finnat, IMI, Barclays Capital, Royal Bank of Scotland e Leheman Brothers, prime beneficiarie, anche in occasione di questa crisi, di aiuti umanitari. Molti camerieri del G8 hanno poi lavorato in nero, e le hostess, tra cui molte sfollate, somministrate da un’agenzia, hanno vivamente protestato perchè costrette a lavorare 14 ore di fila per 75 euro.

”Vedrete cose che voi terremotati non avete mai visto”, declama il Presidente Ricostruttore, davanti al silente parterre dei giornalisti.

Nel cratere reale però gran parte delle macerie sono li dov’erano all’alba del 6 aprile e l’unico tentativo di rimuoverle è fallito perché il Comune ha affidato senza gara un appalto da 50 milioni per la rimozione ad una ditta senza requisiti. E’ esploso uno scandalo, la magistratura indaga, le macerie attendono con compostezza. (Saranno poi i cittadini ad organizzarsi e ad avviare una simbolica ed effettiva raccolta delle macerie con le famose carriole). Intanto trentamila sfollati di cui il 70% anziani, hanno vissuto per molti mesi sotto le tende. Altri 29mila sono in villeggiatura coatta in case private e alberghi della costa, che grazie al rimborso quotidiano di 50 euro a persona hanno salvato la stagione turistica. Nelle tende si è alternato un caldo boia ed un freddo glaciale tipico di una città ove si va sotto zero già a settembre e sono stati centinaia i casi di malori e ricoveri. ”Ci mancava solo una biblica invasione delle cavallette”, scherzava un buontempone per sdrammatizzare. Detto fatto. Milioni di cavallette  hanno assediano le tendopoli di Aquila est e mentre gli sfollati lottavano armati di scopa contro gli indesiderati ospiti, le banche gli ritiravano dal conto la rata del mutuo, in barba alla sospensione disposta, in modo assai vago, nel decreto Abruzzo.

Intanto il cratere somiglia sempre più ad una piscina dove nuotano squali e su cui volteggiano avvoltoi. I prezzi delle case e dei locali commerciali agibili sono infatti triplicati. ”E’ la legge della domanda e dell’offerta”, spiegano i possidenti locali. E più che della mano invisibile del mercato si dovrebbe parlare di un calcio in culo a molti aquilani.

”Alla guerra ci si va con chi ti vende le armi, al terremoto con chi ti ricostruisce le case”, sentenzia uno sfollato che la guerra l’ha fatta per davvero. Intanto il Presidente tesse le lodi dei pilastri antisismici, che ricordano tozze colonne di un tempio, e che reggeranno i prefabbricati del piano C.A.S.E. ”I primi appartamenti – assicura – saranno consegnati a metà settembre”, con tanto di tivù al plasma. Solo per 1500 sfollati, quanto basta per un trionfale taglio del nastro a reti unificate. Le altre casette saranno consegnate, ”anche gratis”, si legge nel Decreto, in totale a 12-14mila sfollati.

Mancano comunque all’appello 20mila sfollati con case distrutte, e altre migliaia che devono avviare complicati lavori di ristrutturazione. Ad essi si aggiungono poi gli studenti e i cittadini non residenti, che nessuno calcola.

Inevitabile che nelle tendopoli si è litigato per contendersi il diritto  a vivere per primo nelle C.A.S.E, senza sapere  che era il  sindaco a decidere per  l’assegnazione degli alloggi.

Le C.A.S.E. rappresentano però il fare che si vede e si tocca con mano. E chi le contesta è preso per matto. La Protezione civile non si è fatta perciò problemi a pubblicare sul suo giornalino un articolo in cui i comitati dicono che questi quartieri diventeranno ghetti e stravolgeranno il tessuto urbano, che occorre una fase intermedia per progettare in modo partecipato ”una città laboratorio della terza rivoluzione industriale”.

Per non essere presi per matti, occorre dare i numeri :

Premessa

I dati di seguito riportati sono tratti fedelmente dall’ordinanza n.° 3753 del 26 Luglio 2009: “Censimento dei danni“ nel cratere:

Totale edifici danneggiati 63505 di cui:
Edifici privati 59609,
Pubblici  1237,
Ospedali 54,
Caserme 177,
Scuole 682,
Attività produttive 1746.

Mentre i dati relativi al solo comune della città di L’Aquila, riferiti ai soli edifici privati sono così ripartiti:
abitazioni classificate di tipo A 11037 (Agibile),
abitazioni classificate di tipo B 4234 (Temporaneamente inagibile),
abitazioni classificate di tipo C 607 (Parzialmente inagibile),
abitazioni classificate di tipo D 260 (Temporaneamente inagibile),
abitazioni classificate di tipo E 7434 (Inagibile),
abitazioni classificate di tipo F 1314 (Inagibile per rischio esterno).

totale immobili privati danneggiati nel solo comune di L’Aquila sono 24886 su un totale dei comuni del cratere di 59609.
Vale a dire, il 41,7% degli edifici privati adibiti ad abitazione danneggiati nel cratere si trovano nel comune di L’Aquila.
Un disastro di proporzioni gigantesche, che nessuno ha saputo, o meglio voluto descrivere nella sue reali dimensioni che ha comportato:

1) Deportazione di massa fuori dalla città capoluogo di almeno 40000 degli oltre 67000 sfollati.
2) Spostamento del “G 8” programmato per il mese di Luglio 2009 a “L’Aquila” dalla sede prevista del “La Maddalena”.
3) Lancio e realizzazione del progetto C.A.S.E., dei  M.A.P. e dei Moduli Scolastici

A distanza di un anno, sono ancora 20000 gli sfollati assistiti dalla protezione civile in alberghi sulla costa o nell’entroterra, presso la Guardia di Finanza di Coppito e nelle ex caserme di L’Aquila, con un costo stimato mensile di circa (64,00 € * 30 gg * 20000 sfollati =) 38.400.000,00 €, mentre è sempre più lontana la data del possibile rientro nella propria abitazione;
ci sono inoltre altri 15000 sfollati in autonoma sistemazione, con un costo giornaliero di circa 200,00 € per sfollato, ed un costo mensile di (200,00 € * 15000 sfollati =) 3.000.000,00 €/mese, senza contare quante sono le famiglie assistite in abitazioni a canone concordato a spese del Comune in attesa di rientrare nei propri alloggi.

A tali costi si aggiungono quelli del Progetto Case (costo  2.700 €/mq) che ha superato ad oggi 1.000.000.000. (un miliardo) di euro.
Una vera follia, considerando che solo fino al giorno prima del sisma del 6 Aprile 2009, nel quartiere di Pettino, il quartiere più nuovo ed in espansione di L’Aquila, un appartamento di 100 mq, composto da tre stanze, salone doppi servizi, cantina e garage si acquistava comodamente con 180.000,00 €, cioè a 1800,00 €/mq, per fare un poco di statistica, mediamente ad un prezzo al mq. inferiore del 25%. con una superficie disponibile del 25% superiore.

 Allo slogan di giugno della propaganda istituzionale  “un tetto per tutti entro il 15 di settembre”, oggi a distanza di un anno molti cantieri del progetto CASE ancora non sono ultimati, molti abitazioni non sono ancora assegnate, i MAP nelle periferie cittadine ospitano scarse 1000 persone, i MAR rimangono per ora solo un progetto.

Comunque, praticamente a conclusione di questo mirabile progetto, delle 4500 abitazioni ne sono state assegnate, al momento della stesura di questo documento, circa 3500 ed ospitano circa 10500 sfollati.

 Ciò che i media non hanno detto

Ricordate i primi giorni dopo il sisma? Dalle riprese fatte per lo più dall’alto, si mostrava una città danneggiata, ma quello che si distingueva chiaramente era il centro storico, o i piccoli borghi e comuni limitrofi, dove le abitazioni in pietra erano rovinosamente venute giù, dove si potevano vedere chiaramente gli edifici scoperchiati.

Mentre le visioni di insieme, prese dall’alto mostravano il resto della città senza evidenti danni, le periferie, il quartiere di Pettino, quello più nuovo e popolato, essendo nella sua totalità edificato in cemento armato, sembra non aver subito danni.

Il messaggio che è passato sui media è questo: “la parte vecchia della città, i monumenti, e le vecchie chiese, sono venute giù a causa dell’età e del tipo di costruzione. Nei borghi ci sono danni per lo stesso motivo, il resto della città, come mostrato dalle immagini televisive, non ha danni, eccetto qualche edificio costruito malamente. Tutto sommato poteva andare peggio, in fin dei conti ci sono state solo 308 vittime. 

ORA LA FICTION

Un futurologo terremotato riunisce su un tavolo ritagli di giornale dove si riferisce che la ricostruzione delle seconde case di chi ha la prima beneficiaria di contributi, non sarà finanziata; 160 lavoratori della Technolabs sono ad un passo dal licenziamento, la Transcom se ne va e 400 sfollati resteranno in mezzo alla strada, la Coop chiude, la Tils è in crisi, futuro incerto per 300 dipendenti dell’Alenia. Il Premier verrà in vacanza in città.

Sono questi i fotogrammi di un’altra ipotetica fiction intitolata ”L.A.Q.U.I.L.A. tornerà a volare”. Scena madre: migliaia di terremotati, uno dopo l’altro, salgono sul treno con valigie e portatili, salutano col fazzoletto ed emigrano. Dopo aver venduto la casa del centro storico ai grandi immobiliaristi, a 2mila euro a metro quadro, per case che prima ne valevano anche 8mila.

Primo finale, 6 aprile 2017: i turisti a bordo della metropolitana di superficie, finalmente completata con i fondi del post-terremoto, fotografano i ruderi del centro. Nel container del Comune si litiga per le nomine al cda dell’Ente Ricostruzione. Gli abitanti del ghetto antisismico di Preturo giocano sul campo da bocce più lungo d’Europa, la pista dell’aeroporto del G8.

Secondo finale, 6 aprile 2021: L’Aquila è diventata la Porto Rotondo degli Appennini, città satellite a cinque stelle della capitale, con cui è collegata da un treno super-veloce. Carla Bruni, questa volta sorridente, passeggia tra i palazzi storici e gli innesti urbani a firma di note archi-star, a braccetto del Commissario d’Italia Guido Bertolaso. Nessuna traccia però di tanti terremotati di basso ceto sociale che oggi sono dispersi nell’Abruzzo. Loro, nel casting della ricostruzione, non sono stati contemplati, neanche come comparse.

 Aldo Cerulli segretario di Cittadinanzattiva Abruzzo

elezioni finite, ora si deve lavorare sul serio (di claudio lombardi)

Le elezioni si sono concluse, i commenti ci sono stati e sicuramente continueranno ancora per un po’, i presidenti eletti si godono l’attenzione dei media, i nuovi consigli si stanno per insediare e le giunte inizieranno a funzionare fra poco. Qualche piccola considerazione sul voto e poi vediamo che c’è da fare.

Il voto del 28-29 marzo indica tre fenomeni: l’astensionismo che sfiora il 40% dell’elettorato; il successo delle forze politiche che hanno una presenza territoriale vera o che parlano un linguaggio chiaro e netto che permette di capire subito cosa propongono e chi sono; il successo di liste che fanno capo a movimenti di opinione o sociali.

Si tratta di tre fenomeni che ci parlano di un elettorato sveglio che ha un rapporto disinibito con le forze politiche e che molto difficilmente segue disciplinatamente le indicazioni dei gruppi dirigenti dei partiti. Anche quando sembra che lo faccia, in realtà, rinnova la sua adesione a un progetto o a un’idea che esercita ancora la sua attrazione e che convince. La stessa astensione è una presa di posizione “estrema” e potenzialmente negativa perché lascia campo libero a quelli dai quali ci si allontana, ma significa anche che quella massa che ha la maggioranza relativa potrebbe esprimere un diverso orientamento alle elezioni successive e, da subito, potrebbe schierarsi, e condizionare tutta l’opinione pubblica, contro le politiche condotte da vertici istituzionali non riconosciuti come propri.

Il successo di chi parla con chiarezza e non ha “peli sulla lingua” e quello di chi parla a nome di movimenti di protesta o di lotta indica che l’insoddisfazione per lo stato delle cose è tanta, che si pretende che la politica dia messaggi chiari e riconoscibili, che si rifiuta il professionismo di chi mette la manovra fra partiti al centro della sua azione perché sembra occuparsi solo dei problemi del “palazzo” e non di quelli reali. E poi dalla delusione si passa ad imboccare la strada di una rifondazione della politica partendo da aggregazioni nuove che gruppi di cittadini creano in base ai propri orientamenti e agli obiettivi da raggiungere. In entrambi i casi si tratta di elettori che non accettano di essere manovrati da chi non fa capire cosa vuole perché è molto più attento agli equilibri di potere e alla propria carriera che alla missione di curare gli interessi della collettività.

Potrebbe sembrare paradossale, ma questi tre fenomeni rivelano un grande bisogno di attivismo civico, rivelano che il cittadino non vuole essere preso in giro e pretende di essere messo al centro della politica. Il vero tema di queste elezioni diventa dunque questo: la necessità di rifondare la politica e di rinnovare il sistema democratico perché sia lo strumento con il quale affrontare i problemi di governo della società. I partiti che non lo capiscono e si presentano come gruppi di professionisti concentrati sui loro problemi vengono colpiti. Ovviamente non tutto avviene con la lucidità di un progetto concepito da una singola mente, ma con la grossolanità, le contraddizioni e l’approssimazione di un processo che coinvolge milioni di persone. Per questo ci sono segnali contrastanti e per questo il declino delle “macchine di potere” non è così netto come potrebbe essere.

Disponibilità e vuoto: questi sono i termini che descrivono meglio la situazione di oggi. Disponibilità perché sia il voto che il non voto mostrano una società attenta ed esigente ed anche autonoma fatta di persone che ragionano con la loro testa e scelgono. Vuoto perché se queste persone non trovano, prima o poi, chi sia in grado di rappresentare le loro esigenze possono costituire la massa di manovra per lo smantellamento di una democrazia percepita come inutile.

C’è, però, un’altra parola chiave che descrive la situazione: attivismo. Può essere civico o politico o anche personale, ma indica comunque l’esistenza di energie che si muovono alla ricerca di un assetto migliore. L’attivismo civico, la cittadinanza attiva significano questo: ricerca del meglio nello spazio pubblico rispetto ad una situazione insoddisfacente. Ecco allora che dopo le elezioni, chiunque abbia conquistato il vertice delle regioni deve fare i conti con questa opinione pubblica, con questi cittadini che faranno meglio ad organizzarsi per promuovere le politiche che rispondono agli interessi della collettività perché se non lo fanno allora saranno i gruppi di potere ad agire (come fanno sempre) per il loro interesse particolare.

I temi non mancano. Non se ne è parlato in campagna elettorale, ma adesso sarà difficile sfuggire: i nuovi amministratori delle regioni dovranno lavorare per migliorare la situazione dei territori che devono amministrare.

Sanità, energie e ambiente, mobilità, assetto del territorio, sviluppo, efficienza amministrativa, assistenza. Sono solo alcune delle responsabilità che spettano alle regioni. Presto ne arriveranno altre con il federalismo fiscale che permetterà ai cittadini di confrontare imposte  e tasse pagate con i servizi resi perché non si potrà più fare lo scaricabarile fra Stato che prende i soldi e regioni che li spendono. Tendenzialmente le regioni si autofinanzieranno e dovranno spiegare ai propri cittadini che fine fanno i loro soldi. Sarà una bella prova per tutti, ma innanzitutto lo sarà per i cittadini che potranno e dovranno conoscere le cose e pretendere di partecipare alle decisioni e ai controlli. Un cittadino attivo ed esigente è la miglior garanzia che il sistema democratico serva ad una società che promuove le capacità individuali in un quadro di garanzie e di tutele accessibili a tutti.

Claudio Lombardi

Comma 461: istruzioni per l’uso (di Claudio Lombardi)

Cosa dice il comma 461

Il comma 461 dell’art. 2 della legge n. 244/2007 prevede due categorie di interventi:

la prima riguarda la trasformazione delle carte dei servizi in carte della qualità; la seconda l’istituzione di un nuovo sistema di monitoraggio dei servizi e di partecipazione dei cittadini.

Circa le carte della qualità la novità consiste nelle norme che ne dispongono l’obbligatorietà per tutti i servizi locali, nella loro rispondenza ad un accordo che deve essere raggiunto tra aziende, associazioni dei consumatori e associazioni imprenditoriali del settore interessato, nel contenuto obbligatorio che deve riportare, tra l’altro, gli standard di quantità e di qualità indicati nel contratto di servizio.

Circa il nuovo sistema di monitoraggio e di partecipazione dei cittadini le novità sono che, in primo luogo, il sistema viene istituito per legge; che ne viene affidata la responsabilità agli enti locali; che è sempre garantita la partecipazione delle associazioni dei consumatori e il diritto dei cittadini ad veder prese in considerazione idee e proposte; che i costi del monitoraggio e della partecipazione vengono inclusi nei costi del servizio che gravano sui gestori; che viene istituita una sessione annuale di verifica del funzionamento dei servizi con la partecipazione delle associazioni dei consumatori che deve prendere in esame, in primo luogo, le osservazioni e i reclami provenienti dai cittadini.

Qual è il ruolo delle associazioni dei consumatori

Il comma 461 dice qualcosa di nuovo rispetto a tutte le disposizioni che prevedono la consultazione delle associazioni dei consumatori perché definisce un ruolo attivo sia nello svolgimento del monitoraggio dei servizi (reso permanente dalla legge, carattere che si estende al ruolo delle associazioni), sia nel raccogliere ed elaborare le sollecitazioni che provengono dai cittadini, sia nelle procedure che portano alla definizione delle carte della qualità. Tale novità viene rafforzata e portata al livello della formazione delle politiche locali dei servizi grazie alla sessione annuale di verifica istituita dalla legge.

Quali associazioni ?

L’attribuzione di ruoli e funzioni alle associazioni dei consumatori fa sorgere l’esigenza di conoscere i caratteri che qualificano in tal senso una realtà associativa. L’interpretazione più corretta, perché aderente allo spirito e alla logica della norma nonché al sistema dei riconoscimenti già presente nell’ordinamento e disciplinato con regole specifiche per il livello nazionale e da ognuna delle regioni per quello regionale, porta ad individuare nell’ambito comunale, provinciale o di aggregazione di enti locali il riferimento per l’attribuzione del riconoscimento alle associazioni.

In altri termini: non occorre che le associazioni dei consumatori siano riconosciute tali dalla Regione per partecipare all’attuazione del comma 461 in un singolo ente locale o ambito ottimale. È sufficiente che la qualifica di associazione dei consumatori sia attribuita al livello dell’ente territoriale nel quale si avvia l’applicazione del comma 461.

Il ruolo dei cittadini

Il comma 461 è innovativo anche perché definisce un diritto dei cittadini ad essere ascoltati e a veder prese in considerazione le sollecitazioni, le proposte e i reclami fatti pervenire ad enti locali, aziende e associazioni. Rispetto all’assetto precedente, caratterizzato dalla presenza di strutture deputate a trattare reclami e segnalazioni, ma non dall’individuazione delle segnalazioni dei cittadini come elemento centrale da cui partire per verificare l’efficacia del servizio, il cambiamento è notevole.

Cosa fare per cominciare

Si è più volte affermato che un protocollo di intesa con gli enti locali costituisce il primo passo per avviare l’attuazione del comma 461. Questa affermazione rimane valida, purchè vi sia la consapevolezza che il protocollo è solo il primo passo (e anche il più facile) e che bisognerebbe avere almeno un’idea di come procedere successivamente.

Il compito più importante che la legge affida alle associazioni dei consumatori (e quello che loro spetta per il motivo stesso della loro esistenza) è di raccogliere le segnalazioni dei cittadini ed essere in grado di elaborarle.

Il secondo compito che discende direttamente dal ruolo di rappresentanti dei cittadini e di loro espressione organizzata, è costituito dalla conoscenza della realtà del servizio in relazione alle esigenze dei cittadini. Ciò costituisce la premessa indispensabile per partecipare al sistema di monitoraggio e di definizione degli standard di funzionamento. Senza questa conoscenza e senza il rapporto con i cittadini il monitoraggio diventerebbe una mera attività di consulenza senza rappresentanza e, quindi, verrebbe meno uno dei caratteri identitari dell’associazionismo che è espressione delle istanze di partecipazione dei cittadini.

Ne consegue che la prima esigenza è quella di realizzare l’apertura ai cittadini e la conoscenza dei servizi che sono i presupposti per svolgere il ruolo che la legge assegna alle associazioni. È bene precisare che, pur essendo attività che le associazioni in quanto tali dovrebbero svolgere ordinariamente, sono previsti specifici finanziamenti nello stesso comma 461 per favorirne lo svolgimento.

Il primo passo è, quindi, quello di costituire un gruppo di lavoro formato da aderenti alle associazioni che analizzino la situazione e seguano l’attuazione del 461.

Il secondo passo è la creazione di una (o più strutture a seconda delle capacità delle singole associazioni che avviano l’attuazione e dei servizi nei quali si intende intervenire) dedicata in maniera specifica all’ascolto dei cittadini e alla conoscenza dei servizi. Per struttura si intende un sito internet e un ufficio dedicato con personale stabile commisurato alla dimensione dei compiti che ci si assume.

Il coinvolgimento degli aderenti e la consapevolezza fra i cittadini costituiscono, tuttavia, la sfida più importante perché il senso del 461 e il suo valore sta proprio nell’obiettivo di realizzare nuove forme di partecipazione dei cittadini finalizzate all’efficacia dei servizi locali.

Pensare di attuare il comma 461 solo attraverso strutture professionali come le società di consulenza che già operano per rilevare la customer satisfaction e legate alle società di gestione dei servizi sarebbe uno stravolgimento dello spirito della legge e la renderebbe inutile.

Riassumendo 

  1. qualificarsi come associazione di consumatori in ambito locale;
  2. conoscere il comma 461 e comprenderne il significato tra gli aderenti;
  3. costituire gruppi di lavoro dedicati al 461 e ai singoli servizi fra gli iscritti e aperti alla partecipazione dei cittadini;
  4. definire un piano di lavoro interno alle associazioni ;
  5. proporsi agli enti locali per attuare il comma 461 in uno o più servizi pubblici;
  6. informare i cittadini di cosa si sta facendo;
  7. proporre all’ente locale un protocollo di intesa con il quale ci si impegna ad attuare il comma 461;
  8. predisporre uno o più progetti o piani di attuazione del protocollo di intesa.

 

Claudio Lombardi Cittadinanzattiva Toscana, Umbria, Marche

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