Riflessioni sul salario minimo

Se la maggioranza di governo regge, il prossimo terreno di scontro sarà forse il salario minimo. Al netto di immigrati, sbarchi, fidanzate (dei viceministri), cannabis legale e negozi che la vendono il salario minimo è pronto a diventare il prossimo tormentone estivo.

Per i 5 stelle sembra che il salario minimo sia il nuovo vessillo da sventolare dopo il reddito di cittadinanza (e il suo parziale flop), contro la povertà. Alcuni pensano sia giunto il momento di  elaborare ed approvare un provvedimento che in qualche modo intervenga a gamba tesa sul lavoro, per alzare in fretta  le retribuzioni più basse e mettere soldi in tasca ai “lavoratori poveri”. Peccato che così si rischi di colpire allo stomaco aziende e sindacati creando più problemi di quelli che si vogliono risolvere.

Salario minimo dovrebbe essere quell’importo da erogare al lavoratore dipendente fissato direttamente dalla Legge e sotto il quale non si può andare. Un importo, dunque, che sarà definito dal  Legislatore e dal quale non si potrà prescindere nei rapporti di lavoro, un limite, quindi, non derogabile nemmeno dalla contrattazione collettiva.

In apparenza tutto semplice e chiaro. Ma se si ragiona un po’ non è così e diversi dubbi ci frullano nella testa: come definire l’importo minimo? Con quale criterio? Sarà dentro una legge, ma chi sarà l’Ente o l’organo che lo dovrà quantificare? Ogni quanto tempo dovrà essere aggiornato? Sarà valido per tutti i settori? Sarà uguale per tutti i lavoratori? Sarà applicabile dalle Alpi a Trapani? E i contratti collettivi con le loro tabelle salariali che fine faranno? Come si vede le domande non sono poche.

Di sicuro è un tema intrigante, di grande effetto mediatico e facilmente cavalcabile politicamente. Al momento ci sono già due disegni di Legge: uno del M5S e uno del PD. I sindacati, invece, sono schierati decisamente contro, temendo un forte ridimensionamento della loro funzione base che è quella di stabilire nella contrattazione collettiva la retribuzione per i lavoratori dipendenti. In Italia, infatti, spetta alla contrattazione collettiva definire le retribuzioni anche se la validità erga omnes dei contratti non è mai stata realizzata per la mancata attuazione dell’art.39 della Costituzione.

È quindi possibile che i datori di lavoro non applichino il CCNL. Da qui la proliferazione di altri contratti sottoscritti da sigle sindacali minori e altri ancora concordati a livello aziendale. Una situazione piuttosto complessa ed articolata che comunque riesce a toccare la stragrande maggioranza dei lavoratori.

Diverso l’approccio delle due proposte di legge. Il M5s vuole fissare la retribuzione minima a 9 euro (lordi) l’ora. Il Pd punta anch’esso alla stessa cifra (al netto però), ma non vuole scavalcare la contrattazione collettiva. Entrambe le posizioni tuttavia non sembrano tenere conto adeguatamente delle problematiche che una norma del genere avrà sulla gestione delle aziende e sullo stesso trattamento retributivo dei lavoratori.

Se si considerano anche le altre voci che compongono il costo del lavoro oltre alla retribuzione oraria l’aggravio di costi per le aziende potrebbe non essere indifferente. Infatti in molti settori (pulizie, ristorazione, fattorini, operai dei primi livelli, colf, badanti) le retribuzioni di fatto sono inferiori ai 9 euro l’ora proprio per quanto stabilito dalla contrattazione collettiva e non per una volontà sfruttatrice delle aziende. Si calcola che circa il 25% dei lavoratori avrebbe un aumento della propria retribuzione, ma i costi per le aziende sarebbero ovviamente più elevati.

Se si considera il periodo di crisi (Pil quasi a zero), la forte disoccupazione, una diffusa presenza di lavoro nero, un costo del lavoro tra i più alti al mondo, si capisce che l’impatto di una misura drastica come l’aumento delle retribuzioni per legge sarebbe molto pesante per l’economia.

Come minimo occorrerebbe alleggerire il costo del lavoro per le aziende attraverso la decontribuzione e insieme introdurre benefici fiscali per i lavoratori.

Il Jobs Act  con la Legge Delega 183/2014 aveva già tentato all’epoca di aprire con un “esperimento” la strada ad un salario minimo di Legge da introdurre solo nelle aziende  dove non c’era o non veniva applicato il CCNL. Questo tentativo all’epoca molto criticato abortì dinanzi alla fortissima opposizione sindacale e agli scontri interni alla maggioranza di governo. Già allora però fu evidente la reale difficoltà applicativa della proposta.

In questa situazione lanciare slogan per un salario minimo europeo risulta quanto meno azzardato. In Europa 6 Paesi non applicano un salario minimo per Legge, ma questo, invece di rafforzare la proposta di una misura unica a livello europeo, conferma la presenza di visioni diverse che non possono essere sottovalutate. Oltre all’Italia anche Svezia, Finlandia, Danimarca, Cipro e Austria affidano le tariffe salariali alla contrattazione collettiva, mentre in Belgio il salario minimo legale si affianca alla contrattazione collettiva e in altri Paesi come la Germania il salario minimo è stato approvato da poco (dal 2015), mentre altri si muovono con regole di intervento diverse e variegate. Insomma diversità ce ne sono e anche un po’ di confusione; nessuno sembra avere una soluzione chiara e una risposta efficace. È quindi evidente che il salario minimo, nazionale o europeo, è, per ora un’idea vaga più utopica che reale

Alessandro Latini

L’Italia e l’euro: la versione di Cottarelli

Poiché Cottarelli è tornato di attualità non più tardi di una settimana fa come possibile premier e poiché il rapporto tra Italia ed euro lo è da molti anni può essere interessante andare a vedere come la questione viene trattata nel suo ultimo libro: “I sette peccati capitali dell’economia italiana”.

Iniziamo però dall’elenco dei primi sei peccati capitali: evasione fiscale; corruzione; eccesso di burocrazia; lentezza della giustizia; crollo demografico; divario tra Nord e Sud. L’ultimo è dedicato alla difficoltà di convivere con l’euro.

Sono peccati o limiti ormai noti e ampiamente riconosciuti che possono benissimo rappresentare la gran parte dei deficit strutturali del nostro Paese. Altri ce ne sarebbero come, per esempio, la dimensione delle imprese per il 95% piccole o piccolissime e, in quanto tali, impossibilitate a fare ricerca e ad innovare e molto dipendenti dalle banche per la raccolta dei capitali. Cottarelli, però, non compie un’analisi completa delle caratteristiche del sistema Italia, ma intende focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti.

In ogni caso punto per punto ne esce un quadro poco rassicurante sullo stato del nostro Paese. L’evasione fiscale per esempio fa mancare alle casse pubbliche una somma superiore ai 120 miliardi di euro ogni anno. Se quelle entrate arrivassero gran parte dei deficit di risorse sarebbero risolti e il debito potrebbe essere abbattuto in poco tempo. La corruzione c’è, ma le dimensioni del fenomeno non sono quantificabili. Spesso si confonde la percezione con la realtà (quando si chiede alle persone quanto percepiscano la corruzione e di quali episodi reali siano a conoscenza i risultati sono diametralmente opposti). In ogni caso è un freno per l’efficienza della macchina pubblica e per quella delle attività economiche perché premia le peggiori. L’eccesso di burocrazia è un teatro dell’assurdo perché si fonda su un numero esagerato di norme, spesso scritte male che complicano le situazioni che dovrebbero disciplinare e, nello stesso tempo, formulate anche in modo da giustificare la funzione di un apparato burocratico inefficiente e con un eccessivo potere discrezionale (se la norma è complicata e farraginosa solo il burocrate può interpretarla e applicarla). La lentezza della giustizia è proverbiale ed è una delle cause di un’inefficienza di sistema che penalizza l’economia e i rapporti tra cittadini e della difficoltà nell’avviare e condurre attività imprenditoriali.

Il crollo demografico è un’altra realtà ben conosciuta, ma sottovalutata. Una popolazione che invecchia significa più anziani da assistere e mantenere e meno giovani che producono ricchezza. L’aumento del tasso di natalità non può più essere una questione privata, ma deve diventare il cuore di politiche specifiche che puntino a dare servizi e sostegni a chi decide di mettere al mondo dei figli.

Il divario Nord Sud è una nota dolente che nemmeno viene più presa sul serio. La si affronta spesso più con gli stereotipi mutuati dai film di costume che come la principale frattura che grava sull’Italia. Di fatto tutti gli indicatori citati da Cottarelli indicano che al Sud spesa e dimensione degli apparati pubblici sono maggiori in rapporto alla popolazione di quelli del centro nord, ma i risultati in termini di capacità di produrre ricchezza sono drammaticamente insufficienti. È una delle più vecchie questioni che ci portiamo dietro fin dall’inizio della nostra storia nazionale ed è sempre attuale. Nel libro non si parla di mafie, camorra, ‘ndrangheta, ma è ovvio che la diffusione della criminalità condiziona pesantemente lo svolgimento della vita civile, il funzionamento delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche, l’economia, i rapporti civili.

L’ultimo punto è dedicato alla difficoltà di convivere con l’euro. Ultimo non solo perché è il settimo, ma anche perché in ordine cronologico è la naturale conseguenza degli altri sei. Innanzitutto alcune constatazioni. L’Italia cresce poco rispetto alle migliori economie europee. Il reddito pro capite dopo l’entrata nell’euro prima ha rallentato, poi ha iniziato a diminuire. Una dinamica che ci discosta dagli altri paesi europei e che dura da un ventennio. Ciò che è accaduto è che, cessata la possibilità di svalutare la moneta, la competitività italiana è caduta. Un esempio rende l’idea efficacemente: nel 1970 un marco valeva 172 lire, nel 1998 987 lire. Tale divario indica che i costi di produzione italiani erano aumentati molto più di quelli tedeschi e che veniva ristabilita la competitività con la svalutazione. Ovviamente ciò significava che salari, stipendi, pensioni e prezzi dovevano all’epoca rincorrere continuamente la caduta di valore della moneta. Non a caso il più grande scontro sociale nel corso degli anni ’70 ed ’80 ci fu sulla scala mobile (e finì con un netto taglio). Con l’entrata nell’euro è venuta meno la possibilità di recupero della competitività svalutando.

Per anni ci si è anche scontrati sul costo del lavoro che sarebbe stato più alto in Italia rispetto ai più forti partner europei (costo del lavoro non significa solo guadagno del lavoratore, bensì costo complessivo per il datore di lavoro). Il dato è che tra il 2000 e il 2007 in Germania è rimasto pressoché stabile e coerente con l’aumento della produttività. In Italia è aumentato del 20-25% cioè è cresciuto più della produttività. Anche gli stipendi dei dipendenti pubblici sono cresciuti così come la spesa pubblica nel suo complesso mentre la parte destinata agli interessi sul debito calava per effetto dell’euro. Ciò ha significato che i margini esistenti per la diminuzione del debito pubblico sono stati usati per allargare la spesa. Intanto cresceva il costo del petrolio e irrompeva sui mercati la globalizzazione (specialmente Cina e India) che toglieva spazio alle merci italiane. L’effetto è stato una diminuzione dei margini di profitto e quindi degli investimenti.

La produttività del lavoro dal 1998 al 2016 aumenta in Italia del 3,5% e in Germania del 47%. Tra il 2000 e il 2016 le esportazioni italiane crescono del 25%, quelle tedesche del 115%.

Alla crisi mondiale del 2008 l’Italia arriva, quindi, con una minore competitività e un debito ancora troppo alto. Queste le premesse del crollo del 2011 con la drastica impennata dei tassi di interesse e la conseguente stretta sulla spesa che si riverbera su tutta l’economia portando alla diminuzione del 10% del Pil in tre anni.

Come è noto ci salva l’intervento della Bce reso, però, possibile dalla brusca correzione dei conti pubblici realizzata dal governo Monti.

Che fare? La ricetta di Cottarelli è che, per uscire da questa situazione, occorre una profonda trasformazione del modo in cui opera l’economia italiana per aumentarne efficienza e competitività. Bisogna però non illudersi che: la crescita possa essere trainata dalla spesa pubblica (gli investimenti pubblici ci vogliono, ma bisogna imparare a spendere meglio); gli investimenti privati possano essere sostenuti in toto dal credito bancario; un aiuto decisivo possa arrivare da investimenti infrastrutturali europei.

La questione fondamentale è che la crescita deve essere trainata dalle esportazioni e il recupero di competitività deve diventarne il motore. Per questo è anche necessario diminuire la tassazione, ma per farlo occorre tagliare la spesa pubblica.

In conclusione Cottarelli avverte che non è possibile considerare lo Stato come la soluzione di tutti i problemi personali e sociali cioè come il risolutore di prima istanza anziché di ultima. Infine la trasformazione economica deve avere alla sua base una trasformazione sociale e culturale contrastando la tendenza all’individualismo e al non rispetto delle regole.

Sembra proprio che l’analisi di Cottarelli sia quella giusta

Claudio Lombardi

Lavoro: così la pensa Marco Bentivogli

Stralci di un’intervista di Marco Bentivogli segretario dei metalmeccanici della Cisl rilasciata a http://stradeonline.it.

La quarta rivoluzione industriale è l’ultima opportunità di sviluppo per rilanciare il Paese. (…) Ma il vero punto di snodo è rappresentato dalle piccole e medie imprese, ancora lontane – salvo qualche apprezzabile eccezione – dal sintonizzarsi sulle frequenze della fabbrica intelligente. Un impulso ad investire sull’innovazione può essere dato dalla partecipazione dei lavoratori, declinata anche nella nuova contrattazione territoriale e aziendale. Ciò richiede, prima di tutto, che via sia un cambiamento culturale: il lavoro non può essere un terreno di scontro ideologico, ma di costruzione e dialogo. (…)

arretratezza ItaliaServe rimuovere le cause strutturali che rendono il nostro paese un habitat sfavorevole all’impresa: l’eccesso di burocrazia, un sistema giudiziario lento e farraginoso, un costo dell’energia superiore del 30% alla media europea e un sistema creditizio che preferisce investire nella rendita piuttosto che nell’impresa. Occorre poi realizzare un sistema formativo efficiente. Siamo il Paese che ha il più elevato gap di competenze rispetto alle skills necessarie oggi e in futuro. (….) Investire in formazione, dunque, non è strategico: è vitale. In questa prospettiva nuova, bisogna passare dalla “protezione del posto di lavoro” alla “promozione del lavoratore”. Per questa ragione, nel contratto dei metalmeccanici abbiamo inserito il diritto soggettivo alla formazione, che a nostro avviso rappresenta una sorta di diritto al futuro. Abbiamo aperto una pista, ora bisogna lavorare su un sistema formativo duale che funzioni e che renda finalmente operativa l’alternanza scuola-lavoro.

(….) Siamo il paese con il Clup (il costo del lavoro per unità di prodotto) più alto d’Europa: finché non ci decidiamo ad intervenire su questo fattore c’è poco da discutere. Gli investimenti in tecnologia e in una nuova organizzazione del lavoro possono rappresentare la carta vincente da giocare per recuperare produttività e competitività e quindi creare anche nuova occupazione. (….) Se verifichiamo il Clup delle PMI, nelle quali in Italia lavora quasi il 90% delle persone, è altissimo, in particolare per quelle sotto i 20 dipendenti. Il Clup sopra i 200 dipendenti è sui livelli nordeuropei.

lavoro operaioAbbiamo perso oltre 300mila posti di lavoro nel solo settore metalmeccanico: interi settori industriali, penso a quello dell’elettrodomestico, sono stati spazzati via. Alla base di queste difficoltà c’è però anche un deficit di cultura imprenditoriale e manageriale, da cui deriva la diffidenza verso i temi dell’innovazione così come verso quelli della partecipazione. C’è poi un altro fenomeno preoccupante, che è, come già accennavo, il ripiegamento nella rendita: la perdita di 87 miliardi di investimenti si spiega anche così. L’errore di fondo è pensare che in Italia non ci sia più spazio per l’industria manifatturiera. Lo spazio invece c’è, purché si investa nell’innovazione sia sul versante delle nuove tecnologie che dell’organizzazione del lavoro. I casi di reshoring, vale a dire di rientro di produzioni precedentemente delocalizzate, che si sono verificati in FCA a Pomigliano e in Whirlpool lo dimostrano.

(….) C’è qualcuno che, spesso strumentalmente, incita ad avere paura della tecnologia. Noi no. (…) Cosa facciamo? Tassiamo anche i bancomat? Le pompe di benzina? Torniamo all’aratro a trazione umana? Dovremmo dire a FCA di smontare i 16 robot della Butterfly che saldano in pochi secondi la carrozzeria di una Jeep Renegade a Melfi perché rimpiangiamo un ambiente di lavoro che faceva respirare le esalazioni della saldatura ai lavoratori? (….)

lavoro e tecnologieLa vera novità è che l’innovazione tecnologica, se anche riduce sempre di più il numero di lavori non-sostituibili dalle macchine, ne creerà di nuovi, generando nuove professionalità; la vera sfida è saper gestire la transizione. (….) Quindi, cosa facciamo? Tassiamo il robot, come propone Bill Gates, o il valore aggiunto del suo contributo, per rendere più conveniente l’utilizzo della persona? E non sarebbe invece più utile che i big della new economy pagassero, da qualche parte, le tasse? Il fatturato per dipendente di queste multinazionali è gigantesco ed è inversamente proporzionale al loro livello di tassazione effettiva. Sarebbe perciò più utile detassare il lavoro che tassare l’innovazione (….) Se l’innovazione si intende gestirla con i tre step dell’Italietta antagonista su tutto ciò che si muove – regolarla, ipertassarla e, appena morta, sussidiarla – noi non siamo d’accordo.

Il lavoro non finirà, ma cambierà, l’idea che si va facendo strada di società in cui lavorerà solo il 10% delle persone mentre il resto vivrà di un sussidio di cittadinanza non regge. (….)
(….) Di una cosa sono convinto: l’Europa, l’euro, la globalizzazione e la tecnologia hanno fatto meglio al lavoro, rispetto ai tanti soldi, anche pubblici, spesi male. Più in generale, sta crescendo un lavoro che non è autonomo né propriamente dipendente. Credo che il lavoro del futuro sarà sempre più un progetto, su questo dobbiamo riflettere senza tentazioni ideologiche

Guarire l’Italia (di Lapo Berti)

Da www.lib21.org pubblichiamo la seconda parte dell’analisi di Lapo Berti sui mali d’Italia. La prima parte è qui http://www.civicolab.it/?p=2164

Può guarire l’Italia? Può uscire dalla crisi o, meglio, dalla traiettoria declinante su cui si è immessa ormai da qualche decennio? Ed, eventualmente, a quali condizioni, contando su quali energie?

Non è facile dare una risposta a un quesito così complesso e qualunque risposta si tenti è destinata a essere parziale e insufficiente, niente più che un appunto per la discussione. Ma una prima cosa si può dire. Una politica e una stampa superficiali e tutt’altro che innocenti ci hanno abituato a pensare che, per uscire dalla crisi che ci attanaglia, bastino alcune misure economiche, simpaticamente definite “sacrifici” o “lacrime e sangue”, e qualche imprecisata riforma strutturale, non di rado a supporto dei citati sacrifici. Non è così. Le misure economiche saranno necessarie e anche le riforme strutturali, ma l’obiettivo non è solo il “risanamento” economico, la sfida è un’altra: è ricostruire la società, nella prospettiva di un cambiamento radicale del modello economico e sociale, che non può essere solo nostro, ma, almeno, europeo.

Un capitale sociale da ricostruire

Riflettendo sulle cose d’Italia, qualunque visuale si scelga, economica, politica, sociale o culturale, l’impressione che per prima s’impone all’attenzione è che ciò di cui oggi abbiamo maggiormente bisogno sia quell’insieme un po’ sfuggente di condizioni, di convenzioni e di regole non scritte cui viene dato il nome, un po’ riduttivo ma efficace, di “capitale sociale”, sulla base del quale vivono reti di relazioni per lo più informali, ma non solo, capaci di produrre fiducia e reciprocità. Oggi siamo sempre più consapevoli che, accanto alla disponibilità di risorse produttive, il capitale sociale è un fattore fondamentale nel determinare la capacità di un’economia di creare benessere per i cittadini. Possiamo dunque valutare bene quali siano i costi di un suo deperimento. La “qualità” dell’ambiente sociale è decisiva nel determinare le prestazioni del sistema economico, ma si riflette anche nel funzionamento del sistema politico e, a sua volta, ne è condizionata.

Gli studi condotti dai sociologi, ma anche l’esperienza diretta di tutti noi, ci dicono che, nel corso degli ultimi decenni il “capitale sociale” su cui poteva contare l’Italia si è deteriorato, impoverito. La ricchezza di relazioni che almeno certe aree del paese ereditavano da una lunga tradizione di forme associative e di cooperazione è stata poderosamente intaccata dai fenomeni caratteristici della modernità, come l’affermazione progressiva di atteggiamenti e comportamenti individualistici, ma anche dal dissolvimento di reti prevalentemente formali come quelle in cui si esprime la vita politica di una comunità.

Se oggi ci troviamo con un “capitale sociale” più povero è anche perché sono venuti meno, si sono dissolti quegli ambiti di relazione che massimamente sollecitano la partecipazione e la condivisione, contribuendo alla creazione di uno spazio pubblico solido e articolato, in cui le persone imparano a vivere in società.

La ricostruzione dell’Italia deve partire da qui, dalla capacità che noi tutti abbiamo di metterci in relazione e di condividere idee, progetti, saperi, di dare vita a comunità intelligenti e operose. La prima ricchezza da ricostituire è quella del tessuto sociale.

Un paese più dinamico e competitivo

Nel nostro paese è in atto una guerra feroce, non sempre dichiarata, quasi mai visibile al pubblico, tra un vasto, ramificato e ben radicato sistema di potere che fa perno sul “capitalismo relazionale” e quello che si può definire “capitalismo di mercato”. Da una parte c’è quel capitalismo senza capitale che, da sempre, vive di rapporti incestuosi con la politica, che non disdegna le tangenti e accetta la corruzione come un male necessario. Dall’altra parte, c’è un capitalismo che tenta la sfida dei mercati globali, che per reggere la competizione fa anche rete, ma senza collusione, che non vuole intrusioni della politica, ma solo un sistema di regole certe ed efficacemente applicate. La posta in palio è il governo del paese reale e di quello politico. Il terreno su cui la guerra si combatte è quello dell’abbattimento delle rendite e dei privilegi. La chiave è la concorrenza. L’obiettivo è che la competizione arrivi a governare il più possibile sia i processi economici che quelli sociali e politici, favorendo l’affermazione di chi sa meglio svolgere il proprio compito. Non ci sono alternative.

Un’economia “amichevole”

L’uscita dalla crisi che attanaglia le economie di tutto il mondo non sarà facile e non sarà breve. Forze potenti sono all’opera perché nulla cambi e rimangano in piedi i modelli di business e di consumo che sono largamente responsabili delle difficoltà in cui ci troviamo e in cui si trova l’intero pianeta. Ma la crisi è sempre anche un momento in cui si aprono opportunità, se non altro perché aumenta il numero di coloro che s’interrogano sul senso di ciò che vivono e che li circonda e che si mobilitano per cercare strade diverse. Occorre, dunque, cogliere ogni occasione per imprimere una svolta al modello economico dominante, spostandone la traiettoria e inducendo comportamenti virtuosi da parte delle imprese. La chiave di volta di questo passaggio è l’attivazione dei cittadini, che si devono ricordare di essere tali, ovvero titolari di diritti e di doveri anche quando si vestono da consumatori. Un consumo consapevole e responsabile è il primo passo verso un’economia più “amichevole” sia nei confronti dell’uomo che dell’ambiente. E’ un cambiamento che è nelle mani di tutti noi, che non richiede organizzazioni mastodontiche, campagne mediatiche, nuovi apparati giuridici. E’ sufficiente una buona informazione, diffusa capillarmente, utilizzando bene gli strumenti del web. Il nostro sito è nato anche per questo, per fare rete con altri siti che si propongono di passare dal dire al fare.

Ridare vigore alla democrazia

Nessuna delle possibili svolte cui abbiamo accennato sarà possibile, se non si trova il modo di restituire efficacia ai meccanismi democratici. La lunga deriva dell’individualismo mascalzone accompagnata alle degenerazioni populistiche dell’ultimo ventennio ha trasformato la vita democratica in un rituale sempre più stanco e sempre meno partecipato. Le persone si sono ritratte dai luoghi pubblici dove nasce e vive la partecipazione e hanno abbandonato al loro destino i principali attori collettivi della vita democratica, i partiti e, in misura minore, i sindacati. Ne è derivato un inaridimento della vita democratica che si è tradotto nella degenerazione della vita politica e nella corruzione del sistema della rappresentanza. Il risultato è stato la creazione di un abisso fra la vita, le aspirazioni, i modi di sentire dei cittadini e le rappresentazioni della politica. Anche qui, forse, dobbiamo avere l’ardire d’imboccare strade nuove o, magari, di recuperare idee, istanze, che in passato sono state sottovalutate e accantonate. Il sistema della rappresentanza va ripensato. Non è più pensabile, dopo quanto è successo, che ai cittadini venga richiesto di rilasciare deleghe in bianco, pena un possibile allargamento dello sciopero del voto fino a dimensioni che renderanno ridicole le elezioni. Bisogna pensare a creare forme di controllo e di partecipazione dei cittadini che si avvalgano di sedi formali e informali, di canali e modalità previsti e sanciti da norme, ma anche d’iniziative spontanee e autogestite dai cittadini stessi.

Più che una meta, un percorso

In passato, i fautori del cambiamento hanno talora tentato di fissare una meta, un obiettivo da raggiungere, una società da realizzare, ma poi ci si è persi durante il percorso, talora con esiti tragici. Sforziamoci, invece, d’individuare un percorso, un insieme di cose da fare che ci consentano, già mentre le facciamo, di riappropriarci di noi stessi e di riconoscerci con gli altri che condividono il senso della ricerca.

Un po’ ovunque, nella società, più nelle regioni del centro-nord che in quelle del sud, si notano movimenti di persone che si associano, per fare acquisti secondo una logica diversa, per tutelare un bene che si vuol far diventare comune, per promuovere una causa, per diffondere un sapere. Si tratta d’iniziative “locali”, che spesso sono possibili solo perché si collocano in una dimensione “maneggevole” e talora sono addirittura fiere del loro localismo. Anche se non è l’unico modo di lanciare un’iniziativa, partire dal “locale” è oggi la soluzione non solo più praticabile, ma anche quella più sana, addirittura necessaria per ridare alle persone il senso diretto di un loro protagonismo, di poter contare e, soprattutto, di poter realizzare ciò in cui si crede.

Ma se tutte queste espressioni di vitalità sociale devono sfociare in un movimento capace d’indurre mutamenti sostanziali del modello economico, sociale e politico in cui viviamo, è necessario che si mettano in rete, per raggiungere una massa critica che li faccia diventare anche protagonisti politici e per riuscire a esprimere un pensiero capace di una visione generale e quindi di un orientamento valido per tanti.

Siamo a una di quelle fasi cruciali della storia in cui solo se si riesce a ripartire dal basso, dalle cose stesse, dalla sensibilità e dalla volontà della maggioranza, si può produrre una svolta reale.

Lapo Berti da www.lib21.org