Due o tre pensieri sulle elezioni 2018

Un bel rimescolamento di carte queste elezioni 2018. I numeri che contano sono 70, 4,5 e 18,7. La prima cifra è la somma dei voti di M5S e centrodestra; la seconda quelli delle sinistre extra Pd; l’ultimo la percentuale presa dal Pd.

Pur essendo stato dato su programmi diversi non vi è dubbio che quel 70% esprime una protesta contro le politiche che hanno segnato la stabilità italiana che, nel rispetto dei vincoli di bilancio, ha portato a diversi positivi risultati di governo (economia, lavoro, diritti). Sia nella versione Lega che in quella di Forza Italia o di FdI e in quella del M5S il tratto che le accomuna è la spinta a fuoriuscire dalle compatibilità finanziarie con un taglio di tasse e un’espansione della spesa pubblica. La stragrande maggioranza dei votanti ha detto quindi che è stufa di sentirsi dire “non si può fare perché dobbiamo stare nei limiti”. Di fronte alle promesse di un radicale taglio di imposte con la flat tax non è stata tanto a guardare per il sottile se convenisse veramente e a chi, ma ha detto sì. Stessa reazione per il cavallo di battaglia dei 5 stelle, il reddito di cittadinanza. Significativo che il messaggio del taglio è passato nelle zone più sviluppate e quello dell’assistenzialismo in quelle meno sviluppate. Ciò che conta però è il duplice messaggio che è arrivato agli elettori: superiamo i vincoli, torniamo a spendere.

Anche sulla questione migranti la scelta è stata di rottura e le due componenti che si dividono il 70% l’hanno rappresentata. Come ampiamente annunciato dai tanti episodi di protesta l’immigrazione caotica non gestita dai poteri pubblici e l’accoglienza in stile emergenziale con i suoi scandali, i suoi sprechi e soprattutto la sua insensatezza (immigrati parcheggiati a caro prezzo e poi lasciati liberi di vagare alla ricerca di fortuna nel territorio nazionale con l’effetto di ingrossare le file dei lavoratori sfruttati fino al limite dello schiavismo e quelle della microcriminalità) ha prodotto una ribellione di massa. Lo si era detto: gli appelli alla solidarietà hanno un limite superato il quale o si accetta di sopportare un peggioramento della propria vita o ci si ribella. Tanti italiani hanno scelto quest’ultima strada. Ovviamente superfluo ripetere che a sopportare le conseguenze di un’immigrazione disordinata e di una gestione fuori controllo sono state le periferie e le zone popolari già messe sotto pressione per conto loro. C’è da dire che solo con il governo Gentiloni e grazie al ministro Minniti è cambiato qualcosa e questo gli italiani l’hanno ricordato.

C’erano però altre liste che diffondevano un messaggio di ribellione ai vincoli europei e di espansione della spesa pubblica: LeU e Potere al Popolo. Insieme non sono arrivati nemmeno al 5% dei voti. Erano liste chiaramente di sinistra che contestavano il moderatismo del Pd e si presentavano con toni radicali. Niente da fare, gli elettori non le hanno seguite. Alcuni grandi nomi – da Bersani a D’Alema a Grasso – non sono serviti ad attirare maggiori consensi. Sarà la connotazione di sinistra che non convince più con buona pace di quelli che insistono ad indicare la necessità di un’unità delle sinistre come un obiettivo prioritario. Deve essere proprio così perché le due liste coprivano un arco di posizioni molto ampio dal riformismo tranquillo di un Bersani con LeU alla vera e propria rivolta dei centri sociali con Potere al Popolo. Dopo queste elezioni sarà difficile tornare ad invocare l’unità della sinistra. Ormai l’etichetta è corrosa dal tempo e andrebbe ristampata.

Il Pd ha pagato non tanto gli errori di Renzi quanto l’incapacità di completare la costruzione di un partito nuovo che andasse oltre la matrice dalla quale è nato. Si parlò all’epoca di fusione fredda tra gruppi dirigenti ex comunisti, ex socialisti, ex democristiani. L’impressione è che da allora non si sia andati molto più in là. Renzi ha avuto il merito di cercare una strada originale con le sue Leopolde e lo slogan della rottamazione, ma non è stato capace di dare una base analitica e strategica solida al partito. Una cultura politica che ha puntato troppo sull’effervescenza, sul giovanilismo, sull’ottimismo edulcorato, sul decisionismo frettoloso. In definitiva una cultura politica basata più sulle intuizioni, ma di scarso spessore. Quindi un merito di Renzi sì, ma anche la responsabilità di aver strattonato un partito confuso e desideroso di identità, ma ancora immaturo. Troppi traumi in pochi anni. Oltre Renzi urge comunque una riflessione molto ampia che non sia piagnisteo o autocoscienza, ma slancio per capire in che mondo si vive e cosa ci si sta a fare e contatto con la realtà in tutte le sue sfaccettature. Sapendo che la politica non è accettare supinamente ciò che ci si trova davanti, ma capacità di immaginare il futuro costruendolo giorno per giorno.

Ora si tratta di capire cosa faranno i partiti perché i risultati non permettono nessuna maggioranza già definita. Non è cosa che si chiarirà in pochi giorni. Difficile pensare all’alleanza stabile di Pd e M5S anche se parrebbe l’unica via d’uscita da una situazione bloccata. Il Pd oggi non se lo può permettere e non lo può permettere un minimo di ragionevolezza. I rispettivi programmi sono alternativi e non conciliabili. Il Pd deve pensare ad altro. Deve risolvere la sua crisi, chiarirsi le idee, ridefinire la linea politica, radicarsi di più nella società. L’unica strada oggi è quella di un governo istituzionale di durata limitata; potrebbe servire a far decantare la situazione e a far emergere proprio quella convergenza programmatica tra forze diverse sulla quale impiantare un governo di legislatura. Quali forze? Lo si vedrà strada facendo. Di fatto il voto di protesta si è concentrato sul M5S e sulla Lega, dunque…. Se ci si riesce, bene; sennò si torna a votare. Un percorso difficile, ma ci si può provare

Claudio Lombardi

Elezioni siciliane e Ostia. Un voto a metà

“Che vinca il migliore” disse Matteo Renzi pochi giorni prima delle elezioni siciliane. Ha vinto Musumeci. Che sia il migliore non è certo, ma di sicuro non hanno vinto i siciliani dato che hanno votato il 46% degli elettori. Peggio ancora a un migliaio di km di distanza, a Ostia municipio di Roma. Qui ha votato il 36%. Non si sa ancora chi sarà il migliore, lo si deciderà al ballottaggio, ma certo se la percentuale di votanti dovesse continuare ad essere questa di sicuro Ostia sarà amministrata dai rappresentanti di una minoranza.

astensionismoSi dirà che è un fenomeno normale nelle democrazie consolidate. Che non c’è da scandalizzarsi se la maggioranza non vota. E invece no, non va bene sia perché una democrazia nella quale gli elettori non si riconoscono è debole, sia perché in altre occasioni la gente è andata a votare. E allora bisogna domandarsi perché.

Intanto abbiamo visto che gli elettori non votano anche se si presentano quelli accreditati della capacità di portarli ai seggi: M5S, Casa Pound, Salvini, Meloni, gruppi di sinistra extra Pd. E allora è la politica che non interessa più i cittadini? Non proprio se poi al referendum sulla riforma costituzionale vanno a votare in massa e lo stesso fanno alle elezioni politiche (ultimo dato, nel 2013 votò il 72%). Quando in gioco c’è qualcosa che viene avvertito come determinante la gente si muove. E vota. Lo stesso atteggiamento di rifiuto della politica (fanno tutti schifo, io non voto più) nasconde una fiducia tradita e un vuoto.

cittadino arrabbiatoLa sensazione è che di politica la gente abbia un gran bisogno perché capisce benissimo che qualcuno deve andare a rappresentarla ed esercitare il potere. D’altra parte quando qualche novità si manifesta è facile che riceva un’adesione che stupisce (il Pd nei primi anni con le primarie, il 42% di Renzi alle europee e l’exploit del M5S sono gli esempi più evidenti). Si fa presto a dare fiducia, ma si fa presto anche a toglierla.

Quando le cose si fanno ingarbugliate, però, cioè quando prevale la manovra politica o quando i partiti hanno tradito le attese dei cittadini l’entusiasmo scompare e così la spinta a partecipare. Non si tratta solo degli scandali però. Pagano un prezzo quei partiti che non riescono a distinguersi dalle istituzioni che dirigono e che si identificano con la mediazione politica di governo. Per questo, in occasione della nomina del Governatore della Banca d’Italia, ha fatto benissimo il Pd a manifestare la propria posizione critica prescindendo dal galateo istituzionale o dalle esigenze del governo. In altri tempi si sarebbe somministrato ai cittadini un sermoncino sulla responsabilità istituzionale, sull’autonomia della Banca d’Italia, sui vincoli e sui rapporti internazionali ecc ecc.. E tutti zitti sui deficit della vigilanza bancaria pagati a carissimo prezzo dai cittadini e dallo Stato.

astensioniÈ solo un esempio, ma significativo, della differenza che passa tra voler mantenere un rapporto con i cittadini e tentare di rabbonirli convincendoli che va tutto bene anche se ciò confligge con la loro esperienza diretta. Fosse stato fatto sistematicamente negli anni passati il distacco dai partiti e dalla politica sarebbe oggi minore. In fin dei conti si tratta non di assecondare o attizzare la protesta, bensì di mostrare comprensione e impegno per la vita delle persone.

In verità questo discorso dovrebbe essere rivolto quasi esclusivamente al Pd, il partito che attira una buona dose di ostilità da parte dell’opinione pubblica e che viene presentato come l’emblema di una politica autoreferenziale, distante dai cittadini e segnata dagli scandali e dalla disonestà. Non capita lo stesso a Forza Italia e alla Lega nonostante lunghi anni di governo e scandali odiosi.

berlusconiLa spiegazione potrebbe essere molto semplice. Pagano un prezzo le forze politiche che si sono fatte interpreti con più convinzione delle politiche europee cioè di quelli che apparivano vincoli esterni. Non lo pagano quelle che hanno mostrato di preoccuparsi più del proprio territorio e della comunità. Forse non ci si rende conto di quanto ha pesato la riforma delle pensioni, ma il timore di dover aspettare i 67 anni e oltre per andare in pensione è una costante nei discorsi degli italiani che lavorano. Tra i giovani, invece, di pensione non si parla perché il lavoro è così incerto e discontinuo che è impossibile immaginare un futuro stabile. È chiaro che i partiti che hanno difeso con più convinzione le politiche del rigore non hanno conquistato la simpatia di tanti italiani. Guarda caso il Pd ne era il capofila. Le destre, invece, sono riuscite ad apparire le vittime degli eventi che portarono alla caduta del governo Berlusconi nel 2011 e hanno continuato a mostrarsi ostili ai vincoli della moneta unica. Il quadro non sarebbe completo senza gli scandali sulle ruberie e sui costi della politica e senza la sensazione degli italiani di essere abbandonati e messi di fronte agli effetti della globalizzazione e della crisi finanziaria senza più le tutele e le coperture del passato.

riforma pensioniIl Movimento 5 stelle nasce da qui, dalla rabbia e dalla sensazione di impotenza. E questa continua ad essere la sua spinta propulsiva.

Soltanto con il governo Renzi le cose sono cambiate e di molto. La BCE ha fornito la sua copertura illimitata contro la speculazione e l’Europa ha riconosciuto all’Italia ampi margini di flessibilità sul deficit. In questo modo è stata possibile una grande espansione della spesa pubblica a favore dei percettori di redditi medi e bassi e delle imprese e del lavoro (nella scuola stabilizzazione di 150mila precari). La crescita del Pil e aver tenuto in piedi in maniera egregia un governo dell’Italia che ha permesso di gestire anni difficili sono altri meriti del Pd, ma non avvertiti come tali o non riconosciuti. E così Berlusconi torna a godere delle simpatie di una parte degli italiani come se nulla fosse accaduto dal 1994 ad oggi. E il M5S continua ad essere destinatario di speranze che prescindono dalle pessime prove di governo rese nelle più importanti città amministrate dai cinque stelle. Lo scenario siciliano ci consegna quindi un possibile nuovo bipolarismo tra destre e M5S nel quale il centrosinistra e la sinistra potrebbero avere un ruolo marginale

Per chi vuole qui c’è molto da indagare e da capire

Claudio Lombardi

A chi fa paura Matteo Renzi?

C’è di che essere preoccupati. L’ennesimo passaggio a giornalisti “amici” ( o complici?) di intercettazioni coperte dal segreto conferma che tra una parte della magistratura, media e politica si è creata una strana collaborazione intorno ad un obiettivo ormai chiaro: screditare Matteo Renzi. Poiché non si è riusciti ad imputargli alcun reato si procede col metodo di tirarlo in ballo in qualsiasi modo. Non importa la sostanza di ciò che si sciorina di fronte all’opinione pubblica. Conta che il suo nome e quello delle persone a lui più vicine siano citati nell’ambito di inchieste nelle quali le condanne si pronunciano non appena vengono avviate.

intercettazioniTutto ciò non avviene per caso, ma ha dei registi i quali sanno benissimo che l’opinione pubblica ha la memoria corta e che una falsità diffusa a voce alta e ripetuta per un po’ di tempo lascia una traccia nella mente degli ascoltatori che diventa poi un pregiudizio che rimane. Ben pochi si curano di entrare nei dettagli e di seguire una vicenda giudiziaria che può benissimo rivelarsi una bufala cioè un qualcosa di inconsistente e immotivato. Ciò che conta ormai è poter strombazzare i nomi all’inizio ben sapendo che il seguito si perderà nell’indifferenza generale. Infatti gli stessi giornali che dedicano le prime pagine quasi nascondono gli esiti delle inchieste. Ciò che conta è lo “spettacolo”.

Qualcuno ricorda come è finita la vicenda di Tempa rossa che arrivò con uno straordinario tempismo in coincidenza con il referendum sulle trivellazioni? Ebbene è finita con un proscioglimento generale. Che poi un ministro del tutto innocente (Federica Guidi) si sia dimessa e abbia visto le sue relazioni personali messe in piazza dai soliti giornalisti che vivono di scandalismo non interessa a nessuno.

opinione pubblicaLa stranezza è che negli ultimi anni le inchieste dei PM hanno spesso seguito un andamento sintonizzato sulla fase politica. La storiella dell’obbligatorietà dell’azione penale è una favoletta perché non tutte le possibili azioni penali vengono avviate ed esiste, quindi, una discrezionalità nella scelta che insospettisce specialmente quando le inchieste si rivelano buonissime per riempire le prime pagine dei giornali ed incapaci di superare anche solo il primo vaglio giudiziario. Logico domandarsi: ma come lavorano questi PM? Forse bisognerebbe aggiungere: che obiettivo vogliono raggiungere? Semplice, vogliono partecipare alla lotta politica utilizzando i loro poteri. E un procuratore ha le inchieste per esprimersi. Che poi falliscano non conta, tanto lui non risponde delle sue azioni.

Ma non è questo il punto. Contro Renzi si è scatenato da un po’ di tempo un attacco che mira a demolirlo. Il 4 dicembre ha segnato una svolta nella tormentata vicenda politica italiana perché il tentativo di andare verso un modello istituzionale più razionale e più efficiente è stato battuto dalla coalizione di tutti quelli che volevano conservare l’esistente. No, non tanto gli elettori molti dei quali hanno votato per protesta perché dal governo Renzi si aspettavano molto di più. La campagna che ha raccolto tutte le opposizioni (più intellettuali e media) che non avevano nulla in comune tranne l’ostilità per Renzi non toccava le insoddisfazioni, ma le rendite di posizione di ciascuno. Per questo è stata tanto livorosa.

cambiamentoPer molti anni la parola d’ordine più popolare è stata quella del cambiamento. In suo nome sono stati sepolti i vecchi partiti, è stato cambiato il sistema elettorale a livello comunale, regionale e nazionale; in suo nome si è affermato il berlusconismo ed è nato il Movimento 5 Stelle; anche la nascita del Pd si inserisce in questa corrente.

Oggi non è più così e il tentativo più chiaro di questa fase è quello di tagliare le gambe a chi ha concepito e guidato il tentativo di trasformare sul serio l’assetto istituzionale dell’Italia cioè Matteo Renzi e il Pd.

Chi può avere interesse in un paese fragile e instabile come l’Italia a stroncare l’unico partito che ha un’idea di governo sia nazionale che europeo e che ha dimostrato di saper reggere anni difficili e tormentati alla guida del Paese? Certo non tutto è andato bene. Errori ne sono stati fatti, ma l’elezione di Macron avvia una fase diversa nel percorso dell’Europa e l’Italia ha tutto l’interesse a presentarsi con una guida sicura, capace e che dia stabilità. Perché proprio adesso si cerca l’affondo contro Renzi?

stabilità di governoQualcuno pensa che il M5S sia il soggetto giusto capace di assicurare questa guida? Oppure, dato che siamo tornati al proporzionale, ci sono componenti delle classi dirigenti che ritengono preferibile che non vi sia alcun partito in grado di avere un mandato pieno per governare il Paese?

Questa è la domanda di fondo che sorge dopo che è esploso il caso Boschi – de Bortoli. Anche qui c’è la stranezza di un “ricordino” tirato fuori non quando arrivò l’informazione, ma dopo anni. Intorno a questo “ricordino”  si è scatenata un’aggressione mediatica priva di alcuna giustificazione contro la Boschi. Il caso Banca Etruria è chiuso, i risparmiatori sono stati salvati e nessun Boschi ha avuto alcun vantaggio. E allora questo “ricordino” tirato fuori adesso è funzionale a quale obiettivo? Semplice: demolire una reputazione e un gruppo dirigente di governo e di partito con puri pettegolezzi privi di alcun valore.

È abbastanza evidente che non c’è alcun interesse ad impegnarsi in una battaglia politica sui temi concreti dell’Italia e dell’Europa. La calunnia, la maldicenza, la diffusione di pezzi di intercettazioni mirano al discredito, a seminare un’impressione negativa che possa portare via voti al Pd. Possibile che in così tanti lavorino per far vincere le prossime elezioni al M5S o c’è dell’altro?

Claudio Lombardi

La sinistra del PD che ha già perso

La sinistra del PD ha già perso. Anzi, non solo quella del PD, ma quella che si esprime in decine di fazioni, gruppi e gruppetti, ognuno geloso della propria specificità e ognuno reclamante un’unità negata nei fatti e un’aspirazione a considerare centrale il proprio punto di vista (un’eco della tradizione marxista – leninista con la classe operaia come classe generale e il partito come sua avanguardia o un tardo illuminismo degli intellettuali che possiedono le chiavi della storia?), la sinistra sta vivendo uno dei momenti più drammatici della sua storia.

lotta nel PdLe ultime vicende che stanno dividendo il PD indicano che il processo di frazionamento è ripartito alla grande stimolato dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha azzerato anni di tentativi di dotarsi di una legge elettorale diversa dal proporzionale. Ora che basta raggiungere il 3% dei voti (strano che la Corte non abbia considerato anche questo limite incostituzionale; dopotutto perché mai la volontà degli elettori deve essere limitata da una percentuale di voti?) ogni componente sa di poter ambire ad avere propri rappresentanti in Parlamento senza dover sottostare a discipline di partito e fastidiose regole di maggioranze e minoranze.

Ascoltando il dibattito che c’è stato nell’assemblea della minoranza del PD di ieri al teatro Vittoria a Roma balza in primo piano uno dei caratteri predominanti dell’incapacità delle sinistre di intervenire nel mondo così come è: l’inclinazione alla chiacchiera pomposa, drammatica, retorica, ma pur sempre chiacchiera con scarso riguardo per la concretezza.

speranza emiliano rossiChe altro può significare caricare i discorsi di ogni possibile drammaticità ed urgenza e poi proporre come propria somma rivendicazione dieci mesi di discussioni per arrivare ad un congresso il più tardi possibile? Questo è il limite che identifica una sinistra che vorrebbe misurarsi con la sfacciata comunicazione dei populismi di ogni latitudine che non perdono tempo in chiacchiere fumose, ma vanno dritti al cuore con proposte “scandalose”, ma chiare e concrete. Di fronte alla smisurata arroganza di chi non sente ragioni, ma dice l’indicibile (usciamo dall’euro, protezionismo economico, respingiamo i migranti, prima gli italiani ecc ecc) la sinistra ripropone il dibattito infinito e l’ascolto di tutti senza mai il coraggio di presentare una soluzione. Per esempio il buon Roberto Speranza dice che la riforma della scuola proprio non va e che bisogna ricominciare daccapo. Come e con quale finalità? Sedendosi attorno ad un tavolo ed ascoltando tutti e da lì trarre la soluzione. Straordinaria idea! Peccato che sia già stato fatto per anni e non solo prima dell’approvazione dell’ultima riforma. Forse proprio da un eccesso di ascolto dei soggetti forti ed organizzati della scuola (e delle migliaia di interessi individuali da questi rappresentati) sono derivati i guai che l’affliggono. Una forza politica che vuole governare deve sì ascoltare, ma soprattutto interpretare i bisogni di tutti i cittadini e poi decidere e realizzare. Ascoltare e basta, dibattere senza mai concludere sono i tratti tipici di una sinistra italiana inconcludente, confusa e, per questo, incapace.

matteo-renziForse ciò che colpì dell’esordio di Matteo Renzi fu la sua manifesta antipatia, la sua ostilità per la chiacchiera di sinistra e la sua inclinazione alla concretezza (anche se pure lui ci ha stufato con la retorica ottimista delle sue Leopolde). Per questo c’è stata la forzatura su temi cruciali da sempre ostaggio della retorica della discussione infinita. Jobs act, scuola, Costituzione sono solo alcuni esempi di una spinta a fare piuttosto che a dire mantenendo sempre fermo l’esistente. In Italia fare una qualsiasi scelta  mobilita sempre l’opposizione di chi si sente colpito perché è abituato allo status quo. Riprendiamo l’esempio della scuola. È vero o no che migliaia di insegnanti precari del sud preferivano rimanere tali, ma vicino a casa loro piuttosto che ottenere il posto fisso lontano? È vero ed è questo il motivo principale del fallimento della riforma perché quelle migliaia hanno magari preso il posto al nord e poi o non hanno preso servizio (malattie, legge 104 ed altro) o hanno subito chiesto il trasferimento al sud scatenando una girandola di supplenze.

declino-italiaOra consideriamo il mondo, la svolta protezionista negli Usa, il travaglio dell’Europa, le guerre che sconvolgono l’Islam, l’incertezza globale, lo stato dell’Europa rimasta in mezzo al guado, le mille fragilità dell’Italia che è il fanalino di coda fra i paesi europei. Possiamo pensare che tutto ciò si affronti con l’eterno dibattito che propongono le varie anime della sinistra? L’attitudine declamatoria della sinistra che vorrebbe far passare per proposte concrete semplici petizioni di principio ormai non serve più nemmeno a fare opposizione. In verità la distanza tra parole e fatti ha riguardato buona parte della politica che ha nutrito l’opinione pubblica di annunci e di retorica, ma poi i fatti hanno seguito la vecchia strada degli interessi corporativi.

A questa deriva non è sfuggito nemmeno Matteo Renzi e se non si mette in testa di cambiare approccio e linguaggio rischia di non apparire molto diverso dai suoi oppositori. Ma la sinistra (Renzi compreso) ha un problema tutto suo se vuole avere un futuro. Deve avere più lucidità, più concretezza, più decisione. Soprattutto deve avere il coraggio di dire e fare essendo coerente con il suo programma che non può tendere al “ripartire dagli ultimi”, ma a far ripartire lo sviluppo. L’Italia sta morendo di conservazione e i soldi per comprare il consenso e la pace sociale sono finiti. O i problemi si risolvono con un governo forte e autorevole o sennò passeranno gli altri. Per questo la sinistra del PD che vuole andare per conto suo ha già perso.

Claudio Lombardi

Dentro al mondo di centro sinistra: intervista a futuredem

ritorno al futuroQuel che avviene nel PD interessa tutti, non solo i suoi elettori perché è in gioco il rinnovamento degli indirizzi di governo e della cultura civile dell’Italia . Per questo abbiamo rivolto alcune domande a Giulio Del Balzo uno dei creatori di Futuredem associazione politico-culturale che si rivolge al mondo del centro sinistra.

 

 

Che succede nel Pd? Occupy Pd, FutureDem, OpenPd e altre ancora sono sigle dietro le quali c’è un fenomeno nuovo di mobilitazione dei militanti e degli elettori del Pd. Da dove nasce e cosa significa?

futuroSenza dubbio è diffusa la necessità di rinnovare la politica e l’organizzazione della realtà che rappresenta le idee in cui molti di noi si riconoscono: il Partito Democratico. Questa è la motivazione di fondo su cui si sono formati diversi gruppi di persone che hanno assunto come nome le diverse sigle che tu citi. Diverse le sigle e diversi, ma su una spinta comune, anche i fini e le dinamiche.

Noi Futuredem (www.futuredem.it) siamo nati a febbraio, in piena campagna elettorale; sentivamo la necessità di creare un network di giovani che potesse rispondere alle esigenze della nostra generazione e di questo nuovo millennio. Con l’esperienza delle primarie, infatti, abbiamo conosciuto in tutta Italia moltissimi ragazzi che si sono impegnati per portare avanti la visione di centrosinistra proposta da Matteo Renzi: più innovativa, rivolta al futuro e capace di risolvere i problemi della società in un’ ottica contemporanea. Siamo stanchi del solito approccio sindacale anni “70”, autoreferenziale, pedagogico e passatista, fortemente inquadrato, dedito esclusivamente al “Partito” e ai propri superiori su un modello piramidale;  purtroppo questo approccio è ancora una  delle componenti culturali (e comportamentali) più influenti e pesanti all’interno del Partito. Non ci piace nemmeno che tutto venga diviso in categorie: studente, operaio, borghese, disoccupato, giovane, vecchio, di destra, di sinistra. Per esempio, Matteo Renzi è stato definito di destra. Con questo aggettivo, ormai vuoto, una proposta politica precisa è stata accantonata senza neanche essere valutata nel merito e con essa anche molti sostenitori che non sono iscritti al PD. L’atteggiamento dominante è stato di rifiuto e la dirigenza del Partito Democratico ha ignorato l’importanza di questo patrimonio umano, sociale e politico.

direzioni diverseCome ci racconta Zigmun Bauhman, viviamo in una società liquida, dove le persone e gli organismi possono interpretare più ruoli allo stesso tempo: noi abbiamo voluto agire in maniera trasversale al Partito Democratico e alla società civile e, perciò, abbiamo costituito questa rete liberal, che, ora, è anche diventata ufficialmente un’associazione politico-culturale e svolge un interessante attività di laboratorio di idee, sul modello dei think tank americani. Vogliamo dimostrare che, per far vivere un modello di politica, non serve vincere a un congresso o fare un’OPA sul partito tesserando a iosa: basta un gruppo di individui che, liberamente, decidono di organizzarsi e collaborare.

La politica italiana è nel pieno di una doppia crisi: di rappresentanza innanzitutto perché troppi cittadini non si riconoscono più nelle formazioni politiche che si presentano alle elezioni e poi di efficacia perché l’Italia è governata male, i gruppi di potere hanno spadroneggiato per tanti anni alla faccia degli interessi generali e l’ultimo Parlamento non è nemmeno riuscito ad eleggere un nuovo Presidente della Repubblica. In questo quadro la crisi del Pd e la sua soluzione conta qualcosa per gli italiani? Insomma il Pd è un problema o una speranza?

sognoLa crisi del PD è dovuta, soprattutto, all’assenza di un’adeguata trasparenza e di adeguati strumenti di ricambio politico e generazionale. Centinaia di persone, infatti, in un modo o nell’altro, sopravvivono economicamente grazie al PD. Funzionari di Partito (il PD ha 300 dipendenti, 180 a tempo indeterminato), collaboratori parlamentari, politici di professione, non possono fare politica in maniera disinteressata, perché dalla dirigenza del PD dipenderà, per certi aspetti, anche il loro posto di lavoro. Al nostro Paese servono politici disinteressati al proprio tornaconto (lavoro, carriera, status sociale) personale e che, una volta terminato il mandato, possano tornare a svolgere il proprio impiego. Sarà molto difficile estirpare la radice di questa mentalità, perché, ad esempio, Massimo D’Alema, che ha sempre vissuto solo di politica da quando aveva 20 anni, è ancora amato da molti giovani democratici.

Penso, quindi, che se il PD riuscirà a purificare sé stesso, i suoi nuovi dirigenti potranno avere la forza di rinnovare anche l’Italia. Il Partito, nonostante tutto, è una grande speranza per il Paese perché è l’unico partito forte, non personalistico, dotato di una spinta riformista e di ottimi amministratori locali.

giovani e lavoroUltima domanda: in cosa devono credere i giovani? Basta avere un leader o ci vuole un cambiamento più radicale?

Noi giovani dobbiamo credere in noi stessi e, ogni giorno, rispondere alla domanda: cosa posso fare io per intervenire sulla realtà circostante? Compiuto questo passaggio, tutto il resto diventa quasi spontaneo. Ha poco senso credere in qualcun altro o in un’ideologia che ci viene propinata, se prima non ci concentriamo sulla costruzione della nostra forza interiore che può anche diventare una potenza esplosiva e rivoluzionaria.

Penso che le due opzioni proposte non si escludano a vicenda. Per un cambiamento radicale è necessario un leader che riesca a incarnare la visione delle persone che lo votano e lo sostengono e che, allo stesso tempo, sappia conciliare e parlare a tutti. Il cambiamento, inoltre, è endogeno, non viene dall’esterno. Perciò, senza leader (cioè persone che influenzano le altre con la forza delle proprie idee), non è possibile alcun cambiamento. Il leader, naturalmente, non deve mai dimenticarsi delle motivazioni per le quali gli altri gli hanno affidato tale ruolo, perché, altrimenti, non ci condurrebbe ad alcun cambiamento ma ad un mero mantenimento dello status quo.

(intervista a cura di C.L.)