Partecipare con una lista civica? Cittadini in movimento a Roma (di Roberto Marino)

Si corre verso le elezioni per il sindaco di Roma nella più assoluta confusione, tra annunci di candidature improbabili e in attesa di una ridefinizione del quadro politico nazionale. Venuta meno la candidatura di Zingaretti, il centrosinistra procede in ordine sparso; il partito democratico ripropone  a livello locale i mal di pancia e le divisioni che lo attraversano, in conseguenza della vicenda delle primarie. Il centrodestra appare stordito, timoroso di una sconfitta che sembra sicura, dopo la disastrosa gestione Alemanno, e con un occhio alla possibile scomposizione del Pdl. Il centro cattolico attende le mosse del nuovo soggetto politico benedetto da Montezemolo; una lista arancione nazionale nuova di zecca ha gemmato a Roma una lista che sostiene Sandro Medici; Emma Bonino annuncia una sua possibile candidatura; la “notte bianca della buona politica” lancia una lista civica dietro cui si riconosce Confcommercio.

Ha senso, in questa situazione, e a fronte di un dilagante rifiuto della politica, pensare a una nuova lista civica?

No, per chi giudica definitivamente fallito l’attuale sistema di democrazia rappresentativa.

No, per chi sostiene la teoria del “voto utile” e teme la dispersione del voto di sinistra.

No, per chi ritiene, pragmaticamente, che non ci sia più il tempo per organizzarsi, e lanciare un programma e un candidato credibili, con qualche possibilità di successo.

Eppure. Roma contiene una grande varietà e ricchezza di esperienze e di lotte, che devono poter influire sulle decisioni del governo cittadino. I sondaggi e il caso recente delle elezioni siciliane, dicono di un’astensione crescente ma non irrecuperabile. Si avverte un desiderio di cambiamento, che ha bisogno di occasioni e di strumenti per esprimersi: vedi su questo il bell’articolo di Paolo Andreozzi di qualche giorno fa (http://www.civicolab.it/?p=3246), che ragiona sulle potenzialità di un elettorato progressista, pronto a mobilitarsi su situazioni concrete (ad esempio il referendum sull’acqua), anche se restio ad un impegno più duraturo.

La strada giusta è certo quella di connettere le tante realtà cittadine, associazioni e movimenti, e le esperienze che esse esprimono, di lotta, di solidarietà e di democrazia partecipata; e serve una riflessione collettiva sulle possibili vie di uscita dall’insopportabile situazione in cui si trovano la città e l’Italia intera. Una strada lunga e difficile, il cui punto di arrivo non è sicuro, e che merita tuttavia di essere cominciata, con umiltà e pazienza. Ma intanto, vale la pena rinunciare ad essere in qualche modo presenti, nei prossimi cinque anni, nel governo della città?

daZero chiama cittadini e associazioni a riflettere su questo, in un’assemblea sabato prossimo 24 novembre, presso la facoltà di architettura di Roma Tre, a Testaccio, Largo Giovanni Battista Marzi 10, alle ore 10.

daZero è un’associazione di cittadini che da un anno e mezzo si interroga su un nuovo modello di società e di città, e che ha affidato la sua riflessione a un documento (si chiama “la città che saremo” e si trova su www.dazero.org ), che mette ora a disposizione di un percorso comune, con la volontà dichiarata di costituire una lista civica per le elezioni del sindaco di Roma. Lo fa con altri cittadini e altri pezzi della società civile (a cominciare dai sottoscrittori dell’appello “la Roma che vogliamo”), convinti di poche cose ma chiare:

–          che l’onestà e il rispetto delle regole possono essere, nella situazione attuale, addirittura rivoluzionari;

–          che devono trovarsi semplici ma efficaci forme di controllo popolare sull’operato dell’amministrazione, tali da ristabilire un corretto rapporto tra elettori ed eletti;

–          che dalla crisi si esce con un modello nuovo di sviluppo e di convivenza, più attento alle relazioni che alla produzione di profitto;

–          che si deve ripensare lo sviluppo urbanistico della città, e rinunciare al patto scellerato tra amministrazione e costruttori che ha caratterizzato l’ultimo decennio;

–          che Roma merita di recuperare e rafforzare la sua vocazione culturale e la sua tradizione di tolleranza e solidarietà;

–          che queste cose – purtroppo! – non hanno possibilità di realizzarsi dentro ai partiti (e alle liste civetta che li affiancheranno);

–          che il lavoro comune intorno ad una lista civica può aiutare lo sforzo di aggregazione delle realtà e dei movimenti presenti a Roma, e dare un valore aggiunto alle loro proposte e alle loro vertenze, troppo spesso confinate in ambiti ristretti, per settore o per territorio.

Vale la pena di provarci? Io dico di sì

                                                                  Roberto Marino

L’amor patrio non basta, serve un partito dei cittadini (di Michele Serra, dal Venerdi di Repubblica)

Le risorgenze “nazionaliste”, in varie forme, sono senza dubbio uno degli aspetti più nuovi e più inattesi di questo momento italiano.

Me ne sento partecipe, e, in minuscola parte, anche artefice, perché porto al bavero il distintivo del centocinquantenario. Lo porterò per tutto il 2011 e, quando lo scrissi su Repubblica, un paio di mesi fa, mi arrivarono moltissimi messaggi di adesione e di consenso, soprattutto dal Nord.

Si capiva che l’aria era quella, che milioni di italiani vogliono tornare a sentirsi “padroni in casa loro” dopo vent’anni di vento leghista, localista, secessionista.

Ma, questa diffusa esigenza di identità e di comunità, rischia di essere un contenitore vuoto se non genera politica, se rimane un “bel gesto” buono per rinfrancare lo spirito, non per incidere nella dura realtà.

Lo spirito patrio è un ingrediente sano, ma generico, come una farina che nessuno sa come impastare e come condire.

Può anche diventare tifo becero o stupida estasi per masse docili.

Ma se lievita, lo spirito patrio può diventare spirito di con cittadinanza, che è qualcosa di più concreto e più evoluto.

Avessi la bacchetta magica, trasformerei la galassia rissosa e inconcludente delle opposizioni in un grande Partito dei Cittadini dal quale far ripartire la politica e la speranza di voltare pagina.

“Cittadini” è molto di più e molto meglio di “popolo”, indica una moltitudine di individui coscienti dei propri diritti e doveri piuttosto che un gregge manipolabile e plaudente.

Tutte le bandiere tricolori nacquero sull’onda della trinità rivoluzionaria Libertà, Uguaglianza, Fraternità.

Se, quando sventoliamo o mostriamo la bandiera ce ne ricordassimo, il gesto si riempirebbe di ulteriore significato: il significato più antico del tricolore, quello dell’Europa che diventa moderna, è anche il più nuovo.

Michele Serra (tratto dal Venerdi di Repubblica del 4 marzo 2011)

La legalità dei cittadini e la lotta alle mafie (di Adriano Amadei)

“Quando voi venite nelle nostre scuole a parlare di legalità e giustizia, i nostri ragazzi vi ascoltano e vi seguono. Ma quando questi ragazzi diventano maggiorenni e cercano un lavoro, una casa, assistenza economica e sanitaria, a chi trovano? A voi o a noi?”

Nelle parole del boss Pietro Aglieri  (u signurino) – citate da”I dieci passi” di Flavio Tranquillo e Mario Conte – abbiamo un illuminante compendio. Infatti, il boss appare disposto ad ammettere che la legalità – ma intesa come? – comunicata ai giovani, abbia un’attrazione, in sé, e, forse, ancora di più in certe situazioni di degrado, che noi potremmo definire “totale”. Ma vuole anche insegnarci che le “belle teorie” tramontano, quando non hanno una coerenza pratica, mentre intende insinuare che la vera soluzione dei problemi sono … loro, i delinquenti mafiosi.

Tale dichiarazione deve essere attentamente considerata perché ci parla della pervasività delle realtà mafiose e del fatto che nessuna (pur doverosa e indispensabile) repressione per quanto vasta – da sola: e cioè, senza essere accompagnata da sistemiche misure economiche e culturali – è mai riuscita, né riuscirebbe a debellare la mala pianta: né la repressione di Cesare Mori (1925-28), né quella, a cavallo degli anni ’90, ascrivibile a Falcone e Borsellino.

È naturale, quindi, domandarsi cosa sia la legalità.

Legalità – per me – si sostanzia di quei principi che, presenti e attivi nelle coscienze dei cittadini, hanno  informato la nostra legge fondamentale ed orientano (o dovrebbero orientare) norme ordinarie, che, praticate e fatte osservare da legittime e riconosciute istituzioni, concorrono ad una civile, rispettosa e ordinata convivenza. Lo dice con una bella immagine Pietro Grasso:  “Legalità è la forza dei deboli, delle vittime dei soprusi e delle violenze dei ricatti del potere.” E aggiunge che  “La mafia è eclissi di legalità.”

La “convivenza di tipo mafioso”, in cui – indipendentemente da manifestazioni di volontà – sono coinvolti, in qualche modo, anche i non mafiosi (non fosse altro che per vivere nei territori dove le mafie spadroneggiano), nega radicalmente la legalità.

Tale negazione non compromette apparentemente, né norme, né tantomeno le istituzioni, quanto piuttosto tende a svuotare le norme e ad adeguarle agli interessi mafiosi; a condizionare ed occupare le istituzioni. Infatti, “Non possiamo fare la guerra allo Stato, con lo Stato dobbiamo convivere.”: così, catechizzava Gaetano Badalamenti, uno dei capi storici della mafia siciliana, prima dell’avvento dei corleonesi.

E Giovanni Falcone sosteneva: “Cosa nostra non è un antistato … La mafia si alimenta dello Stato e adatta il proprio comportamento al suo.

Silvestro Montanaro e Sandro Ruotolo (1995) spiegano che la penetrazione delle mafie nello Stato si estrinseca in “ … una politica di infiltrazione occulta ed orizzontale nei segmenti vitali del tessuto politico-istituzionale mediante la costruzione di una rete di complessi e variegati rapporti, ora di collusione, ora di cointeressenza, con esponenti della politica e delle Istituzioni.

E, si deve aggiungere, il clientelismo rappresenta il varco, mentre la corruzione ne costituisce il prosieguo ed il brodo di coltura.

Che in tanti se ne rendano conto è confermato dal dato calcolato dal Rapporto Censis 2010 che stima nel 26,2% la parte degli italiani che ritiene possibile lo sviluppo del paese solo passando dalla lotta alla corruzione.

Il motivo è ovvio: le mafie uccidono la concorrenza e sottomettono tutti ad uno stesso regime di comando piegando qualsiasi attività ai loro propri interessi. Che non sono mai di sviluppo, ma di sfruttamento forsennato di tutto e di tutti. Valga, per tutti, l’esempio della Campania il cui territorio è stato trasformato in una discarica velenosa con conseguenze sulla vita e sulle attività economiche.

Come combattere le mafie? Il grande scrittore siciliano Gesualdo Bufalino diceva che, per combattere la mafia, era necessario un esercito di insegnanti. Ma non basta.

Diceva Pietro Grasso, nel suo “Per non morire di mafia” (2009):

“L’antimafia diretta alla repressione della criminalità mafiosa deve essere accompagnata dall’antimafia della politica e del mercato, dall’efficienza della pubblica amministrazione, dal buon funzionamento della scuola.”

E aggiunge:

“Le istituzioni e la società civile devono fare un salto di qualità … Il problema è unire valori e interessi, unire la lotta alla mafia a un progetto di sviluppo economico, rafforzando l’economia legale, e a un progetto di partecipazione democratica.”

“I processi di liberazione non avvengono attraverso la delega a un liberatore ma attraverso un impegno corale, quotidiano.”

È quello che può fare qualunque cittadino, sia singolarmente conducendo la propria vita con onestà e impegno, sia unendosi ad altri per svolgere attività che si prendano cura dei beni comuni e dell’interesse generale, sia rivendicando che la politica torni ad essere cura della collettività e dello Stato e che sia affidata ai migliori e non agli affaristi e ai profittatori.

Adriano Amadei segretario Cittadinanzattiva Toscana

La crisi politica, i teppisti e i problemi degli italiani (di Claudio Lombardi)

“Presidente  Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?

«Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo.
Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all`opposizione non c`è il granitico Pci ma l`evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».

Quali fatti dovrebbero seguire?

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».

Ossia?

«In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…».

Gli universitari, invece?

«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».

Dopo di che?

«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».

Dall’intervista a Francesco Cossiga del 23 ottobre 2008 rilasciata a GIORNO/RESTO/NAZIONE

Non rientra fra i compiti che civicolab si è assunto intervenire sulle vicende che riguardano i partiti. Ma una crisi di Governo e le azioni che compiono le istituzioni che tutte insieme si chiamano “politica” sì che ci riguardano. In primo luogo perché ci toccano come cittadini e poi perché non vi è separazione o, meglio, non vi dovrebbe essere separazione fra Stato in tutte le sue articolazioni e società in tutte le sue espressioni. Nessuno può dire “non mi riguarda” “sono cose dei politici, io non le voglio sapere” perché la politica condiziona direttamente le nostre vite.

Abbiamo voluto premettere brani di una delle ultime interviste di Cossiga perché ciò che è accaduto ieri a Roma era già accaduto nel passato. Con un tempismo illuminante ogni volta che si scatena una crisi politica che minaccia di mettere in discussione la conservazione degli assetti di potere esistenti e ogni volta che a questa si accompagna la debolezza di proposte alternative o la confusione di chi o fra chi si oppone, ogni volta si scatena la violenza teppistica o terroristica che trascina movimenti di protesta nati per ragioni vere, ma disorientati.

È una constatazione che avvilisce chi ancora crede che la democrazia possa e debba sopportare crisi e tensioni, ma senza superare il limite che mette in discussione il principio stesso sul quale si basa: la ricerca e l’organizzazione del consenso. Se lo si fa ci si mette fuori dalle regole della democrazia e, ammesso e non concesso che si sia in buona fede e non agenti provocatori come quelli evocati da Cossiga, si tenta semplicemente di imporsi con la violenza a tutti gli altri. Metodo praticato da qualunque genere di teppisti.

Detto questo ciò che preoccupa è la capacità di un Governo che ha perso gran parte della sua maggioranza, ridotta ormai a pochi voti di scarto, a far fronte ai problemi del Paese.

La ricostruzione de L’Aquila, il rilancio delle attività economiche basandosi di più sulla ricerca di nuovi prodotti e tecnologie, lo sviluppo dei settori culturale e paesaggistico che sono alla base del turismo (dall’estero e interno) risorsa inesauribile dell’Italia, il rafforzamento della formazione, da quella scolastica a quella universitaria e specialistica aperte a tutti e basate sul sistema pubblico, l’efficienza degli apparati dello Stato (e regionali e locali), l’efficienza dei servizi pubblici indispensabili alla vita della società (rifiuti, acqua, mobilità ecc), un servizio sanitario e un’assistenza sociali dopo sprechi e ruberie siano sconfitti in nome di prestazioni efficaci e di qualità, una giustizia che risolva rapidamente ogni tipo di controversia e che sia alla base della legalità, la lotta alle mafie a partire da quelle che operano nei settori economico-finanziari, il contrasto alla corruzione e a chi sfascia lo Stato rubandone le risorse.

Questi e altri sarebbero i punti di un programma di governo che governi nell’interesse dei cittadini. Quest’interesse non si chiama destra, sinistra, centro, ma rimanda al rapporto tra Stato e società che non può non essere basato sul rispetto di regole e sulla costruzione di condizioni migliori di vita per tutti. Se, invece, si vuole privilegiare una parte a scapito dell’altra o fare l’interesse di pochi a spese di quello degli altri, allora si usa lo Stato per i propri affari e lo si indebolisce.

Se tutti i cittadini sapessero valutare, giudicare e agire in base a questi principi non ci sarebbe spazio per leggi elettorali che non consentono di scegliere le persone, per la compravendita di parlamentari, per i corrotti, per i ladri e i malfattori che alloggiano tranquillamente in troppe stanze del potere e con le loro azioni sgretolano le istituzioni e impoveriscono il Paese.

La risposta giusta si chiama cittadinanza attiva che si organizza in associazioni, comitati, gruppi e che assume su di sé la cura degli interessi generali. Se poi anche qualche organizzazione di partito volesse farlo distogliendosi un po’ dalla lotta per il potere sarebbe la benvenuta.

Claudio Lombardi