Le baby gang e noi

La presenza e le azioni delle baby gang suscitano riflessioni e pongono problemi ai quali è difficile trovare risposta. Seguiamo i pensieri della mamma di Arturo accoltellato poche settimane fa espressi in una lettera pubblicata da Il Mattino e di Paolo Macry docente dell’Università di Napoli che è intervenuto sullo stesso quotidiano. Scrive Maria Luisa Iavarone: “Che messaggio diamo quando lasciamo tornare a casa, con una semplice denuncia, un gruppo di ragazzi che a calci e pugni hanno spappolato la milza a un loro coetaneo? (….) La risposta che a tale quesito può dare ciascuno di noi mi pare in stretta relazione con la violenza cieca e inaccettabile che ha colpito mio figlio, Arturo, e l’incertezza, l’omertà, le ambiguità che la circondano”. La lettera prosegue denunciando gli inviti a tacere che vengono rivolti dalle famiglie ai loro figli aggressori; silenzio che si estende agli amici e al quartiere e che arriva a manifestarsi come una “coltre di complicità” che “vince sulla verità”. La madre di Arturo ipotizza che “la risposta delle istituzioni e il messaggio che la società civile manda a quella degli incivili non sono sufficientemente chiari e forti come dovrebbero essere”.

Nella lettera si comprendono le ragioni giuridiche che hanno portato ad una semplice denuncia “ma se pure queste valutazioni sono formalmente inattaccabili, mi chiedo che strumenti abbiamo, noi come cittadini e come istituzioni, per fermare una deriva che sta brutalizzando la vita della terza città italiana e che espone le famiglie a una condizione psicologica di terrore per i propri figli, che suggerisce pensieri di fuga, che alimenta la paura e il sospetto”.

Maria Luisa Iavarone prosegue affermando che i ragazzi violenti “sono prima di tutto dei «senza famiglia», sono cioè figli di una frattura verticale della dimensione primaria in cui si forma l’educazione alla vita e alla socialità, sono figli di una confusione tra diritti e doveri. Vivono in una eclissi di genitorialità che li fa annaspare ciecamente in un mondo senza adulti significativi che produce in loro una assenza totale del principio di autorità e che diventa senso onnipotente dell’impunità se, dopo la famiglia, anche la società e le istituzioni rinunciano a una sanzione adeguatamente severa di fronte a comportamenti devianti così gravi (…..) credo che la legalità e la civiltà vincono se si dimostrano credibili e autorevoli”.

Per Paolo Macry Napoli somiglia ad un laboratorio nel quale si sta costruendo uno specifico modello di violenza impensabile altrove. Apparentemente ciò che accade oggi tocca i rapporti tra città borghese e città popolare con lo scontro tra chi ha e chi non ha. In sintesi: periferie contro centro. Ma c’è una specificità di Napoli (debolezza della condizione familiare, alta evasione scolastica, pervasività delle reti criminali). E soprattutto “se la pressione delle periferie violente appare così efficace e diffusa, è anche perché Napoli non fa resistenza, non oppone una cultura della legalità, non difende i valori della convivenza, non reagisce. Anzi, accetta, appare rassegnata, asseconda”.

“A Napoli, anche tra i palazzi settecenteschi di Chiaia, nelle strade umbertine del Vomero, nelle colline panoramiche del sacco edilizio, mille pratiche di violenza si manifestano quotidianamente. Accettate in modo supino o sollecitate o direttamente messe in atto dalla cosiddetta società civile. E basti citare una lunghissima storia di prevaricazioni di piazza, il vandalismo dei disoccupati organizzati (…), le aggressioni ai conducenti di bus, la militarizzazione dei marciapiedi da parte dei guardamacchine, perfino l’aggressività dei lavavetri. Oppure quell’altro capitolo di violenza subliminale e collettiva che è il traffico automobilistico, i sorpassi killer, le vetture parcheggiate che bloccano intere strade, l’urlo dei clacson in fila, l’unanime dimenticanza del diritto alla vita di pedoni, anziani, donne con le carrozzine. O ancora la violenza sistematica del microabusivismo edilizio, delle infinite superfetazioni. O l’invasione proterva dei rifiuti dovunque capita. È un’intera città che mostra ormai assoluta consuetudine con il linguaggio della forza fisica, con la brutalità di chi calpesta lo spazio altrui, con il feroce individualismo che disprezza i diritti”.

In questo quadro disperante c’è però un segnale che va colto. Nelle interviste, nei cartelli esposti nelle manifestazioni dei giovani contro la violenza così come nella lettera della madre di Arturo si leva un appello perché lo Stato intervenga e faccia sentire la sua presenza. È un intervento che non può che avere due facce: ripresa del controllo del territorio perché la sensazione dell’impunità scatena gli istinti più feroci; risanamento ed educazione, servizi e investimenti perché la vera scommessa è combattere le radici e le condizioni della violenza

C.L.

E dei “London riots” nessuno parlò più (di Anna Rita Cosso)

Sono passate poche settimane dall’esplosione dei “fuochi di Londra” e, ormai, nessuno ne parla più. Al di là di quello che si sta facendo di concreto nel Regno Unito penso che la questione non sia confinabile ad una città e ad una nazione. Per questo propongo una riflessione che va oltre e che interessa anche noi in Italia.

Partecipo dal 2010 ad un progetto europeo che si chiama IGIV  (Linee Guida per un lavoro intersezionale di prevenzione della violenza giovanile) www.intersect-violence.eu.

Il progetto si occupa di prevenzione della violenza giovanile con un approccio integrato e multifattoriale: cosa vuol dire, in concreto? Che noi siamo abituati a segmentare i problemi: da una parte la violenza negli stadi, dall’altra il bullismo, in un altro settore e con altri specialisti la violenza di genere, capitolo a parte per l’omofobia,  sezione speciale per le baby gang, il vandalismo  e così via. Questo vuol dire  affrontare il tema della violenza con un approccio settoriale e  iperspecialistico.

Il progetto  della Commissione europea IGIV (che è un progetto Grundvitg e pertanto si occupa della formazione dei docenti e degli operatori sociali, come anche degli allenatori e dei leader di gruppi giovanili) si propone di affrontare tutti questi argomenti con un approccio integrato e intersezionale. Chi sono i giovani  violenti? Dove sono nati? Di che colore hanno la pelle? Sono maschi o femmine? A quale comunità appartengono? Sono nati in questo paese ? Hanno studiato? Hanno lavoro?  Che prospettive di vita hanno? Come si percepiscono nella scala sociale? Questo è l’approccio che in Europa si definisce “intersezionale” (approccio ahimè in Italia molto poco conosciuto e con bibliografia pari a 0): avere consapevolezza delle posizioni di dominanza sociale presenti nella società e da cui muovono sia i giovani sia coloro che si relazionano con i giovani in un’azione educativa.

Questa lunga premessa per dire  che nei primi giorni di agosto l’esplosione dei tumulti tra i giovani londinesi mi ha molto colpito, con tutto il seguito di analisi sociologiche, interventi dei politici, le disquisizioni sul ruolo dei media e dei social network. Mi ha colpito che tutto ciò partisse dai  quartieri degradati della grande Londra multietnica e multiculturale.

Mi ha poi anche molto colpito come, una volta avuto successo l’ inevitabile azione repressiva del governo Cameron, il tema sia scomparso dai media (anche se molto più lentamente dai social network che hanno continuato a discuterne in forum di grande intensità). Certamente non si può negare che quello che abbiamo visto nei tre giorni dei London Riots sia stato un movimento di protesta degenerato presto in teppismo e sciacallaggio, ma certamente non sono tra coloro che credono  che si possa semplicemente derubricare quanto accaduto  come “criminalità”.

Il problema è ovviamente quello di capire più a fondo le dinamiche di questo mondo giovanile (non solo a Londra ma nell’intera Europa) :  che cosa vuol dire essere oggi in una capitale europea una donna giovane, single, senza lavoro, magari con figli? Che prospettive ha un giovane bianco, figlio di alcolisti, che ha interrotto gli studi? Ed uno  di colore?

Abbiamo esaltato la primavera araba che cresceva su Facebook e Twitter: ma abbiamo anche ascoltato i leader del governo inglese dire che  se i London Riots si dovessero ripetere, bisognerebbe bloccare i social network!

I media di tutto il mondo si sono molto soffermati sui furti di iPad e borse firmate. Ma si può davvero gridare allo scandalo per questo? Il mondo occidentale  oggi non ha come simboli gli iPad e le borse firmate? Non è certo demonizzando un movimento che si esorcizzano i problemi del mondo giovanile e del potenziale di aggressività e di violenza che esso porta con sé.

C’è differenza tra il giustificazionismo degli anni ’70 e un approccio integrato al tema della violenza. Ci sono molteplici segnali d’allarme da affrontare con più scuola, più servizi, più prospettive, più protagonismo per i giovani. E soprattutto  lavoro.  Tutto il contrario dello scenario che si delinea in Europa ogni giorno di più.

Sentivamo in questi giorni l’ISTAT dirci che oltre un quarto dei nostri giovani sono senza lavoro e tanti tra questi neppure lo cercano più: e noi in Italia non abbiamo nessun sussidio per i nostri giovani! Segnalo un forum italiano dove questi giovani inglesi venivano definiti “fortunati”  in quanto, almeno loro, godono di un sussidio pubblico da 350 sterline al mese (i giovani italiani li definivano  “fancazzisti”, modo senz’altro più pittoresco ed efficace di dire “nullafacenti”).

Il quarantenne Sindaco di Perugia Vladimiro Boccali mi diceva, durante un’intervista fatta proprio nell’ambito del progetto IGIV : “Io ritengo che l’inafferrabilità del futuro dei giovani incida moltissimo sulla loro visione e sul modo di relazionarsi. Abbiamo di fronte generazioni profondamente insicure. Per i quarantenni di oggi aveva ancora un senso parlare di ascensore sociale, vale a dire di possibilità di miglioramento delle proprie condizioni sociali di partenza…. Lungi da me giustificare i comportamenti violenti, ma è evidente che in questo modo si è preparato un contesto. Se non dai protagonismo e non dai futuro, che cosa ti devi aspettare? Se tutto il sistema pubblico e privato, si basa sullo sfruttamento del lavoro e sul precariato, che cosa ti puoi  aspettare? Una recente indagine della Banca d’Italia sui giovani tra i 24 e i 35 anni ha presentato un quadro allarmante sul livello di disoccupazione. Non c’è quasi più lavoro a tempo indeterminato e sotto la voce tempo determinato ci sono le forme più assurde di precariato. “

E’ vero, la televisione ha messo molto in risalto la contrapposizione tra i giovani che distruggevano  e i giovani che pulivano il giorno dopo (c’erano anche in Egitto, ma all’interno dello stesso movimento di protesta, ovviamente). Questo non meraviglia: ci sono diversi modi di vivere e di integrarsi ( o non integrarsi) in una società. Sicuramente i giovani che pulivano le strade e si mettevano a difendere gli i esercizi commerciali del proprio quartiere avranno avuto alle spalle una comunità più coesa e un’identità culturale più forte, ma sono comunque diverse facce di una stessa medaglia. Quella  di un  mondo giovanile  che stranamente proprio le nostre generazioni sembrano  non riuscire proprio più   a capire.

Concludo con queste parole ,  lette in un forum:

“Piaccia o non piaccia agli amici di destra, una politica che non si assume la responsabilità di attenuare le diseguaglianze sociali… di creare opportunità per le future generazioni… che taglia le spese sociali, espone ciclicamente la collettività a disordini, tumulti, saccheggi.

La repressione poliziesca non potrà mai sostituire il compito proprio della politica di affrontare il declino economico e il degrado sociale di una generazione che appare sempre più abbandonata a sé stessa.”

Anna Rita Cosso