L’ISLAMOFOBIA non esiste, la svolta del PD sì
Fine anni Settanta, Iran. I fondamentalisti islamici coniano il termine “islamofobia” sul modello di “xenofobia”. Lo scopo è chirurgico: rendere l’Islam inviolabile. Chi lo critica è malato. Non ha un’opinione. Ha una patologia. Il filosofo francese Pascal Bruckner la definisce una formula degna della propaganda totalitaria. Un ex islamista americano, Abdur-Rahman Muhammad, ha dichiarato di essere stato presente alla riunione in cui la Fratellanza Musulmana decise di copiare il modello “omofobia” per zittire chiunque osasse fiatare.
Il premier francese Valls, dopo la strage di Charlie Hebdo, rifiutò pubblicamente di usare quella parola perché, disse, è un’arma degli apologeti dell’Islam radicale. Salman Rushdie, lo scrittore di Versetti Satanici che di fatwa se ne intende, la chiuse in una frase: “L’islamofobia è stata creata per aiutare i ciechi a restare ciechi.”
L’Islam non è una razza. È una religione e un sistema giuridico-politico. Criticarlo è un diritto esattamente come criticare il cattolicesimo, il comunismo o il liberismo. Nessuno è mai stato chiamato “cristianofobo” per aver attaccato il Vaticano. Ma se tocchi l’Islam sei un fobico. Non un cittadino che ragiona. Un malato da rieducare. E non è finita. In Italia qualcuno vuole trasformare quel bavaglio in manette. La proposta di legge 1082 depositata alla Camera inserisce l’islamofobia tra le condotte da perseguire penalmente, modificando l’articolo 604-bis del codice penale. La proposta di legge 243 prevede il contrasto dell’islamofobia con tanto di piattaforma RAI in lingua araba. La Boldrini spinse pubblicamente per codificare sanzioni penali e civili per chiunque critichi l’Islam. Non bastava la parola per zittirti. Vogliono la galera.
La prossima volta che qualcuno lancia la parola “islamofobia” per chiudere un dibattito, vale la pena di ricordargli chi l’ha fabbricata e perché. Gli stessi che in Iran usarono la sinistra per prendere il potere e poi la sterminarono. Gli stessi che oggi impiccano le donne per un ciuffo di capelli fuori dal velo e lanciano gli omosessuali dai tetti. Il PD quel termine lo usa come scudo. Lo ripete come un mantra. È il Pifferaio del terzo millennio. La sinistra lo segue e si sa come finisce la fiaba.
Ed ecco la svolta.

IN NOME DI ALLAH, il Clemente, il Misericordioso. VOTA PD. Non è satira. Non è un esperimento sociale. È un volantino elettorale. Stampato, distribuito e pubblicato sui social da due candidati bengalesi del Partito democratico di Marghera, per le comunali veneziane del 24 e 25 maggio 2026.
L’invocazione ad Allah in apertura. Il saluto islamico subito dopo. Il testo in bengalese. L’italiano ridotto a tre parole: “Vota PD” e “Municipalità”. I candidati si chiamano Ardul e Sumiya Begum. Lei in hijab. L’obiettivo dichiarato: la moschea a Mestre.
Il Partito Democratico non solo li ha candidati e presentati dal palco del teatro Dante di Mestre. Li ha pure difesi. “Tradurre un volantino significa voler parlare con tutti”, ha risposto la sezione di Marghera a chi protestava. Come se aprire un volantino elettorale con “Nel nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso” fosse una traduzione e non una professione di fede.
Quell’invocazione ha un nome: Bismillah. Non è un saluto. Non è un’espressione culturale. Non è un modo carino per dire buongiorno in un’altra lingua. È la formula sacra che apre ogni sura del Corano tranne una.
L’atto di sottomissione alla volontà di Dio che ogni musulmano pronuncia prima di mangiare, prima di pregare, prima di compiere qualsiasi azione significativa. Metterla in cima a un volantino elettorale significa una cosa sola: questo voto è un atto di fede. Non di cittadinanza. Di fede. Quella fede porta con sé un sistema giuridico, politico e sociale che ha un nome: sharia. Legge coranica.
Prevede il ripudio unilaterale della moglie. La poligamia. La testimonianza della donna che vale la metà di quella dell’uomo. L’eredità dimezzata rispetto al fratello maschio. Il divieto per la donna musulmana di sposare un non musulmano. La pena di morte per chi abbandona la fede. L’omosessualità come crimine, punito con la morte in dodici paesi islamici. Non è un’interpretazione estremista. È dottrina. Sta scritto.
Il PD che diffonde quel volantino è lo stesso del ddl Zan. Delle quote rosa. Dell’asterisco e della schwa. Della Boldrini che corregge chi dice “il ministro” invece di “la ministra”. Del Pride in piazza con i dirigenti in prima fila. Lo stesso partito che attacca il crocifisso nelle aule, contesta il presepe nelle scuole, insorge se un politico nomina il Vangelo in un comizio. Il partito della laicità come dogma.
Il PD apre un volantino elettorale con l’invocazione ad Allah.
Dove sono le femministe? La Schlein tace. La Boldrini tace. Le intellettuali che insorgono se un uomo dice “signorina” non hanno una parola per un sistema che riduce la donna a metà di un uomo davanti alla legge.
Perché quei voti servono. Quando servono i voti, il femminismo diventa negoziabile. La laicità diventa negoziabile. I diritti delle donne, degli omosessuali, degli apostati diventano merce di scambio.
Il prezzo è scritto sul volantino: una moschea a Mestre. Proviamo un esercizio. Salvini stampa un volantino: “Nel nome della Vergine Maria, Madre di Dio, vota Lega.” In italiano. Per elettori italiani. In Italia.
Quanto dura prima che Repubblica, Corriere, La7, La Stampa, Il Fatto Quotidiano, Il Domani, Gramellini, Saviano, intellettuali prêt-à-porter, CGIL e, tanto per non perdere una polemica, perfino l’ANPI chiedano le dimissioni e l’intervento del Quirinale? Dodici ore. Forse sei.
A Marghera il PD lo fa in bengalese, invocando Allah, e chi lo segnala diventa razzista.
Il volantino non è bilingue. È scritto in bengalese con il logo del PD. Non si rivolge ai cittadini di Marghera. Si rivolge alla comunità islamica bengalese. Non include. Esclude. Crea un canale riservato tra il partito e una comunità religiosa, invisibile al resto dell’elettorato. Un patto che i veneziani non possono nemmeno decifrare.
La strategia non è nuova. Nel Regno Unito i Labour hanno fatto lo stesso per vent’anni: candidati islamici, moschee corteggiate, occhi chiusi sulla segregazione di genere. Il risultato: a Bradford, a Birmingham, a Tower Hamlets, quei candidati hanno prima preso i seggi con i Labour, poi si sono fatti i partiti propri.
Michel Houellebecq lo aveva raccontato nel 2015, in “Sottomissione”: la sinistra francese si allea con la Fratellanza Musulmana per battere il Front National, il candidato islamico diventa presidente. Fantascienza, dissero.
A Marghera il PD ha fatto di peggio. Nel romanzo servivano almeno due partiti. Qui il PD ha messo l’invocazione ad Allah direttamente sul proprio simbolo. La sottomissione nel romanzo era il punto di arrivo. A Marghera è il punto di partenza.
La dinamica è scritta nella storia. Prima prendono i seggi col partito ospitante. Poi si fanno i partiti propri. Il partito ospitante diventa inutile. Non è fantascienza.
È già successo. In Iran la sinistra si alleò con Khomeini per abbattere lo Scià. Insieme vinsero. Poi Khomeini prese il potere e li sterminò. Non politicamente. Fisicamente. Migliaia di militanti di sinistra fucilati, il partito comunista Tudeh sciolto, i dirigenti torturati e giustiziati.
La sinistra iraniana aveva aiutato l’Islam a salire al potere convinta di poterlo cavalcare. L’Islam usò la sinistra come scala. Poi buttò via la scala.
Il candidato Kamrul lo dice con candore disarmante: “Abbiamo scelto il PD perché è da vent’anni che ci ha accolto.” Non per il programma. Non per la visione dell’Italia. Perché ci ha accolto.
Tu mi accogli, io ti voto. Tu mi dai la moschea, io ti porto la comunità. Vent’anni di relazione. Non di integrazione.
In nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso, il Partito democratico ha scritto il proprio epitaffio. Non su una lapide. Su un volantino elettorale. In una lingua che i suoi stessi elettori non possono leggere.
Roberto Riccardi (da facebook)


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