La violenza giovanile che nasce dal vuoto
Tre episodi in tre settimane. Tre lame. Due morti, un sopravvissuto per miracolo.
I numeri raccontano un’emergenza che la retorica istituzionale non riesce più a mascherare. Gli omicidi commessi da minori sono passati dal quattro per cento del totale nel 2023 all’undici per cento nel 2024: quasi triplicati in dodici mesi. Nel 2025, su 286 omicidi in Italia, 101 sono avvenuti per accoltellamento: il trentacinque per cento. A Milano, l’anno scorso, 1.390 persone sono state trovate in possesso di un’arma da taglio. Di queste, 134 erano minorenni. Il coltello non è più l’arma del criminale strutturato. È diventato un accessorio, un prolungamento identitario dell’adolescente.
Non si tratta di una correlazione meccanica né di una spiegazione unica, ma di una convergenza di segnali che descrivono una mutazione profonda del comportamento giovanile.
E qui si apre il paradosso che nessuno vuole affrontare. Questi ragazzi non sono figli della miseria. Non conoscono la fame, non hanno patito la guerra, non sanno cosa significhi lavorare a dodici anni nei campi o in fabbrica. I loro nonni sì. I loro padri hanno fatto la gavetta partendo da zero. E non accoltellavano nessuno per una foto su Instagram.
Oggi parliamo di ragazzi con smartphone da milleduecento euro, che vestono firmato, che non hanno mai saltato un pasto. Il disagio non è materiale. È esistenziale, identitario, culturale. Ma questo non lo rende meno letale. Lo rende più difficile da decifrare, più insidioso, più esplosivo. Perché non hai strumenti per decodificarlo, non hai la scusa della povertà, non hai alibi.
Non è la miseria a generare violenza. È il vuoto. Il vuoto di autorità, perché i genitori hanno abdicato al ruolo di educatori. Il vuoto di senso, perché non esiste progetto, non esiste fatica, non esiste conquista. Il vuoto di conseguenze, perché il sistema giudiziario minorile garantisce un’impunità sostanziale. Il vuoto di appartenenza, perché questi ragazzi non sono né pienamente italiani né realmente radicati in un’altra appartenenza, sospesi in un limbo identitario che riempiono con il branco e la lama.
Una volta il professore aveva sempre ragione. Per definizione. Anche quando aveva torto, aveva ragione, perché rappresentava l’autorità. E i genitori stavano dalla parte dell’autorità, non del figlio. Non per sadismo: per educazione. Il messaggio era limpido: il mondo non ti deve niente, conquistatelo.
Oggi il genitore è l’avvocato difensore del figlio. Sempre, comunque, a prescindere. Il quattro in matematica? Colpa del professore. La nota disciplinare? Persecuzione. La bocciatura? Ricorso al TAR. E quando il professore si permette di correggere, rimproverare, esigere rispetto, arriva il padre a scuola a dargli un pugno. O il ragazzo stesso, che ha capito perfettamente il meccanismo: nessuno mi può toccare.
Il genitore moderno vuole essere amico del figlio, compagno della figlia. Nessuno che voglia essere genitore, cioè colui che pone limiti, dice no, impone conseguenze. Perché dire no è faticoso. Dire no genera conflitto. E il conflitto non si regge, si vuole armonia, si vogliono like anche in famiglia. Risultato: figli senza limiti. E un figlio senza limiti non è un figlio libero. È un figlio perso, che cercherà i limiti altrove. Nella strada, nel branco, nel coltello.
Lo stesso schema mentale si riproduce ovunque. Chi assume personale lo sa bene: ai colloqui di lavoro, una volta, si chiedeva quali fossero le possibilità di crescita, come dimostrare il proprio valore, cosa l’azienda si aspettasse. Oggi la domanda è un’altra: quali sono i miei diritti? Rispettate il mio tempo libero? Il mercoledì ho padel. Nessuna domanda sui doveri. Solo pretese.
Il lavoro non è più conquista, è pretesa. Non è scambio, è dovuto. Non c’è gavetta, c’è rivendicazione immediata. È lo stesso meccanismo che porta al coltello: il rispetto non si guadagna, si esige. Se non arriva, si prende con la forza. La lama è l’equivalente di strada della pretesa in ufficio: scorciatoia per ottenere ciò che non sei disposto a meritare.
C’è poi un tabù che va infranto. La narrazione corrente presenta le seconde generazioni come vittime: dell’ostilità diffusa, della discriminazione quotidiana, del razzismo strutturale. Come se il problema fosse unilaterale, tutto sulle spalle della società italiana che non accoglie abbastanza.
È una narrazione parziale che ignora l’altra metà della realtà. I maranza non sono un’invenzione giornalistica. I video sui social dove si vantano di rapine, aggressioni, dove sfottono le forze dell’ordine, non sono propaganda razzista. Sono autonarrazione.
La cultura trap che glorifica violenza, soldi facili, disprezzo delle regole non è un prodotto dell’immaginario italiano. Viene da dentro quelle comunità, viene esportata, viene imitata.
Esiste discriminazione, certo. Esiste diffidenza, esistono pregiudizi. Ma esiste anche un atteggiamento di sfida aperta, di rifiuto attivo delle norme, di aggressività ostentata che alimenta la reazione negativa. In molti casi la precede. Presentare solo la prima parte è intellettualmente disonesto. È lo schema classico della sinistra: loro vittime, noi colpevoli. La realtà è più sporca, più reciproca, più complicata.
Il ministro Valditara, dopo La Spezia, ha parlato di «innegabile aumento della violenza tra i giovani». Il sottosegretario Molteni invoca un decreto per anticipare le norme sul divieto di coltelli ai minori. Misure necessarie, forse. Ma insufficienti. Perché il problema non è il coltello. Il problema è la mano che lo impugna. E quella mano l’hanno formata genitori assenti, scuole impotenti, una società che ha scambiato l’educazione con l’indulgenza e l’autorità con la complicità.
I genitori che volevano evitare ai figli ogni frustrazione hanno cresciuto la generazione più fragile e violenta del dopoguerra. Chi non impara a perdere in casa, perde la testa fuori. Chi non conosce il no, non accetta il limite. Chi non ha mai conquistato nulla, pretende tutto. E quando il tutto non arriva, estrae la lama.
Da un post di Roberto Riccardi


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