CONFESSIONE di un palestinese
Ciao, sono palestinese. E poiché l’onestà è rara nella mia politica, permettetemi di confessare alcune cose.
- L’ONU mi offrì uno Stato. Accanto a Israele. Confini, indipendenza, riconoscimento. Dissi di no. I miei leader promisero che la guerra “avrebbe gettato gli ebrei in mare”. Invece, persi tutto e la chiamarono catastrofe. Non perché non mi offrissero uno Stato, ma perché lo rifiutai.
1948–2025. Gli Stati arabi avrebbero potuto integrarmi, darmi diritti, passaporti, dignità. Invece, mi rinchiusero in campi profughi per generazioni, affinché continuassi a essere un’arma contro Israele. Costruirono palazzi per loro e prigioni per me. Mi usarono come propaganda, non come persone.
- Dopo un’altra guerra persa, avrei potuto costruire uno stato in Cisgiordania e Gaza. Invece, insistetti su “né pace, né riconoscimento, né negoziati”. Tre no. Cinquant’anni dopo, sono ancora senza stato. Peccato che il rifiuto non paghi l’affitto.
Oslo, anni ’90. Israele disse: «Proviamoci». Mi diede autonomia. Armi per la polizia. Miliardi in aiuti. Cosa fecero i miei leader? Rubarono i soldi, armarono milizie e lanciarono un’intifada. Attentati suicidi invece di scuole. Razzi invece di fabbriche.
Gaza, 2005. Israele se ne andò del tutto. Senza coloni, senza soldati. Ebbi la chance di trasformare Gaza in una Singapore mediterranea. Votai per Hamas. La trasformarono in una Mogadiscio sul mare.
Miliardi in aiuti? Tunnel, razzi e palazzi per i loro leader, mentre la mia gente mangia cibo in scatola al buio.
Democrazia? Non ho elezioni da 20 anni. Hamas uccide i dissidenti a Gaza. Fatah li imprigiona in Cisgiordania. I miei leader annullano le elezioni perché sono troppo occupati a lottare per il potere.
Religione. Invece di costruire un futuro, metto chierici in TV a insegnare ai bambini a odiare gli ebrei. Glorifico i “martiri” che fanno esplodere autobus. Cresco i miei figli con canzoni di sangue e fuoco invece di libri e scienza. Scambio la speranza per la guerra santa.
Mondo arabo. I regimi arabi mi chiamano “fratello”. Ma chiedete loro quanti palestinesi possono vivere liberamente in Libano, Siria, Egitto o Kuwait. Mi escludono, ma celebrano la mia morte, perché la mia morte è la loro scusa.
Assurdo. Continuo a dire che voglio “costruire uno Stato”. E ironicamente, proprio accanto c’è Israele: il vicino che ha costruito una democrazia prospera, una potenza tecnologica, fattorie nel deserto, città dalla polvere. Senza petrolio, senza ricchezza infinita, solo coraggio. Avrei potuto imparare, copiare, collaborare.
Invece, ho scelto l’invidia e la rabbia.
Ossessione antiebraica. Avrei potuto accettare gli ebrei come vicini. Avrei potuto dire: “Due nazioni, due Stati”. Invece, ripeto: “Dal fiume al mare”. Invece di mostrare onore, ospitalità e la ricca cultura araba, ho mostrato solo la cultura della spada: l’ira, l’estremismo e il sangue. Invece di gridare salaam (pace) agli israeliani, ho gridato morte agli ebrei. E poi fingo di stupirmi quando gli israeliani non si fidano di me, quando sono arrabbiati, delusi e convinti che non voglia affatto la coesistenza.
Responsabilità. Incolpo Israele di tutto. Sempre. I miei leader rubano miliardi? Colpa di Israele.
Hamas spara razzi da ospedali? Colpa di Israele. Glorifico la morte più della vita? Colpa di Israele.
La responsabilità non è il mio forte. Sono palestinese.
Avrei potuto costruire una nazione, tante volte. Ho scelto il rifiuto, la corruzione e la guerra senza fine. Avrei potuto vivere in pace con Israele, ma ho scelto di vivere all’ombra della sua distruzione.
Quindi sì, sono una vittima. Ma troppo spesso, sono vittima dei miei stessi leader, delle mie stesse scelte e del mio stesso rifiuto di abbandonare l’odio.
E quella, caro lettore, è la tragedia che nessuno vuole ammettere
Massimo Panetta (da facebook)


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