Gli italiani sono dei poveri benestanti?
Dal Centro Studi Itinerari previdenziali (https://www.itinerariprevidenziali.it/il-punto/italiani-dei-poveri-benestanti/) un articolo del suo presidente Alberto Brambilla
A sentire le affermazioni di alcuni sindacalisti e di una parte della politica noi italiani saremmo un popolo oppresso dalle tasse che a fatica arriva alla fine del mese con i prezzi che rincarano spesso. Sembrerebbe la fotografia dell’Argentina prima dell’arrivo di Javier Milei, ma è proprio così?
Dall’ultimo Osservatorio sulle dichiarazioni dei redditi ai fini IRPEF realizzato dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali su dati MEF e Agenzia delle Entrate relativi ai redditi prodotti nel 2023, dichiarati nel 2024 e resi disponibili qualche mese fa, emerge che su una popolazione di 58.997.201 cittadini residenti quelli che hanno presentato una dichiarazione dei redditi sono stati 42.570.078, per cui a ogni dichiarante corrispondono 1,386 abitanti. Tra i dichiaranti, 1.184.272 (+170mila unità sullo scorso anno) denunciano un reddito nullo o negativo e, quindi, non pagano né tasse né contributi; a versare almeno 1 euro di IRPEF sono solo in 33.540.428, vale a dire poco più della metà degli italiani. Dunque, malgrado il miglioramento di PIL e occupazione, il 43,15% degli italiani non ha redditi, non paga tasse e vive a carico di qualcun altro o della collettività e, tuttavia, beneficia gratuitamente di tutti i servizi dello Stato e degli enti locali. Già qui appare una realtà molto diversa e con verità scomode per i fautori dell’oppressione…
Proseguendo nell’analisi, tra i dichiaranti che hanno redditi positivi e pagano almeno 1 euro di IRPEF, si scopre che il 72,59% degli italiani che dichiarano redditi fino a 29mila euro pagano solo il 23,13% dell’importo IRPEF complessivo, un’imposta neppure sufficiente a coprire le prime tre funzioni di welfare (sanità, assistenza sociale e istruzione). Ma c’è di più: se si sommano i primi 4 scaglioni di reddito, il dato finale è ancora più eclatante. Nel primo scaglione ci sono i dichiaranti redditi negativi (1.184.272); nel secondo i dichiaranti da 0 a 7.500 euro lordi, pari a 7.288.399, il 17,12% del totale, che pagano in media 26 euro di IRPEF l’anno (19 se rapportati ai cittadini), e anche questi sono a carico dell’intera collettività.
Nella terza fascia, i contribuenti che dichiarano redditi tra i 7.500 e i 15mila euro lordi l’anno sono 7.696.479: in questo caso, al netto del TIR, l’IRPEF media annua pagata per contribuente è di 296 euro (214 euro per abitante). Nella quarta fascia i dichiaranti tra 15.000 e 20.000 euro di reddito lordo sono 5,072 milioni e pagano un’imposta media annua di 1.817 euro, che si riduce a 1.311 euro per singolo abitante. Queste prime 4 fasce, che comprendono 21.241.435 dichiaranti e a cui corrispondono per il rapporto spiegato sopra, 29.438.170 italiani, versano solo il 6,45% del totale IRPEF pari a 11,69 miliardi. Solo per garantire la sanità a questo quasi 50% della popolazione, considerando una spesa sanitaria pro capite di 2.222 euro e la differenza tra IRPEF versata e costo totale della sanità loro riferita (65,41 miliardi), occorrono ben 53,72 miliardi ogni anno a carico di altri contribuenti o del debito pubblico.
Poi ci sono i contribuenti tra 20 e 29mila euro che sono 9.658.273, la metà dei quali non supera, anche per motivi fiscali e di ISEE, i 25mila euro; e con loro si arriva al fatidico 72,59% degli italiani che paga solo il 23,13% di tutta l’IRPEF.
Ma chi paga allora questa “benedetta” IRPEF?
Sopra i 300.000 euro di reddito si trovano 59.553 italiani che da soli pagano 14,368 miliardi di IRPEF, pari al 6,94% del totale, e con un versamento medio pro capite di 241.275, cioè 438 volte la media IRPEF dei primi 4 scaglioni. In pratica, poco più di 59mila persone pagano di più di oltre 29 milioni di italiani. Quelli che dichiarano tra 200mila a 300mila euro sono 86.279 e pagano 7,58 miliardi di IRPEF, pari al 3,66% del totale, con un’imposta media di 87.890 euro. Tra 100mila e 200mila ci sono 556.548 dichiaranti che versano 24,52 miliardi, pari all’11,84% del totale, e un’imposta media di 44.060 euro. Mancano ancora due scaglioni: il primo da 55.000 a 100.000 euro di reddito annuo, che conta 1.776.374 dichiaranti i quali si sobbarcano 37,032 miliardi di IRPEF, pari al 17,88% del totale, con un versamento medio di 20.847 euro; infine, quelli che dichiarano da 35mila a 55mila euro, che sono 4.832.187, pagano 48,48 miliardi di imposta, pari al 23,40% del totale, e con un versamento medio di 10.032 euro. I dichiaranti di questi scaglioni, che qualcuno definirebbe i “ricchi” ai quali applicare ancora maggiori tasse, sono solo 7,3 milioni di italiani, pari al 17,17%, ma pagano il 63,71% dell’imposta sui redditi delle persone fisiche e oltre il 95% delle altre imposte dirette (IRES, IRAP, addizionali e sostitutive).
Quello che fa specie è che solo poco meno di un sesto della popolazione dichiari redditi da 35mila euro in su che, per inciso, corrispondono a circa 2mila euro netti al mese per 12 mensilità. Inoltre, risulta difficile credere che 11,7 milioni di italiani vivano con redditi da zero a 7.500 euro, cioè con una media di circa 312 euro lordi al mese, che altri 10,6 milioni vivano con meno di 1.000 euro lordi al mese e, infine, che altri 7 milioni vivano con circa 1.450 euro lordi ogni mese.
Siamo così poveri?
È povero un popolo che si gioca 150 miliardi nel 2023 al gioco d’azzardo più altri 25 miliardi gioco irregolare (quasi 3mila euro a testa, neonati compresi)? È povero un popolo che, nelle classifiche internazionali, primeggia per abbonamenti a pay-tv, possesso di smartphone, animali da compagnia, chirurgia estetica e molto altro? No! E, infatti, siamo i primi nella classifica OCSE per evasione fiscale e ultimi per tasso di occupazione e produttività.
Siamo evasori? Sì, ma il “promotore” del sommerso è lo stesso Stato, che ha basato le sue politiche su un falso “sogno” incentrato sul pericoloso binomio “meno dichiari e più avrai”, il cui asse portante è l’ISEE, mentre invece “più dichiari meno agevolazioni, meno bonus e più tasse avrai”. E infatti, meno si dichiara e più agevolazioni e distribuzione di denaro pubblico, tipo AUUF (la paghetta di Stato), sussidi, prestazioni assistenziali e bonus si ottengono, oltre alla generosa (troppo) NASPI.
Il tutto sulla base dell’ISEE, il vero motore di una situazione che incentiva a dichiarare il meno possibile e a lavorare in nero.



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