Parliamo di immigrazione

Con quello che sta succedendo negli Stati Uniti e con la situazione che si vive in molti stati europei e nelle principali città italiane è un tema che non si può eludere. Innanzitutto sì, l’immigrazione è un problema, non nascondiamoci dietro il politicamente corretto che ci obbligherebbe a tracciare il disegno paradisiaco di fusione e di integrazione tra mondi diversi, ma tutti convergenti verso la pace universale. Questa è un’emerita stupidaggine per incalliti sognatori che ci ha già tolto molte energie e molta lucidità.

Sia regolare che irregolare l’immissione di tante persone che hanno in testa culture ben più radicate di quelle che hanno in testa gli europei crea conflitti e porta pericoli. Le culture non sono tutte uguali: ci sono quelle più avanzate e quelle più arretrate e, di solito, le più arretrate sono anche le più aggressive e ostili al cambiamento. Chi le ha in testa ben difficilmente accetterà il nostro sistema di vita e tenderà a formare comunità chiuse e omogenee. Siamo noi occidentali e noi europei che non abbiamo identità riconosciute di cui vantarci. Anni e anni di denigrazione di ciò che siamo ci hanno abituato ad inchinarci di fronte ad ogni immigrato come se fosse portatore di chissà quale tesoro.

Anche gli immigrati, però, non sono tutti uguali. Ci sono quelli più convinti di avere in testa la chiave universale che li rende superiori agli altri e ci sono quelli più arrendevoli. In realtà i più arrendevoli tra tutti siamo noi di cultura occidentale. Il tratto che ci accomuna è la disponibilità a metterci in discussione e ad assumerci la responsabilità per tutto ciò che accade all’umanità e al pianeta Terra. Non è forse questa la narrazione con  la quale quella ragazzina svedese di 16 anni ha sedotto le opinioni pubbliche europee e ha parlato persino all’ONU?

Il problema è che chi ha una convinzione forte in testa riesce a penetrare la mente degli arrendevoli e a soggiogarli. In Europa sta accadendo proprio questo e le comunità islamiche sarebbero già adesso il movimento politico/religioso più forte e organizzato in molti paesi europei. È un male? Assolutamente sì perché sono fermi nelle loro convinzioni che sono l’antitesi delle conquiste del pensiero occidentale e hanno in testa il progetto di conquistare quelli che non la pensano come loro. È solo una questione di numeri e di tempi, ma l’obiettivo è chiaro.

L’emergenza, però, è il disordine che porta l’immigrazione irregolare che per decenni non ha avuto alcun freno. Quelli che oggi accusano il governo di non effettuare abbastanza rimpatri sono gli stessi che per anni hanno richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica sulle barche che affondavano gettando la colpa sui nostri governi. Nessuno si occupava di frenare le partenze e non si poteva nemmeno dire “aiutiamoli a casa loro”.

La condizione degli irregolari è la più difficile perché, non avendo un permesso di soggiorno, cercano di arrangiarsi come possono il che significa supersfruttamento ai limiti dello schiavismo, mano d’opera a prezzi stracciati per tanti datori di lavoro, criminalità di strada e creazione di bande che operano nei furti, rapine, borseggi, spaccio di droghe, prostituzione. Alcuni vivono in case occupate e altri per strada. Il mix ovviamente genera quell’allarme sociale che non è percezione distorta, ma realtà.

Che fare? Non c’è UNA soluzione. Se non si ricorre a un mix non se ne esce. Pensare di rimpatriare tutti gli irregolari è un’illusione alla quale non crede più nessuno. Bisogna differenziare le risposte cominciando a cambiare le norme (la Bossi-Fini c’è da 24 anni e nessun governo ha mai osato toccarla) che impediscono di concedere permessi di soggiorno per la ricerca del lavoro. In questo modo molti immigrati si renderebbero riconoscibili e si aprirebbe la strada di lavori regolari. Ci sarebbero sempre quelli che scelgono l’illegalità, ma sarebbero più isolati di oggi. Ovviamente per loro l’espulsione dovrebbe essere certa e rapida.

Accanto a questa grande opera di sistemazione della massa degli irregolari bisognerebbe ostacolare in ogni modo l’arrivo di altri. Come? Mandandone molti lontana dall’Italia (ecco a cosa serve il CPR in Albania) e fare accordi con tutti per impedire le partenze (ecco un campo nel quale una politica di potenza avrebbe avuto un senso; oggi in Libia ci sono russi e turchi mentre doveva essere un’area di interesse europeo e italiano). Dovrebbe arrivare in Italia solo chi ha buone possibilità di ricevere lo status di rifugiato (oggi è normale che sia richiesto solo per guadagnare tempo anche da chi proviene da paesi sicuri).

Ridurre al minimo gli irregolari non risolve il problema immigrazione come dimostrano le seconde generazioni che sono al centro delle violenze urbane in Francia e in Italia (maranza). L’integrazione non si fa se non si sa cosa proporre. Eppure libertà, democrazia, stato laico e legalità sarebbero anche concetti semplici da spiegare. Per i violenti o per chi compie reati la soluzione deve essere drastica: galera e espulsione o anche perdita della cittadinanza se acquisita di recente. Mostrarsi deboli con chi aggredisce perché aspira al comando è un errore gravissimo.

Tutte le chiacchiere sulla violenza giovanile nascondono la tipica illusione della cultura occidentale che basti dire le parole giuste per creare la realtà desiderata. Girano tanti armati di coltelli? La risposta è: ci vuole più educazione, la repressione non risolve niente. L’illusione che si tratti di disagio e che i giovani vogliano essere ascoltati. Una tragedia culturale che ci paralizza e che conferma nei giovani violenti che siamo deboli e che loro, grazie alla loro aggressività, siano destinati ad imporsi. Solo bloccandoli e rinchiudendoli si può dare il buon esempio e dare fiducia ai tanti che assistono impotenti. È noto che un quartiere può essere tenuto in ostaggio da poche decine di violenti. Come si libera il quartiere? Imponendo con la forza l’unico comando legittimo: quello dello Stato

Claudio Lombardi

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