L’identità sospesa delle seconde generazioni

A volte bastano due parole per aprire una riflessione molto più grande. Sotto un mio post dedicato agli scontri di Parigi dopo i festeggiamenti per la vittoria del PSG, una persona è intervenuta scrivendo semplicemente: “Seconda generazione.”

Due parole. Nient’altro. Eppure quelle due parole mi hanno fatto riflettere molto più di tanti commenti lunghi e ideologici. Perché forse il cuore del problema francese, e in parte europeo, è proprio lì.

Per decenni abbiamo parlato di immigrazione come se fosse un fenomeno recente. In realtà la Francia convive con grandi comunità provenienti soprattutto dalle sue ex colonie nordafricane da oltre mezzo secolo. Pensiamo all’Algeria. Per oltre cento anni l’Algeria è stata parte integrante dell’universo politico, economico e culturale francese. Milioni di algerini parlavano francese, studiavano in francese, vivevano dentro strutture amministrative francesi. Quando arrivarono in Francia, molti appartenenti alla prima generazione avevano un obiettivo semplice: lavorare, costruire un futuro, migliorare la propria condizione di vita. La vera questione emerge dopo. Con i figli. Con i nipoti. Con quella che chiamiamo seconda e terza generazione. Persone nate in Francia. Persone che parlano francese. Persone che possiedono la cittadinanza francese. Persone che non hanno mai vissuto altrove. Eppure una parte di loro continua a non sentirsi completamente francese. Perché?

Probabilmente perché per decenni si è pensato che integrazione e cittadinanza fossero la stessa cosa. Non lo sono. Puoi consegnare un passaporto. Puoi concedere diritti. Puoi costruire scuole e case popolari. Ma non puoi imporre il senso di appartenenza. Molte periferie francesi sono diventate luoghi dove si sono concentrate povertà, disoccupazione, criminalità, fallimenti scolastici e tensioni sociali. Non tutti. Non ovunque. Ma abbastanza da creare una frattura che oggi appare evidente. Ed è qui che nasce una delle domande più difficili per l’Europa.

Cosa accade quando una parte dei figli dell’immigrazione non si sente più legata alle proprie origini, ma non si sente neppure parte della nazione nella quale è nata?

Cosa accade quando il legame con la patria dei genitori si indebolisce, ma contemporaneamente non si sviluppa un vero legame con la patria in cui si vive?

Il risultato rischia di essere un’identità sospesa. Una terra di nessuno culturale. E in quel vuoto trovano spazio rabbia, radicalizzazione, vittimismo, criminalità e rifiuto delle istituzioni. Naturalmente sarebbe assurdo generalizzare. Milioni di cittadini francesi di origine nordafricana studiano, lavorano, fanno impresa, servono nelle forze armate, nella polizia, negli ospedali e contribuiscono ogni giorno alla società francese. Ma sarebbe altrettanto assurdo fingere che il problema non esista.

Le immagini di Parigi non parlano soltanto di una notte di violenza dopo una partita di calcio. Parlano di una questione che l’Europa continua a rimandare. La sfida non è più l’immigrazione. La sfida è l’integrazione. E forse quel commento composto da sole due parole — “seconda generazione” — ha colto il punto centrale meglio di tante analisi da convegno. Perché il futuro dell’Europa non dipenderà soltanto da chi arriva.

Dipenderà soprattutto da chi nasce qui e decide se sentirsi parte della nostra storia o estraneo ad essa.

Gloria F. Turacchi (da facebook)

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