Scontro di civiltà

L’11 settembre una parte del mondo islamico ha iniziato una guerra aperta agli Stati Uniti e quindi all’Occidente. Il conflitto esisteva già e aveva mille cause, ma quell’attacco diretto alla più importante città americana ha segnato una svolta all’insegna di uno scontro di civiltà. Non erano due eserciti che si confrontavano. Erano dei terroristi che uccidevano civili a caso. Terroristi che agivano in nome della loro religione trasformata in ideologia di morte e simbolo di uno scontro inesorabile che non ammette compromessi. I festeggiamenti che in vari paesi arabi segnarono il crollo delle Twin Towers avrebbero dovuto chiarire che non si trattava di un’azione isolata e impopolare. Esattamente come accadde il 7 ottobre quando i festeggiamenti della strage ci furono a Gaza, in Cisgiordania e nelle zone musulmane di varie città europee. I terroristi erano la punta dell’iceberg di un odio profondo.

La possibilità della convivenza pacifica tra il mondo delle libertà e i mondi fondati sulla negazione delle libertà ha rivelato così la sua precarietà. Il confronto col comunismo finito col crollo dell’URSS e con la Cina che ha imboccato la via del capitalismo mantenendo il regime autoritario e rinunciando alla velleità di esportare il suo modello all’esterno sembrava l’inizio di un’epoca di pace. Dal mondo islamico, nel quale la guerra per espandere il suo dominio è un elemento costitutivo originario (in appena cento ani l’islam conquisto a fil di spada una mezzaluna che andava da metà Spagna all’Asia minore), arrivò una dura smentita con un attacco che apriva ad una guerra totale con il nemico di sempre: l’Occidente. Il medio oriente aveva fatto da incubatore con le guerre contro Israele e poi le monarchie del Golfo avevano puntato sul radicalismo passando per il fatale errore americano di potenziare i mujaheddin nella guerra sovietica in Afghanistan. L’attacco a New York parlava chiaro e fu seguito da anni di terrorismo. La risposta degli Stati Uniti fallì miseramente sulle montagne afghane e in Iraq perché chi condivideva la guerra all’Occidente non si concentrava lì, ma era nella mente di una moltitudine di persone. Se oggi New York ha un sindaco musulmano che mostra distacco per l’attacco dell’11 settembre e che si fa vanto della sua identità religiosa vuol dire che lo scontro tra civiltà prosegue in forme diverse ed è arrivato ad insediarsi nel cuore delle società occidentali e nelle sue istituzioni.

New York non è un caso isolato. C’è il Regno Unito, c’è la Francia, c’è il Belgio, c’è la Svezia, c’è quasi tutta l’Europa. Il processo è semplice: il proselitismo (ovvero la conquista) si serve delle nostre libertà, ma le usa per diffondere un’ideologia che le nega. Il vittimismo che suscita l’empatia di chi punta sui voti islamici serve per farsi strada; la durezza nel rivendicare la propria identità (per esempio il velo imposto alle donne come segno di inferiorità) ne aumenta il fascino.

Si moltiplicano i casi nei quali spazi sociali e territoriali vengono occupati su base etnica e religiosa e quelle comunità esprimono rappresentanti che vengono eletti a cariche istituzionali. È la fisiologia della democrazia, ma l’ultima ideologia rimasta è transnazionale e si basa sulla convinzione che la religione sia la fonte di ogni autorità. L’esatto contrario dei principi dei sistemi occidentali. Le ragioni per uno scontro di civiltà ci sono tutte. C’è chi sta combattendo per imporsi ed estendere la sua egemonia con l’immigrazione e il medio oriente nel quale la questione palestinese alimenta una guerra permanente che non deve finire. Unica mancanza: chi voglia difendere l’Occidente e le nostre libertà

Oggi c’è un’alleanza o una convergenza tra un rinato “asse del male” con Iran, radicalismo islamico sunnita, Russia, Corea del nord e Cina, tutti contro Stati Uniti, Europa, Giappone, Corea del sud e anche Australia e gli altri paesi che condividono il modello occidentale.

Cosa manca? La consapevolezza che uno scontro di civiltà sia in atto e la volontà di difendere il mondo delle libertà. Una volontà che di certo non ha Trump perchè simpatizza col modello autoritario e che l’Europa ha in misura ridotta per la sua debolezza.

Difficile essere ottimisti per il futuro. Si sarebbe tentati di dire che si intravede già un vincitore e uno sconfitto

Claudio Lombardi

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