La malattia dell’occidente: l’empatia suicida

“Avete probabilmente visto questa immagine. Una giovane francese a Parigi, in lacrime, che implora i saccheggiatori di fermarsi. «Perché fate questo? Non è ciò per cui lottiamo.» Alcuni la deridono. «Ci ha votato lei.» Io no. Perché ciò che vedi sul suo volto non è stupidità. Cioè si e’ anche stupidità. Ma è soprattutto una cosa più sottile. È una malattia che ha infettato l’intero Occidente, e ha un nome: empatia suicida.

Il termine viene da Gad Saad, uno scienziato del comportamento evolutivo alla Concordia University di Montreal. Un uomo che è fuggito dalla guerra civile libanese da bambino, e che sa com’è quando una società si sfascia. Il suo nuovo libro, *Suicidal Empathy: Dying to Be Kind*, è il seguito di *The Parasitic Mind*. Ecco la tesi, e perché riguarda ognuno di noi.

L’empatia è una delle cose migliori di noi. Si è evoluta per un motivo: per prendersi cura dei nostri figli, dei nostri parenti, della nostra tribù. Era calibrata per un mondo in cui le persone di cui ti importava erano quelle intorno a te, e in cui l’empatia veniva sempre accompagnata dal suo contrappeso: l’istinto di proteggere i tuoi e di riconoscere una minaccia. L’empatia suicida è ciò che accade quando quel meccanismo si inceppa. Quando si accende sui bersagli sbagliati, nelle dosi sbagliate, senza freni. Quando proviamo più pena per il criminale che per la sua vittima. Più per lo straniero che infrange le regole che per il cittadino che le rispetta. Più per quanto sembriamo compassionevoli che per ciò che la nostra compassione produce davvero. Da dove viene? Quattro strati.

Primo, la biologia. L’empatia è un riflettore, come l’ha definita lo psicologo Paul Bloom. Illumina un solo volto davanti a te e lascia tutto il resto al buio. Il migrante che piange sulla barca è visibile. Le migliaia di future vittime di un sistema rotto sono statistiche. Un riflettore è uno strumento terribile per governare un paese.

Secondo, la nostra stessa civiltà. L’Occidente è la civiltà che ha posto la vittima al centro della sua morale. Il cristianesimo ci ha insegnato a prenderci cura dello straniero, del povero, del debole. È stata una delle più grandi rivoluzioni morali della storia. Ma separata dalla sua altra metà – giustizia, responsabilità, il dovere di proteggere i tuoi – si trasforma in qualcos’altro.

Terzo, l’ideologia. In *The Parasitic Mind*, Saad ha descritto i patogeni delle idee, idee che dirottano il nostro ragionamento. L’empatia suicida è il corrispettivo emotivo: un’ideologia che dirotta la nostra compassione. Divide il mondo in oppressori e vittime, poi esige empatia illimitata per chiunque sia classificato come vittima, qualunque cosa faccia.

Quarto, lo status. Nell’era dei social media, l’empatia è diventata uno spettacolo. Postare «benvenuti i rifugiati» non costa nulla e guadagna applausi. Il conto lo pagano altri: la classe operaia, le periferie, le vetrine spaccate, le donne che tornano a casa di notte. I risultati sono ovunque. Criminali trattati come vittime della società. Aggressioni sessuali da parte di migranti accolte con condanne blande. Autodifesa marchiata come aggressione. Confini trattati come crudeltà.

La conclusione di Saad è semplice: una società muore quando preferisce sfoggiare tolleranza infinita piuttosto che usare il suo istinto di sopravvivenza. Una civiltà poggia su un equilibrio: compassione e forza, apertura e confini, misericordia e giustizia. Quando un lato ingoia l’altro, le fondamenta si incrinano.

Ciò che stiamo vedendo in Europa è ciò che accade quando all’empatia non resta più alcun contrappeso.

Guardate di nuovo quella giovane donna. Non è il nemico. È una vittima, in effetti. E’ ciò che questa ideologia ha fatto a una generazione a cui è stato detto che la gentilezza sarebbe bastata. Il nostro compito è assicurarci che sia l’ultima generazione che deve imparare la lezione in questo modo.”

Matteo Neri (da facebook)

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