Palestinismo: non liberazione ma etnonazionalismo

Dalle immagini dell’arrivo di alcuni membri della Sumud Flotilla a Bilbao, nei Paesi Baschi si nota qualcosa di molto interessante – un dettaglio che molti hanno trascurato, ma che è rivelatore.

Gli esponenti della Flotilla avevano allargato una bandiera basca. E forse qualcuno si dimentica che uno dei maggiori centri sociali italiani, il celebre Askatasuna di Torino,  aveva un nome basco. Askatasuna significa “libertà” in lingua basca. Non è un caso. Non è una coincidenza.

Questo particolare – la bandiera basca, il centro sociale intitolato alla libertà basca – deve attirare l’attenzione. Perché credo possa aiutarci a capire quali effetti può avere il palestinismo sulla politica occidentale. E quali faglie attraversa.

Vediamo il quadro. La Sumud Flotilla è un’iniziativa di attivisti palestinisti che cercano di forzare il blocco navale su Gaza. È un’operazione simbolica, prima che propagandistica. E i suoi membri, quando arrivano a Bilbao – nel cuore dei Paesi Baschi – non sventolano solo bandiere palestinesi. Sventolano anche la bandiera basca. Perché? Perché c’è un’alleanza strategica – più o meno esplicita – tra il palestinismo e i movimenti etnonazionalisti occidentali. Non solo baschi: anche catalani, anche corsi, anche sardi, anche fiamminghi. Tutti quelli che si sentono “popoli oppressi” – nell’accezione che il palestinismo ha reso popolare – sono potenziali alleati.

E perché questa alleanza funziona? Perché la narrazione dominante in quell’area – quella del nazionalismo basco, ma anche del catalano, del corso – è di tipo etnonazionalista. Esattamente come la causa palestinese. Il mondo è diviso in “popoli” (noi, gli oppressi, i puri) e “potenze coloniali” (loro, gli oppressori, gli stranieri). La storia è una storia di conquista e resistenza. Il territorio è sacro, perché apparteneva “ai nostri antenati”. Lo Stato centrale è illegittimo, perché ha invaso e occupato. La lotta è giustificata, perché è “resistenza”. E la soluzione è l’indipendenza – spesso intesa come “liberazione dal fiume al mare”, metaforicamente o letteralmente.

Questa narrazione – che in Europa abbiamo conosciuto con l’ETA, con l’IRA, con il FLNC corso – è molto simile, nella struttura profonda, alla narrazione palestinista. Non è un caso che i movimenti indipendentisti europei abbiano sempre guardato con simpatia alla “causa palestinese”. E non è un caso che il palestinismo, oggi, trovi terreno fertile proprio in quelle regioni europee dove l’etnonazionalismo è ancora forte. Le faglie – le crepe nelle nostre democrazie – sono quelle.

E credo che questo mostri quali pericoli il palestinismo possa portare con sé. Non è solo una questione di Medio Oriente. Non è solo una questione di antisemitismo. È anche una questione di destabilizzazione interna all’Europa. Perché il palestinismo legittima una visione del mondo basata sullo scontro etnico, sulla rivendicazione territoriale assoluta, sulla delegittimazione dello Stato centrale. E questa visione, iniettata nelle nostre società già fragili, può alimentare movimenti separatisti, violenze, terrorismi.

Non sto dicendo che il palestinismo causerà una nuova ondata di attentati baschi o corsi. Sto dicendo che condivide la stessa matrice: una narrazione manichea in cui c’è un popolo oppresso che ha diritto a tutto, e un oppressore che non ha diritto a nulla. Una narrazione in cui il compromesso è tradimento, la pace è resa, la convivenza è illusione. Una narrazione che ha già fatto moltissimo danno in Medio Oriente. E che potrebbe farne in Europa, se non stiamo attenti.

Per questo, quando vediamo bandiere palestinesi sventolare accanto a bandiere basche, non dovremmo limitarci a dire “sono alleati”. Dovremmo chiederci: quale concezione del mondo condividono? E se quella concezione – fatta di identità pure, territori sacri, nemici assoluti – è quella che vogliamo vedere crescere nelle nostre democrazie. Io, personalmente, non lo voglio

Roberto Damico (da facebook)

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *