Le guerre non finiscono con indignazione e buona volontà
Ciò che accade a Gaza è terribile, e, per quello che mi riguarda, anche inenarrabile, ma qualcosa dovremmo iniziare a narrarcela se vogliamo capire, non come si evita il passato, ma, almeno, come si può sperare di evitare di ripeterlo nel futuro.
La storia della guerra fra palestinesi e israeliani è stata scritta più volte: non è iniziata il 7 ottobre e non si sa quando e se mai finirà in un futuro prevedibile. È una guerra feroce perché non è una guerra limitata: la posta in gioco, per gli ebrei, è la loro stessa esistenza come paese, ma anche come popolo che, dopo duemila anni, è riuscito a uscire dal ghetto e a non essere più l’agnello sacrificale di ogni rigurgito della Storia.
Per i palestinesi la posta non è meno importante: è la loro identità come popolo, che è nuovo perché fino a qualche decennio fa non esisteva, ma ora c’è e, tragicamente, lega la sua esistenza alla stessa terra nella quale vivono gli israeliani.
Questa storia la conosciamo e chi non è schiavo della propaganda la conosce abbastanza bene: se siamo arrivati a dove siamo ora è perché i palestinesi, più degli israeliani, hanno costruito la loro breve storia su una serie di errori politici e sulla falsa speranza che la violenza fosse la strada per vincere.
Non voglio, ora, discutere della gravità, della ferocia e, spesso, dell’insensatezza di tale violenza, che spesso è stata contrastata con altrettanto ferma violenza dallo stato Israeliano.
Diverso è il contesto e diversa è la situazione di chi non fa la guerra, ma vi assiste e vi partecipa in vari gradi dall’esterno. Qui si può dire molto di più: è immorale incoraggiare la violenza, sia direttamente, sia indirettamente, questo grado di immoralità si trasferisce se non sulle persone, almeno sulle culture di cui queste persone sono portatrici e membri.
In questo senso la responsabilità di buona parte della cultura progressista occidentale è enorme. I bambini di Gaza non muoiono solo a causa delle bombe israeliane e delle azioni dei palestinesi di Hamas, muoiono anche perché è sempre mancata, da parte nostra, una condanna della violenza come mezzo di risoluzione dei conflitti. L’abbiamo scritto nelle nostre costituzioni, ma non ci abbiamo mai creduto quando i conflitti non ci riguardavano direttamente.
Decenni di falsa propaganda che descriveva Israele come una “colonia” trapiantata in Medio Oriente e i palestinesi come i “veri” legittimi proprietari di quelle terre, decenni di terzomondismo e anticolonialismo prodotti dal senso di colpa di popoli ormai ricchi e sufficientemente sazi per sputare nel piatto in cui avevano mangiato fino a quel momento, decenni di adorazione idolatra delle rivoluzioni come svolte epocali e della violenza come levatrice della Storia hanno prodotto la mostruosità di un ceto dirigente, quello palestinese, che ha sempre spinto il proprio popolo a divorare se stesso pur di distruggere il proprio nemico.
Ora, le stesse persone, impenitenti, piangono i bambini di Gaza, come se loro fossero innocenti spettatori e Netanyahu Satana incarnato. Netanyahu è, forse, un criminale, ma è un criminale che difende il proprio popolo. Costoro, invece difendono solo le loro anime belle e la loro incapacità di capire quanto sono anch’essi complici.
Vorrei dare a costoro un suggerimento: la guerra terminerà solo quando Israele potrà guardare al proprio futuro di nuovo senza soverchie paure e con un minimo grado di sicurezza.
Quindi chiedete ad Hamas e ai palestinesi di deporre le armi e di ripudiare definitivamente la violenza come mezzo di lotta.
Solo chiedendo questo si può anche chiedere a Israele di sospendere l’attacco a Gaza.
Franco Cazzaniga (da facebook)


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