Quanto sono bassi i salari italiani e perchè

“Sta prendendo piede, certamente influenzato dal mantra sindacale ma ora corroborato da più autorevoli ed oggettivi interventi istituzionali (Istat e Inps), il racconto di una società che progressivamente si impoverisce e aumenta al suo interno le diseguaglianze di reddito, a causa soprattutto di salari troppo bassi”.

Così inizia un articolo di Claudio Negro della Fondazione Kuliscioff  pubblicato su www.startmag.it . Andiamo subito alle sue conclusioni. Il testo integrale con l’analisi dei dati si può leggere qui

“In definitiva prendiamo atto che in Italia la gran maggioranza dei lavoratori è tutelata dai Ccnl, ma che i salari medi contrattuali sono bassi rispetto ai livelli europei, poco diversificati per professione, età e comparto, con le fasce base più allineate ai livelli europei e quelle alte molto meno allineate. Un sistema salariale un po’ povero e propenso all’ egualitarismo, più inteso a finanziare le assicurazioni sociali che la capacità di spesa, con difficoltà a stimolare-beneficiare della produttività a causa di un modello di contrattazione collettiva molto accentrato e imperniato sulle fasce più deboli. Il problema dei working poors è in parte sovrapponibile a quello del lavoro sommerso e coincide in buona parte con il part time e col lavoro non continuo”.

Nel corso dell’analisi dei dati che pongono a confronto le retribuzioni italiane con quelle dei principali paesi europei l’autore osserva che “nonostante i luoghi comuni pauperisti la differenza tra salari alti e bassi non è affatto alta, anzi è tra le più basse in Europa: i salari “bassi” ossia inferiori a 2/3 del salario mediano sono soltanto il 3,7% del totale, il più basso nell’Ue, e quelli “alti” ossia superiori alla mediana di una volta e mezzo sono il 19%, i più bassi dopo la Germania (18,7%); il grosso dei salari si distribuisce abbastanza uniformemente in una fascia centrale”.

Inoltre il differenziale di retribuzione per livello d’istruzione pone l’Italia ai livelli più bassi nell’area Euro (in Italia 27.806 € annui e 44.104; in Germania 27.005 e 68.144; in Francia 28.115 e 47.696; nell’area Euro 25.518 e 51.200). Osserva l’autore: “ancora una volta troviamo che le retribuzioni “basse” sono più alte della media europea, ma quelle “alte” sono più basse. Pare emergere sorprendentemente un quadro in cui i salari sono mediamente bassi soprattutto per colpa di quelli “alti” mentre quelli più bassi hanno una buona performance”.

L’analisi prosegue prendendo in considerazione la distribuzione per classi di età, per genere e per settore produttivo.

Si passa poi ad esaminare l’applicazione dei CCNL ai rapporti di lavoro. Quelli sottoscritti da CGIL CISL UIL risultano nettamente preponderanti (coprono circa il 97% dei lavoratori cui viene applicato un contratto).

Al riguardo scrive l’autore: “dal punto di vista qualitativo è inevitabile notare come il sistema della contrattazione collettiva nazionale colga in modo efficace l’obiettivo che la filosofia sindacale corrente le attribuisce: garantire i lavoratori di bassa professionalità e delle piccole imprese, che non hanno la forza negoziale per contrattare in azienda. Infatti, come visto, i livelli retributivi italiani di fascia inferiore sono mediamente alti in Europa e meno distanti della media europea rispetto ai livelli alti. In altre parole, l’assoluta preponderanza del Contratto Nazionale difende i più deboli ma schiaccia i meno deboli, comprimendo la media salariale. E questa caratteristica che torna peraltro molto spesso nella retorica sindacale (“stare con gli ultimi”) determina la peculiarità del nostro sistema retributivo”.

Altro tema di grande attualità, il cuneo fiscale e contributivo. Nel lordo retributivo gravano sia i contributi previdenziali sia le ritenute fiscali. Con i primi si finanzia la previdenza e varie prestazioni assicurative (Cassa Integrazione, Indennità di Disoccupazione, Malattia, Maternità, Assegni Familiari).

In altri paesi non è così. “In Germania i contributi pensionistici, tra carico lavoratore e carico impresa, sono del 16%, e ovviamente generano pensioni molto più basse di quelle italiane. Per cui tutti i lavoratori tedeschi si pagano a parte una previdenza integrativa. Non solo: nel cuneo fiscale dei lavoratori tedeschi è compreso anche un 14% che va a finanziare la sanità pubblica; in Italia il lavoratore non la paga, perché è a carico della fiscalità generale. E’ opportuno qui notare che per buona parte delle retribuzioni (almeno quelle inferiori a 15.000 € annui, più di 8 milioni) il prelievo fiscale viene annullato grazie a detassazioni e detrazioni fiscali in favore delle fasce più deboli”. Secondo Claudio Negro quella italiana è una scelta “per cui viene privilegiata la finalità assicurativo-previdenziale nella retribuzione”.

Un’altra peculiarità delle retribuzioni italiane è “una curva delle professionalità presenti tra gli occupati che in Italia tende al piatto, con prevalenza, rispetto ai partner europei, di lavoro scarsamente specializzato: in Italia il profilo più presente è quello delle professioni manuali qualificate, mentre in Germania è quello delle professioni tecniche intermedie, in Francia e nell’area Euro le professioni intellettuali e scientifiche. L’Italia è anche il Paese con la più alta percentuale di professioni non qualificate (13% contro una media Area Euro del 9,9% – dati Eurostat). Ovviamente la parametrazione dei salari sulla base di questa scala determina una media retributiva bassa”.

L’ultima parte è dedicata “alla produttività non solo del lavoro, ma di tutti i fattori che la determinano. Per un quadro più preciso, vale la pena fare un paio di raffronti tra la performance italiana e quella dei nostri partner europei: il PIL prodotto per ora lavorata in Italia è pari 54,2€, contro 60,5 dell’Area Euro, 67,1 della Francia e 67,6 della Francia. Il Pil pro capite annuo (per addetto) è di 41.995€ in Italia, 47.133 per l’Area Euro, 46.691 in Francia e 54.884 in Germania. Il nesso tra produttività  retribuzione è visto con molto fastidio da un po’ di sindacalisti, evidentemente convinti che i livelli salariali li debba decidere la Politica e non il Mercato”. Infatti “: stiamo vedendo che proprio in questi giorni di salario il sindacato non discute con le imprese ma con il Governo, e gli aumenti che rivendica non sono in relazione ad una contrattazione sulla ripartizione degli utili ma ad interventi fiscali e parafiscali”.

Il testo integrale dell’articolo è qui

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