Dalla protesta alla cittadinanza attiva per ridare alla politica prospettive generali (di Giuseppe Cotturri)

Amministrative, referendum: sembra crollata d’improvviso la capacità di Berlusconi di raccogliere consenso maggioritario. E’ finito il suo ciclo politico? Si vedrà. Ma intanto la spinta che queste tornate elettorali – soprattutto il quorum di partecipazione al referendum – sembrano dare a  una ripresa democratica autorizza a sperare.

Tuttavia è necessario un pensiero più approfondito.

Il voto ha manifestato una insofferenza crescente verso il modo manipolatorio e sostanzialmente elusivo del governo berlusconiano. Manipolazione della realtà, problemi reali nascosti ed elusi: alla fine il “cortocircuito” potere-comunicazione pubblica va in tilt, un numero crescente di persone riprende a ragionare in autonomia sulle prospettive del paese.

Le forze politiche di opposizione naturalmente sono protese nello sforzo di volgere a proprio vantaggio quello che, al momento, è solo un “umore” diffuso, malcontento e disaffezione dal grande affabulatore. Ma che le spinte “anti” possano tradursi in spinte “per” qualcosa, è questione assai più complicata e richiede gran tempo. La stessa definizione di questi moti in termini di “ripresa della partecipazione democratica” deve essere sottoposta a un vaglio più severo. Infatti la natura del fenomeno partecipativo si dispiega nel tempo, e, invece, certe “esplosioni” improvvise di opinione possono risultare fuochi di un attimo.

Anzitutto a cosa si partecipa in questo nuovo secolo? L’Italia per questo aspetto non è diversa da altri paesi capitalisti. Le organizzazioni storiche del Movimento Operaio tra Otto e Novecento prospettavano una partecipazione alla costruzione di solide cittadelle, sistemi di diritti protetti e garanzie collettive negli Stati-nazione. Gli studiosi parlano di fasi iniziali di estraneità e assedio da parte di quei movimenti, ma poi di processi di integrazione delle masse lavoratrici negli Stati borghesi. Questi furono trasformati in Stati sociali, Welfare States. Le costruzioni avevano assunto una fisionomia propria. Profonde furono le ristrutturazioni.

Il punto è che la metafora della solida costruzione indicava una meta, ma anche una cultura della organizzazione, e una capacità di stabilità e durata delle conquiste. L’intera vicenda si svolse su tempi lunghi e questo conferì alla coscienza diffusa la sensazione che si fosse entrati in una nuova “epoca” storica. A fine Novecento lo scenario della “globalizzazione” fa vedere invece Stati sempre più incapaci di proteggere le proprie comunità e universi sempre più “fluidi” in movimento tumultuoso: correnti fortissime trascinano via residui della civiltà “solida” dei protocostruttori, tutto è sospinto verso un mare sconosciuto, nessuno può frenare o sviare la “corrente”. La metafora dei sociologi è ora quella della società fluida. Chi partecipa in queste condizioni non ha un suo mattone da portare, non un muro dietro cui ripararsi: si nuota nella corrente per sopravvivere, non si alzano livelli sovrapposti, si resta in superficie, galleggiando con quel poco che si riesce a trattenere vicino a sé. Queste raffigurazioni riflettono pessimismo, paura , incertezza degli occidentali.

Ma c’è un modo in cui – lasciamo per ora metafore e immaginario collettivo – la domanda “quale partecipazione?” possa essere affrontata con qualche ragionevole filo di speranza? Proviamo a partire da una qualche maggiore determinazione storico-politica.

L’Italia del secondo dopo-guerra nulla sapeva di democrazia e partecipazione: liberato il paese e acquisita la promessa di una “democrazia progressiva” con la Carta del 1948, gli ex-sudditi e la gente cui era stato insegnato a “lavorare, obbedire, combattere” in gran numero si impossessarono anzitutto del libero voto politico. Uomini e donne: una partecipazione elettorale (anche su referendum istituzionale) mai vista, oltre il 90%, rimasta tale per decenni, e poi comunque rimasta tra le più alte nel mondo (perfino nella “seconda Repubblica” il voto politico – benché il corpo elettorale sia stato allargato in modo pasticciato al voto all’estero – resta attorno all’80%).

Milioni poi furono quelli che sperimentarono la partecipazione politico-associativa: si iscrissero ai partiti, che allora ebbero la forma che si dice “di massa” – migliaia di funzionari e dirigenti retribuiti, decine di migliaia di attivisti non retribuiti ma determinanti , milioni di elettori stabili (voto di “appartenenza”).

Qualcosa, però, si incrinò in questa costruzione: si pensa che il colpo venne da poche migliaia di sventati “contestatori”, studenti nutriti di ideologie anti-istituzionali, antiautoritarie, antiamericane. Ma il ’68, come la migliore ricerca sociale ha poi riconosciuto, fu evento mondiale e fenomeno profondamente legato al ricambio generazionale: i nati dopo il secondo conflitto mondiale si affacciarono in tutti i paesi sulla scena politica e ebbero l’ingenuità di credere alle promesse delle democrazie occidentali o a quelle dei paesi del socialismo realizzato. Davano gli uni e gli altri per acquisite le certezze materiali e gli spazi riconosciuti per le loro richieste: volevano andare oltre, volevano più libertà e riforme nei paesi socialisti, e più libertà e beni immateriali in America come in Europa (musica, viaggi, culture solidali; non: posto fisso, reddito individuale garantito, automobile, come i loro genitori lavoratori d’Occidente). E’ questo profondo mutamento sociale che scavò un fossato tra il sistema della rappresentanza politica e le spinte di nuove figure sociali: dopo gli studenti, le donne, gli ambientalisti, i pacifisti, i più recenti no-global…

La crisi dei sistemi di rappresentanza – che sono sistemi di riduzione della pluralità a un conflitto regolato tra due opzioni, e infine consegna del potere all’unico indirizzo fissato dalla maggioranza – lasciava intravedere una dimensione della espressività e della comunicazione, che le istituzioni politiche non potevano soddisfare oltre il gioco limitato che s’è detto (competizioni elettorali, sistemi prevalentemente bipartitici, riduzione dei sistemi più frammentati – come l’Italia – a un imperativo di semplificazione e omologazione al modello occidentale dominante).

La partecipazione attraverso partiti entrò in sofferenza ovunque: durante la guerra del Vietnam in America il 27% della popolazione fu contraria, ma non giunse a fare di questa opposizione una sola spinta politica, molti, piuttosto, si allontanarono dai riti elettorali. In Italia l’art.49 sembrò troppo chiuso, costrittivo: ai partiti che si arroccavano in un loro equilibrio collusivo (consociazione, sistema dei partiti), comitati referendari contrapposero iniziative sempre più destabilizzanti per determinare per oltre un quarto di secolo l’agenda politica del paese. Era altra partecipazione, partecipazione referendaria (con le firme, e col voto in un sol giorno su quesiti puntuali ancorché limitati).

La partecipazione dei cittadini, dunque, sempre più si configurava come stabile contrapposizione ai processi partitico-decisionali. Più tardi, a partire dalla esperienza brasiliana degli anni Novanta di bilanci comunali partecipati, s’è diffusa in Europa una larga sperimentazione similare, ma anche forme diverse di pubblico dibattito, decisioni rimesse a comitati di cittadini debitamente informati, consultazioni ristrette o allargate: insomma un fermento di forme ed esperienze che vengono accomunate con la formula democrazia partecipativa. Come si vede, l’approdo della partecipazione è, per comune intendimento, alla fine del Novecento e in questo inizio di secolo fuori e accanto ai partiti.

Chi vuol salvare la prospettiva della democrazia rappresentativa osserva che, nel significato anglosassone della “democrazia deliberativa” era già ricompressa l’importanza del dibattito pubblico, e che le decisioni delle istituzioni rappresentative sono migliori su quella base. In sostanza, sistema dei partiti e altre forme di partecipazione devono affiancarsi e rendersi complementari, non contrapporsi. La democrazia partecipativa non raggiungerà mai la legittimazione piena e totale delle forme sorrette dal suffragio universale. Il paradosso della partecipazione, infatti, è di mirare a un allargamento rispetto alle chiusure corporative del ceto politico, ma in concreto non riesce mai a coinvolgere tanti cittadini quanti sono quelli che avrebbero diritto e ragione di intervenire.

Una via diversa, e in un certo senso una vera “invenzione” politica, fu la costruzione di un movimento di volontariato dalla metà degli anni Settanta in Italia, per iniziativa di forze cattoliche, ma poi largamente partecipato da persone di altra formazione e orientamento politico. Per sottrarre ai tragici destini degli “anni di piombo” forze preziose della partecipazione civile si indicò il “privato-sociale” come modalità autonoma di fare politica: si opera per la tutela dei soggetti deboli, e pertanto si interviene su un terreno di politica sociale pubblica (mancante o inadeguata); in tal modo si condizionano i governi con la immediatezza dell’agire sociale solidale. Questa invenzione fu affinata, orientò altri soggetti associativi riuniti in un ambito non-profit che, per comodo, fu definito Terzo Settore, cioè non Stato e neppure mercato. E si dette forza infine a una visione del rapporto di reciproco sostegno, ai fini dell’interesse generale e dei “beni comuni” necessari, definito normativamente come regola di sussidiarietà. Discusso negli anni Novanta, il criterio è entrato nella Costituzione nel 2001. Se chiamiamo “cittadinanza attiva” questa specifica modalità dei cittadini di intervenire in proprio per realizzare politiche pubbliche e condizionare quelle che le istituzioni sono tenute ad erogare, vediamo che la partecipazione della cittadinanza attiva (alle politiche sociali appunto) è diversa e più penetrante della partecipazione di altre forme, che appunto si limitano a intervenire nel dibattito o/e nella decisione. Qui l’azione civica autonoma configura esercizio di una sovranità pratica del cittadino, che limita e vincola la sovranità istituita e conferita alle istituzioni pubbliche. Si parla per questo di amministrazione condivisa. La partecipazione alla cittadinanza attiva è dunque partecipazione a un processo, non facile e tuttavia ormai delineato e avviato positivamente, di costruzione di un altro modo di costituire la “sfera pubblica”. Sia la società che lo Stato sono in corso di ridefinizione.

Questo modo di riflettere storico-politico e con ancoraggio a concrete esperienze sociali e istituzionali forse ci può sottrarre alle suggestioni e al pessimismo dei cultori della globalizzazione fluida. Certo, un moto di delusione-protesta antiberlusconi non può essere automaticamente iscritto nelle pratiche di cittadinanza attiva. Ma quel fare attivo, quella capacità di produrre e tutelare condizioni materiali e immateriali di convivenza civile (beni comuni), danno credibilità a questa prospettiva:  secondo i dati multiuso dell’ISTAT sono circa il 20% i cittadini che stabilmente partecipano, almeno due volte l’anno, ad attività di volontariato e associazionismo non-profit. Non bastano certo a salvare il paese, ma non sono poca cosa, è qualcosa su cui vale la pena confidare. Del resto i sondaggi dicono che il volontariato appunto è per gli italiani la galassia sociale che raccoglie il più alto indice di fiducia. A Milano come in Puglia una pratica liberatoria di scelta del leader mediante “primarie”  associa poi al governo territoriale  forze stabili di cittadinanza attiva.

In ogni caso, caduto l’appeal dell’immaginario manipolato dal potere televisivo, appare in tutta la sua evidenza la deriva incontrollata e portatrice di sventure e disgregazione di quella combinazione di interessi economici e politici. La parabola politica di Berlusconi volge al compimento di un ventennio. Ma la società della spettacolarizzazione e dei consumi di massa, promossi da una organizzazione scientifica e monopolistica del marketing, prospera ormai da quarant’anni, prima in Usa, ma anche da noi fin dagli anni Ottanta. Il motore del consumo infinito è nel ferreo presidio degli interessi di marketing nella comunicazione e nella produzione di immaginario collettivo. Il sistema con cui Berlusconi ha fissato un monopolio nella raccolta e distribuzione di pubblicità commerciale a giornali e televisioni è magistrale. La televisione pubblica è stata assediata e poi inglobata, ma non è nel controllo degli organi della Rai il segreto del successo dell’operazione: molto prima dell’ascesa al governo di Forza Italia, il controllo delle risorse commerciali aveva assicurato un condizionamento su tutto il sistema (che impropriamente fu detto duopolio) e segnato per decenni un senso comune di massa.

Ora, è quell’immaginario collettivo, è quell’incremento indiscriminato e apparentemente inarrestabile di desideri individuali (che il capitalismo muove e gestisce con polso ferreo nel mondo), che sono entrati in rotta di collisione con la salvezza stessa del genere umano (energie non rinnovabili, buco dell’ozono, riscaldamento del pianeta). Sono enormi le forze che devono muoversi nel mondo per “governare” un riequilibrio, tra bisogni dell’umanità e risorse planetarie. Anche qui: sono decenni che culture e soggetti dello sviluppo “compatibile” fanno sentire la loro voce. Ma fino a quando anche i cittadini comuni non sentiranno come propria la responsabilità per un mutamento di prospettiva delle economie e delle costruzioni di società, lo sforzo resterà pia intenzione di minoranze illuminate.

Collegare la anonima ma estesa e multiforme pratica di cittadinanza attiva nei tanti paesi in cui queste esperienze si sviluppano a orizzonti generali di questo tipo, per la salvezza del pianeta, non è impossibile. Può sembrare una esagerazione, questo passaggio dalla cittadinanza attiva ai problemi dell’umanità, ma il fatto è che l’esperienza quotidiana ha già messo in diretto contatto le due prospettive: in Italia abbiamo discusso di opere pubbliche come il ponte sullo Stretto, e di nuove centrali nucleari, o di privatizzazione dell’acqua. I referendum hanno mobilitato il paese su queste alternative. Una chiave culturale molto forte d’altronde è già acquisita proprio con la tematizzazione, che la cittadinanza attiva e l’idea sussidiaria hanno fissato in Europa e nella stessa Costituzione italiana. Quella dei beni comuni.

Alcuni beni comuni hanno a che fare con la scarsità (energie, risorse non rinnovabili, ambiente ecologicamente in equilibrio). Ma altri beni, di natura immateriale (conoscenza, capacità creative e comunicative), sono abbondanti: e qui la pretesa di limitarne la crescita e l’impiego pubblico è destinata a sicura sconfitta. Le nuove generazioni sono in contatto in rete. Non solo vogliono contare. Ma già partecipano. E stanno cambiando il mondo. A partire dai paesi africani, che i potenti immaginavano esclusi  dalla storia.

Partecipare dunque è, oggi come non mai, anzitutto comunicare, far crescere saperi, allargare reti, rovesciare luoghi comuni, prospettare soluzioni innovative. E avere il coraggio di praticarle. Quali poi sono le forme organizzative della politica conseguente a queste istanze, è problema che pian piano si sta dipanando.

Giuseppe Cotturri (docente Università di Bari)

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