Greta il clima slogan e realtà

Mettiamo subito un punto fermo: la mobilitazione globale dei Fridays for future raccolti intorno alla figura di Greta è una gran bella notizia. Veniamo da anni nei quali sembrava che avessero ormai preso il sopravvento gli egoismi, l’individualismo, il rancore. Ora a questi, che ci sono ancora, si contrappone un movimento che mette al centro la dimensione umana come supremo interesse collettivo che unisce al di là dei confini, di qualsiasi natura essi siano (religiosi, culturali, sociali, nazionali ecc).

Diciamo la verità: ambiente e clima interessano innanzitutto gli esseri umani che vogliono vivere migliorando il proprio benessere. Sì gli slogan parlano del pianeta Terra, ma, ammettiamolo, questo è assolutamente indifferente a qualunque mutazione possa essere determinata dalle attività umane. La Terra è indifferente ai cambiamenti perché è composta da una complessa interazione di elementi propri e provenienti dall’esterno privi di qualunque tipo di soggettività. Tutto può succedere al pianeta Terra perché è solo un agglomerato di elementi. Il suo destino è segnato da processi planetari che sfuggono totalmente al nostro controllo.  

Rendiamoci dunque conto che tutte le preoccupazioni per l’ambiente e il clima mettono al centro l’essere umano e le sue condizioni di vita. Anche la natura non è altro che l’ambiente nel quale viviamo e che ci consente di vivere perché da lì traiamo tutto ciò che ci è necessario. Aria, acqua, cibo ci servono per questo e le malattie causate dall’inquinamento ce lo ricordano drammaticamente.

Il movimento che si è riconosciuto nella ragazzina svedese ha questo valore. La presa di coscienza di centinaia di milioni di persone è un regalo quasi inaspettato e del quale c’era un grande bisogno perché introduce la novità di una nuova forma di soggettività trasversale, culturale e sociale prima ancora che politica. Questo movimento va fatto crescere e da esso bisogna trarre la spinta per progettare ed attuare politiche di trasformazione che comporteranno inevitabilmente dei prezzi da pagare.

Non illudiamoci, appena dall’entusiasmo dei facili slogan si passerà alle azioni concrete ci saranno reazioni e bisognerà stare molto attenti a non farle radicalizzare. Per questo il messaggio lanciato da Greta (e da tutto il mondo intellettuale, politico ed economico che la supporta) deve farsi più ragionevole. Finora si è pigiato sull’acceleratore in un crescendo di toni culminati nel breve discorso all’Onu. Proseguire in quel modo vuol dire scivolare nel fondamentalismo fine a se stesso perché non è ragionevole chiedere tutto e subito quando in ballo c’è una trasformazione radicale. Finora l’attrazione esercitata da Greta ha funzionato perché ad una sedicenne è consentita l’intransigenza e l’assenza di sfumature. Milioni di giovani si sono riconosciuti in lei, ma la ragazza svedese, saggiamente, ripete sempre che non spetta a lei trovare le soluzioni e che terrà d’occhio ciò che faranno le classi dirigenti, politici innanzitutto.

Passando dagli slogan alle politiche bisogna innanzitutto spiegare ai giovani che non siamo all’anno zero. Sono già alcuni decenni che esiste un movimento ambientalista. Si è diffuso e in alcuni paesi è una forza politica di prima grandezza. Le azioni necessarie per la salvaguardia dell’ecosistema sono state studiate e molte sono già state messe in atto. Nel mondo occidentale, dove la sensibilità ambientalista si è affermata, la realtà oggi non è quella che c’era nel passato e i giovani non possono nemmeno immaginare come si vivesse anche solo 50 anni fa.

Dando per scontato che i paesi dell’Occidente sviluppato debbano ancora fare molto i problemi più difficili da affrontare per il riscaldamento globale e per l’inquinamento sono due: i paesi emergenti e la popolazione mondiale. Su questi due punti il movimento mondiale che è esploso negli ultimi due anni può fare qualcosa per condizionare le scelte dei governi. Sapendo, però, che colossi come Cina e India con i loro tre miliardi di abitanti vogliono crescere e non fermarsi. E crescere significa consumare materie prime ed energia.

Il secondo problema è che la popolazione mondiale continua ad aumentare e va verso il traguardo dei dieci miliardi previsto dopo il 2050. Quali problemi porrà? Basta citare i punti essenziali: energia, materie prime, cibo, acqua, abitazioni, strade, mobilità (treni aerei, auto). Come si fa a porre la questione climatica in termini ultimativi (bisogna azzerare le immissioni di C02 da fossili entro il 2050) di fronte ad una realtà così complessa?

In Occidente abbiamo una sovrastruttura culturale che ci guida: pensiamo che la realtà sia plasmabile in base ai nostri desideri e agli imperativi morali che ci siamo dati. Essere sempre di più e vivere a lungo curando ogni tipo di malattia ed eliminando la fame e la povertà dal mondo in un ambiente incontaminato usando il minimo di materie prime e di energia e senza conflitti armati sembra più un libro dei sogni che una visione realistica. Eppure questa è l’ispirazione che guida molti pensieri e molti movimenti. Se poi la realtà non si uniforma ai desideri andiamo a caccia dei complotti o dei poteri forti che negano i nostri sogni.

È probabile che anche l’idea di fermare i cambiamenti climatici con le nostre azioni sia un sogno. Forse nemmeno gli scienziati lo sanno con certezza vista l’esistenza di opinioni diverse. Comunque non opinione, ma certezza è che la Terra non sia un sistema chiuso ed immobile. Glaciazioni e riscaldamenti si sono susseguiti anche quando le attività umane contavano ben poco. Abbiamo causato un’accelerazione? E allora cerchiamo di rallentarla. Sapendo, però, che la cabina di comando dei mutamenti non sta nelle nostre mani. Il radicalismo di una parte dell’ambientalismo può servire come sprone nel breve periodo, ma poi rischia di provocare una reazione di rifiuto anche delle proposte più ragionevoli. In fin dei conti sono gli esseri umani a dover cambiare comportamenti e stili di vita e bisogna convincerli. Il fenomeno Greta ha il grande merito di essere diventato globale e la scelta di incaricare una ragazzina seria, intelligente e preparata di essere la bandiera di un nuovo slancio ambientalista ha funzionato in maniera sorprendente

Claudio Lombardi

Cosa ci aspetta nel 2016?

Il 2015 non è stato certo un anno sereno, il medio oriente ha continuato a bruciare, non è stata trovata una soluzione alla questione Ucraina, sono cresciuti nazionalismi e fondamentalismi, Parigi e tante altre città sono state colpite da attentati terroristici, infine sui mercati hanno pesato notevoli tensioni che probabilmente non dipendono solo della Cina. Si citano qua alcuni dei tanti nodi irrisolti che ci hanno quasi fatto dimenticare i problemi della Grecia e dell’Europa e che probabilmente resteranno attuali nel 2016

  1. Estrema instabilità politica

instabilità politicaNel 1989 la storia non è finita, come preconizzava Francis Fukuyama, anzi è andata avanti in modo più rapido e caotico. E’ cresciuto il numero dei conflitti sia perché la fine dell’Unione Sovietica ha destabilizzato paesi che orbitavano attorno a Mosca, sia perché sono venuti meno i fattori che durante la guerra fredda inibivano manovre militari delle grandi e medie potenze lontano dai confini nazionali. L’Africa Centrale, il Medio Oriente e l’Ucraina sono i fronti più caldi, e alcuni non sono troppo lontani da casa nostra

  1. La crisi dello Stato

Dopo il 1989 sono emersi in modo sempre più netto i limiti dello Stato. Scrive Lucio Levi, già presidente del Movimento Federalista Europeo, “la scena mondiale è sempre più dominata da grandissimi attori non statali: banche, multinazionali, agenzie di rating, movimenti, organizzazioni religiose, gruppi terroristici e gruppi criminali transnazionali”. Lo Stato nazionale appare sempre meno capace di garantire la sicurezza fisica ed economica ai suoi cittadini. Gli Stati Uniti hanno vinto la guerra fredda ma non sono in grado di garantire un ordine mondiale. crisi dello statoLa crisi dello Stato si manifesta in Europa con la risposta antistorica dei separatismi, la Scozia e la Catalogna sono i casi più evidenti, ed in modo ancora più drammatico fuori dall’Europa con i collapsed state, paesi sprofondati nella guerra civile o falciati dal terrorismo: Somalia, Iraq, Afghanistan, Siria, Nigeria, Mali. Tra gli Stati con grossi limiti si annovera anche il Messico a causa dei grossi problemi con la criminalità organizzata. La crisi dello Stato si misura anche con il fatto che sempre più i conflitti sono guerre civili e sempre meno vedono l’esclusiva partecipazione di eserciti regolari

  1. Petrolio e materie prime

Il prezzo del petrolio è precipitato a poco più di 30 dollari al barile. Per ritornare a questo livello nominale bisogna ritornare ai primi mesi del 2004. Includendo anche una stima d’inflazione del 2-3% l’effetto calo del greggio sarebbe ancora maggiore. Da un lato ci sono l’Italia e gli altri paesi dell’UE che importano gran parte del petrolio e del gas che utilizzano che dovrebbero trarre vantaggio da questo scenario, dall’altro ci sono i paesi produttori in difficoltà. Non è un caso che per esempio in Nigeria le violenze sono aumentate in modo esponenziale da quando il prezzo del petrolio è crollato, anche paesi come il Venezuela e la Russia sono fortemente destabilizzati.prezzo del petrolio La stessa Arabia Saudita, uno dei principali “manovratori” del mercato dell’energia è costretta a fare austerity. Probabilmente le borse non brindano al crollo del prezzo del greggio o non lo fanno quanto ci potremmo aspettare perché gli analisti considerano i livelli del prezzo del petrolio così bassi insostenibili nel lungo periodo. Quando il petrolio tornerà ai prezzi che consentono il pareggio ai produttori (il cd break even) i benefici per chi importa energia finiranno e resteranno i danni dell’instabilità. Nel breve periodo autorevoli fonti ipotizzano che il prezzo del petrolio possa scendere anche fino a 20 dollari al barile o addirittura a livelli inferiori.

  1. Timori dalla Cina

Ben prima che le autorità cinesi fossero costrette ad intervenire per evitare una drammatica esplosione di una bolla gli analisti indipendenti esprimevano forti timori sulla Cina e in generale sull’Asia. Pechino preoccupa per diversi motivi: negli ultimi anni il debito pubblico è cresciuto molto, anche considerando che in Cina non solo il governo centrale, ma anche le grandi città e gli enti locali sono sempre più indebitati. È cresciuto molto anche il debito delle imprese; si stima che lo shadow banking, il sistema bancario ombra non soggetto alla regolamentazione della banca tradizionale pesi circa il 20% del Pil. I titoli quotati di interi settori sono cresciuti solo perché abbonda la liquidità ed a prescindere dalla solidità delle singole imprese; ci sono dubbi sia sull’attendibilità del PIL, sia sulla poca trasparenza del “quantitative easing alla cinese”

  1. Asia: timori oltre la Cina

crisi CinaQuando alcuni criptici analisti suscitano dubbi sulla tenuta dell’Asia è sempre difficile capire da dove esattamente pensino arrivino i più grossi problemi. Il Giappone si confronta con una stagnazione che dura da 25 anni, la corsa del debito pubblico giapponese continua. I tentativi del premier giapponese Abe di riscrivere la storia e di modificare la costituzione pacifista oltre che rapporti poco sereni con la stampa estera fanno pensare che il governo giapponese ha ben poche soluzioni ai problemi economici. In questi anni, complici le politiche monetarie di BCE e FED, i debiti dei paesi emergenti, molti dei quali sono asiatici, sono cresciuti. Il ritorno a politiche monetarie convenzionali negli USA potrebbe comportare una fuga di capitali che potrebbe rendere difficile per le imprese rifinanziare il debito. Inoltre nel 2016 scade il mandato degli autorevoli, e scomodi, governatori della banca centrale cinese e indiana

  1. Se la Cina rallenta chi traina la ripresa

trainare la ripresaNel 2011 l’analista di Goldman Sachs Jim O’Neill coniò l’acronimo BRIC e affermò che la scena internazionale negli anni successivi sarebbe stata dominata da Brasile, Russia, India e Cina. In realtà anche O’Neill ammette che non esistono paesi pienamente comparabili alla Cina. E’ fisiologico che Pechino rallenti; come dice Lorenzo Bini Smaghi se la Cina consuma di più, esporta meno e diventa più moderna nel lungo periodo l’economia mondiale non può che trarne giovamento. Il vero problema è che i nuovi emergenti, Messico, Nigeria e Turchia per esempio, appaiono incomparabilmente più instabili di quelli di “prima generazione” ed il Brasile e la Russia sono in crisi profonda quindi la transizione della Cina potrebbe celare grossi pericoli per tutti

  1. Ambiente

Infine c’è la questione ambientale. E’ emblematico che nell’ultimo suo libro Disuguaglianza. Che cosa si può fare? Atkinson, uno dei più grandi esperti al mondo di disuguaglianza e povertà affermi che molti economisti da diversi anni considerano il cambiamento climatico e l’inquinamento fattori che fanno crescere le disuguaglianze, mentre Jeffrey Sachs, uno dei più grandi esperti di sviluppo al mondo affermi che le deteriorate condizioni ambientali sono un fattore di instabilità nel Medio Oriente. E’ un caso che il Mali e la Siria due paesi con grossi problemi di stabilità vengano da molti anni di siccità? La scarsità di acqua in un futuro non troppo lontano potrebbe essere causa di guerre e migrazioni.

Salvatore Sinagra

Un punto di vista civico sulla riforma del lavoro (di Claudio Lombardi)

Esiste la possibilità di un punto di vista civico sulla riforma del lavoro?

Ne parlano i sindacati, ne parlano i partiti, protagonista è il Governo. E i cittadini? Risposta ovvia: i lavoratori sono cittadini e sono i sindacati a rappresentarli insieme ai partiti. Replica (forse meno ovvia): tutti i cittadini in una Repubblica fondata sul lavoro dovrebbero essere interessati alla disciplina del lavoro e non tutti sono per forza rappresentati dai sindacati o si riconoscono in un partito. Su tutti, però, agiscono le norme di legge quelle che il Parlamento comunque approva sia che si presentino come decreto-legge, sia come legge delega, sia come disegno di legge. Quindi ricordiamoci che, finchè non ci sarà una legge approvata definitivamente, ci si trova di fronte a proposte o progetti e non a pacchetti “prendere o lasciare”.

I toni in questi giorni, dopo la presentazione della proposta di riforma da parte del Governo, si sono fatti molto accesi; qualcuno ha parlato di “massacro dei diritti dei lavoratori”, la CGIL promette una lotta dura per contrastare il cammino della riforma, altri immaginano un ingresso massiccio di investitori esteri grazie allo “sblocco” del mercato del lavoro. Ci sono pure quelli (per fortuna) che hanno usato toni più pacati mettendo in luce le parti positive e innovative rispetto alla situazione attuale e quelle più critiche che avrebbero bisogno di modifiche migliorative.

Ma torniamo al punto di vista del cittadino. Di cosa si avverte il bisogno? Sicuramente di strumenti e interventi per le due fasi critiche del percorso lavorativo: la ricerca del lavoro in giovane età e il sostegno negli anni che precedono la pensione ( nel caso in cui si dovesse perdere il lavoro). In entrambe le situazioni occorre un intervento pubblico che aiuti concretamente con erogazioni di denaro, che assista e che predisponga la cornice normativa entro la quale la ricerca del lavoro si svolge e si conclude con la stipula di un contratto o con la sua rescissione.

Nel caso del giovane che cerca lavoro oggi non vi è nulla che aiuti e sostenga ovvero non c’è alcuna forma di sostegno perché inizi a formarsi un reddito autonomo. Come è noto le famiglie suppliscono a questa mancanza (come avviene, d’altronde, anche per l’assistenza agli anziani). Non vi è nemmeno una cornice normativa adeguata che indirizzi e supporti lo svolgimento del rapporto di lavoro. Tanto è vero che i lavori precari dei tipi più svariati e in buona parte anche “in nero” e, comunque, sempre sottopagati, sono quelli più diffusi fra i giovani.

Di cosa hanno bisogno allora i cittadini che vogliono iniziare a lavorare? Hanno bisogno di indennità di sostegno cioè di un reddito minimo di avvio al lavoro, di servizi per l’impiego e ispettivi, di norme che fissino le tipologie contrattuali con modalità precise che scoraggino i raggiri, le truffe e i ricatti.

Tutto ciò c’è nella proposta del Governo? In parte, solo in parte. Manca un disegno complessivo che affronti questa fase della vita delle persone. Alcuni interventi sono previsti (misure per scoraggiare i rapporti precari), ma mancano misure di sostegno e le “famose” politiche attive del lavoro delle quali molto si è parlato. È prevista una mini indennità di disoccupazione che si attiva con requisiti ridotti rispetto a quella “piena”, ma comunque si rivolge a chi ha già avuto un lavoro.

Quindi appuntiamoci le modifiche necessarie con al primo posto un salario sociale o indennità per i giovani.  Costa? Sì certo. Dobbiamo abituarci che per alcune politiche bisogna spendere, per altre no.

Nel caso del lavoratore che si avvia al pensionamento aumentano i rischi di licenziamenti mirati ad una sostituzione con personale più giovane e anche meno costoso. In questo caso occorre innanzitutto una norma che scoraggi il datore di lavoro rendendo difficile e oneroso il licenziamento e occorrono forme di sostegno per il lavoratore nel caso in cui il licenziamento si verifichi lo stesso. L’art. 18 serve a fronteggiare la prima eventualità ed il Governo lo vuole modificare;  nel secondo dovrebbe intervenire l’indennità di disoccupazione (ASPI) più un Fondo di solidarietà per i lavoratori anziani finanziato dalle imprese proprio per accompagnare i lavoratori alla pensione in caso di licenziamento. Oggi l’art. 18 garantisce una copertura piena solo a chi lavora in aziende con più di 15 dipendenti e le casse integrazioni sono ben tre e possono durare diversi anni, ma non si applicano a tutti i lavoratori.

La proposta del Governo, invece, intende estendere la disciplina dei licenziamenti a tutti i lavoratori e la stessa cosa vuole fare con la Cassa integrazione ordinaria e con l’Assicurazione Sociale per l’Impiego (ASPI).

Tuttavia, la modifica dell’art. 18 rende più facili i licenziamenti per motivi economici che darebbero diritto solo ad un’indennità (se riconosciuti illegittimi, attenzione!), ma non al reintegro che, invece, rimane per i licenziamenti discriminatori e per quelli disciplinari (qui a discrezione del magistrato). È facile dedurre che rendere più facili i licenziamenti andrebbe a colpire innanzitutto i lavoratori più anziani, e sarebbe uno strumento in più per un datore di lavoro che volesse liberarsi di un dipendente sapendo che al massimo pagherà una somma di denaro.

Un punto di vista civico non può prescindere dalla dignità delle persone e dalla necessità di un reddito adeguato per assicurarla (articoli 4 e 36 della Costituzione). Bisogna ricordare che quei due articoli della Costituzione pongono obiettivi politici che la Repubblica deve perseguire e introducono diritti per i lavoratori che, quindi, non possono essere lasciati soli. Questo è il motivo per cui il licenziamento deve rientrare in determinate forme giuridiche e non può essere assolutamente libero.

Un punto di vista civico deve anche rilevare che la coesione sociale è un valore di primaria importanza (e una condizione di sviluppo economico) e che l’intervento pubblico deve mettere particolare cura nel sostegno ai lavoratori che perdono il lavoro sia con la quantità e la durata di Cassa integrazione e Aspi, sia con politiche del lavoro che si traducano in servizi per l’impiego e in politiche (industriali, ambientali, dei servizi ecc) di sviluppo del Paese.

Segniamo anche questi punti che potranno essere modificati e migliorati  nell’esame parlamentare possibilmente in un clima disteso privo di esasperazioni ideologiche inutili e dannose da qualunque parte provengano.

In ogni caso la dimensione della riforma non si misura solo sulle norme proposte, ma chiama in causa tutti gli aspetti del programma del Governo che possono incidere sull’andamento dell’economia e dell’occupazione. In realtà il vero completamento della riforma si avrà solo se cresceranno le occasioni di lavoro di buona qualità e ben retribuito e se ciò conseguirà ad un percorso di formazione che deve avere la sua base nella scuola e nelle università. Per questo investire in istruzione e formazione significa investire per lo sviluppo futuro. Anche la cura dell’ambiente e del territorio non è un capitolo da inserire nei programmi di governo ed elettorali per ossequio allo spirito dei tempi, ma è un altro investimento per lo sviluppo dell’economia. La cultura, poi, per l’Italia dovrebbe essere un settore ad elevata intensità di lavoro e di investimenti perché è congeniale alla storia e al patrimonio nazionale e perché può generare sviluppo forse, ben più del settore automobilistico (per dirne uno che ci preoccupa tanto) o di quello edilizio per il quale non c’è più territorio disponibile.

Soprattutto un punto di vista civico deve assumere l’intervento dello Stato e la gestione delle sue risorse come beni comuni dei quali discutere fra cittadini e non riservati a tecnici e addetti ai lavori. Bisogna superare l’ossessione della spesa pubblica perché gli obiettivi di cui si è parlato non si perseguono a costo zero, ma possono sicuramente arricchire il Paese ben più di quanto costano.

Per superare quell’ossessione ci vogliono tre condizioni: 1. Se ne deve convincere l’Europa perché le politiche di sviluppo funzionano a quel livello e sono più efficaci se integrate e perché i vincoli alle finanze pubbliche sono diventati il principale ostacolo allo sviluppo; 2. Bisogna rinnovare la politica, la rappresentanza e le forme che fanno vivere la democrazia perché la corruzione, l’assalto ai soldi pubblici e l’incapacità dei gruppi dirigenti manderebbero a monte qualunque progetto di crescita; 3. Ci vuole una nuova cultura civile perché i cittadini devono mettersi nelle condizioni di elaborare la loro capacità di governo elevandosi al di sopra degli interessi di categoria e cercando di avere una visione politica e programmatica in quanto cittadini. Ciò farebbe bene allo Stato e a tutte le associazioni che si impegnano nell’attività politica.

Le tre condizioni vanno insieme, ma la terza è quella su cui lavorare di più perché è la base sulla quale fondare la rinascita dell’Italia.

Claudio Lombardi

elezioni finite, ora si deve lavorare sul serio (di claudio lombardi)

Le elezioni si sono concluse, i commenti ci sono stati e sicuramente continueranno ancora per un po’, i presidenti eletti si godono l’attenzione dei media, i nuovi consigli si stanno per insediare e le giunte inizieranno a funzionare fra poco. Qualche piccola considerazione sul voto e poi vediamo che c’è da fare.

Il voto del 28-29 marzo indica tre fenomeni: l’astensionismo che sfiora il 40% dell’elettorato; il successo delle forze politiche che hanno una presenza territoriale vera o che parlano un linguaggio chiaro e netto che permette di capire subito cosa propongono e chi sono; il successo di liste che fanno capo a movimenti di opinione o sociali.

Si tratta di tre fenomeni che ci parlano di un elettorato sveglio che ha un rapporto disinibito con le forze politiche e che molto difficilmente segue disciplinatamente le indicazioni dei gruppi dirigenti dei partiti. Anche quando sembra che lo faccia, in realtà, rinnova la sua adesione a un progetto o a un’idea che esercita ancora la sua attrazione e che convince. La stessa astensione è una presa di posizione “estrema” e potenzialmente negativa perché lascia campo libero a quelli dai quali ci si allontana, ma significa anche che quella massa che ha la maggioranza relativa potrebbe esprimere un diverso orientamento alle elezioni successive e, da subito, potrebbe schierarsi, e condizionare tutta l’opinione pubblica, contro le politiche condotte da vertici istituzionali non riconosciuti come propri.

Il successo di chi parla con chiarezza e non ha “peli sulla lingua” e quello di chi parla a nome di movimenti di protesta o di lotta indica che l’insoddisfazione per lo stato delle cose è tanta, che si pretende che la politica dia messaggi chiari e riconoscibili, che si rifiuta il professionismo di chi mette la manovra fra partiti al centro della sua azione perché sembra occuparsi solo dei problemi del “palazzo” e non di quelli reali. E poi dalla delusione si passa ad imboccare la strada di una rifondazione della politica partendo da aggregazioni nuove che gruppi di cittadini creano in base ai propri orientamenti e agli obiettivi da raggiungere. In entrambi i casi si tratta di elettori che non accettano di essere manovrati da chi non fa capire cosa vuole perché è molto più attento agli equilibri di potere e alla propria carriera che alla missione di curare gli interessi della collettività.

Potrebbe sembrare paradossale, ma questi tre fenomeni rivelano un grande bisogno di attivismo civico, rivelano che il cittadino non vuole essere preso in giro e pretende di essere messo al centro della politica. Il vero tema di queste elezioni diventa dunque questo: la necessità di rifondare la politica e di rinnovare il sistema democratico perché sia lo strumento con il quale affrontare i problemi di governo della società. I partiti che non lo capiscono e si presentano come gruppi di professionisti concentrati sui loro problemi vengono colpiti. Ovviamente non tutto avviene con la lucidità di un progetto concepito da una singola mente, ma con la grossolanità, le contraddizioni e l’approssimazione di un processo che coinvolge milioni di persone. Per questo ci sono segnali contrastanti e per questo il declino delle “macchine di potere” non è così netto come potrebbe essere.

Disponibilità e vuoto: questi sono i termini che descrivono meglio la situazione di oggi. Disponibilità perché sia il voto che il non voto mostrano una società attenta ed esigente ed anche autonoma fatta di persone che ragionano con la loro testa e scelgono. Vuoto perché se queste persone non trovano, prima o poi, chi sia in grado di rappresentare le loro esigenze possono costituire la massa di manovra per lo smantellamento di una democrazia percepita come inutile.

C’è, però, un’altra parola chiave che descrive la situazione: attivismo. Può essere civico o politico o anche personale, ma indica comunque l’esistenza di energie che si muovono alla ricerca di un assetto migliore. L’attivismo civico, la cittadinanza attiva significano questo: ricerca del meglio nello spazio pubblico rispetto ad una situazione insoddisfacente. Ecco allora che dopo le elezioni, chiunque abbia conquistato il vertice delle regioni deve fare i conti con questa opinione pubblica, con questi cittadini che faranno meglio ad organizzarsi per promuovere le politiche che rispondono agli interessi della collettività perché se non lo fanno allora saranno i gruppi di potere ad agire (come fanno sempre) per il loro interesse particolare.

I temi non mancano. Non se ne è parlato in campagna elettorale, ma adesso sarà difficile sfuggire: i nuovi amministratori delle regioni dovranno lavorare per migliorare la situazione dei territori che devono amministrare.

Sanità, energie e ambiente, mobilità, assetto del territorio, sviluppo, efficienza amministrativa, assistenza. Sono solo alcune delle responsabilità che spettano alle regioni. Presto ne arriveranno altre con il federalismo fiscale che permetterà ai cittadini di confrontare imposte  e tasse pagate con i servizi resi perché non si potrà più fare lo scaricabarile fra Stato che prende i soldi e regioni che li spendono. Tendenzialmente le regioni si autofinanzieranno e dovranno spiegare ai propri cittadini che fine fanno i loro soldi. Sarà una bella prova per tutti, ma innanzitutto lo sarà per i cittadini che potranno e dovranno conoscere le cose e pretendere di partecipare alle decisioni e ai controlli. Un cittadino attivo ed esigente è la miglior garanzia che il sistema democratico serva ad una società che promuove le capacità individuali in un quadro di garanzie e di tutele accessibili a tutti.

Claudio Lombardi

L’insostenibile leggerezza della sostenibilità (di Mauro Chessa)

Alcuni vedono nella parola ‘sostenibilità’ un mantra, salvifico attraverso la continua ripetizione; penso alla discrasia tra le decennali dichiarazioni dei governi e i summit mondiali, inconcludenti persino nel tratteggiare la speranza di non perseverare nella direzione opposta alla sostenibilità.

Non banalizzo, il tragitto della sostenibilità impegna scelte di immensa portata, che intrecciano l’economia con aspetti sociali e politici di respiro mondiale, non è questione che si possa risolvere tra pochi volenterosi: forse potremmo realizzare un microcosmo sostenibile, ma se è parte di un contesto disastroso avremmo ottenuto poco più che un alibi per la nostra coscienza.

Tuttavia la consapevolezza dell’impotenza dei singoli e dei pochi non significa affatto che questi possano sentirsi deresponsabilizzati, è anzi un potente sprone – considerato che la posta in gioco ha carattere esistenziale – per l’impegno verso la crescita di una coscienza collettiva sempre più pervasiva, radicata nella conoscenza e nella consapevolezza.

Con tale spirito Cittadinanzattiva Toscana ha affrontato la tre giorni sulla sostenibilità organizzata dalla Regione Toscana con il Centro Tecnico per il Consumo (Lucca 23-25 ottobre 2009), cercando di portare un contributo alla comprensione del grande affresco che è la sostenibilità. L’opuscolo prodotto per quell’occasione (‘Sostenibilità – Un’antologia, con l’ambizione della sostenibilità’) ha la funzione della cartina stradale, uno strumento per non perdersi nelle molte vie che percorrono – talvolta aggirano – il tema che stiamo trattando. Da quel documento propongo tracce che spero possano servire ad aprire riflessioni ed evitarci il rischio di essere tra coloro che recitano mantra.

Entriamo per gradi nella complessità della sostenibilità, con un’ovvietà: è sostenibile qualsiasi azione o modificazione che non eccede la capacità di un sistema di mantenere immutati i propri equilibri; il concetto di sostenibilità può quindi essere applicato sostanzialmente a qualsiasi universo, dall’intero orbe terracqueo, con tutte le sue componenti, a specifici ambiti, come lo sfruttamento delle risorse fossili per l’energia.

Ogni processo, per le regole assegnate a questa parte di Universo, è inevitabilmente connesso ad altri che insieme costituiscono un diverso e più ampio livello materiale o cognitivo. Ne consegue che una funzionale percezione della sostenibilità vede questa come una cipolla: il cuore è uno specifico argomento che si voglia misurare con il suo metro, compreso nei più ampi involucri concentrici, fino alla cuticola esterna, che è la dimensione globale onnicomprensiva.

Questa gnoseologia geometrica è orfana della quarta dimensione: il tempo, in particolare nella sua metrica antropica. Possiamo infatti individuare fenomeni che nella scala universale dei tempi sono invarianti rispetto agli equilibri planetari, ma che risultano impattanti nel lasso di una o poche generazioni: si pensi all’irrilevanza della cementificazione delle coste se proiettata nell’apocalisse dell’orogenesi e della deriva dei continenti, che Jahvè mette in scena dalla notte dei tempi.

La sostenibilità deve quindi essere commisurata anche all’angusta prospettiva temporale che è propria del nostro genere. Ma declinando la sostenibilità sulla dimensione antropica vediamo che è necessario aggiungere molto più che la variabile tempo: l’uomo è soggetto sociale complesso, la qualità della nostra vita non è commisurata esclusivamente all’integrità fisico-chimica e biologica dell’ambiente (l’uomo di Neanderthal non viveva meglio di noi, non di tutti), ma anche all’insieme dei fattori che costituiscono il sistema relazionale. I macro temi della cultura (istruzione, educazione, crescita culturale …), dell’economia (lavoro, accessibilità dei beni …) e della socialità (qualità delle relazioni interpersonali e intergruppo, senso di sicurezza e soddisfazione …) entrano di diritto tra gli elementi della valutazione antropica della sostenibilità.

Questi fattori scontano valutazioni variabili nel tempo e nello spazio. Un esempio: le comunità amazzoniche erano oggettivamente sostenibili in termini sia ambientali sia delle strutture sociali, ben regolate, dove lo stress e le tensioni tipiche della società occidentale erano sconosciuti; ma il contatto con la ‘civiltà’ le ha destabilizzate, creando disadattati incapaci di integrarsi nel mondo tecnologico e globale, che è assai meno sostenibile (in termini ambientali e sociali) della loro condizione originaria. La soddisfazione di queste comunità nel percepire la sostenibilità della propria condizione è paradossalmente drasticamente diminuita.

Questo per dire che prima di stabilire come possiamo conseguire la sostenibilità è necessario stabilire cosa è la sostenibilità, faccenda per nulla scontata: c’è chi parla di ‘sviluppo sostenibile’ e chi sostiene che ‘sviluppo’ e ‘sostenibilità’ risultano antitetici. Latouche argomenta che l’attuale sviluppo economico, basato sul continuo incremento di produzione delle merci, sia incompatibile con il principio fondante la sostenibilità: non depauperare le risorse naturali. Latouche coglie anche il legame culturale che si è stabilito tra l’economia di mercato e la percezione della qualità della vita (consumismo), che ha rimosso la sostenibilità dalla coscienza collettiva, lasciando ampi margini al sovrasfruttamento delle risorse naturali, all’aumento delle emissioni inquinanti, alla mercificazione dei beni e dei servizi. È principio generalmente acquisito, anche tra coloro che non condividono le tesi di Latouche, che la sostenibilità non può essere regolata agendo direttamente sulle manopole dell’economia e dell’ambiente, riducendo l’uomo a omino del calciobalilla, manovrato da fuori; è indispensabile innestare il principio della responsabilità – quindi della centralità della persona (intesa sia come soggetto complesso, dotato di una dimensione che va dal materiale al trascendentale, sia come mattone elementare della società locale e globale) – nel dovere di ogni generazione di non consegnare a quelle future un mondo impoverito e degenerato; dovere che non può essere allontanato dalla cittadinanza e posto in capo ai governi, come se questi potessero sopperire al disimpegno delle società che li esprimono.

È indispensabile il coinvolgimento attivo delle popolazioni e delle persone nelle politiche della sostenibilità, nessuna di queste può aver successo se non è compresa – anzi, sviluppata – e sostenuta dalle popolazioni, come mostrano i danni alla salute che infliggiamo caparbiamente a noi stessi per lo scarso successo nel ridurre l’uso dei mezzi di trasporto privati nelle nostre città.

Con quest’ottica risulta evidente il ruolo che Cittadinanzattiva può svolgere nel percorso verso l’obbiettivo della sostenibilità, che – qualunque cosa si voglia che sia – può essere raggiunta solo attraverso la crescita collettiva nell’esercizio del diritto/dovere di essere pienamente Cittadini.

Mauro Chessa Cittadinanzattiva Toscana