Dall’Europa lo spazio per la rivincita dei giovani (di Angela Masi)

Una generazione che invecchia combattendo la nostra…. Una generazione indignata, una generazione che non riesce ad esprimersi se non all’interno del disagio, arrabbiata, sofferente, senza diritto alla realizzazione di un progetto futuro, senza possibilità di scelta, ma che ha davanti a sè la sfida e la responsabilità del cambiamento, nonché la certezza di poterci almeno pensare a quei progetti per il futuro.

Siamo abituati ad un’idea di giovani senza futuro perché i progetti di vita non decollano. Anche se si è culturalmente preparatissimi non si riesce ad accettare che le risorse economiche siano state mangiate dalle generazioni precedenti e da un sistema corrotto e corruttibile.

I nostri padri e i nostri nonni hanno vissuto come se, dopo di loro non ci fosse nessuno: dalle risorse naturali del Pianeta, alla cura della democrazia, dalla crescita culturale all’investimento sulle generazioni future. Sono caduti quei principi per cui la cosa migliore che un essere umano possa fare è lasciare, a chi viene dopo, qualcosa in più e non in meno, rispetto a quello che ha trovato, consapevoli che il mondo in cui si nasce lo si prende in prestito dai propri figli e bisogna prendersene cura.

A trent’anni, oggi, si è assolutamente consapevoli (e purtroppo si nutrono poche speranze) che non è possibile affidarsi completamente e ciecamente alle soluzioni proposte dalle Istituzioni. Il sistema di welfare, di cui tanti in passato si sono giovati comincia a perdere le sue fondamenta perché cambiano i protagonisti. E le Istituzioni sono troppo lontane dai loro problemi reali. Bisogna che questi nuovi soggetti abbiano un ruolo e siano parte attiva per dire cosa è oggi la realtà e quali sono i bisogni da soddisfare. Sono loro, adesso, i protagonisti interessati alla tutela di quei diritti che sono costituzionalmente e universalmente garantiti e non possono accettare che siano messi da parte con la semplice motivazione che non ci sono più i soldi. Ad occuparsene, però, devono essere le nuove generazioni e l’Europa deve fare la sua parte.

Già, perché checché se ne dica, in contesti problematici come il nostro è l’Europa che, in forme diverse, ha creato spazi di rivendicazione giovanile attraverso lo stanziamento di fondi strutturali, nonché attraverso la creazione di programmi di studio e ricerca: dall’esperienza ”Erasmus” a quella “Leonardo da Vinci”.

Il programma Erasmus, nato nell’ormai lontano 1987, ha creato per migliaia di studenti europei la possibilità di effettuare in una università straniera un periodo di studio legalmente riconosciuto dalla propria università. Il progetto fu creato per educare le future generazioni di cittadini all’idea di appartenenza all’Unione Europea.

Insomma è difficile immaginare che i giovani europei pensino a sé stessi come cittadini fuori dell’Europa. E’ fantascienza.

Tanto più che i blog di studenti, in giro per il web, parlano di esperienze assolutamente positive di scambio interculturale ed il programma sembra raggiungere, nella maggior parte dei casi, il suo obiettivo principale: far sentire ai giovani la cittadinanza europea.

Sono gli stati nazionali ad essere in ritardo e sarà il caso che prendano più sul serio quell’idea di unione politica europea e non solo di comunità economica europea che sta scritta nei trattati e nelle dichiarazioni ufficiali in maniera solenne. Ormai è chiaro che la ricetta della crisi sta oltre la BCE e il sistema finanziario.

Forse i giovani, così abituati a questa idea di Europa hanno qualcosa di interessante da dire e da proporre fuori dalle ideologie e fuori dalle logiche di partito che sino a questo momento hanno governato gli Stati Nazionali?

Sì è arrivato il tempo di far loro spazio. Il tempo dell’immobilismo è finito da un pezzo e forse, qualcuno, dovrebbe godere del privilegio della vecchiaia.

Dal mio punto di vista ogni parola ha il suo peso e, quindi, bisogna stare attenti a non far nascere fenomeni di populismo che porta sempre con sé aspettative inutili e la rabbiosa attesa delle generazioni future che si illudono di raccogliere i frutti lasciati dai padri e, invece, scoprono che non ci sono mai stati.

Chi è venuto prima, però, deve assumersi la responsabilità ed acquisire consapevolezza del suo ruolo. Ogni sistema, sia esso sociale, economico, politico ha una struttura all’interno della quale vi sono dei ruoli che, per far funzionare quel sistema devono essere rispettati.

Inserendo nel motore di ricerca di google le parole “patto generazionale” i risultati sono 19.400. Le prime due pagine di risultati e i relativi articoli che si aprono ne parlano in relazione alla “questione giovanile”. Mai nessuno che ne parli con un’accezione contraria e cioè “la questione dell’anzianità o la questione del vecchio”: forse è brutto etimologicamente ma, se esiste una questione giovanile, non può che essere in rapporto al suo contrario.

Vero è che viviamo un momento storico in cui ogni età ha le sue priorità e ogni età attraversa un momento di crisi. Non c’è spazio per i giovani, insomma, così come non c’è spazio per i vecchi. Quale momento più favorevole per ripensare interamente il modo di stare in questa società?

L’idea di patto generazionale che mi piacerebbe sposare è, appunto, dentro l’Europa. Quella per cui chi ha qualcosa da insegnare e tramandare, chi ha costruito un’identità  lavora insieme a chi ha qualcosa da imparare da quell’identità storica che, però, deve essere bagaglio culturale e non ostinazione a volerla imporre ad una realtà che è cambiata e che può essere arricchita e vissuta solo da chi è protagonista di quel cambiamento: la generazione nuova in una Europa dinamica.

Angela Masi

Israele-Palestina: un conflitto che viene da lontano (di Angela Masi)

Dei massacri, delle  violenze, dei soprusi, della tragicità di un lunghissimo, snervante e drammatico conflitto ne hanno scritto e parlato tutti. Tutti sanno qualcosa del conflitto fra israeliani e palestinesi, tutti hanno un’idea di dove si trova Gerusalemme o Gaza e tutti hanno sentito l’espressione “processo di pace” almeno una volta negli ultimi venti anni. Sono morte tante persone in questo conflitto anomalo, pochi soldati veri e tantissimi civili cioè uomini, donne, bambini, anziani. Abbiamo capito il significato del termine “martirio”, abbiamo scoperto che esistono milioni di palestinesi profughi nei vari paesi arabi, abbiamo visto le immagini dei bombardamenti dell’esercito israeliano e i corpi straziati dopo un attentato per le strade di Tel Aviv.

(il colore verde indica il territorio controllato dai palestinesi, il bianco quello israeliano)

Dolore e morte, ragioni e responsabilità si sono spesso alternate: una volta gli israeliani, una volta i palestinesi. Una cosa però è chiara: chi vive in quei territori non può non volere la pace. Ma i governi cosa vogliono? E l’ONU? E la Comunità internazionale?

E’ una storia complessa, filosofica, religiosa, storica e politica che parte da lontano: dalla necessità della popolazione israeliana di avere uno stato, dalla “occupazione” autorizzata dalla comunità internazionale della Palestina, dall’espansione del territorio di Israele oltre i confini riconosciuti….

Ne abbiamo sentito parlare così tanto che adesso non facciamo più caso alla barbarie di donne, uomini e bambini uccisi sotto le bombe! L’ultima escalation di violenza, quella dei mesi scorsi quasi non ha suscitato nulla: qualche post di indignazione sui social network e il silenzio della Comunità internazionale….

UN CONFLITTO CHE VIENE DA LONTANO

29 NOVEMBRE 1947: Dopo circa 30 anni di tensioni e di conflitti fra la popolazione araba e quella ebraica una risoluzione dell’ONU stabilisce la creazione di 2 stati palestinesi: uno arabo e uno israeliano.

 14 MAGGIO 1948: Non appena le forze armate inglesi abbandonano la Palestina, il governo provvisorio ebraico proclama la nascita dello stato di Israele

 MAGGIO 1948-FEBRAIO 1949: Prima guerra arabo-israeliana. I membri della lega araba, egiziani, giordani, libanesi, siriani, iracheni procedono all’invasione del nuovo stato. Israele riesce a difendersi e a ricacciare indietro le forze combattenti arabo-palestinesi. In seguito alla nascita dello Stato di Israele migliaia di palestinesi sono costretti ad abbandonare la propria terra e rifugiarsi nei Paesi arabi confinanti (lasciano la Palestina oltre il 60% dei palestinesi). Gli arabi vengono sconfitti. Rilevanti sono gli ingrandimenti territoriali da parte di Israele. Gerusalemme rimane divisa in 2 parti: una occupata dagli arabi e una occupata dagli ebrei.

1964: Nascita dell’OLP(Organizzazione per la liberazione della Palestina) che ha come scopo il riconoscimento dei diritti dei palestinesi costretti a vivere dentro  campi profughi allestiti dalla Croce Rossa internazionale oppure spinti ad emigrare nei paesi arabi circostanti. I palestinesi rimasti senza patria iniziano a rivendicare un proprio territorio. Capo dell’ OLP Arafat.

GIUGNO 1967: Gli arabi sono sconfitti da Israele nella famosa “Guerra dei sei giorni”, in cui Israele riesce a completare l’occupazione di Gerusalemme e a mettere sotto controllo una vasta area che va dalle rive del Giordano al Canale di Suez. Israele è sostenuta dagli STATI UNITI e dai paesi occidentali, in quanto l’esistenza del nuovo stato di Israele, è considerata fondamentale in un’ area di decisiva importanza economica.

 NOVEMBRE 1967: Il Consiglio di Sicurezza dell’ ONU vota una risoluzione (la n. 242), con la quale è affermato il diritto di Israele ad esistere, ma se ne chiede il ritiro dai territori occupati con la “Guerra dei sei giorni” in seguito alla quale la  situazione dei palestinesi si era aggravata e molti si erano rifugiati in Giordania e Libano. Il disagio dei palestinesi aveva portato a un rafforzamento dei gruppi estremisti, che agivano attraverso attentati terroristi e incursioni nel territorio di Israele.

 SETTEMBRE 1970: Il re di Giordania, Hussein, per timore delle ritorsioni israeliane, fa attaccare i campi profughi palestinesi. Questo periodo venne chiamato “Settembre nero”. Dopo veri e propri massacri, costringe i palestinesi a spostarsi in territorio libanese

 6 OTTOBRE 1973: Guerra del Kippur. L’Egitto in accordo con la Siria lancia una guerra contro Israele, per riprendersi i territori occupati nel 1967. In questa occasione tutti i paesi arabi, produttori di petrolio, appoggiano i siriani e gli egiziani, bloccando le esportazioni di petrolio. Più tardi alzano il prezzo del petrolio con una politica che mirava a colpire gli USA e i paesi occidentali che sostenevano Israele.

 SETTEMBRE 1978: Accordi di Camp David con la mediazione degli Stati Uniti.  Pacificazione tra Egitto e Israele. Israele restituisce il Sinai all’Egitto e autonomia ai palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.

1982: Dopo l’uccisione del presidente egiziano Sadat i rapporti tra palestinesi e israeliani tornano tesi. Israele contrario alla creazione dello stato palestinese e i palestinesi appoggiati dagli stati arabi contrari a ogni trattativa. È l’epoca degli  attentati terroristici e delle rappresaglie di Israele. Nel giugno del 1982 nei campi profughi di Sabra e Chatila, alla periferia di Beirut, viene compiuto il massacro di migliaia di civili ad opera delle milizie cristiane libanesi protette dall’esercito israeliano.  L’obiettivo era quello di allontanare dal Libano le forze palestinesi che, armate, vivevano confuse  con la popolazione di quel paese.
Dopo 20 anni di occupazione le condizioni di vita sono pressoché intollerabili per chi vive nei territori occupati, la questione palestinese figura sempre in fondo all’elenco delle priorità in occasione dei summit della Lega araba. Isolata a Tunisi la dirigenza dell’OLP è rassegnata alla perdita della patria e all’impossibilità dell’autodeterminazione dei palestinesi. L’unica scena vivace è quella dei territori occupati dove si muove una giovane leadership nazionale.

 Dal 1987 al 1992 i palestinesi cominciano una forma di resistenza popolare chiamata “Intifada”, ovvero il risveglio. L’inizio e il diffondersi della rivolta coglie di sorpresa gli israeliani compresi i vertici dell’OLP e gli osservatori internazionali. L’OLP produce, intanto, un documento intitolato “Dichiarazione di indipendenza” nel quale riprende i temi della rivolta, del destino dei rifugiati, dei confini dello Stato e del futuro di Gerusalemme.

 1993: vengono firmati gli Accordi di Oslo con la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, ma i nodi principali restano irrisolti e rimandati a un secondo turno di negoziati come la nascita dello Stato palestinese indipendente, il rientro dei profughi e lo status di Gerusalemme.

 1994: la Giordania firma un accordo di pace con Israele. Nelle zone che dovevano diventare il futuro Stato palestinese comincia una forma di autogoverno guidata dall’Autorità Nazionale Palestinese, presidente della quale viene eletto nel 1996 Yasser Arafat. Dopo l’entusiasmo degli accordi, la diplomazia internazionale arresta la sua pressione e israeliani e palestinesi non riescono a trovare un accordo. Gli accordi di pace, le ritrattazioni, la comparsa del terrorismo, la violenza degli stati, i ripensamenti e gli incontri non portarono a nulla.

 2000 inizia la seconda Intifada.

2004: muore Arafat

2005 Il governo israeliano guidato da Sharon decide di sgomberare la Striscia di Gaza occupata nel 1967 lasciando l’amministrazione del territorio ai palestinesi. In seguito alle elezioni politiche in Palestina, il 25 gennaio 2006, e la vittoria degli islamisti di Hamas il nuovo governo viene da subito boicottato da Israele e dalla comunità internazionale.

2006: nuova guerra tra Israele e Libano. Hamas e Fatah formano un nuovo governo di unità nazionale.

2007 Hamas vince le elezioni nella Striscia di Gaza mentre Israele dichiara Gaza un’entità nemica stringendola sotto l’embargo e impedendo l’apertura dei confini.

2008: Israele e l’autorità palestinese di Abu Mazen aprono le porte ai colloqui di pace frenati dall’indisponibilità di Israele di affrontare lo status di Gerusalemme e dei profughi palestinesi. I colloqui finiscono con una tregua che Hamas dichiara nel giugno 2008. Ma è un equilibrio precario a causa degli attacchi da parte degli israeliani e delle milizie legate con Hamas. Verso la fine del 2008 si intensificano incursioni israeliane nella Striscia e i lanci di razzi da parte di  Hamas. Israele lancia una nuova offensiva chiamata “Piombo Fuso” che porta al bombardamento della Striscia di Gaza e la successiva invasione da parte dell’esercito israeliano.

Le vicende più recenti confermano un quadro estremamente complesso nel quale gli estremismi continuano ad avere il controllo della situazione.

La maggior parte delle vittime di questo conflitto che dura da 60 anni (ma che era già iniziato negli anni ’20) sono civili e quello che più fa male è che l’indignazione verso questi crimini non è mai riuscita a superare gli odi reciproci e il puro confronto di forza. Per quanto tempo ancora si potrà continuare così? E cosa vogliono veramente i protagonisti di questo scontro? Una cosa è certa: ogni volta che avanzano le forze moderate vengono bloccate da provocazioni e atti di violenza. E la storia ormai dimostra che le responsabilità dei governi israeliani sono schiaccianti e che l’estremismo degli arabi alimenta quello israeliano in un abbraccio mortale.

Angela Masi

Donne garanti del welfare in Italia a pena di esclusione! (di Angela Masi)

Il Global Gender Gap Report 2010 del World Economic Forum riporta il divario di opportunità tra uomini e donne in 134 Paesi. Riguardo all’accesso femminile al potere politico l’Italia si classifica 54esima.

Secondo un recente studio dell’ISTAT, le donne in Italia costituiscono più del 50% dell’elettorato attivo, mentre le parlamentari italiane continuano a essere un’esigua minoranza: le donne che siedono nei seggi della Camera rappresentano circa il 21% degli eletti, mentre al Senato le elette sono pari al 18% del totale.

Quando le donne, insomma, scelgono di occuparsi della vita pubblica, la loro partecipazione è oggettivamente ostacolata. Così come l’accesso sempre più massiccio ai gradi alti della formazione scientifica e professionale non avviene senza fatica, senza incontrare ostacoli e pagando prezzi sensibilmente più alti rispetto agli uomini, così anche l’accesso ai luoghi della politica sconta la difficoltà delle donne a conciliare i tempi di vita e di lavoro con quelli della politica.

La crescita della quantità e della qualità delle donne nei luoghi istituzionali della decisione politica attiene, dunque, a una più generale e profonda trasformazione della politica in senso democratico ed è una questione che investe l’intera società. Non vi possono essere efficaci politiche a favore delle donne senza che le donne siano protagoniste delle scelte. Perché non si promuove empowerment “in nome” delle donne ma “con” le donne e grazie al loro impegno.

Il tema delle libertà delle donne e del loro autodeterminarsi come soggetto politico pone l’accento anche su due questioni cruciali: la violenza sulle donne e l’utilizzo del corpo della donna.

Anche in questo caso, dati provenienti dalle associazioni che si occupano del tema, possono essere illuminanti: in Italia viene uccisa una donna ogni due/tre giorni e nel 70% dei casi viene consumato nel luogo considerato il più protetto e insospettabile, la casa.

Il carnefice è nella maggioranza dei casi (75%) il marito, il convivente, l’ex compagno e solo in minima parte (6%) uno sconosciuto.

Ci sono poi vecchie-nuove forme di violenza (lo stalking, il linguaggio volgare ed insultante) così diffuse nel nostro Paese da essere diventate una modalità comunicativa e fattiva consolidata tra uomo e donna in tutti i settori e, in modo particolare, nella politica. Il veicolo sono innanzitutto i media dove si registra una regressione tale da prefigurarsi come il paradigma di un malcostume diffuso che ha trovato nell’ex Presidente del consiglio Berlusconi e in tutta la compagine governativa perfetti interpreti e profeti.

Succede così che le donne escluse dal lavoro, dalla politica, dall’economia, sono onnipresenti nella loro corporeità, nella loro fisicità, nude, completamente esposte, in tutti i programmi televisivi, persino nei telegiornali, sulle copertine delle riviste, sulle fiancate dei mezzi pubblici, nelle pubblicità.

Ecco perché la prevenzione, il supporto giuridico, l’intervento dei garanti da soli non bastano a produrre il cambiamento culturale necessario.

La crisi economica e i tagli al welfare, effettuati anche dal governo tecnico, fanno sì che l’erogazione dei servizi alla persona sia gettata in gran parte sulle spalle delle donne che si trovano ad essere produttrici (involontarie) di servizi gratuiti.

Infatti, tutte le attività di cura: dei figli, degli anziani, dei malati sono sulle spalle delle donne. Così meno welfare pubblico significa – per il principio di sussidiarietà – più famiglia e cioè più donne in casa.

Un’ultima considerazione: i diritti non vanno solo difesi, ma vanno rinnovati, migliorati, coltivati perché di generazione in generazione da essi germoglino nuove e diverse opportunità. Limitandosi a difenderli, li si rende statici, fermi, fissi, e in quanto tali, aggirabili.

L’impressione è che nel nostro Paese i diritti delle donne, dopo aver conosciuto un’evoluzione straordinaria negli anni Settanta, si siano irrigiditi, bloccati.

Investire sulle donne non è solo una questione di giustizia di genere, ma una necessità per lo sviluppo del Paese.

Non è pura e semplice critica mossa dal mondo femminile a quello maschile, ma una sveglia puntata all’orecchio delle donne, e anche con un tono di allarme sostenuto e reiterato: svegliatevi e attivatevi perché il vostro ruolo non è solo in funzione del riconoscimento e dell’approvazione maschile.

Angela Masi

Riflessioni sugli scontri di Roma: riprendiamo il mondo per i capelli (di Angela Masi)

Stamattina mi sono alzata, prima del solito. Dovevo prepararmi per la manifestazione. Ancora non mi era chiara la connotazione degli indignati ma in piazza ci volevo andare perché avevo capito dal web che ci sarebbe stata un po’ di gente, che avrei potuto capire se il cambiamento indispensabile è possibile. Avevo bisogno di capire se c’era solo contestazione o c’erano anche contenuti, idee e proposte.
Sono arrivata a Porta Pia alle 13.30. L’autobus non andava oltre. Mi sono avviata a piedi verso Piazza della repubblica e credo di aver incontrato sul percorso 10 camionette di polizia e carabinieri, molti di loro coi mitra spianati.
Arrivo a Piazza della Repubblica alle 13.45, chiamo i miei amici e mi dicono che loro sono appena partiti col corteo e hanno imboccato via Cavour. Faccio una corsa e li raggiungo, siamo davvero tanti. Era sorprendente la folla. Raggiungo i miei amici e mi metto dietro lo striscione.
Intorno alle 15.00, dietro di noi, su via Cavour comincia a bruciare la prima macchina e ci accorgiamo della presenza di qualche ragazzo incappucciato che tira bottiglie contro le vetrine ed entra in un albergo. Mi chiedo, dove sono le forze di polizia che ho incontrato andando verso Piazza della repubblica? E il comitato promotore della manifestazione? Sono riconoscibilissimi, si spostano in gruppi parecchio numerosi, come fanno a passare inosservati?
Ci spostiamo, raggiungiamo la testa del corteo per essere al sicuro.
Ero in piazza, ero INDIGNATA e non ero da sola, mi è venuta voglia di fare e idee di cambiamento, momentaneamente serena, divertita dai commenti superficiali dei quindicenni rivoluzionari con la maglia del Che e degli anziani che proprio non la concepiscono la patonza del premier…. Commossa dai ragazzi in carrozzina e dai loro genitori, orgogliosa delle DONNE che rivendicavano la loro dignità…..
Col passo andante al ritmo di musica e colori…..
Avevo nella testa l’idea di tutto quello che di questo sistema non va bene, riscontravo le stesse idee in quella folla… Pensavo che ci avevano rubato il futuro, quello dei nostri figli, il diritto ad una vita dignitosa, ad una natura rispettata, il diritto di bere acqua pulita e mangiare pane senza additivi, di un lavoro dignitoso, di una giustizia uguale per tutti, del diritto di replica, del diritto all`informazione obiettiva e pluralista, del diritto alla partecipazione e al protagonismo.
Aspettavo di arrivare in Piazza San Giovanni per ascoltare come questo dissenso riusciva ad esprimersi in proposte e per vedere come quella folla immensa riusciva a trasformarsi, a diventare laboratorio di idee. Aspettavo di sapere come avrei potuto, dal giorno dopo, essere protagonista del cambiamento e se le mie idee potevano sposarsi con qualche manifesto programmatico.
Siamo arrivati a piazza San Giovanni alle 16.15. Ci siamo sdraiati al sole aspettando che il resto del corteo raggiungesse la piazza. Scherzavamo, chiacchieravamo, valutavamo che forse eravamo più di 200.000 oppure anche molti di più. Ero in contatto telefonico con altri amici che erano rimasti indietro, mi raccontavano degli scontri ma mi dicevano anche che mentre noi eravamo a fine percorso, la coda del corteo si stava muovendo dalla stazione Termini. Allora si, eravamo proprio tanti.
Intorno alle 16.45 ho cominciato ad avvertire vicini gli spari che sentivo lontani fino a qualche minuto prima e così, di colpo, quasi travolta da una folla in fuga, mi sono alzata velocemente e ho raggiunto la scalinata della Basilica.
Vedevo dall’alto gruppi grossissimi di ragazzi in nero coi caschi, le spranghe, le pietre e le bottiglie e le camionette delle forze di polizia che cospargevano le folle, violenti e non di idranti e lacrimogeni. Ho pensato che si sarebbero spostati ma intanto qualche manifestante si avvicinava a noi ferito. Quelle camionette e quei black bloc si avvicinavano sempre di più. C’è stato un altro momento di fuga, fino a raggiungere le spalle della basilica. Incontravo qualche ragazzo dal volto insanguinato e nella corsa ho perso di vista i miei amici.
Sono rimasta da sola, ho provato a chiamarli ma non c’era campo nella piazza. Ho cominciato ad avere paura e il mio unico obiettivo è stato quello di raggiungere la fermata metro più vicina tentando di passare inosservata quando incontravo i volti incazzati e spaventati degli incappucciati…. Nel tragitto, solo distruzione, macchine bruciate, palazzi dalle facciate nere, bottiglie, cassonetti rivoltati….. mentre incalzava il battito del cuore ad ogni singolo sparo…… ADESSO non sono indignata, sono incazzata…. Lo sono perché c’era una piazza violenta, perché la Polizia che non è intervenuta subito e prima che i black bloc dessero alle fiamme una città, perchè non sono stati risparmiati i manifestanti pacifici dalle manganellate, perché i commenti in metro tornando a casa erano agghiaccianti.
Non posso pensare che non ci sia alternativa alla guerra civile. I violenti erano probabilmente l’espressione di un movimento che le grandi manifestazioni le cerca, ci si infiltra perchè l’obiettivo è la distruzione dei simboli del Capitalismo. Ragazzi miei, oramai non ha più bisogno di essere distrutto, il Capitalismo: ha bisogno di essere superato e temo che il vostro movimento non abbia grandi idee per farlo.
Devo pensare che la violenza faccia il gioco di chi queste manifestazioni non le vuole? E’ per questo che la polizia interviene a cose fatte? E gli organizzatori della manifestazione dov’erano? Non era loro interesse impedire che i violenti si infiltrassero nell’immenso serpentone? E allora perché hanno lasciato che singoli o gruppi di manifestanti fronteggiassero la frangia violenta?
Ero convinta che la manifestazione di oggi dovesse essere una tappa della rivoluzione economica,sociale e culturale di cui abbiamo bisogno.
Abbiamo bisogno di capire se quello che si muove in piazza è reale.
Berlusconi e il suo governo non mi sembra siano più un problema, qualche mese e lui sarà out però lui oggi rappresenta lo scudo ad una classe dirigente malata, da destra a sinistra. Mi preoccupa la capacità che avremo di CAMBIARE e fino a che punto commetteremo gli stessi errori.
DOBBIAMO RIPRENDERE IL MONDO PER I CAPELLI PRIMA CHE AFFOGHI TOTALMENTE NELLE SABBIE MOBILI DI SE’ STESSO……
Angela Masi

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