Plastica biodegradabile. Magia e realtà

Continua la serie di articoli che sfatano i luoghi comuni all’insegna di un approccio razionale e scientifico. Stavolta tocca alla plastica biodegradabile. Facile che susciti grandi entusiasmi: “che bello, adesso faremo tutto con questa plastica che non inquina l’ambiente”. E quindi non solo sacchetti per frutta e verdura o per raccogliere l’umido, ma anche piatti, bicchieri, bottiglie e altri oggetti di uso comune. Qualcuno vorrebbe proprio eliminare la plastica tradizionale e usare ovunque questa plastica miracolosa pensando che così si eliminerà anche un bella porzione di inquinamento ambientale perché se è biodegradabile vuol dire che si degrada e scompare come fosse un pezzo di legno.

Siamo proprio sicuri che andrà così e che vogliamo proprio questo? Come sappiamo la plastica si usa un po’ ovunque perché oltre ad avere caratteristiche molto differenti, può essere morbida, rigida, flessibile, trasparente cristallina, colorata, resistente. Soprattutto la plastica ha una caratteristica importantissima: non si degrada e resiste alle intemperie, alla salsedine, al caldo, al freddo, agli attacchi batterici e questo è uno dei principali motivi per cui si è diffusa ovunque in ogni ambito. A dir la verità bisognerebbe dire: le plastiche, perché ci sono centinaia e centinaia di plastiche differenti, ognuna con caratteristiche diverse che la rendono adatta a un particolare utilizzo. Le principali le conoscono tutti: polietilene, polipropilene, poliestere, poliuretano, ABS, Nylon, polistirolo, poliacrilato, silicone, policarbonato, PET, PVC, etc.

Come si vede le plastiche sono moltissime e molto versatili. Ovviamente non ci sono plastiche biodegradabili in grado di sostituirle tutte. Anzi queste plastiche particolari sono poche e sono adatte alla produzione di pochi oggetti. E per fortuna. Pensiamo ai cavi elettrici, se fossero isolati con plastica biodegradabile basterebbe un po’ di umidità, qualche batterio e il corto circuito sarebbe assicurato. Oppure la chiglia di una barca o una tettoia e poi uno scolapiatti, un tubo per l’acqua, un mobile di cucina in laminato, e potrei continuare all’infinito. Questi prodotti non si devono degradare, ci servono inalterati per anni e anni.

C’è un ulteriore problema con queste plastiche biodegradabili: l’interscambiabilità in alcuni casi con quelle tradizionali. Per esempio hanno prodotto una plastica per le bottiglie molto simile al PET, quindi queste bottiglie non andranno più messe nella plastica da riciclare ma nella frazione dell’umido. Se si sbaglia cosa succede? Se bottiglie biodegradabili finiscono insieme al PET da riciclare rovinano la raccolta differenziata peggiorando la qualità della nuova plastica. Se succede il contrario (le due bottiglie possono apparire identiche), si inviano al compostaggio bottiglie non biodegradabili complicando il processo di separazione.

E adesso arriva la ciliegina sulla torta, da un recente studio sui sacchetti di plastica biodegradabili dell’università di Plymouth in GB, i ricercatori hanno scoperto che dopo tre anni in mare o sepolti nel terreno questi sono ancora interi e si sono degradati molto poco, anzi, quasi per niente e, quindi, possono ancora essere ingeriti dai pesci o riempire lo stomaco di un gabbiano facendolo morire per denutrizione.

No, non c’è nessun complotto delle industrie che producono plastiche e nessun imbroglio sulla degradabilità di queste plastiche, la spiegazione è molto più semplice, è un problema chimico anzi è un problema di cinetica. La cinetica studia la velocità con cui avvengono le reazioni chimiche, anche quelle che avvengono negli organismi viventi.

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Generalmente parlando le velocità delle reazioni chimiche raddoppiano circa ogni 10 gradi centigradi di temperatura. Per gli organismi viventi spesso crescono anche più rapidamente. La temperatura media del terreno durante l’arco dell’anno è di circa 10-20 gradi a seconda della latitudine, quella del mare è di parecchio inferiore, negli impianti di compostaggio invece la temperatura è circa di 45-50 gradi centigradi. Così da 10 a 50 gradi la velocità di reazione raddoppia almeno 4 volte, cioè è 16 volte maggiore.

Cosa vuol dire questo?

Vuol dire che la plastica biodegradabile si bio-degrada rapidamente negli impianti di compostaggio e in qualche mese viene distrutta, ma non nell’ambiente, quindi i sacchetti biodegradabili che ci danno al supermercato vanno benissimo per buttare gli scarti alimentari, ma non possiamo illuderci che si distruggano da soli se abbandonati e non inquinino.

In conclusione la magia per avere i prodotti che ci servono (quelli citati più tantissimi altri) che, finito l’uso al quale sono destinati, si autodistruggono ancora non è stata inventata. L’approccio razionale e scientifico è sempre quello che aiuta di più a mettere a fuoco la realtà

Pietro Zonca

Auto ibride, auto elettriche. Meno retorica, più concretezza

In questi giorni sono partiti in Italia gli incentivi fino a 6000 euro per chi acquista un’auto elettrica o un’auto ibrida e la sovrattassa fino a 2500 euro per chi acquista un’auto tradizionale.

Da quando sono stati annunciati questi provvedimenti il mercato dell’auto in Italia, si è fermato, le vendite sono crollate, le persone che dovrebbero acquistare un’auto aspettano. Cosa? Di capire quanto spenderanno in più di quanto avevano preventivato o per la tassa o per un’elettrica/ibrida che costa comunque più dei modelli tradizionali. Nel frattempo continueranno ad utilizzare i vecchi e inquinanti euro 1, 2, 3, 4.

Proviamo ad analizzare il problema punto per punto.

AUTO IBRIDA

In Italia non si producono auto ibride. FCA non produce per ora auto ibride a parte la Ferrari F1. Le  auto ibride in commercio di piccola cilindrata sono Hyundai o Toyota e, come è noto, non sono neppure prodotte in Europa. Di fatto si aiutano le aziende che le producono in Giappone, in Corea o comunque nel sud est asiatico. E questo da parte di un governo che vorrebbe contrastare gli effetti della globalizzazione a favore dell’Italia!

Intanto FCA che aveva intenzione di investire 5 miliardi di euro nella riconversione degli impianti in Italia ha deciso di rivedere i suoi programmi. Come si dice? Due piccioni con una fava.

Auto ibride prodotte in Europa ci sono, ma sono auto di lusso piuttosto costose non adatte alla massa. E poi un’ibrida a parità di classe costa mediamente un 30% in più e anche con gli incentivi non si pareggia il conto.

Veniamo al capitolo vantaggi. Cosa dà in più l’ibrido? Se si tiene presente che un’auto ibrida senza il motore a scoppio circolerebbe solo una decina di minuti con la sola carica delle batterie, si può capire che anche in città praticamente tutta l’energia che serve per far funzionare l’auto proviene dalla benzina. Il vantaggio fondamentale è quello di poter utilizzare la parte elettrica a bassa velocità e recuperare energia in frenata e quindi abbattere un po’ i consumi. L’inquinamento però non può non esserci perché il motore principale è sempre quello a benzina e può stare spento solo pochi minuti. In ogni caso inquina sicuramente più di un motore a metano o a GPL che equipaggiano auto di gran lunga meno costose.

AUTO ELETTRICA

Anche in questo caso niente auto elettriche prodotte in Italia. FCA ha in programma vari modelli, ma per ora non ci sono.

L’auto elettrica per antonomasia è la Tesla. Si tratta di auto di classe elevata e naturalmente costose. Si parte da 35 mila dollari per arrivare agli oltre 100 mila.

Anche Audi e WW hanno modelli simili, ma non c’è niente a prezzi inferiori a 20.000 euro.

I problemi dell’auto elettrica, però, non sono solo di costo. Intanto la ricarica delle batterie è un problema. O si possiede un garage (ammesso e non concesso che la potenza installata in garage sia sufficiente) o si devono utilizzare le postazioni pubbliche. Che sono rarissime. Se si volesse sul serio affrontare il problema servirebbe almeno una postazione ogni 100 posti auto. Come minimo ovviamente perché se devono ricaricare contemporaneamente 30 auto ecco che il sistema si blocca. Anche se si possiede un garage però può essere necessario dover ricaricare in una postazione pubblica perché le auto sono fatte per spostarsi e le autonomie, attualmente possibili (da 200 a 500 Km) non bastano quando si viaggia. Dove sono le postazioni di ricarica veloce lungo strade e autostrade? Tutte da costruire.

Ultimo e non piccolo problema riguarda le batterie.

La Tesla ha messo in produzione la Model 3, quella a 35.000$ e in pochi mesi ha raccolto più di 500.000 ordini per auto che saranno consegnate nel prossimo futuro. I due modelli proposti montano batterie standard e long range che saranno fabbricate nella Gigafactory 1, di Sparks,  in collaborazione con Panasonic, nel deserto del Nevada.

Con un ritmo di produzione previsto di 10.000 vetture a settimana Tesla da sola richiederà tutta l’attuale produzione mondiale di batterie agli ioni di litio. Il giro di affari intorno alle batterie agli ioni di litio passerà dai 30 miliardi di dollari del 2015 ai 75 nel 2024, e si prevede che entro il 2050 il 47% delle auto circolanti a livello globale saranno elettriche.

Entro il 2040, l’Inghilterra e la Francia intendono bandire la vendita di veicoli a benzina e diesel nel tentativo di limitare le emissioni inquinanti.

Tutte le marche automobilistiche intanto si stanno organizzando per produrre almeno uno o due modelli di auto elettriche.

Si sta aprendo dunque un grande mercato dai profitti milionari per chi saprà investire nel settore.

Gli ambientalisti assicurano che il processo di produzione, ricarica e smaltimento delle batterie per veicoli, è più pulito rispetto a quello di estrazione e combustione dei derivati del petrolio, ma la strada non è per niente semplice.

Infatti la reazione chimica coinvolta nell’accumulo di corrente di una batteria al litio si basa su due elementi fondamentali: litio e cobalto.

Le miniere di litio e cobalto, in particolare, ancora scarseggiano o si trovano in paesi molto instabili a livello politico.

Argentina, Cile e Bolivia detengono il 75% della produzione mondiale di litio la cui quotazione è aumentata dell’80% dal 2016. Secondo gli analisti la domanda dalle 184.000 tonnellate estratte nel 2015 salirà a 534.000 nel 2025.

Il prezzo del cobalto negli ultimi mesi è aumentato stabilmente del 70% con un picco di 61.000 dollari a tonnellata raggiunto nello scorso luglio.

Difficile da estrarre, il minerale viene prodotto per il 65% a livello globale dalla repubblica Democratica del Congo, un paese molto instabile politicamente e con una classe dirigente altamente corrotta.

Secondo un rapporto dell’UNICEF pubblicato nel 2014, oltre 40.000 bambini sarebbero sfruttati nelle miniere a sud del Congo, molti dei quali per l’estrazione di cobalto. Lo scorso anno, le notizie riguardanti pratiche di sfruttamento del lavoro minorile nelle miniere africane diffusa dal Washington Post, hanno portato Apple a sospendere i rapporti con alcuni produttori locali.

Alcune compagnie, tra cui Tesla, hanno dichiarato di volersi avvalere solo di materie prime prodotte in modo etico e sostenibile nel nord america. A oggi però, nel suolo USA, malgrado le recenti scoperte di giacimenti di cobalto in Idaho e Ontario, non vi sono le risorse necessarie per sostenere una produzione in forte crescita.

Aziende sudcoreane, fra cui Samsung SDI e LG Chem, stanno cercando di aggirare l’ostacolo investendo nella ricerca di materiali alternativi, sviluppando batterie che richiedano in percentuale meno cobalto e più nickel.

Ultima considerazione, ma non meno importante, finora si è parlato solo di auto ma non c’è ancora assolutamente niente per furgoni, autocarri, camion, Tir, barche e navi che come si sa funzionano tutti con motori diesel e sono tra i maggiori responsabili dell’inquinamento delle nostre città.

La strada dell’elettrico, al di là dell’esaltazione retorica e dell’ingenuità di molti, è ancora tutta in salita. Affrettare i tempi con l’esibizione dell’entusiasmo da selfie di troppi politici improvvisati non si può. Bisogna affidarsi alla ricerca scientifica e tecnologica che non è esattamente il pensiero di chi è al governo adesso che, per anni, si è fatto vanto di spargere diffidenza e false credenze

Pietro Zonca

Riflessioni di fine 2015

Alla fine dell’anno di solito si fanno i bilanci. Spesso si tratta di una convenzione per la quale si cambia un numero e sembra che inizi una storia nuova. E, invece, è sempre la stessa storia che prosegue. A parte le norme e le scadenze legate a date precise non c’è differenza tra 31 dicembre e 1° gennaio come dimostrano i casi eclatanti che attirano l’attenzione in questi giorni. Le riflessioni di fine 2015 devono partire da qui.

inquinamento ariaL’inquinamento è diventata la star delle cronache. Toni accorati e accenti drammatici come se il problema lo scoprissimo soltanto ora. Sapevamo tutto tutti e se ce lo siamo dimenticato (come forse ce lo dimenticheremo non appena tornerà a piovere) almeno dobbiamo avere l’onestà di riconoscerlo. Più di noi, però, dovrebbe dire qualcosa il variegato mondo della politica e degli apparati pubblici che sembra spesso in coda ad osservare stupito e spaurito l’effetto della carenza di cura dei beni comuni. Il “decalogo” di proposte messo a punto dal governo, dai sindaci e dai presidenti di regione in questi giorni non contiene nulla che non fosse possibile decidere prima. Trasporto pubblico e coibentazione degli edifici non è che siano novità clamorose così come il risparmio energetico. Magari se si passasse ai bus elettrici e ai tram in maniera massiccia invece di insistere su quelli a gasolio sarebbe pure meglio. Ricordiamoci sempre, però, che rispetto ad epoche passate abbiamo fatto passi avanti clamorosi. Un tempo non tanto lontano le caldaie andavano a carbone in tutte le città e solo in qualche caso a gasolio. L’amianto era diffuso in tutte le case. I veicoli non rispettavano alcuna norma anti inquinamento. Se ci aggiungiamo che l’industria alimentare ci faceva ingurgitare ogni genere di schifezza abbiamo un quadro indicativo di quanto è cambiato il nostro mondo. Ricordiamocene quando troviamo qualcuno che rimpiange i “bei tempi andati”.

legge di stabilitàIn ogni caso bisogna che lo Stato spenda un po’ di soldi (per il trasporto pubblico per esempio) e che li spendano anche i privati (la sostituzione delle auto imposta dalle norme sulle emissioni grava sulle tasche dei cittadini). Già, i soldi. Averceli. Però è appena stata approvata una legge finanziaria che ne spende un po’ e senza una finalità chiara, diciamo per catturare la simpatia dell’opinione pubblica. Per esempio non pagheremo più la Tasi sulla prima casa. Oppure i 500 euro che i diciottenni riceveranno in regalo dallo Stato da spendere in teatri, cinema, libri e quant’altro. In tempi di vacche magre non era meglio spendere con criterio e soprattutto facendo degli investimenti?

Sempre a proposito di soldi il nostro Presidente della Repubblica ci ricorda nel messaggio di fine d’anno che l’evasione fiscale toglie tante risorse allo Stato e costringe a spremere di più chi paga per tutti. Poiché il tema è all’ordine del giorno da qualche decennio e non si tratta di scoprire il segreto della fusione nucleare è lecito pensare che il potere politico-amministrativo voglia proteggere chi evade un po’ di più o un po’ di meno a seconda dei governi. Altrimenti in 30-40 anni tutto sarebbe stato risolto.

buche RomaAncora soldi e spesa pubblica. C’è un’ampia scelta, ma tocchiamo l’ultimo caso. A Roma una trentina di persone sono state arrestate per aver manipolato gare locali a suon di mazzette. Uno dei tanti fatti “minori” che popolano le cronache italiane. Eppure emblematico.

In poche parole lo stato disastroso delle strade romane è dovuto all’associazione a delinquere tra funzionari comunali e imprenditori che dovevano effettuarne la manutenzione. Nella vicenda sono comparsi anche i casi degli asili nido, delle scuole materne e degli ospedali. Stessi trucchi ormai straconosciuti: corruzione, appalti pilotati, prezzi gonfiati, opere eseguite male. Cioè soldi buttati e sottratti ad usi produttivi.

Come scrive Lionello Mancini sul Sole 24 Ore: “le ultime mazzette romane raccontano l’Italia dell’economia deteriore, quella avida di denaro pubblico, indifferente al benessere dei cittadini, ostile al mercato. Non è tutta l’Italia, ovviamente, ma quella parte difficile da quantificare che a Roma compra i funzionari infedeli e in Calabria, anziché dialogare con lo Stato, si genuflette preventivamente al boss locale per evitare guai e contrattempi, in cambio del solito 3% sul lavoro da eseguire. Dopodiché, proprio come i fragili asfalti capitolini, anche lì le pareti delle gallerie e i pilastri risultano al limite della sicurezza, i paesi scivolano su enormi frane, nell’alveo delle fiumare sorgono case e interi villaggi turistici. È l’Italia corrotta e scorretta, matrigna distratta dei braccianti che collassano nei campi per 2 euro all’ora, come dei dipendenti comunali che scansano il dovere mentre sui social network imprecano contro lo Stato inefficiente e sprecone”.

Italia malataE dai soldi passiamo a valutazioni complessive sul sistema paese. Ne scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera a proposito dei report sull’Italia che circolano nelle istituzioni europee.

Una nazione con la più bassa quota di laureati fra le trenta democrazie industriali, che ne spinge uno ogni dieci a emigrare (anche) perché il costo di aprire un’impresa è fra i più alti al mondo, non ha più molto tempo. Per evitare un lungo declino nel ventunesimo secolo, le serviranno un approccio radicale e molti anni. Quest’Italia che ormai da un quindicennio sta perdendo contatto con i migliori standard produttivi dell’Occidente non può aspettare: il cambio di rotta è «urgente» proprio perché girare questa nave sarà un’operazione lenta.

…..è da metà degli anni ‘90 che il reddito per abitante in Italia perde terreno rispetto alle altre economie europee. Un problema specifico spiega questo ritardo: in Italia la «produttività totale dei fattori» è in calo (in media dello 0,3% l’anno) dalla fine del secolo scorso. È un caso praticamente unico, mentre cresce quasi ovunque nel resto d’Europa e ancora di più negli Stati Uniti (vedi grafico). Questo è l’indicatore che riassume la ricchezza che si crea in un’ora di attività produttiva, una volta sommati tutti i fattori che vi contribuiscono: l’organizzazione e le regole del lavoro, le competenze, gli investimenti e la tecnologia, la burocrazia, l’apertura del mercato, le infrastrutture o le forniture energetiche. La «produttività totale dei fattori», più del debito o della crescita, è il termometro del sistema. E in Italia, caso quasi unico, va giù da 15 anni”.

rimboccarsi le manicheSe pensiamo che il rimedio a tutto ciò sia la crescita del Pil dello 0,8% o che un governo possa in un paio d’anni fare il miracolo ci stiamo prendendo in giro. Quindi è inutile gongolare per le difficoltà del governo Renzi perché saranno le stesse che dovrà affrontare qualunque altro governo. Bisognerebbe rimboccarsi le maniche e lavorare per un paio di decenni almeno sotto la guida di classi dirigenti illuminate e unite dal desiderio di risollevarsi dal baratro a prescindere dalle rispettive collocazioni politiche. E bisognerebbe che la maggior parte delle componenti della società condividesse questo sforzo. Altrimenti prepariamoci a fare bilanci di fine anno sempre più desolati contentandoci di crescere un pochettino al rimorchio degli altri vivendo comunque peggio

Claudio Lombardi

Alcune domande sul COP21

Finiamo il mese e iniziamo la settimana con alcuni quesiti a latere del vertice di Parigi (COP21) sui mutamenti climatici e sulle misure di intervento:

1) E’ definitivamente accertata l’origine antropica del mutamento climatico in corso? Non esistono altre spiegazioni scientifiche del fenomeno? Se é accertata, quale è l’organismo scientifico internazionale che ha preso questa decisione? Nominato da chi?

2) Quali sono i modelli fisici in base ai quali vengono fatte proiezioni temporali sull’aumento del livello delle acque oceaniche? Che validazione scientifica hanno avuto nel corso di questi anni?

inquinamento aria3) Dal momento che i paesi che maggiormente utilizzano impianti a carbone (India e Cina, tra gli altri) e il paese che più ha disboscato in questi anni (il Brasile) hanno già dichiarato che continueranno nella loro politica energetica, a Parigi di cosa stanno discutendo?

4) Al COP21 partecipano anche i paesi produttori di carbone e petrolio? Votano sulle decisioni da prendere?

4) Quale è la forma di produzione di energia che, considerata nel suo ciclo globale (compresa la produzione di rifiuti solidi, liquidi e aeriformi), contribuisce di meno all’emissione di gas serra? Ripeto “considerata nel suo ciclo globale”, non nella parte che fa comodo a qualcuno.

5) Vista la grande rilevanza economica delle decisioni prese, i costi economici vengono ridistribuiti in base alla percentuale di inquinamento prodotto dai paesi o in base ad altri criteri? Perché chi inquina di più (tipo Cina e India, per esempio) non deve pagare di più?

Conosco una miriade di ambientalisti, naturalisti, ecologisti, climatologi e altro ancora (politologi, per esempio) e mi immagino abbiano risposte valide ai quesiti.

scelte energeticheQuanto sopra dovrebbe invitare alla riflessione sui fondamenti reali che hanno eventi importanti, quando non decisivi, per il nostro futuro. Le scelte energetiche di questi ultimi decenni non sono mai state prese sulla base di motivazioni scientifiche e nell’ottimizzazione delle risorse e nella minimizzazione dell’inquinamento ambientale, ma solo in base a convenienze economiche e strategiche delle grandi potenze mondiali. Ed al loro seguito si sono distinte anche gran parte delle associazioni ambientaliste spesso con analisi approssimative e superficiali, ma condotte nel solco di convinzioni diffuse prive di un vero e proprio fondamento scientifico. Con il rischio di diventare vere e proprie “mosche cocchiere” di interessi forti.

Come non ricordare, per restare in ambito nazionale, il supporto dato da importanti associazioni ambientaliste all’utilizzo del gas naturale negli impianti energetici italiani, sponsorizzata all’epoca dall’ENI? E questo nonostante il gas naturale (metano) dia un grande contributo all’effetto serra, causa principale del riscaldamento globale!!

tutela dell'ambienteSu un altro versante bisogna dire che la campagna condotta contro l’utilizzo degli impianti nucleari ha messo in disparte il fatto che sia l’unica produzione di energia che non emette alcun inquinante aeriforme in grado di influire sull’effetto serra. È ovvio che il nucleare porta con sé i rischi di incidenti, ma questo va visto in relazione al livello tecnologico e alla capacità di progettare e gestire impianti con elevati standard di sicurezza. Se così non fosse l’Europa, nel cui territorio sono in funzione decine e decine di centrali nucleari, sarebbe un territorio desertificato. Con ciò non si intende assolutamente affermare la superiorità del nucleare, ma mettere in luce un metodo di approccio alle questioni ambientali e la parzialità di campagne e giudizi che spesso prescindono da riscontri scientifici esaurienti.

A volte si ha l’impressione che la scienza, con i suoi metodi e i suoi tempi molto lontani da quelli della politica e dei media, divenga un nemico da temere e da ignorare. Mentre, invece, sia ricoperto di un’aura di scientificità ciò che dovrebbe pur sempre restare nel campo delle ipotesi.

Sergio Mancioppi