Il lavoro del futuro e la disuguaglianza della conoscenza

Nel giorno in cui l’informazione è tutta concentrata sul decreto che disciplina il reddito di cittadinanza e quota 100, due misure che puntano sull’assistenzialismo, vale la pena di seguire il ragionamento che l’economista Michele Boldrin svolge sul sito www.linkiesta.it. Il tema è la disuguaglianza ovvero il lavoro in un mondo che sempre più si basa sulla conoscenza. Della futura scomparsa del lavoro se n’era già occupato Davide Casaleggio in un’intervista al Corriere della Sera del 16 gennaio. Per Casaleggio la futura iperproduttività delle aziende, resa possibile dall’intelligenza artificiale e dalla robotizzazione delle principali mansioni lavorative, potrà essere redistribuita consentendo alle persone di allontanarsi sempre più dal lavoro potendo, però, avere un reddito a disposizione. La logica è quella di un vero reddito di cittadinanza, anzi, universale. Come sia possibile prelevare dalle aziende le risorse per finanziare tale misura Casaleggio non lo dice, ma è interessante mettere a confronto il suo pensiero con quello di Michele Boldrin.

L’approccio cambia. Infatti per Boldrin il progresso tecnologico porta sempre con sé un “cambiamento delle mansioni e delle conoscenze di coloro i quali operano per produrre beni e servizi”. E non è cosa di oggi perché ciò accade “da tempo immemore” portando ad un generale miglioramento della condizione di vita media e aumentando il reddito reale dei lavoratori. Non si tratta, però, di un processo indolore perché alcuni finiscono per guadagnare di più ed altri di meno. Processo non indolore e nemmeno automatico, ma condizionato dalle scelte politiche che vengono assunte per gestire la transizione e sostenere quelli che non riescono ad adattarsi al cambiamento.

Nessuna visione palingenetica dunque, ma la puntualizzazione di una strada “già percorsa innumerevoli volte in passato”. Il problema dell’Italia oggi è “saper ritrovare l’ottimismo culturale, la flessibilità sociale e la dinamicità istituzionale” per percorrerla. Perché “la sfida che il cambio tecnologico oggi ci costringe ad affrontare” non è quella della fine del lavoro, bensì un’altra: “la sfida della complessità crescente”.

Si tratta di apprendere e padroneggiare “conoscenze professionali sempre più sofisticate e sempre più difficili” perché “ogni nuova tecnologia richiede nuove conoscenze” e queste sono possibili se c’è un maggior livello di istruzione che, a sua volta, si basa su un più ampio utilizzo delle nostre capacità cognitive. Non è una novità perchè il progresso tecnologico è riuscito a sostituire nel corso dei secoli la forza fisica degli esseri umani con l’intelligenza e la conoscenza.

L’adattamento alle nuove tecnologie è dunque possibile a condizione di “avere accesso all’istruzione adeguata”. E “questo è il compito primario che le politiche pubbliche devono assolvere”.

A questo punto sorge però un problema perché le capacità cognitive che vengono stimolate e utilizzate dall’istruzione “non sono distribuite uniformemente fra le persone” pur essendo diventate “il fattore cruciale nel determinare se una persona sia o meno in grado di utilizzare proficuamente le nuove tecnologie e conoscenze”.

Finora, le persone dotate di minori capacità cognitive e messe in difficoltà dalle nuove tecnologie, sono state relativamente poche e diverse forme di solidarietà sociale sono state in grado di affrontare ed ammortizzare i problemi di adeguamento alle transizioni tecnologiche negli ultimi due secoli.

Oggi la cose si complicano perché “il progresso tecnologico sposta la soglia di proficuo apprendimento” ed aumenta il numero delle persone che hanno difficoltà ad adattarsi. Qui sta, per Boldrin, il problema quantitativamente nuovo della situazione attuale. “Perché un conto è cercare di trovare metodi di sostentamento e ruoli sociali utili per un 5-10% della popolazione e ben altra cosa è farlo per il 30-40%”.

Il fenomeno si sta rapidamente diffondendo e sta creando già oggi “una barriera drammaticamente alta non solo alla mobilità occupazionale ma alla pace sociale stessa”. Infatti “la divisione che sta rapidamente emergendo è fra coloro che hanno le capacità cognitive per utilizzare proficuamente il cambiamento tecnologico e quelli che sembrano non essere in grado di farlo”.

Boldrin non formula proposte, ma è evidente che i vari tipi di sussidi così come le fantasie sulla scomparsa del lavoro servono a poco. Un cambiamento della portata di quello che è in atto si affronta solo con una scelta strategica: investire sulla diffusione della conoscenza e sull’apprendimento con l’obiettivo di stimolare ed indirizzare le capacità cognitive delle persone. Altre strade non esistono, ma il contrasto sulla strada che è stata imboccata dal governo Lega M5S è drammaticamente evidente

Claudio Lombardi