Scandalo opere pubbliche: Renzi è ora di cambiare verso

scadalo opere pubbliche“Dopo che hai dato la sponsorizzazione per Nencini lo abbiamo fatto viceministro. Ora parlagli e digli che non rompa i coglioni. E, comunque, complimenti, sei sempre più coperto..”

Così parlò il ministro Lupi in una telefonata con Ercole Incalza ora arrestato, ma per tanti anni incontrastato crocevia di tutte le grandi opere pubbliche. Basterebbe questa telefonata di cui dobbiamo dire grazie alle “sante” intercettazioni per cancellare Lupi dal panorama politico italiano per sempre con le sue dimissioni o cacciandolo dal governo. Il suo linguaggio è quello di un gangster che si rivolge ad un capobanda al di sopra di lui o, se volete, di un mafioso che parla con altro mafioso. Il che in Italia non sarebbe nemmeno poi tanto strano.

Non ci sono scuse e i fatti sono talmente chiari che nessuna via d’uscita è consentita. Lupi deve essere mandato via dal Governo. La fiducia è cosa diversa da una condanna penale e la fiducia Lupi non la merita più. È ridicolo che Renzi si arrampichi sugli specchi dicendo che il suo governo ha messo da parte Incalza. Messo da parte? Dopo il pensionamento ha avuto un contratto di consulenza con una norma scritta apposta per lui. Di cosa ha da vantarsi Renzi? È purtroppo ridicolo e patetico anche avanzare come dimostrazione della buona volontà del governo tirare in ballo la legge anticorruzione e la nomina di Cantone a capo dell’Autorità anticorruzione. Quante leggi sono state beffate e quante brave persone raggirate da un sistema di potere che tiene in pugno lo Stato? E poi non si tratta di quella legge che non si riesce a far approvare in Parlamento? Perché Renzi non ci mette sopra un bel voto di fiducia?

corruzione burocrazia politicaÈ anche superfluo parlare delle accuse della magistratura tanto siamo diventati esperti dei meccanismi con i quali si fanno lievitare i costi delle opere pubbliche e della corruzione che ci gira intorno. Nel caso di Incalza, come già è stato per tante altre inchieste (ricordiamo quella su Bertolaso, Balducci, Anemone?), ad essere sotto accusa sono le persone che comandano realmente nelle pubbliche amministrazioni, sono le persone che scrivono le leggi, i regolamenti, le circolari, che firmano gli ordini di pagamento, che dispongono del potere di spesa. I politici appaiono fantocci nelle loro mani, imbelli e, tutto sommato, indifesi.

cambiare verso nei fattiL’ultima cosa a cui ci si può appellare in questo ennesimo caso di corruzione organizzata ai vertici dello Stato è la prudenza. “Dobbiamo valutare, verifichiamo, aspettiamo, fino a sentenza definitiva nessuno è colpevole” ecc ecc.. No chi pronuncia queste frasi o non si rende conto che siamo in Italia o è imbelle o è complice. Quando si tratta di scelte politiche le decisioni devono essere rapide e chiare. Chi con linguaggio felpato cerca di scansare i problemi è parte del problema.

L’Italia e gli italiani hanno già pagato e stanno pagando ogni giorno il prezzo della corruzione. Di tasca loro e con le difficoltà di vivere e lavorare in questo paese. Pagano con i soldi delle tasse fra le più alte al mondo per servizi e amministrazioni pubbliche inefficienti e pagano con un’economia inquinata dalla corruzione e dalle mafie che del sistema di potere corrotto fanno parte.

È ora veramente di cambiare verso, non a chiacchiere, ma dimostrando di saperlo fare. Se Renzi non dimostrerà di saperlo e volerlo fare, se tenterà di coprire il sistema di potere della buropolitica gli italiani non lo voteranno più. Non ci sono più le ideologie e non ci sono leader intramontabili. Il consenso bisogna guadagnarselo

Claudio Lombardi

La trasparenza è la base per la tutela dei beni comuni (di Vittorio Ferla)

Si può fare un discorso pubblico serio sulla promozione dei beni comuni nel nostro paese senza affrontare il tema della trasparenza nella vita pubblica? E, contemporaneamente, si può affermare la sussidiarietà senza una riforma che apra le amministrazioni pubbliche al contributo dei cittadini? La risposta è scontata: certamente no.

Il peso della corruzione nel degrado dei beni comuni

Purtroppo, come è noto, nella classifica di Transparency International, l’Italia è retrocessa nel corso degli ultimi anni fino al 72° posto. I casi di malaffare ormai non si contano più: basti pensare all’abuso dei rimborsi ai partiti (con i casi di Lega, IDV e Margherita), all’abuso dei rimborsi ai gruppi consiliari (nel Lazio e in Lombardia), alle truffe nei servizi sanitari regionali, alle denunce che periodicamente si levano dalle relazioni della Corte dei Conti.

Autorevoli studi nazionali e internazionali dimostrano che la corruzione frena lo sviluppo del paese, ha un impatto sulla misura, la produttività, l’efficienza e l’efficacia della spesa pubblica.

Ma, soprattutto, mina alla base l’uguaglianza dei diritti, impedisce la redistribuzione dei redditi (o, meglio, favorisce i ricchi a spese dei poveri), riduce il benessere complessivo della comunità nazionale, erode progressivamente i beni comuni (per esempio salute, istruzione e capabilities in generale dei cittadini). In particolare, la corruzione si traduce in tagli drastici ai servizi socio-sanitari e scolastici. D’altra parte, se si pensa che ogni euro investito corrisponde a 1,7 euro di sviluppo, si capisce che cosa può comportare la sottrazione al paese di 60 miliardi a causa della corruzione.

I tagli al welfare

I dati sulla spesa per il welfare confermano anche empiricamente questi orientamenti scientifici. Nella sanità pubblica, c’è una riduzione della spesa per servizi pari a 23-25 miliardi di euro con la conseguenza che aumenta dell’8 per cento la spesa privata delle famiglie per garantirsi le cure. Secondo il Censis, la spesa pubblica per i farmaci è calata del 3,5 per cento (i cittadini sono costretti a usare il proprio portafoglio con un aggravio del 7 per cento). Nel frattempo, i ticket per i servizi sanitari sono aumentati di 4 miliardi. La scuola pubblica ha perso in tre anni la bellezza di 8 miliardi. In generale, i servizi di pubblica utilità diventano più costosi, ma perdono in qualità.

Sulla base dei dati ufficiali raccolti e rielaborati dalle principali organizzazioni di cittadini impegnate per la tutela dei diritti sociali, le campagne I diritti alzano la voce, Sbilanciamoci!, Cresce l’Italia cresce il Welfare spiegano come gli ultimi governi italiani stiano distruggendo le politiche sociali e azzerando la spesa per i diritti. Il prospetto dei tagli alle politiche sociali è impressionante: tra il 2007 e il 2013 si prevede una riduzione degli stanziamenti a favore dei fondi nazionali (politiche sociali, famiglia, non autosufficienza, integrazione degli immigrati, politiche giovanili, infanzia e adolescenza) da 1.594 a 144 milioni di euro.

I primi timidi passi del Governo

Che cosa fanno le istituzioni per invertire questa tendenza? Ancora poco si direbbe. La legge anticorruzione varata dal Governo Monti è sembrata ai più un pannicello caldo. Il decreto legislativo che la attua è molto interessante, ma – diversamente dalla versione propagandata dalla Presidenza del Consiglio – ancora molto distante dal Freedom of Information Act di ispirazione nordeuropea o statunitense. Qualche passo avanti sul piano dell’Agenda digitale, ma se ne parla da anni e aspettiamo di vedere le norme alla prova dei fatti. Molti convegni – per esempio, quello sull’Open Government Partnership – che rinnova l’impegno degli addetti ai lavori, ma ancora molto lontani dalla vita delle persone comuni.

Le iniziative dei cittadini per l’accountability

Nel frattempo, i cittadini si organizzano con iniziative spesso molto interessanti. Si pensi al raduno bolognese dei civic hackers di Spaghetti open data. Ai progetti di monitoraggio digitale del rendimento della politica come openparlamento e opencomune, lanciati da openpolis. Oppure a L’era della trasparenza, un sito promosso da Agorà digitale per verificare l’uso delle risorse pubbliche da parte dei governi locali. Si pensi, inoltre, alle personalità e alle organizzazioni civiche che promuovono l’adozione di un Freedom of Information Act anche in Italia. E, ancora, alla Campagna Ridateceli! di Cittadinanzattiva o alla petizione Riparte il futuro di Libera e Avviso pubblico. Tutte queste iniziative, così tanto diverse tra loro, condividono l’idea che la trasparenza sia un punto di partenza fondamentale per suscitare la partecipazione civica e aumentare il controllo sull’azione amministrativa. Alla base sta la convinzione che se l’accountability delle istituzioni cresce diventa più facile tutelare i beni comuni.

I 5 ingredienti per la trasparenza

Ma come si declina la trasparenza in concreto? In primo luogo, c’è la trasparenza nei servizi al cittadino (fatta di informazione, comprensibilità, accessibilità, usabilità) e la conseguente semplificazione delle procedure previste dalle amministrazioni pubbliche. Alcuni esempi? Conoscere i tempi d’attesa, spesso ignoti come gli elenchi e le disponibilità delle residenze sanitarie assistenziali, la digitalizzazione e rapidità delle pratiche amministrative, l’abbattimento costi burocratici per imprese e cittadini, la trasparenza totale dei reclami e strumenti di tutela chiari e accessibili. D’altra parte, la trasparenza è ormai per legge un elemento essenziale delle prestazioni delle PA.

In secondo luogo, c’è il tema della liberazione dei dati delle PA, del diritto di accesso dei cittadini e della libertà di informazione. In questo ambito, le sfide sono sostanzialmente due: la strategia degli open data e l’introduzione del Freedom of Information Act. Soltanto così potremo far sì che la trasparenza sia accessibilità totale alle  informazioni come prevede la legge 15/2009.

In terzo luogo, trasparenza significa integrità degli eletti e dei funzionari pubblici. Per esempio, occorre attuare le leggi Brunetta e anticorruzione che prevedono la pubblicazione online di stipendi, curricula, consulenze, ecc., introdurre l’anagrafe degli eletti, garantire la pubblicità dei bilanci dei gruppi consiliari e delle ricevute di spesa, vietare il cumulo di incarichi, attivare un sistema anonimo e sicuro per denunciare truffe, corruttele e  malversazioni (whistleblowing).

Quarto punto è la valutazione indipendente della qualità dei servizi (e dell’azione amministrativa in generale), con il coinvolgimento degli stakeholders (in particolare, i cittadini). In questo ambito, ancora tanto si può fare per la raccolta sistematica delle segnalazioni dei cittadini, per organizzare forme di public review, per rendere abituale le azioni di civic auditing e rendere pubblici i risultati delle valutazioni, per collegare la valutazione dei servizi alla valutazione dei dirigenti.

Infine, c’è la grande sfida del controllo sull’uso risorse pubbliche, sul funzionamento e sui risultati della PA,  nonché sulle attività dei governi regionali e locali. Si comincia con l’indicazione di obiettivi misurabili per le amministrazioni pubbliche e si prosegue, poi, con il collegamento tra la valutazione dei dirigenti e i risultati conseguiti. Per far questo serve integrare gli organismi indipendenti di valutazione con rappresentanti dei cittadini. Dovrebbe divenire obbligo la pubblicazione degli atti di spesa, la pubblicità e comprensibilità dei bilanci, la pubblicità dei lavori delle assemblee legislative e delle giunte. Infine, bisogna chiudere gli enti inutili e i relativi consigli di amministrazione e aumentare la trasparenza negli appalti di forniture, beni e servizi e nella raccolta e spesa dei fondi comunitari.

Un programma di governo?

Insomma: in vista delle elezioni politiche nazionali e del rinnovo dei consigli regionali di Lazio e Lombardia, investire sulla trasparenza per favorire la partecipazione dei cittadini alle politiche pubbliche diventa la via più efficace per tornare a promuovere i beni comuni e far ripartire l’Italia. Un vero e proprio programma di governo.

Vittorio Ferla da www.labsus.org

Anticorruzione: avanti piano fra mille ostacoli (di Vittorino Ferla e Giuseppe Bianco)

Il ddl anticorruzione passa al Senato e ora ritorna alla Camera per la quarta lettura. Certamente un risultato importante se si pensa al degrado della vita pubblica in questo momento storico. Il provvedimento è, da un lato, il frutto della maggiore autonomia del governo dei tecnici dalle pressioni delle diverse forze politiche, e, dall’altro, il frutto di una pressione molto forte da parte della società civile stanca di assistere allo squallore diffuso dei comportamenti degli ufficiali pubblici, siano essi politici o funzionari.

Alcune misure sembrano particolarmente efficaci: i protocolli di legalità obbligatori, il monitoraggio costante delle prefetture sulle aziende esposte al rischio di penetrazione mafiosa, la maggior tutela dei segretari comunali e provinciali, il divieto di collocare i pubblici impiegati condannati anche con sentenza non passata in giudicato in uffici deputati alla gestione delle gare di appalto (misura che serve ad ovviare la sostanziale disapplicazione della pena accessoria dell’estinzione del rapporto di pubblico impiego), la delega al Governo per la non candidabilità in organismi di rappresentanza politica di soggetti condannati per corruzione e reati similari.

Si tratta di misure che in qualche modo contribuiscono a creare un sistema di preallarme rispetto agli inizi dei fenomeni di corruttela. Ed è quanto suggeriva la Commissione Cassese già nel 1996.

Letta nel suo complesso, però, la legge approvata assume più un valore simbolico che reale, a causa delle numerose lacune che i diversi passaggi parlamentari non sono riusciti a colmare.

In primo luogo, non convince la formulazione dei nuovi reati. Per esempio, sono previste pene davvero minime per reati come il traffico di influenze. Ciò impedirà di condurre indagini approfondite attraverso, tra l’altro, l’uso delle intercettazioni. Il reato di corruzione fra privati – che serve a perseguire le forme di corruzione conseguite al processo di esternalizzazione dei compiti pubblici (società miste, consulenti, general contractor) – riguarderà solo i vertici delle strutture private e mai i quadri intermedi o i dipendenti: esattamente al contrario delle raccomandazioni del rapporto GRECO (il Gruppo degli Sati Europei contro la Corruzione).

In secondo luogo, nel provvedimento spiccano soprattutto gli assenti: non si accenna al ripristino del falso in bilancio né al reato di autoriciclaggio (fattispecie suggerite dallo stesso Fondo Monetario Internazionale) che incidono sui campi limitrofi della corruzione sistemica. L’evasione e i bilanci falsi servono a creare le provviste in nero prima della corruzione, il riciclaggio in tutte le sue forme serve a nasconderne dopo i proventi.

La Autorità Anticorruzione è individuata nella CIVIT, organo che non ha alcun profilo di indipendenza dall’autorità politica, privo di poteri ispettivi e sanzionatori, di profilo modesto sul piano delle competenze attualmente messo in campo e il cui ex presidente – oggi ancora membro del collegio – ha fatto parlare di sé per essere protagonista di casi che oggi – proprio con la nuova legge – sarebbero classificati come esempi di traffico di influenze. Difficilmente i funzionari pubblici disponibili a segnalare comportamenti illeciti di altri colleghi – saranno davvero spronati a denunciare ad un ente di nomina governativa in un sistema complessivo in cui gli organismi indipendenti di valutazione sono tutti occupati da colleghi dirigenti.

In verità, dunque, resta ancora molto da fare per questo Governo, a partire dal rendere immediatamente effettiva l’incandidabilità dei condannati in vista delle prossime elezioni.

Segnaliamo almeno quattro azioni concrete che il Governo dovrebbe fare subito per essere credibile: 1) rendere trasparenti gli atti della PA fin dalla loro formazione e, in particolare, rendere pubblici e comprensibili i bilanci di enti pubblici e partiti a tutti i livelli istituzionali, centrali e territoriali; 2) attribuire alla Civit (futura commissione anticorruzione) piena autonomia dalla politica e poteri ispettivi e sanzionatori reali, perché finché sarà così nessun dirigente pubblico sarà libero di denunciare episodi di peculato e malversazione; 3) allungare i tempi della prescrizione per i reati contro la pubblica amministrazione per garantire lo svolgimento dei processi e la condanna dei corrotti; 4) rendere sempre più diffuso il recupero delle risorse sottratte e poi la loro restituzione alla collettività, anche attraverso la confisca e l’uso sociale dei beni dei corrotti.

Ecco perché l’impegno dei cittadini per la trasparenza e la legalità non può diminuire proprio adesso.

Articolo tratto da www.cittadinanzattiva.it

Vittorino Ferla – Responsabile Cittadinanzattiva per la Trasparenza e la Legalità
Giuseppe Bianco – Magistrato, Procuratore della Repubblica, Firenze

Partecipazione e libertà di informazione due anelli di una catena. Intervista a Marco Quaranta di MoveOn Italia

Il 18 ottobre si svolgerà a Roma in piazza Farnese la “Notte bianca della Rai ai cittadini” una manifestazione organizzata da MoveOn Italia. ce ne parla uno degli animatori del movimento, Marco Quaranta.

D: “Non voteremo più nessuno che non accetti di impegnarsi per liberare la Rai e restituirla ai cittadini. Questo è l’impegno che noi ci assumiamo, noi cittadini ce la stiamo mettendo tutta”. Così dice una frase del manifesto di MoveOn Italia. Ci puoi spiegare cos’è MoveOn Italia e quale è il suo programma?

R: Noi abbiamo preso la stessa idea che hanno avuto per sostenere Obama nella battaglia per la riforma sanitaria. Dopo 200 anni gli USA hanno adottato una riforma sanitaria valida per tutti e con la responsabilità dello Stato. Noi abbiamo pensato che MoveOn possa essere un modo giusto di partecipare alla politica avendo per obiettivi delle riforme che cambiano il sistema paese però proponendo e non solamente protestando. Noi abbiamo scelto la Rai pensando una riforma che la consegnasse ai cittadini, una riforma fatta di 5 punti che si ispira alla riforma del 2006 avanzata dal mondo della cultura  e dai giornalisti. Il punto essenziale  era e resta quello di togliere ai partiti e anche al governo la supremazia assoluta e il controllo totale della Rai. In effetti noi siamo l’unico paese occidentale che ha questo assetto dell’informazione, tutti dicono che non è tollerabile, ma non è successo niente fino a questo 2012. Alla politica diciamo e lo ribadiremo il 18 in piazza, che per cambiare davvero si può solamente dire:  “noi ci candidiamo alle prossime elezioni politiche, ma prendiamo l’impegno  di approvare queste leggi”, le leggi cioè che noi stiamo proponendo. La prima sono i 5 punti della Rai ai cittadini (trovate il testo completo sul sito moveonitalia.Wordpress.com), poi una legge di riforma dell’antitrust e una legge contro la corruzione basata sulla proposta Scarpinato (anche questa la trovate online).

D: Se la partecipazione dei cittadini è l’essenza della democrazia l’informazione ne è il presupposto indispensabile. Cosa è stato il berlusconismo e quali sono i problemi di fondo del modello Italia? Con il passaggio al governo Monti è cambiato qualcosa? Cosa dobbiamo aspettarci adesso?

R: Innanzitutto il berlusconismo è stato possibile perché in Italia c’è la spartizione del potere, non c’è la politica che si occupa dei bisogni dei cittadini. La netta sensazione è che i partiti vogliono il potere per insediarsi nei gangli vitali della democrazia e per spartirsi quello che c’è di pubblico. Questo è il dato che più sta facendo scalpore in Italia. E poi vediamo che ciò che è successo nella regione Lazio e abbiamo visto che in Lombardia l’alternativa a Formigoni era Penati. Ciò che si capisce è che c’è uno schema, un vero male italiano, nel quale non si percepisce quale possa essere una vera alternativa al berlusconismo. Per questo noi di MoveOn diciamo solo che vogliamo parlare tramite le leggi e vogliamo sentire chi le appoggia perché i discorsi vuoti non ci interessano. Impegni concreti ci vogliono e questo diremo il 18 ai politici che parteciperanno. Avremo certo dei disagi perché i cittadini sono arrabbiati anzi disperati per il comportamento dei politici ma noi, come dice spesso Saviano, non possiamo spargere fango su tutto, dobbiamo sempre trovare delle strade percorribili. Come dicevo prima Obama ha saputo trovare la strada per affermare il principio che lo Stato si deve occupare della salute del cittadino, povero o ricco che sia e che la politica di questo si deve occupare. Ovviamente chi aderisce a questa impostazione sono coloro che si sono battuti di più contro il berlusconismo. Ci sono dei personaggi che hanno trovato le strade per vincere (da De Magistris fino al M5S) e noi stiamo cercando di dire che i cittadini possono cambiare qualcosa e fare delle proposte molto concrete. Vorremmo considerare come passato tutto quello che è successo in questi anni che è a dir poco inaudito perchè è incredibile pensare che ancora sia il governo il padrone della Rai e che i partiti abbiano ancora un controllo decisivo sulla televisione pubblica.

D: Questo significa che i problemi della libertà di informazione e della partecipazione dei cittadini sono strutturali e non solo contingenti cioè fanno parte del sistema Italia e si sono enormemente aggravati negli anni del berlusconismo trionfante. Quali cambiamenti sono allora necessari perché siano affrontati e perché si muova un rinnovamento vero e non solo di formule politiche di governo?

R: Bé la prima cosa è considerare l’informazione centrale perché è il perno dell’educazione di un paese e noi sappiamo benissimo che il servizio televisivo, pubblico o privato che sia, è l’unico modo per raggiungere milioni di italiani ed è, in sostanza, uno dei pochi poteri trasversali. Sappiamo quindi molto bene che la televisione può anche condizionare il voto. Per questo è così importante il conflitto di interessi ed è una delle questioni più importanti del sistema Italia e non riguarda solo Berlusconi perché conosciamo l’intreccio fra poteri pubblici, privati e del denaro che si realizza dentro ai partiti. L’unico modo per continuare il nostro percorso democratico è una triplice riforma che tocchi la disciplina dei poteri nell’economia attraverso l’antitrust, la gestione dell’informazione televisiva e la lotta alla corruzione. Se mancheranno queste riforme su cui l’Italia è in enorme ritardo vuol dire che puniremo il merito, puniremo la possibilità di essere più liberi, puniremo la possibilità di guardare a un futuro dove la politica e l’economia siano indipendenti e dove la politica sia dedicata soltanto al bene di tutti

(intervista a cura di Claudio Lombardi)

Giustizia, corruzione e cittadinanza attiva (di Claudio Lombardi)

Lentamente va avanti in Parlamento l’esame del disegno di legge contro la corruzione. Quella che sarebbe dovuta essere la prima priorità per una classe dirigente responsabile e consapevole della gravità del problema corruzione (secondo la Corte dei Conti peserebbe per circa 60 miliardi di euro sull’economia italiana) per il nostro Paese è diventato invece un treno che avanza alla minima velocità e fermandosi ai molti semafori rossi che incontra sulla sua strada. Chi aziona quei semafori? Semplice, gli stessi che della corruzione hanno goduto sia in termini di potere, che di influenze elettorali che, anche, di concreti vantaggi economici. Ricordiamo bene l’epoca delle cricche e dei ministri a cui veniva pagato l’acquisto della casa a loro insaputa. Tranne quelli che sono stati arrestati gli altri stanno sempre lì.

Il re di questi “gattopardi” è quel Berlusconi che dopo aver fatto il comodo suo con le istituzioni dello Stato usandole come sua riserva di caccia personale (e dei suoi complici), confezionando le leggi a misura dei suoi interessi (ricordiamo solo il dramma della prescrizione accorciata unita alla mancanza di risorse per la giustizia che produce impunità per chi può pagare i migliori avvocati) adesso sembra voglia inventare una lista civica per ripresentarsi come leader politico del popolo. Proprio lui che è fra i maggiori responsabili del declino dell’Italia di cui noi adesso paghiamo le conseguenze.

Cosa c’è che non convince nella legge che si sta delineando? La nuova disciplina della concussione sicuramente. A leggere molti e autorevoli commenti si tratta di un indebolimento della possibilità di colpire quei comportamenti che inducono ad un reato in forza della posizione di forza di una delle parti. Guarda caso sarebbe anche il reato di cui è accusato Berlusconi per il caso della giovane prostituta minorenne che lui fece rilasciare dalla Questura di Milano. Ma sarebbe anche il caso delle accuse mosse all’ex Pd Penati. È lecito pensare che si tenti di aiutare personaggi di questo calibro con la nuova legge? Sì è lecito, ma è scandaloso che questo avvenga oggi, con il Paese e l’Europa intera travolti da una crisi economica che mette a rischio le condizioni di vita di molti milioni di persone. Che qualcuno possa solo pensare di costruire un’altra legge ad personam assume il sapore di una beffa ai danni degli italiani. Anche se così non fosse sarebbero sempre colpevoli di omissione tutti coloro che non si impegnano per una legge severa e immediata, ma tentano di rinviare, smorzare, dirottare per coprire interessi che vanno solo colpiti senza se e senza ma.

Intanto qualcuno lavora su un altro piano e tenta di costruire un approccio nuovo al tema giustizia. In questi giorni sono stati presentati due documenti che magari non occuperanno le prime pagine dei giornali, ma testimoniano che una parte sana c’è nel popolo, negli apparati dello Stato, nelle istituzioni. Si tratta dei Rapporti di Cittadinanzattiva sulla valutazione civica in alcuni tribunali civili e sullo stato della giustizia. Frutto dell’incontro fra cittadini organizzati e dotati di validi strumenti di indagine, avvocati, magistrati, dirigenti della Giustizia e con l’appoggio del Dipartimento organizzazione giudiziaria i due rapporti mettono la giustizia sotto i riflettori per le sue mancanze, per le sue criticità, ma anche per la centralità e insostituibilità del suo ruolo.

Cosa si dice in questi rapporti? Nessuna scoperta clamorosa e niente che già non si sapesse: lunghezza dei processi, scarsità dei mezzi, inadeguatezza delle strutture, carenza di personale, procedure da modificare.

Otto anni e tre mesi la durata media di un processo penale, il doppio rispetto al 2010 e con punte di oltre 15 anni nel 17% dei casi. Ancora peggio in ambito civile dove, ad esempio, il 20% dei procedimenti si protrae dai 16 ai 20 anni.

La crisi economica si riflette sulle cause avviate: nel civile si impennano le controversie in ambito lavorativo e previdenziale (dal 13% nel 2010 al 21,5% nel 2011) e quelle relative ai diritti reali (+6,5%). Nel penale, crescono i reati contro il patrimonio (34% rispetto al 19% del 2010).

Problemi anche per il gratuito patrocinio accessibile a pochi e per la mediazione civile facoltativa (sfruttata solo nel 10% dei casi) e per quella obbligatoria (inefficace nel 65% dei casi).

Chi volesse può approfondire la lettura dei rapporti e delle proposte formulate da Cittadinanzattiva collegandosi al sito www.cittadinanzattiva.it .

La novità, però, è un’altra ed è proprio l’avvio di un lavoro comune fra cittadini, ministero della giustizia e operatori che in quel mondo svolgono la loro attività professionale (avvocati, magistrati, dirigenti).

Dopo anni di attacchi alla Magistratura e di strumentalizzazione della giustizia per condurre una spietata lotta di potere la strada imboccata da Cittadinanzattiva, resa possibile dalla grande partecipazione dell’opinione pubblica che ha sbarrato la strada per anni al dilagare dell’illegalità promossa da chi pensava di avere nelle sue mani lo Stato, è quella che si rivelerà più costruttiva a patto che nelle istituzioni i rappresentanti politici mettano da parte i loro interessi di parte e pensino all’interesse degli italiani e al valore supremo della legalità. Se non lo faranno dovremo chiamarli a rispondere anche di questo e li denunceremo anche se si dovessero riciclare dentro finte liste civiche.

Claudio Lombardi