La palla al piede della disuguaglianza

L’ultima è la notizia che l’ex amministratore delegato di Leonardo – Finmeccanica, Mauro Moretti, riceverà una liquidazione di circa 10 milioni di euro per la conclusione del suo rapporto di lavoro con l’azienda durato tre anni. Nulla di straordinario. Moretti si appella ad un contratto perfettamente legale così come lo sono quelli di tutti i grandi manager dei quali si parla ogni anno quando si stila la classifica delle retribuzioni delle società quotate. Di notizie così se ne possono rintracciare migliaia in tutto il mondo nel corso degli ultimi decenni.

capitalismo finanziarioOltre ai manager, poi, ci sono i proprietari delle aziende dei quali poco si parla, ma che in quanto a guadagni scandalosi non sono secondi a nessuno. Da noi si è gettato lo sguardo su Silvio Berlusconi a proposito dell’assegno di due milioni di euro al mese che versa alla sua ex moglie. Ma forse si potrebbe citare il miliardario russo che si sta facendo costruire uno yacht a vela lungo 140 metri e del costo di quasi mezzo miliardo di dollari.

Sono tutti indicatori di un sistema di rapporti sociali ed economici deformato dalla disuguaglianza. L’ultimo libro di Romano Prodi la mette al centro della sua analisi e tanti analisti ripetono da anni che eccessi di disuguaglianza fanno male alla società e all’economia. Se ne occupa anche un articolo di Salvatore Bragantini sul Corriere della Sera di pochi giorni fa.

Scrive Bragantini: “C’è un equivoco di fondo sulle cause della crisi finanziaria; sempre attribuita all’eccessivo debito pubblico, essa invece nasce dalla debolezza della domanda, a sua volta dovuta alle forti disuguaglianze attuali nei Paesi sviluppati. (…).”

ricchi e poveri“Crescita delle disuguaglianze, che dagli anni Ottanta ha spostato il 10-15% del valore aggiunto dal lavoro ( che spende tutto il suo reddito) al capitale, che tesaurizza ben più di quanto investa. È scesa così la domanda, in particolare gli investimenti, pubblici e privati, che potrebbero spingere in alto il Pil. Errata è, con la diagnosi, anche la prognosi. Ciò non implica aumentare la spesa pubblica in Italia; prima dei vincoli dell’euro, il buon senso costringe a stanare le spese inutili, parassitarie, spesso corruttrici. La causa ultima della crisi però resta lì, intatta; lungi dal diminuire, la divaricazione di redditi e ricchezze si fa vieppiù minacciosa”.

Ricorda Bragantini che negli anni Cinquanta-Ottanta del Novecento, erano alti i livelli di tassazione sui redditi più elevati e, comunque, i compensi dei manager erano inferiori a quelli attuali. A partire dal 1989 le loro retribuzioni sono cresciute in misura esponenziale e la tassazione è diminuita. In pratica il mercato è diventato un pretesto per coprire una gigantesca redistribuzione dei redditi che arriva a minacciare la stessa democrazia.

Infatti “il profitto è ben accetto se accresce il benessere generale” cioè se viene tassato per sostenere le spese statali, se genera investimenti che portano lavoro, altri profitti, altre tasse e così via. Ma se questa sequenza viene interrotta, se crescono a dismisura i redditi dei supermanager e i guadagni degli azionisti, se poi questi vengono utilizzati per inseguire le rendite finanziarie, di fatto, si mina l’economia di mercato e la coesione sociale.

redistribuzioneSi rischia così “di affossare un modello che ha strappato alla povertà noi ed altri Paesi, in un’Europa in pace. Esiste un limite oltre il quale le disuguaglianze non devono crescere, e l’abbiamo passato; ridurle a livelli ragionevoli deve formare l’asse portante di una nuova piattaforma, da presentare in un mutato contesto istituzionale europeo (….) Il sostegno politico (e la giustificazione vera) dell’economia di mercato sta nelle classi medie; la loro rabbia montante deve indurre ad invertire il moto del pendolo degli ultimi 30 anni. La democrazia stessa lo esige.”

Per Bragantini i Paesi forti dell’eurozona dovrebbero avere un’inflazione maggiore per ravvivare la domanda. E aggiunge “servono poche, ma chiare parole d’ordine: istruzione di qualità, tassazione progressiva, solidarietà sociale, governo delle imprese orientato al lungo termine e, in Italia, controllo su priorità ed efficienza della spesa (stop a investimenti inutili, infrastrutture avviate e abbandonate, corruzione)”.

Un programma semplice, ragionevole che è la migliore risposta al populismo distruttivo che si basa sulla rabbia e la paura degli elettori, ma che non sa come gestirla

Claudio Lombardi

Le pensioni e la redistribuzione dei redditi

Bè sì ha ragione Renzi, quelli che adesso strillano contro il “furto” ai pensionati sono gli stessi che lo hanno voluto e votato. Di facce toste è pieno il mondo e la politica in particolare.

No la situazione già era difficile prima e la sentenza della Corte sulle pensioni non fa altro che aggravarla. Comunque è difficile non applicarla. Il problema è dove trovare i soldi. Aumentiamo il deficit? Possiamo litigare con l’Europa, ma il problema è che chi ci presta centinaia di miliardi l’anno è pronto a chiedere più interessi se usciamo dai parametri dell’euro. E noi non possiamo fare a meno di quei prestiti.

Il problema dei soldi dunque esiste. Forse dovremmo parlare con più forza di redistribuzione dei redditi e, quindi, di pressione fiscale perché sarà pure alta, ma grava quasi del tutto sulla massa dei contribuenti con redditi medio bassi. I redditi alti sfuggono, evadono e, comunque, godono di aliquote molto vantaggiose. Sui redditi da capitale l’aliquota è del 26% (ma per tanti anni è stata al 12,5%). L’Irpef arriva al 43% da meno di 100mila euro al’infinito.

Bisogna sapere che, dopo la seconda guerra mondiale, in tutto l’occidente le aliquote erano molto più alte e i ricchi vivevano benissimo. Negli Usa si arrivò addirittura al 94% negli anni ‘40, ma si mantenne un’aliquota del 90% sopra i 400.000 dollari fino al 1963. In Italia c’era un’aliquota dell’82%. Ma il tema è tabù, non se ne può parlare e quando servono soldi si vanno a prendere sempre dalle stesse categorie.

Tutti sanno che in Italia il passaggio dalla lira all’euro è stata l’occasione per una gigantesca speculazione ai danni dei redditi da lavoro e a favore di tutti coloro che potevano fissare il prezzo dei prodotti e delle prestazioni. Eppure ogni anno le dichiarazioni dei redditi ci rivelano l’immagine di una realtà falsa nella quale il datore di lavoro guadagna meno dei suoi operai o il gioielliere ha un reddito inferiore a quello di un impiegato pubblico.

Insomma qualche decina di miliardi di euro andrebbero presi a chi continua ad evadere e a nascondere i suoi redditi. Questo accapigliarsi sulle pensioni da 1500 euro lorde al mese è vergognoso anche se sappiamo benissimo che la maggior parte delle pensioni pagate col retributivo sono più alte dei contributi versati cioè sono regalate da chi oggi lavora. E questo non è giusto

L’Italia disuguale, invisibile alla politica (di Mario Pianta)

Il prodotto dell’economia si distribuisce in tre parti: quella che va al lavoro come salari, quella che va alle imprese come profitti e quella che va alla finanza come interessi e rendite. Secondo Eurostat, nei 17 paesi dell’eurozona la quota dei profitti e delle rendite nel 2010 è del 40%, mentre ai salari va il 60% del reddito. In Italia la fetta dei profitti nel 2010 era del 45%, con la quota dei salari al 55%. I profitti sono cresciuti in Italia del 3% in media l’anno tra il 1993 e il 2000, e dello 0,6% tra il 2000 e il 2007. La “fetta” dei salari è cresciuta dello 0,8 negli anni novanta e dell’1,8% l’anno negli anni duemila. Ma se consideriamo i salari medi per lavoratore, troviamo che sono diminuiti di oltre lo 0,1% in media l’anno per due decenni.

distribuzione redditiQuesta è la distribuzione tra le classi sociali. E quella tra gli individui? Due rapporti dell’Ocse hanno analizzato i redditi degli individui, trovando un aumento generalizzato delle disuguaglianze in quasi tutti i paesi tra gli anni ottanta e oggi. Nel 2008 il reddito familiare disponibile medio degli italiani di età lavorativa era di 19.400 euro; per il 10% più ricco era di 49.300 euro, per il rimanente 90% era di 16.000 euro, per il 10% più povero di appena 4.900 euro.

Tra la metà degli anni ottanta e la fine degli anni duemila il reddito disponibile (in termini reali) per la popolazione in età di lavoro è aumentato di 126 miliardi di euro: è stato questo l’aumento della “torta” delle possibilità di spesa. Il 10% dei più ricchi se ne è preso un terzo, 42 miliardi, pari a 11 mila euro in più per individuo. Al 10% dei più poveri sono andate solo le briciole, 8 miliardi, pari a 200 euro di aumento pro capite. Il risultato è che oggi, secondo l’Ocse, la disuguaglianza nei redditi di mercato in Italia – sulla base di diverse misure – è superiore alla media dell’Europa, ed è superata solo da Portogallo e Gran Bretagna.

Guardiamo più da vicino il vertice della piramide. L’1% più ricco degli italiani – 380 mila persone in età di lavoro – ha una fetta del reddito totale di quasi il 10% nel 2008, contro il 7% degli anni ottanta. Ancora più in alto, i 38 mila che sono lo 0,1% più ricco degli italiani hanno una quota di reddito passata dall’1,8 al 2,6% del totale del paese: 19 miliardi, oltre 500 mila euro l’anno per ciascuno. Lo stesso ammontare se lo deve dividere oggi in Italia il 10% più povero della popolazione in età di lavoro: 38 mila persone possono spendere come 3 milioni e 800 mila, ogni ricco ha il reddito di cento poveri.

disparitàPoi c’è lo stock di ricchezza da considerare. Nel 2010 la ricchezza netta totale degli italiani era stimata in 9.500 miliardi di euro, ed è cresciuta moltissimo: oggi (a prezzi costanti) è sette volte e mezza in più del 1965; il tasso di crescita è stato del 4,7% l’anno, un record a confronto con il ristagno del reddito complessivo. Il 10% delle famiglie più ricche possiede quasi il 45% della ricchezza totale, mentre riceve il 27% del reddito. Il 50% delle famiglie più povere dispone di appena il 10% della ricchezza totale. All’estremo vertice della piramide, ciascuno dei dieci individui più ricchi d’Italia ha una ricchezza pari a quella di trecentomila italiani poveri. Un dato da paese feudale.

È possibile che questa realtà sia stata completamente invisibile nelle elezioni dello scorso febbraio? Il peso del debito pubblico, l’obbligo dell’austerità, i “vincoli posti dall’Europa”, la riduzione delle tasse sono i temi che hanno occupato lo spazio della politica e dato forma ai programmi elettorali. Il centro sinistra si è presentato all’insegna dell’”Italia bene comune” e dell’”Italia giusta”: riferimenti opportuni, ma rimasti privi di contenuti quando si passava alle proposte politiche. Di quali fossero le ingiustizie dell’Italia non si è parlato in campagna elettorale. Meno ancora di come porvi rimedio.

Oggi l’ingiustizia più grande del paese non sono le tasse, non è la precarietà, non è la disoccupazione provocata dalla crisi, non è nemmeno la “casta” dei politici: è la disuguaglianza. È questa l’ingiustizia in cui confluiscono tutte le precedenti, il fenomeno che indebolisce l’economia, frammenta la società, snatura la politica. È il risultato del cambiamento, a partire dagli anni ottanta, nei rapporti di forza tra capitale e lavoro, degli effetti di globalizzazione, nuove tecnologie e strategie d’impresa che hanno distrutto posti di lavoro, delle conseguenze di politiche che hanno ridotto tutele e diritti, fermato la redistribuzione, protetto i privilegi e lasciato crescere la povertà. Da qui viene l’impoverimento di nove italiani su dieci e la concentrazione di reddito e ricchezza nelle mani del 10% di privilegiati: una realtà rimasta fuori dai riflettori della campagna elettorale e difficile da comprendere anche per molti cittadini.

Alcuni hanno percepito come ingiustizia l’imposizione dell’Imu e il carico fiscale – e questo ha portato all’impropria convergenza nelle urne tra l’élite dei veri privilegiati e classi medie impoverite aggrappate alle loro proprietà, alle opportunità di condoni ed evasione fiscale. Si è consolidato in questo modo quel 29% di elettorato restato fedele a Berlusconi e alla Lega. Altri hanno percepito come ingiustizia la perdita di lavoro, reddito e diritti provocata dalla crisi e dalle politiche di austerità. L’assenza di una prospettiva politica capace di intervenire su questi fattori di disagio sociale ha alimentato il consenso elettorale del Movimento Cinque Stelle, sottraendo voti a un centro sinistra che in questi decenni non ha visto il problema delle disuguaglianze e non è intervenuto per limitarle.

Se la politica tradizionale è sorda e impotente di fronte al peggioramento delle condizioni di vita di nove italiani su dieci, allora il tasche vuoteconsenso va a chi offre un rifiuto radicale di quella politica. Oppure si estende l’astensione dal voto. In entrambi i casi, il comportamento elettorale diventa l’espressione diretta di una particolare condizione individuale. E questo orizzonte esclusivamente individuale è esso stesso alla base della diffusa accettazione, negli ultimi decenni, di disuguaglianze crescenti. È cresciuta la “tolleranza” sociale per i superstipendi di manager e calciatori, come per il crescente numero dei senza casa; è mancata la protesta contro l’aumento delle disparità; l’uguaglianza è stata ridotta alle pari opportunità.

Di fronte alla profondità della crisi economica e sociale, e alla gravità dello sconvolgimento politico avvenuto col voto di febbraio, è essenziale mettere al centro la questione della disuguaglianza: capire come si può cambiare una distribuzione del reddito così ingiusta, come si può ricomporre la frammentazione sociale, come si possono dare risposte alla frustrazione politica.

Tratto da www.sbilanciamoci.info

Spending review ? sì grazie, ma seria (di Claudio Lombardi)

Con un debito pubblico che si avvicina ai 2000 miliardi di euro una vera revisione della spesa pubblica è inevitabile. Per due motivi: 1. Perché non avrebbe senso non chiedersi se il livello attuale della spesa pubblica corrisponde a risultati concreti, visibili e percepibili dai cittadini in livello e qualità dei servizi nonchè misurabili in termini di efficienza del sistema-paese; 2. Perché, appunto, i risultati del debito pubblico cioè come sono stati spesi i soldi finora, non sono visibili in alcun modo.

Questo secondo punto rinvia a due aspetti cruciali di come si sono strutturate le decisioni politiche e la loro attuazione in Italia: 1. La politica con i suoi meccanismi decisionali ha espresso un tipo di rappresentanza che ha usato le risorse pubbliche o i beni comuni controllati dai poteri pubblici (non solo soldi, ma anche territorio e ambiente e persino legalità) per premiare gruppi sociali o imprenditori o procacciatori di voti o raggruppamenti di interessi. Più che di disegni strategici di governo e di sviluppo del Paese si è trattato di redistribuzione di redditi (comunque ottenuti) in base alle convenienze del momento; 2. I cittadini sono stati in gran parte coinvolti in questo sistema di gestione del potere ricavandone vantaggi grandi e piccoli, leciti e illeciti. La gamma di tali vantaggi è vasta ed è giunta anche al mercanteggiamento dei diritti trasformati in moneta di scambio con la quale acquistare pace sociale o smorzamento delle pressioni rivendicative. L’opera corruttrice è arrivata dappertutto e ha permesso la costruzione di piccole e grandi rendite di posizione che facevano parte della coscienza collettiva che non è mutata in maniera radicale negli ultimi anni, anzi, forse, si è fatta anche più cinica . C’è stato un tempo, immortalato persino in alcuni film con protagonisti i “mostri sacri” della commedia all’italiana (Sordi, Manfredi, Gasman), che persino ottenere un certificato all’anagrafe richiedeva una raccomandazione.

Senza prendere atto di questo retroterra sul quale si è formata la convivenza civile degli italiani e il loro rapporto con lo Stato è difficile capire come siamo arrivati fin qui, è difficile cambiare strada, è impossibile risolvere la crisi con una nuova stagione di sviluppo.

I nostri problemi non giungono dagli USA o dall’Europa o dalla speculazione finanziaria o, meglio, arrivano anche da lì, ma sono ingigantiti dalla sclerosi di cui soffre l’Italia da decenni.

Per questo una revisione della spesa pubblica dovrebbe essere l’occasione di una presa di coscienza collettiva degli italiani che li porti a rifiutare il modello di sistema del passato e che faccia avanzare quelle opzioni politiche che propongono una rivoluzione civile che dia vita e spazio ad una nuova rappresentanza, ad una revisione della democrazia, ad un cambiamento drastico della politica.

L’opera del governo Monti può solo essere l’avvio di una transizione verso quel tipo di trasformazione, ma non può guidarla.

Per questo tutti i provvedimenti adottati dal governo in questi mesi stanno in bilico fra soggezione al vecchio sistema di potere e apertura ad un nuovo corso. Anche la spending review si colloca su questo crinale: alcuni elementi di novità, tanta prosecuzione di politiche vecchie. Fissare un obiettivo di pareggio di bilancio, decidere la cifra che serve per arrivarci e, quindi, rivedere la spesa per tagliarla di quel tanto che basta è uno schema ben conosciuto e praticato che non ha mai risolto niente; al massimo ha permesso di svoltare il momento di crisi rinviando l’aggressione ai problemi di fondo e ai meccanismi malati che si sono, infatti, riattivati sempre creando le condizioni per nuovi interventi.

L’Italia è un paese ricco che produce reddito e che, nonostante il suo sistema di potere, nonostante la mancanza di una cultura civile unificante, nonostante la lontananza fra cittadini e Stato e il rapporto degenerato che ha fatto di quest’ultimo il bancomat per ogni genere di spinta corporativa, nonostante una presenza pervasiva di poteri criminali in grado da tempo di controllare parte dell’economia e della politica, nonostante tutto ciò è riuscito a restare una delle potenze economiche mondiali. Quasi un miracolo.

Ma oggi il sogno è finito, l’incantesimo non si può più ripetere. L’ex terzo mondo ha sviluppato una potenza economica e un dinamismo incomparabili con la paralisi di un paese come il nostro. Non c’è più spazio per svalutazioni competitive e non ci sarà più un surplus di ricchezza da redistribuire. Al massimo si potrà tirare a campare accettando una riduzione del nostro tenore di vita tutto incluso (capacità di spesa, redditi medi e bassi, servizi pubblici) e una lotta ancora più feroce dei gruppi privilegiati per ritagliarsi fette di ricchezza.

Che fare allora? In democrazia l’unica cosa sensata è che avanzi quella parte dei cittadini più cosciente dell’urgenza di un cambiamento e sappia generare una nuova classe dirigente cominciando ad aggregarne pezzi da subito sia a livello territoriale sia nelle sedi di comunicazione e di formazione delle opinioni. Questo è il grande compito che spetta ai movimenti che animano la società italiana. Ed è il terreno sul quale bisogna incontrare il meglio della politica sopravvissuta a decenni di corruzione. Bisognerebbe riuscire a far diventare l’Italia un gigantesco laboratorio politico e civico per il cambiamento. Allora si potrebbe ricostruire su nuove basi.

Claudio Lombardi