Cambiare la Costituzione così?

il punto del blogSarebbe meglio di no. Cambiare la Costituzione in un clima di scontro in Parlamento e fuori tra maggioranza e opposizioni e all’interno dello stesso Pd non è un bello spettacolo. Tra accuse reciproche di golpe, svolta autoritaria, irresponsabilità e quant’altro i cittadini cosa devono pensare?

Trattare le scelte politiche come atti di guerra, come battaglie nelle quali ci si gioca sempre il tutto per tutto è cosa sciagurata. L’ostruzionismo è una vecchia pratica della democrazia parlamentare, ma bisogna sempre fare la tara quando chi lo pratica lo giustifica come una necessità estrema e si sente in diritto di bloccare del tutto il lavoro parlamentare.

Eppure le cose sarebbero abbastanza semplici: la maggioranza ha deciso di proporre alcune riforme e su queste ha voluto arrivare fino all’approvazione finale. Che altro si pensava dovesse fare? Per ognuna le opposizioni hanno gridato al disastro come se si trattasse sempre dell’ultima spiaggia su cui resistere fino alla fine. Ma cosa c’è di strano in una maggioranza che vuole far approvare le sue proposte?

Si dice che, specie quella costituzionale ed elettorale, dovessero essere concordate con le opposizioni. Giusto e, infatti, è ciò che è accaduto con il famoso Patto del Nazareno oggi rotto da uno dei contraenti (Forza Italia).

Anche nel Pd ci sono stati e ci sono scontri con la minoranza interna che non ritiene vincolanti i vari voti con i quali quel partito ha scelto la sua linea. Anche qui ci vuole un po’ di ragionevolezza: cosa c’è di strano a voler applicare una decisione presa con tutti i crismi della democrazia?

Insomma da varie parti ogni occasione è buona per menare botte da orbi (in senso metaforico) cercando in questo modo una rivincita sui risultati elettorali. Diciamo pure che Renzi non aiuta con certi suoi atteggiamenti spavaldi. A volte dovrebbe ricordare che la politica è anche mediazione. Comunque così facendo si crea un clima guerresco che diseduca i cittadini alla democrazia perché fa intendere che più che il rispetto delle regole conti ciò che ogni minoranza proclama essere la verità come se si trattasse di uno scontro tra fedi religiose. Eppure sarebbe così semplice esporre le proprie ragioni in tutti i modi consentiti e poi arrivare ad una decisione. La pretesa di non concludere mai fa solo danni

L’incudine e il martello

La situazione italiana nel complesso. Non un solo pezzo. E purtroppo sta tra l’incudine e il martello.

Il debito pubblico non si regge. La stupidaggine che potrebbe aumentare a dismisura pur di avere una moneta da svalutare, per fortuna, non la dice quasi più nessuno.

In un sistema aperto, un’economia dipendente dagli scambi come quella italiana non sopravviverebbe  ad una guerra valutaria.

E poi più debito non significa più sviluppo. Non nel paese ai vertici della corruzione in occidente; non nel paese delle mafie; non nel paese delle cricche; non nel paese dell’individualismo corporativo dove ogni gruppetto pensa al suo interesse; non nel paese delle mille burocrazie ottuse e troppo spesso colluse.

Quanto debito bisognerebbe fare per ottenere un minimo di sviluppo?

Tantissimo se è vero come è vero che la produttività del sistema Italia è andata diminuendo proprio mentre la spesa pubblica aumentava e il debito cresceva. Sicuramente più di quello che l’Italia potrebbe permettersi.

E poi con che sistema di raccolta e di gestione del consenso ovvero con quale sistema politico istituzionale? Forse con quello che abbiamo visto all’opera negli ultimi decenni? Dobbiamo proprio ricordare lo stragismo, il clientelismo, lo spolpamento sistematico del denaro pubblico e del territorio, l’inefficienza cronica di un sistema decisionale che disprezza i risultati e i cittadini, le istituzioni usate a scopi personali?

Non è solo questione di riforme istituzionali, ma di rivoluzione civile che scavi nel profondo senza guardare in faccia a chi si è ritagliato una rendita di posizione, grande o piccola che sia. Ma ci vuole tempo e occorre cominciare da qualche parte.

Di fronte a tutto ciò la svolta autoritaria starebbe nella trasformazione del Senato? O in una legge elettorale di compromesso cento volte migliore di quella attuale?

No davvero il destino non può essere sempre quello di una discussione permanente che produce altra discussione in un vortice che non ha mai fine

Il sentiero stretto di Renzi (di Claudio Lombardi)

esperimento governo RenziMa perché l’ha fatto? Renzi ha scatenato un putiferio sia dentro che fuori del PD. Dentro, però non nei gruppi dirigenti quasi compatti a dirgli “vai tranquillo”, ma tra i militanti. Fuori, nell’opinione pubblica più attenta ed esigente. E tutti gli altri? Tutti gli altri erano e sono spettatori delusi, stufi di un modo di fare politica che appare sempre meno comprensibile e quasi rassegnati a che non cambi nulla.

Il primo a non cambiare nulla è stato il governo dimissionario, nato sull’onda di un’emergenza resa tale da coloro che volevano solo evitare di imboccare strade diverse.

Ha ragione Civati: “ il modo ancor m’offende”. La manovra rozza che ha defenestrato Letta è stato un brutto spettacolo di quelli che squalificano la politica e i partiti. Ma, modo a parte,  vogliamo dimenticare lo scontento quasi generalizzato per le cose non fatte, per il contrasto netto tra dichiarato e realizzato, per gli obiettivi insensati perseguiti a tutti i costi  in un’idolatria della stabilità declinata solo come supina accettazione di ricatti e diktat di “pirati” e “vecchie volpi” della politica?

dubbi su governo LettaVogliamo ignorare, a proposito di riforme, che quella elettorale era uno degli obiettivi fondanti del governo delle larghe intese e che è stata usata (insieme alla pretesa di riscrivere la Costituzione) spudoratamente per prendere tempo rischiando pure di fare dei danni come lo stravolgimento delle procedure di revisione costituzionale?

Quante volte questo impegno è stato strombazzato e rivenduto dallo stesso Letta che ci ha messo la faccia sapendo benissimo che non era possibile arrivare ad una conclusione?

Vogliamo dimenticare che l’abolizione dell’IMU prima casa nel 2013 è costata miliardi di euro che sono venuti a mancare per impieghi più sensati?

buropoliticaLasciamo perdere che dei tanti provvedimenti del governo (Letta e Monti persino) ben pochi siano arrivati all’attuazione secondo le statistiche che puntigliosamente ripropone Il Sole24ore. Lasciamo perdere perché bisognerebbe chiedere a questo governo dimissionario cosa ha fatto contro l’onnipotenza dell’alta burocrazia titolare di un potere esorbitante dato che sia la scrittura delle leggi che la loro attuazione passa dalle sue mani.

Si poteva fare diversamente? Forse no o, forse, sì. Certo è che i segnali di esasperazione non sono mancati. Persino Prodi ha invitato giorni fa Letta a rischiare di più; persino la Confindustria lo ha minacciato di invocare le elezioni anticipate con tanto di manifestazione di piazza di artigiani e piccoli imprenditori contro la politica del governo.

Perché il governo si è appiattito sul mantenimento della stabilità condannandosi a fare poco e male? Forse perché è mancata l’iniziativa del maggior partito di governo, il PD. Lo si è detto più volte nel corso di questo primo anno di legislatura, ma ben poco è cambiato fino all’8 dicembre giorno dei risultati delle primarie che hanno portato Renzi alla guida del partito.

Colpa di Letta se il PD è stato fermo? No. Poteva il PD continuare a stare fermo? No. L’iniziativa clamorosa di Renzi sulla legge elettorale ha messo fine ad un traccheggiamento indecente non interrotto nemmeno dalla sentenza della Corte Costituzionale. Non doveva fare il patto con Berlusconi? E allora cosa doveva fare se era passato quasi un anno di chiacchiere inutili?

chiacchiere inutiliLe critiche e le polemiche sono una specialità della politica italiana nella quale tutti si mobilitano quando c’è da bloccare qualcuno, ma poi scompaiono quando c’è da decidere qualcosa. Anche adesso fioccano le critiche, ma, a parte Civati che ha sempre avuto una posizione chiara (programma limitato, legge elettorale, elezioni), tutti gli altri, interni ed esterni al PD, cosa hanno saputo fare di concreto per sbloccare la situazione? Nulla.

Ora bisogna fare i conti con un impegno preso da Renzi che appare irrealistico: arrivare alla fine della legislatura. È evidente che lo doveva dire e che dovrà provare a farlo, ma è altrettanto evidente che la strategia non può che essere quella di Civati pur se reinterpretata da Renzi: programma limitato, legge elettorale un minimo di riforme costituzionali (il Senato) e poi al voto. Con questa maggioranza non ha senso pensare di fare di più, mentre ha molto più senso pensare a vincere le elezioni e a formare una maggioranza compatta. È facile, quindi, immaginare una condotta del governo che demitizzerà la stabilità puntando ai risultati. Renzi sa benissimo che o farà così o tornerà a Firenze e nemmeno da sindaco

Claudio Lombardi

Legge elettorale: il cambiamento del forse (di Claudio Lombardi)

dubbio scelte politicheLa proposta che nasce dall’accordo tra Renzi e Berlusconi e che la Direzione del PD ha approvato è complessa e tenta di mettere insieme elementi diversi scelti tra quelli più graditi alle forze politiche alle quali quella proposta si rivolge. Non a tutte, dunque, perché il M5S ha rifiutato di trattare alcunché con coerenza rispetto al disegno di Grillo: restare l’unica forza alternativa su piazza costringendo tutti gli altri ad impastoiarsi in un’alleanza forzata. D’altra parte Grillo lo aveva detto che sarebbe andato al voto anche col porcellum. Per restare del tutto fuori ha rinviato la decisione del M5S sulla legge elettorale a future consultazioni online, lasciando così gli altri a scontrarsi tra di loro e preparandosi la comoda posizione di giudice esterno degli errori altrui.

In questa situazione che comprende la sentenza della Corte Costituzionale con la legge elettorale trasformata in un proporzionale puro, se si voleva arrivare ad una proposta concreta con i numeri per diventare legge bisognava per forza mettersi d’accordo con Forza Italia. Da qui l’incontro con Berlusconi e tutte le polemiche ecc ecc

accordo renzi berlusconiChe dice Renzi? Intanto rilancia le riforme costituzionali centrate sull’abolizione del Senato, delle province e sulla riforma del Titolo V della Costituzione. Giustissimo, peccato siano un evergreen che ritorna in tutte le legislature e che è difficile crederci. Staremo  a vedere. La legge elettorale invece è un’urgenza e quindi ha più probabilità di arrivare in porto. Il sistema proposto, giustamente definito “italicum” da Renzi, è un ibrido che non restituisce il potere di scelta ai cittadini. Non può farlo perché il vero potere di scelta è la preferenza che i grandi partiti non vogliono e che è diventata sinonimo di corruzione. In realtà di corruzione ce n’è moltissima intorno e dentro la politica, ma nessuno può augurarsi l’apertura di un gigantesco supermercato dei voti ancora più corrotto di quello che c’è. Così è ridotta la democrazia italiana…

cambiamentoScartata la preferenza la soluzione più logica sarebbe stata quella dei collegi uninominali a doppio turno. Più logica e più pulita e, tra l’altro, quella preferita dal PD da sempre. Niente da fare, in nome dell’accordo bisogna avventurarsi in collegi piccoli con soglia di sbarramento alta, ma con ripartizione dei voti nazionale. In premio di maggioranza che trasforma il 35% in 53%, (una vera magia). In un doppio turno residuale e in una spinta a coalizzarsi che non mette per niente al riparo dai ricatti post-voto di partitini vari. Ma perchè tanta paura a fissare un limite del 40% o più alto per attribuire un premio che allora avrebbe un senso?

Insomma non si vedono tracce di restituzione del potere di scelta ai cittadini. Forse la verità è che nessuno ci crede veramente e per questo a ‘sti benedetti cittadini gli si dà un’imbeccatina, una spintarella nella speranza che esca un risultato utilizzabile dai gruppi dirigenti dei partiti.

partecipazione politicaIl fatto è che ridare il potere di scelta ai cittadini non può consistere solo in un meccanismo elettorale perché poi, dato il voto, la politica se li scorda e i cittadini non contano più nulla. D’altra parte per contare, per partecipare bisogna saperlo e volerlo fare e se ogni cittadino è abituato a pensare solo per sé la partecipazione diventa una gara ai favoritismi.

Per abituarsi alla partecipazione ci vuole una cultura, cioè una pratica di comportamenti e un senso comune a cui oggi nessuna forza politica tiene. Che fine hanno fatto tutti i discorsi sulla partecipazione dentro e fuori dai partiti? Per esempio, tanta agitazione dentro il PD (occupy PD ecc) a cosa ha portato? Sì alcuni volti nuovi sono entrati in Direzione, in segreteria e Renzi ha vinto le primarie. E poi? Basta così? Si è persino coniato il termine “doparie” (consultazioni obbligatorie degli iscritti sulle scelte politiche) per ricordare che le primarie sono solo un pezzo di un tutto più ampio. Che fine hanno fatto?

doveri e dirittiIl metodo scelto dai socialdemocratici tedeschi per decidere l’alleanza di governo con la Merkel ricalca quello indicato dalle “doparie” per esempio: quindi si può fare, non è poi tanto difficile. In realtà bisognerebbe pensare a “doparie” dei cittadini perché dare il voto non basta per qualificare una democrazia. Ci vorrebbero anche fuori dai partiti per risollevare la politica e la democrazia dal discredito e dalla vergogna in cui le oligarchie le hanno precipitate. Il tema di trasformare una massa di individui in collettività è più che mai attuale, altrimenti nessuna riforma elettorale o costituzionale darà buoni frutti, ma resterà un affare dei gruppi dirigenti.

Comunque che le facciano in fretta queste leggi. Ma purtroppo le leggi da sole servono a selezionare un gruppo di comando sulla base di un buon marketing elettorale. Non comportano di per sé che si faccia una buona politica. Per quella, ormai dovrebbe essere certo, si continuerà a fare affidamento sul governo Letta-Alfano. Per i cittadini i problemi restano gli stessi

Claudio Lombardi

Riforme costituzionali (e legge elettorale): facite ammunina (di Claudio Lombardi)

riforme costituzionali ipocriteL’11 luglio è stato approvato in Senato il ddl che istituisce il Comitato parlamentare per le riforme costituzionali ed elettorali. Il 10 settembre è stato approvato alla Camera. Poiché è un disegno di legge che modifica la procedura per cambiare la Costituzione deve essere approvato due volte dalle Camere e così ieri 23 ottobre il Senato lo ha approvato per la seconda volta. Da oggi potrà essere esaminato nuovamente dalla Camera per l’approvazione finale che ci sarà, presumibilmente, non prima di dicembre.

Successivamente si formerà il Comitato parlamentare al quale dovranno essere assegnati i progetti di legge di revisione dei titoli I, II, III e V della Costituzione (Parlamento, Presidente della Repubblica, regioni, province e comuni) e quelli relativi alle leggi elettorali per le due camere che sono disegni di legge ordinari e non costituzionali.

perdita di tempo riformeIl Parlamento avrà 18 mesi di tempo per approvare sia la riforma della Costituzione che quella della legge elettorale. Poi bisognerà aspettare altri tre mesi per l’eventuale richiesta di referendum.

Questo è quello che la maggioranza Pd – Pdl ha pensato fin dall’inizio e che sta attuando e che sembra essere il vero patto su cui si basa il governo. Il senso è chiaro: rinviare il più possibile nuove elezioni e, quindi, assicurare una lunga durata al governo.

La senatrice Finocchiaro del Pd chiarisce così i motivi del ddl costituzionale all’esame del Parlamento: “La modifica serve a questa riforma. Mi permetto di dire che serve a questo Parlamento. Se non servisse a questo Parlamento probabilmente non ci sarebbe stata alcuna ragione di deviare dall’articolo 138. Abbiamo avuto la necessità di farlo perché altrimenti la commissione della Camera e quella del Senato avrebbero avuto composizioni non squisitamente rappresentative della forza dei singoli gruppi parlamentari”.

chiacchiere sulle riformeDunque un Parlamento così mal eletto si fa una legge costituzionale ad hoc per superare il suo vizio di origine e cioè la legge elettorale con cui è stato eletto. Ma non cambia questa legge, no, mette in piedi una procedura lunga e complessa per cambiare mezza Costituzione e solo dopo la legge elettorale. Incredibile!

Con i tempi previsti la conclusione di questo percorso ci sarà non prima della fine del 2015.

Ragioniamo e facciamo bene i conti senza farci prendere in giro dalla retorica di chi esalta lo spirito riformatore di questa maggioranza. Tra poche settimane la Corte costituzionale si pronuncerà sulla legge elettorale e sicuramente ne boccerà la parte sostanziale, il premio di maggioranza. Il Presidente della Repubblica, con scarsa coerenza rispetto al marchio di origine di questa maggioranza e al suo programma molto apprezzato dal Presidente stesso invoca l’urgenza di cambiare la legge elettorale. I cittadini sentono dire da anni che questa legge è una porcata e lo hanno sperimentato con parlamenti composti da nominati scelti dai capipartito.

italiani arrabbiatiDi fronte a tutto ciò una maggioranza priva di un progetto politico che fa? Fa ammuina, ci riempie di paroloni e di promesse, ma di fatto rinvia di due anni le decisioni vere e continua a galleggiare.

Va bene che viviamo nell’era della pubblicità, ma non siamo scemi e il senso di tutto ciò è chiaro: il Pdl si aggrappa al governo e alle riforme costituzionali per sopravvivere alla fine del suo capo e padrone; una parte del Pd fa lo stesso perché è abituata al potere e non sa quale altra strada prendere.

Nel frattempo si va avanti nella nebbia. Fino a quando e, soprattutto, perché lo dobbiamo accettare?

Claudio Lombardi

 

103 giorni di un governo di conservazione (di Claudio Lombardi)

giudizio su governo lettaMeglio avere un governo che non averlo. Meglio che qualcuno rifinanzi la Cassa in deroga, che decida di iniziare a pagare i debiti dello Stato con le imprese, che ci rappresenti in Europa. Meglio di niente. Insomma i “successi” del governo Letta scaduti i fatidici cento giorni sembrano essere tutti di questo livello: niente di clamoroso , nessuna svolta, ma una consueta ordinaria amministrazione con i soliti decreti legge che trasportano un’infinità di norme di difficile valutazione redatte da una burocrazia ministeriale onnipotente nelle cui mani sarà poi consegnata la loro attuazione. L’effetto annuncio è assicurato; i risultati nessuno li andrà a verificare. Esattamente quel che accade da molti anni: tonnellate di leggi, regolamenti, decreti, circolari che sembrano affrontare ogni più minuto problema, ma che poi non si traducono in miglioramenti sostanziali. La scienza italica del tirare a campare si arricchisce di un nuovo capitolo. Basta agganciarsi ad un’emergenza e il gioco è fatto: si invoca la stabilità e si pratica la conservazione.

doppiezza pd-pdlIn cosa è diverso il governo Letta? Nella maggioranza che lo sostiene no perché è la stessa che sosteneva il governo Monti nato dal fallimento della politica che non ha saputo guidare la crisi succeduta alla caduta del governo Berlusconi alla fine del 2011. L’unica novità è che adesso il Pd e il Pdl guidano direttamente il governo anche questo nato in una situazione di emergenza da un ulteriore fallimento della politica che non ha nemmeno saputo eleggere un nuovo Presidente della Repubblica.

In entrambe le crisi – fine 2011, post elezioni 2013 – determinante è stato il ruolo del Capo dello Stato che ha assunto la veste di suprema guida del Paese, ultima istanza alla quale rivolgersi per dirimere ogni sorta di problema. Lo si è visto anche in questi giorni con gli appelli del Pdl perché Napolitano trovi una soluzione alle condanne di Berlusconi quasi che il Presidente possa agire da costituzione vivente creando nuove norme da imporre al di sopra di quelle esistenti.

inciucioChiaramente l’alleanza Pd-Pdl non ha alcun senso che vada oltre l’emergenza e suscita profondo fastidio ricordare le altisonanti dichiarazioni di quanti, Letta in primis, prefiguravano luminosi destini per un governo che alla prova dei fatti si è avvitato sui reati di Berlusconi e sulle sue esigenze elettorali (vedi IMU) senza nemmeno riuscire ad impostare la riforma della legge elettorale. Sì, profondo fastidio per il politichese da politicanti condito con fiumi di retorica sui “cambiamenti del sistema politico” mentre l’unico provvedimento urgente, la legge elettorale, veniva consapevolmente annegato in un pateracchio di riforme costituzionali con comitati e sottocomitati di saggi in un gioco da illusionisti sperimentato ormai da oltre trent’anni.

cittadini arrabbiatiIn tutto questo gli interessi degli italiani che fine fanno? E chi se ne occupa? Il Pdl è inadatto a governare perché è dominato da una cultura politica da monarchia assoluta che si rivela ogni volta che vengono tirati in ballo gli affari di Berlusconi. Gli interessi generali, le istituzioni democratiche, la politica, lo Stato per quelli del Pdl esistono solo per servire ai loro interessi privati e di gruppo. Non esiste Costituzione, né leggi; loro chiedono il plebiscito del popolo ridotto a folla manipolata (e con il controllo di gran parte della Tv privata e della carta stampata è facile) e poi vogliono fare i comodi loro.

pd confusoIl Pd sarebbe l’unico partito rimasto dallo sfacelo del passato, ma non è mai nato e appare tonto, ottuso, incerto su tutto, confuso, sbandato. I suoi vertici esibiscono il loro senso di responsabilità come se bastasse a dire chi sono e cosa vogliono. In realtà è solo il sipario dietro cui si cela l’incapacità e la paura di assumere un’identità ben definita fondata su scelte chiare che potrebbero mettere a rischio carriere, posti di lavoro nel vasto mondo che dipende dalla politica, posizioni di potere. Per questo meglio accordarsi con gli avversari che hanno identiche esigenze piuttosto che imboccare strade nuove. Se un partito diventa un ufficio di collocamento per ottenere incarichi ben pagati o che consentono l’avvio di carriere all’ombra della politica perché rischiare? La famosa stabilità di cui tanto si parla, in realtà, è quella di chi vive di politica e grazie alla politica non quella degli italiani.

democraziaIl cambiamento da realizzare allora può partire anche da qui: un partito deve identificarsi con un programma e un progetto politico chiaro e su questi si deve mettere in gioco. Non serve a nulla governare senza questi presupposti; di fatto finiscono per governare le tecnocrazie nazionali ed europee e i poteri forti della finanza e dell’economia.

La politica è il modo per costruire il futuro che non esiste già preformato. L’Italia ha mille vincoli – quelli europei, il debito, le arretratezze – ma sopra a tutto ha un deficit di cultura politica e civile. Se questi limiti vengono accettati supinamente non se ne esce. Per questo è necessario che nascano formazioni politiche che, come già successo con il M5S, rappresentino una cultura nuova di protagonismo dei cittadini. Non servono però leader carismatici alla Grillo che poi “naturalmente” vogliono comandare tutti; serve una partecipazione articolata in una rete di luoghi fisici e di percorsi nei quali potersi esprimere e attraverso i quali condividere le decisioni e i controlli sulle politiche pubbliche.

Non si tratta però di qualcosa che riguarda solo gli iscritti ai partiti, ma di una nuova modalità di vivere la democrazia che riguarda tutti. Difficile, ma indispensabile

Claudio Lombardi

La forza riformatrice della cittadinanza attiva (di Angela Masi)

riforme tappabuchiLa parola “riforme” è diventata un tappabuchi per politici in fuga o a corto di idee. Per ogni difficoltà la risposta è sempre “riforme”; quando poi si aggiunge “costituzionali” allora si raggiunge l’apoteosi dei riti misterici perché non si capisce quale magia debbano portare queste benedette riforme costituzionali. Ci sono riforme (o meglio cambiamenti) che procedono nei fatti con poco clamore e tanta sostanza. Quella della cittadinanza attiva è fra queste ed è già partita.

“Negli ultimi anni assistiamo a sempre maggiori manifestazioni di indignazione e protesta contro gli abusi e la corruzione di tanti esponenti della politica. Dietro la degenerazione morale e culturale dei partiti risiedono, in quasi tutti i Paesi dell’Occidente, ragioni profonde, strutturali di crisi degli istituti della rappresentanza politica” […]Per trenta anni i partiti hanno provato a cambiare la Costituzione, ma le sole riforme le hanno fatte i cittadini attivi che, da 25 anni a questa parte, stanno lavorando per trasformare la nostra democrazia pur agendo nel rispetto della Costituzione”.

intreccio di partecipazioneApre così il suo ultimo libro (“La forza riformatrice della cittadinanza attiva”) Giuseppe Cotturri, docente di Sociologia della politica e di sociologia giuridica dell’Università di Bari, già presidente onorario di Cittadinanzattiva onlus e direttore di “Democrazia e diritto”, pubblicazione del Crs (Centro per la riforma dello stato).

Un intento politico-culturale preciso anima il libro:

  • mostrare che i soggetti sociali “minori” (le organizzazioni del terzo settore) non sono irrilevanti per la politica e la storia del Paese;
  • far apprezzare le tante innovazioni istituzionali e giuridiche che, grazie al loro agire, sono intervenute nella nostra democrazia;
  • rompere il muro di autoreferenzialià che si sono costruiti i partiti e spezzare la loro convinzione di poter disporre come meglio credono della Costituzione;
  • dimostrare la distruttività dei tanti tentativi di riforme “dall’alto” (ultimo espediente, le commissioni di “saggi”, che certificano solo l’espropriazione del Parlamento).

democrazia dei cittadiniUno dei paradossi del trentennale dibattito italiano sulla riforma della politica è che, nel declino e nella deriva del sistema dei partiti, la crescita umana e la partecipazione in forme molecolari di autonomia dei cittadini hanno assicurato la tenuta del Paese in crisi (sostituendo il sistema di welfare al collasso) e per questo possono essere un punto di riferimento per la ripresa e lo sviluppo.

Secondo Cotturri “…nella Costituzione italiana la parola Repubblica è la più estesa e comprensiva. Non identifica solo lo Stato, o l’insieme degli apparati pubblici. Con essa si richiamano anche tutti i soggetti che animano la vita collettiva e concorrono a costituire la organizzazione economica sociale e politica della comunità nazionale: le famiglie, le associazioni, i sindacati, le imprese, i partiti. I cittadini e il popolo. Gli “enti intermedi” e le istituzioni. Tutte le persone e tutti i poteri sono chiamati a impegni di solidarietà. […] Coralità e partecipazione, pluralismo e interazioni, responsabilità diffuse e condivise, ciascuno al suo livello e secondo le sue possibilità: un universo ricco di identità tradizioni e speranze di futuro”.

coinvolgimento cittadiniIl 2001 rappresenta, dal punto di vista della partecipazione civica, un anno di svolta e di legittimazione costituzionale. “Ha fatto ingresso nella costituzione, con revisione del Titolo V (art. 118) poi confermata nello stesso anno da referendum popolare, una inedita nozione di cittadinanza attiva, diversamente “irruenta” e ottimista: è stato riconosciuto alle soglie del nuovo millennio che i cittadini hanno capacità e potere di realizzare per autonoma iniziativa l’interesse generale. La lingua degli obblighi è stata dunque affiancata e sopravanzata da formule appartenenti al linguaggio delle libertà. Libertà positiva, di fare. Gruppi minoritari, o addirittura singoli cittadini, possono quindi produrre o preservare beni comuni, realizzare interessi generali.[…]L’espressione cittadinanza attiva dunque ha acquistato in Italia il preciso significato di un fare utile alla comunità cui le istituzioni devono prestare attenzione e sostegno, portando a compimento un percorso di empowerment di iniziative civiche dal basso, da cui sono derivati revisione costituzionale e già prima le tante misure giuridico-politiche che dagli anni Novanta leggi nazionali e regionali hanno rivolto al cosiddetto Terzo Settore. La tendenza è comune ad altri paesi democratici. Ma in Italia ci sono peculiarità che non sono da sottovalutare: anzi per certi aspetti l’esperienza civica del nostro paese ha fatto da battistrada in Europa per la conquista di poteri della cittadinanza organizzata”.

Insomma, c’è un cambiamento in atto e i cittadini ne sono protagonisti. Se il sistema partitico, in profonda crisi, non sembra più offrire efficaci soluzioni ai problemi di interesse generale, la spinta rinnovatrice viene dalla cittadinanza attiva. Un cambiamento che, per come si presenta non è sicuramente una situazione di passaggio, ma una nuova forma di democrazia.

Angela Masi

La Repubblica democratica: un patrimonio comune, un obiettivo da raggiungere (di Claudio Lombardi)

Nel giorno del compleanno della Repubblica dobbiamo essere consapevoli che questa casa comune che gli italiani hanno costruito è un patrimonio che ci appartiene e che è infinitamente meglio di quello che c’era prima – il regime fascista – e prima ancora – la monarchia. Dobbiamo essere consapevoli che l’architettura che è stata disegnata da chi ha fondato la Repubblica e ha scritto la Costituzione è ancora un quadro di riferimento valido fatto di principi e di indicazioni programmatiche vivi e attuali. Dobbiamo metterci bene in testa che i guai dell’Italia non derivano da un’impostazione sbagliata della nostra Costituzione, ma da scelte politiche che hanno deviato dal disegno costituzionale e da comportamenti di singoli e di gruppi ripetuti nel tempo e tollerati (o premiati) che sono diventati cultura di governo e cultura civile di massa.

Molto si è parlato dell’illegalità come fenomeno orizzontale e come disvalore riconosciuto e condiviso degli italiani, una sorta di minimo comune denominatore. Chiunque può, con la sua esperienza di vita, dire se si tratta di verità o di invenzione, ma la realtà di una presenza diffusa e massiccia di veri  e propri sottosistemi di potere paralleli e intrecciati con quello dello Stato è un fatto che non si può contestare. Creati e sostenuti da chi? Politici, membri di apparati pubblici, affaristi e criminalità organizzata. In pratica una classe dirigente occulta, ma molto potente e feroce che non ha esitato anche in combutta con stati stranieri ad eseguire, coprire ed organizzare stragi, assassinii, ruberie.

Forse all’inizio si è trattato dell’appoggio delle mafie per raccogliere voti, poi ci si è aggiunta la guerra fredda che ha messo la democrazia sotto ricatto perché qualsiasi evoluzione sgradita al blocco di appartenenza si è tradotta in una reazione feroce e occulta. È stato così che al potere formale si è sovrapposto un potere parallelo al di fuori di ogni controllo. Intere regioni sono cadute nelle mani del blocco di potere politico-affaristico-mafioso finalizzato allo sfruttamento violento di ogni risorsa pubblica e privata. Il male che è stato fatto non si misura solo con gli assassinii e con le stragi, ma, con la distruzione delle ricchezze nazionali, con la condanna all’arretratezza dell’intero Meridione e con una deformazione clientelare e corrotta di ogni aspetto della vita pubblica e dell’economia che ha lasciato il segno nell’intero Paese come le vicende attualissime del presidente della Lombardia Formigoni a libro paga di un intrallazzatore di affari in sanità (Daccò) dimostra. Sarebbe interessante calcolare quanti soldi sono stati dilapidati in questo sistema di potere contrastato e conosciuto solo per alcuni squarci di verità grazie all’opera della Magistratura e ad un’opposizione politica e sociale che ha sopportato repressioni durissime.

Questa doppiezza del potere con le sue apparenze e con la sua effettività nascosta e protetta da apparati criminali sia pubblici (come i tristemente famosi servizi segreti deviati) e dalle mafie ha disarticolato il sistema democratico.

Certo, non tutto è stato storia criminale, ma i progressi nella costruzione di un Paese migliore sono stati il frutto di lotte epocali della parte più pulita degli italiani sia al vertice che alla base.

La lista dei caduti è lunga e va dall’umile bracciante ucciso a Portella Delle Ginestre dalle mitragliatrici del bandito Giuliano al soldo di una parte dello Stato, ad Enrico Mattei, ad Aldo Moro, a Falcone e Borsellino, a Guido Rossa, a Marco Biagi. La lista è troppo lunga e arriva fino ai nostri giorni passando per pagine vergognose e indegne di un regime democratico come è quella dell’aggressione di polizia alla scuola Diaz a Genova nel 2001.

Tutto ciò ci dice che la strada per dire che abbiamo costruito un regime democratico è ancora lunga e che non mai stato facile farlo né lo è adesso né lo sarà da adesso in poi.

Ecco perché non c’è ingegneria costituzionale in grado di farlo di per sé e di tener testa a questa combinazione micidiale di poteri occulti e reali, formali e sostanziali fondati sul consenso di un elettorato sottoposto a ricatti, a pressioni, spaventato con le stragi e con la severità della legge verso i più deboli o blandito con il clientelismo, la corruzione e con il permesso di violare la legalità.

Per questo suona male che in questi tempi di crisi un Parlamento delegittimato perché incapace di formare una maggioranza politica e di approvare una legge elettorale di minima decenza si metta a scrivere grandi riforme della Costituzione.

Già è successo con la legge costituzionale che vieta l’indebitamento dello Stato, una legge giudicata da molti stolta e ottusa e da altri perfettamente inutile. Ora si fa il bis con norme approssimative che cambiano ben poco di sostanziale, ma che aprono la strada ad un cambio di forma di governo spingendo ancora di più verso quella personalizzazione della politica che ha già fatto troppi danni.

L’elezione diretta del Presidente della Repubblica dotato di poteri analoghi a quello francese appare l’ennesimo sviamento dalla sostanza dei problemi fosse solo perché gli italiani non cercano un condottiero, ma onestà, verità, trasparenza e serietà.

La sostanza dei problemi è che l’Italia deve ancora completare la costruzione di uno Stato unitario fondato su un patto sociale e su una religione civile che faccia di ogni cittadino un protagonista consapevole e attivo, dotato di poteri e di responsabilità, di diritti e di doveri.

Riuscirci è l’augurio migliore che si possa fare alla nostra Repubblica e a noi stessi.

Claudio Lombardi

Riforme : basta la parola ? (di Claudio Lombardi)

Ancora una volta, come fosse una gran novità, si riparla di riforme istituzionali.
Leggendo i libri di storia pare che negli anni ’80 già se ne parlasse molto. E’ noto che già a quell’epoca risale la creazione di una commissione parlamentare di studio che doveva definire un ampio  progetto di riforme costituzionali. Qualcuno si spingeva oltre e rivendicava l’avvento di una Grande Riforma che ponesse rimedio alla lentezza delle istituzioni e alla vecchiezza della Costituzione. Questa, in effetti, aveva all’epoca quasi quarant’anni che, se non sono tanti per una persona, non dovrebbero esserlo nemmeno per la legge fondamentale di una nazione. Però, tirare in ballo il vecchio che impedisce al nuovo di affermarsi fa sempre un bell’effetto e consente di non andare tanto per il sottile chiarendo bene cosa si vuole fare, perché e come. Così, se tanti provano disagio per le azioni reali degli uomini e delle donne eletti per governare, basta appellarsi alla necessità di riforme e al vecchiume della Costituzione e delle istituzioni per alzare le mani e dire che sì, sarebbe bello governare bene e fare ognuno il proprio dovere nell’interesse della collettività, ma come si fa se non si riesce a riformare niente ?

Ed eccoci al tema delle riforme che, in effetti, torna ad ogni passaggio difficile della vita pubblica, delle istituzioni e della politica. Il centro dell’attenzione, tuttavia, è sempre attirato più sulla necessità un po’ generica di un rinnovamento e meno su che cosa si propone concretamente di fare. Così, però, si confondono strategie e opzioni diverse tutte presentate come riforme indispensabili.

Così era stata presentata la riforma della legge elettorale per esempio, definita poi da uno dei suoi autori una “porcata”, dopo l’approvazione e l’entrata in vigore ovviamente, non prima. Si tratta di una riforma che ha trasformato l’elezione al Parlamento in una nomina a scatola chiusa da parte dei vertici dei partiti dato che è stata sottratta ogni possibilità di scelta all’elettore. Ciò dimostra che, dietro l’opacità del dibattito si fanno strada, in realtà, disegni e intenzioni ben precise che non vengono, però, presentate per quello che sono, ma, rivestite da una bella confezione con sopra scritto “riforma finalmente” a caratteri cubitali, proposte come il rimedio giusto per dare all’elettore l’impressione che le cose stiano cambiando e distrarlo dalla sostanza di ciò che si sta facendo. E, dato che i cittadini non sono messi in grado di capire bene cosa e come cambia, chi ci guadagna e chi ci perde, si devono contentare solo del fatto che una riforma è stata finalmente fatta.

Qui sta il segreto del gran parlare di riforme come rimedio indispensabile per i problemi dell’Italia.
Che, se fossero affrontati per quello che sono, potrebbero trovare molte soluzioni con le politiche pubbliche che gli organi elettivi, Parlamento innanzitutto, devono definire e il Governo deve attuare.
Perché ciò che spesso si dimentica è che gli strumenti per agire ci sono e sono di sostanza non di pura forma. E poi ci sono le persone che fanno la differenza con il loro impegno, la loro volontà e l’esempio. Ma perché non si tira mai in ballo la capacità e la volontà delle persone che, incarnando la politica, hanno il compito di dirigere le istituzioni ? Cosa impedisce oggi che le istituzioni siano fatte funzionare come i motori del rinnovamento ?
Sorge il dubbio che la politica non abbia sempre selezionato i migliori e che tanti abbiano fatto e facciano il loro interesse, non quello dei cittadini. Non nasce forse da qui la crisi di fiducia che ha colpito i partiti e le stesse istituzioni democratiche da quasi un ventennio ?
Due esempi. La riforma della giustizia viene invocata a gran voce come se fosse una vera emergenza per il Paese. In effetti c’è bisogno che la giustizia, specie quella civile, funzioni meglio perché la certezza del diritto e la stabilità sociale passa anche per la rapida soluzione delle controversie e per la tutela delle regole che vengono violate. Tutti immaginiamo che questo gran parlare di riforma della giustizia alluda alle procedure, alle attrezzature, al personale, a tutto il complesso delle misure organizzative che presiedono allo svolgimento di questa funzione centrale per la vita della società. Garantendo, ovviamente, è quasi superfluo dirlo, l’imparzialità e l’autorevolezza dei magistrati che sono tenuti a far rispettare la legge. Immaginiamo anche che si faccia ogni sforzo per dotare l’apparato giudiziario dei mezzi migliori e delle persone giuste per svolgere la sua essenziale funzione.
Ma è così ? Non sembra proprio.

Altra riforma che si invoca a gran voce è quella che dovrebbe conferire al Capo del Governo maggiori poteri per l’attuazione del programma. Si sostiene, anche, che i maggiori poteri dovrebbero scaturire da una più esplicita investitura popolare che liberi il Presidente del Consiglio dai vincoli e dagli impedimenti che oggi provengono da molte direzioni, ma essenzialmente dalla maggioranza parlamentare e dai partiti che la compongono nonché dalle altre istituzioni che esercitando le loro funzioni impedirebbero la scorrevolezza e l’immediatezza dell’azione di governo.
Anche qui una domanda si impone: siamo proprio sicuri che di questo c’è bisogno e che questo è il vero problema ?
E perché mai attribuire maggiori poteri ad una persona sola dovrebbe risolvere problemi che la classe dirigente nel suo complesso non riesce a risolvere ?
Veramente crediamo che in una democrazia possa essere uno a decidere per tutti ?
E’ significativo che si coltivi questa illusione mentre nessuno sembra tenere in grande considerazione quello che i tanti che si dedicano alla politica per professione possono fare per migliorare le cose. E poi non si tiene in minimo conto ciò che possono fare tutti gli altri .
In questo gran parlare di riforme, infatti, non si sente nemmeno nominare la partecipazione dei cittadini. Tutto è demandato ai professionisti della politica e l’unica partecipazione richiesta al cittadino è quella del voto.
E invece la partecipazione del cittadino dovrebbe essere il cemento che collega i vari “pezzi” della società, il senso che fa avvertire a tutti che esiste un’entità nazionale reale e non immaginaria, la spinta che riporta al minimo comune denominatore l’identità di chi abita un territorio.

La partecipazione dovrebbe essere un elemento costitutivo di un regime democratico che non è mai monolitico (eleggiamo il Capo supremo poi lui pensa a tutto), ma è pluralista nel senso che esistono poteri di tipo diverso, istituzionali e sociali, che interagiscono fra loro per definire e perseguire il bene comune. E questa interazione è molto più efficace di qualsiasi capo supremo perché trasforma i cittadini-sudditi in cittadini-protagonisti cioè in quelli che comunemente si definiscono cittadini attivi. La partecipazione, quindi, non è solo una possibilità, ma è l’espressione della stessa cultura civile di un popolo, è il “noi” che sempre si accompagna all’ “io” perché lo si è appreso nella vita reale e lo si vive giorno per giorno. Qualcuno vuole cominciare a parlare anche di questa grande riforma civile ?

Perché nessuno parla di questa vera grande riforma ?

Claudio Lombardi responsabile interregionale di Cittadinanzattiva di Umbria, Toscana e Marche per la partecipazione