Serve semplicemente uno Stato autorevole
Chiedere chiarezza quando una persona muore durante un intervento di polizia è doveroso. In uno Stato serio ogni responsabilità deve essere accertata e ogni abuso punito. Il problema nasce quando, ancora prima delle indagini, parte il riflesso ideologico che trasforma automaticamente l’agente in colpevole, lo straniero in vittima e la piazza in tribunale.
È il metodo ormai abituale del campo largo. Si delegittimano Polizia, Carabinieri, Forze armate e apparati di sicurezza, mentre chi sfida apertamente lo Stato viene giustificato, protetto o trasformato in simbolo. Si pretende che chi difende l’ordine pubblico debba affrontare violenti, rivolte e situazioni fuori controllo con il terrore di essere processato politicamente al primo filmato incompleto pubblicato sui social. Se non la pensi così, sei un fascista.
Le forze dell’ordine non devono essere al di sopra della legge, ma nemmeno al di sotto. Uno Stato che presume colpevoli coloro che lo difendono ha già iniziato a disarmarsi da solo.
Non si può permette l’ istituzione estemporanea di tribunali morali che armano bande di facinorosi con in pugno sentenze già scritte. Su questo vuoto di autorità si inserisce una trasformazione demografica e culturale che la sinistra continua a negare. Non si tratta dell’Islam come religione e nemmeno dello straniero che lavora, rispetta le regole e costruisce qui il proprio futuro. Il problema è lo pseudo Islam politico, quello che usa la religione come identità contrapposta, rifiuta l’integrazione, pretende che sia la società ospitante ad arretrare e trova nella sinistra occidentale una sponda incredibilmente disponibile.
In nome di un multiculturalismo senza limiti si tollerano comunità chiuse, modelli familiari incompatibili con la parità tra uomo e donna, rifiuto della laicità, ostilità verso la cultura occidentale e disprezzo per le regole del Paese che accoglie. Non è integrazione. È la lenta costruzione di società parallele.
L’Italia deve tornare a pretendere. Chi arriva deve rispettare la lingua, la scuola, la legge civile, la libertà religiosa, la dignità delle donne e i valori fondamentali della nostra società. Non sono imposizioni coloniali. Sono le condizioni minime per vivere in una nazione democratica.
Nel frattempo gli italiani invecchiano, fanno sempre meno figli e i giovani se ne vanno. Siamo diventati un Paese di anziani senza nipoti, pensioni senza lavoratori, case vuote e famiglie che non riescono più a nascere. I pochi giovani rimasti cercano altrove stipendi migliori, prospettive reali e una possibilità di futuro che l’Italia non è più in grado di offrire.
Il risultato è evidente. Gli italiani diminuiscono, gli anziani aumentano, i giovani emigrano e la popolazione viene sostituita progressivamente da nuovi arrivi, spesso gestiti senza selezione, senza integrazione e senza una vera strategia nazionale.
Immigrazione, sicurezza, denatalità e fuga dei giovani non sono problemi separati. Sono facce della stessa crisi. Un Paese che non genera figli, manda via i propri ragazzi, importa manodopera senza governarne l’inserimento e delegittima chi deve far rispettare le regole finisce inevitabilmente per perdere il controllo della propria trasformazione.
La risposta non è la xenofobia e nemmeno uno Stato di polizia. Serve semplicemente uno Stato autorevole. Confini controllati, immigrazione regolata secondo le reali necessità del Paese, integrazione obbligatoria, espulsione di chi delinque o rifiuta le nostre leggi, tutela concreta delle forze dell’ordine e una politica economica capace di restituire ai giovani lavoro, casa e la possibilità di costruire una famiglia.
Altrimenti il campo largo finirà per governare non più una nazione, ma un territorio amministrativo popolato da anziani soli, giovani in fuga, comunità separate e istituzioni troppo impaurite per difendere perfino se stesse.
Piero Terracina (da facebook)



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