Ha vinto lo status quo: nulla può cambiare
Il 23 marzo 2026 gli italiani hanno affossato la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere. Netta vittoria del No, campagna vinta, status quo preservato. Brindisi nelle aule dei tribunali, studenti in piazza a Roma, il campo largo già parla di primarie. Qualcuno, nella frenesia della festa, vorrà spiegare agli italiani come questa vittoria accelererà i processi, ridurrà gli errori giudiziari, o scalfirà il correntismo che David Ermini, vicepresidente del CSM, definì come espressione di “comportamenti esecrabili”?
Si aspetta fiduciosi
- Perché il No non ha vinto nel merito della riforma. Ha vinto su un repertorio retorico collaudato nel 2016 e riesumato con la medesima protervia: lo stravolgimento della Costituzione, la magistratura consegnata al governo, la democrazia in pericolo. Argomenti che evaporano al contatto con il testo referendario, il quale non tocca né l’inamovibilità dei magistrati, né l’indipendenza esterna della magistratura, né la proporzione tra componenti togati e laici nei nuovi CSM. Ma la campagna del No non era interessata al merito: era interessata al parossismo o se volete… alla caciara.
1 𝗜𝗟 𝗖𝗔𝗦𝗢 𝗗𝗘𝗜 𝗠𝗔𝗡𝗜𝗙𝗘𝗦𝗧𝗜
Sui mezzi pubblici di Milano e Roma, il comitato “Giusto dire No”, emanazione diretta dell’ANM, ha affisso cartelloni con la domanda: “Vorresti giudici che dipendono dalla politica?”, con l’aggiunta, in caratteri leggibili, che “con la riforma Nordio i politici vogliono controllare le decisioni dei magistrati.” Una menzogna deliberata, talmente marchiana da spingere il professor Giorgio Spangher, a presentare un esposto alla Procura di Roma, che ha aperto un fascicolo. L’ANM non è un partito politico. Non risulta registrata come tale in alcun tribunale della Repubblica. Eppure ha gestito una campagna elettorale propria, con affissioni a pagamento sullo spazio pubblico, finanziamenti velati e rifiuto secco di renderne noti i destinatari, come impone la legge in caso di campagne elettorali.
2 𝗟’𝗜𝗗𝗘𝗡𝗧𝗜𝗖𝗢 𝗠𝗔𝗡𝗨𝗔𝗟𝗘 𝗗𝗘𝗟 𝟮𝟬𝟭𝟲
La retorica è invariata da un decennio: si blocca ogni riforma alzando il registro fino all’anticlimax apocalittico, trasformando ogni proposta tecnica in una minaccia esistenziale. Nel 2016 l’attentato alla Costituzione. Nel 2026 è la magistratura ridotta a braccio dell’esecutivo. Chi ha sfuggito il merito con questa tergiversazione sistematica sa perfettamente che sul merito il terreno è scivoloso: la riforma prevedeva un’Alta Corte disciplinare sottratta all’autogestione correntista, tramite il sorteggio, e su questa minaccia alla clemenza endemica del CSM si è scatenata la casta dei magistrati.
3 𝗤𝗨𝗘𝗟𝗟𝗢 𝗖𝗛𝗘 𝗥𝗘𝗦𝗧𝗔
Restano invariati i 322 giorni di ritardo nel deposito di un provvedimento di scarcerazione; l’innocente trattenuto in cella per 587 giorni; le 80 condanne disciplinari nel triennio 2023-2025 a fronte di migliaia di errori giudiziari certificati, il 90,4% dei deferimenti chiuso con una censura, un buffetto senza conseguenze sulla carriera. Restano i pm di Trani, condannati in via definitiva per violenza privata sui testimoni e ricollocati come giudici a Milano e Torino. Resta il sistema Palamara, con 700 magistrati nelle chat e cinque consiglieri del CSM sospesi qualche mese.
La giustizia italiana resterà agli ultimi posti europei per efficienza e ai primi per errori giudiziari. La separazione delle carriere tornerà sul tavolo tra qualche anno, quando l’indignazione si sarà sedimentata a sufficienza per un altro tentativo. E il dibattito ripartirà da capo, con gli stessi cartelloni sugli stessi autobus e lo stesso lessico apocalittico. Perché in Italia, bloccare una riforma non richiede argomenti cogenti. Richiede un buon livello di parossismo e una certa, collaudata insipienza nell’accettarlo.
Giulio Galetti (da facebook)


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