I luoghi comuni e i dogmi sul caldo

Viviamo un’epoca di irremovibili convinzioni superficiali dettate da un dibattito pubblico pilotato da giornalisti, esperti che ambiscono ad una visibilità mediatica, politici, intellettuali. Tutti insieme si sentono sacerdoti di una religione civile animati dalle loro certezze e da scorciatoie inventate per confezionare spiegazioni pronte per essere assorbite dal grande pubblico. Il catalogo è vasto: dal genocidio a Gaza assurto a luogo comune universale al caldo generato dal cambiamento climatico determinato dalle emissioni inquinanti umane. Le ricette sono sempre apodittiche e chi le mette in discussione è un negazionista da emarginare.

Parliamo di caldo. Dipende veramente dal clima sconvolto dalle attività umane? Non vi è certezza, ma guai a non accodarsi alla corrente di pensiero prevalente, si viene colpiti dalla riprovazione generale. Anche se fosse è curioso come nel dibattito pubblico i sostenitori di questa tesi spingano per soluzioni drastiche di lunghissima durata come se queste potessero portare a cambiamenti immediati.

Più o meno tutti sanno che non è così e si sa anche che questo stretto legame tra eventi meteo e misure di taglio delle emissioni è una preoccupazione occidentale e, in particolare, europea. Dunque poco influente sugli equilibri globali.

Ciò nonostante si insiste sul legame tra gran caldo e transizione all’elettrico sostenuta dalle sole rinnovabili e sull’imposizione di limiti sempre più stringenti alle emissioni delle auto e delle attività produttive. Misure come la tassa sulle emissioni di carbonio o il regolamento metano che penalizzano fortemente i produttori europei sono un’esclusiva dell’Europa così come le scadenze tassative per la riduzione delle emissioni. Il tutto si inserisce in una visione dogmatica della transizione energetica totalmente svincolata da ogni rapporto con gli interessi reali perché vista come un imperativo morale. Manca, perciò, ogni considerazione per le attività produttive (ed anche per i prezzi sociali da pagare) come se queste fossero un fastidioso retaggio del passato. La Cina, invece, ha deciso una politica industriale in base ad obiettivi strategici diventando così leader nella produzione di tutto ciò che serve alla transizione all’elettrico da vendere al mondo pur essendo leader nella produzione di energia dal carbone. Una contraddizione? No, puro pragmatismo nell’attuazione di linee strategiche concepite per rafforzare il peso cinese nell’economia mondiale con un occhio particolare per l’occidente.

Grande è la confusione sotto il cielo. Così chi da molti anni si è collocato sulla scia dell’allarmismo climatico predicando un “nuovo modello di sviluppo” o la decrescita felice poi blocca lo sviluppo degli impianti rinnovabili con la stessa superficialità beota con la quale si è mandata in malora l’acciaieria più grande d’Italia vaneggiando di parchi, coltivazioni di pomodori e allevamenti di cozze. Il paesaggio non si tocca a livello locale mentre a livello nazionale si sproloquia di energia 100% rinnovabile.

Un articolo di Gilberto Corbellini e Alberto Mingardi sul Foglio del 27 giugno ricorda che, “secondo l’Environmental Protection Agency, le ondate di calore degli anni Trenta restano le più severe nella serie storica statunitense” perché “l’attività umana ha un peso, ma non è l’unica variabile: l’Europa pre-età moderna ha conosciuto il caldo dell’Anomalia climatica medievale e il freddo della Piccola èra glaciale”.

Il punto cruciale per i due autori è che “la scienza non nasce per fornire risposte morali, ma per aumentare il numero di ipotesi plausibili” perché “la ricerca scientifica si basa sulla possibilità di rivedere costantemente le prove consolidate. Queste ultime rappresentano il consenso all’interno della comunità dei ricercatori: non una Verità permanente ed eterna”.

C’è un problema di formazione delle convinzioni collegate più al senso comune che alla scienza. È così che si prova ad assimilare gli eventi riconducendoli ad una causa ultima cercando una semplificazione di fenomeni complessi collegandoli a “nessi causali semplici e lineari”. C’è un’ansia di certezze che trasforma la scienza in moralismo che deve fronteggiare un rischio presentato come un ultimatum (salvare il pianeta) di fronte al quale qualunque costo perde di importanza.

È curioso come questa demonizzazione delle attività umane si accompagni ad un’ingenua esaltazione degli equilibri naturali. Con estrema superficialità si dimentica che la “natura” non ha guida e non ha cervello perché è un insieme di processi materiali che non possono scegliere né il bene né il male.

Osservano Corbellini e Mingardi che gli interventi degli esperti spesso “più che dare un contributo informativo…. costruiscono una reputazione e una carriera da intellettuali pubblici” enfatizzando la paura. Così si diffonde un atteggiamento penitenziale (che è pure popolare!) “secondo cui dovremmo rinunciare alla tecnologia e al benessere per ridurre di qualche decimo di grado gli aumenti delle temperature previsti”. Più il dibattito pubblico è centrato su questa impostazione meno si parla delle strategie di adattamento e delle misure che le possano attuare. Le uniche ad avere effetti nel breve periodo

Claudio Lombardi

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