Il pacifismo che aiuta i prepotenti

Importante riflessione di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere del 4 maggio. Si parla di Costituzione e di uno dei suoi articoli più invocati, l’art 11, quello nel quale “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Scrive Galli della Loggia che rifiutare il bellicismo ha certamente un senso (dopo le distruzioni della Seconda Guerra mondiale è comprensibile), ma essere «contro la guerra» un senso non ce l’ha. Non vuol dire concretamente nulla perché non si può essere contro qualcosa che può dipendere da altri che possono attaccarci. In questo caso la guerra diventa una necessità e, infatti, l’art 52 della Costituzione proclama che «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». Certo, una guerra di difesa, ma pur sempre guerra che dunque non si può ripudiare.

Si tratta di una delle tante affermazioni di idealismi illusori che sono stati inseriti nella Costituzione in nome di una ritrovata libertà dopo la guerra mondiale scatenata dai totalitarismi. Su questi idealismi si è innestata la politica, nazionale e internazionale. Per esempio la pluridecennale propaganda pacifista in funzione antiamericana e filosovietica del Partito comunista che si è ben incontrata con la tradizione religiosa popolare e di parte consistente delle élite cattoliche. Insieme hanno diffuso la convinzione che resta nella testa di gran parte degli italiani che la nostra Costituzione «proibisce la guerra».

Per Galli della Loggia questo pacifismo italiano è la premessa e insieme l’esito di qualcosa di assai più profondo, ovvero della «sindrome dell’inerme». Si tratta della convinzione che l’Italia non può nulla e che dunque è inutile prepararsi a combattere una guerra. Dobbiamo quindi starne il più lontano possibile.

Sarebbe questa la base – che implica un certo disprezzo di sé – su cui poggia l’ostilità diffusa nell’opinione pubblica per chi, come il popolo ucraino, invece, la guerra la fa e si batte con eroismo inesauribile in difesa della propria libertà. Non a caso dal momento dell’invasione da alcuni settori del pacifismo italiano è arrivato un messaggio chiaro: arrendersi alla superiorità della potenza russa. E ancora oggi a più di quattro anni di distanza, questa evocazione della resa e dell’inutilità della resistenza è ampiamente diffusa a sinistra, tra i cattolici e tra tanti intellettuali. Appena giovedì scorso Cacciari sentenziava che indubitabilmente la Russia ha vinto la guerra. Con ciò questa parte della classe dirigente ci spiega cosa farebbe nel caso in cui l’Italia fosse attaccata: resa immediata e possibilmente preventiva. Ovvero il contrario della Resistenza che questa parte politica e culturale considera suo patrimonio esclusivo.

Purtroppo così la pensano la maggioranza degli italiani. Infatti tra i grandi Paesi d’Europa siamo quello la cui opinione pubblica manifesta il più debole sostegno all’Ucraina. La conclusione di Galli della Loggia è amara.

La «sindrome dell’inerme» implica un solo comandamento: durare e non fare, galleggiare, sopravvivere. Bisognerebbe aggiungere: nella speranza che il più forte ci risparmi

Claudio Lombardi

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