Kabul e la complessità negata

Pubblichiamo un articolo di Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

C’è una immagine – una sola – da cui non riesco a staccare gli occhi, nel fiume di foto, video e angosciose testimonianze che approdano oggi alla nostra riva occidentale trascinate dal naufragio dell’illusione afghana: la folla muta e funerea accalcata nella pancia dell’aereo americano pronto a decollare dall’ enigma di Kabul verso un ignoto destino.

In breve: per la mia riflessione di privato cittadino del mondo scelgo questa scena come lo specchio di una sconfitta storica e di una tragedia personale moltiplicata per mille volte mille. Ma non solo: mi dico che quei volti segnati dal terrore e dal sollievo, quei giovani silenziosi, quegli adulti che non si guardano in faccia, quelle poche donne raccolte in gruppo e ripiegate su una angoscia senza nome, sono – erano – la parte migliore dell’Afghanistan e della sua sfortunata capitale. La parte migliore che nelle università, negli uffici, nelle scuole, negli ospedali, nelle famiglie, si era illusa di poter creare qualcosa di diverso per il presente e per il futuro del proprio paese. Quella parte migliore che oggi i nuovi-vecchi padroni sputano lontano con uno spregevole gesto di scherno, e che in patria è ormai marchiata a fuoco: collaborazionisti, cani traditori, servi degli infedeli.

Mi chiedo: cosa dice la realtà disegnata da questa foto alla mia coscienza politica e al mio “vecchio corpo” di sinistra? Nello squadernare senza infingimenti e ipocrisie il problema che ci arrovella, l’amico Nicola Fano(Qualcosa di sinistra) sa bene di aver messo le mani dentro un alveare: l’alveare ronzante di una certa sinistra italiana che in questi giorni è molto affaccendato intorno alla vexata quaestio del garbuglio afghano.

In breve: si tratta in un colpo solo di testimoniare la storica e adamantina avversione verso l’imperialismo americano e l’occidente capitalistico e insieme esprimere solidarietà – e ci mancherebbe – verso il popolo, i giovani e le donne afghane che rischiano oggi di sprofondare dentro un nuovo medioevo. Un teorema non da poco, “Capra e cavoli”, come scrive giustamente Fano, affrontando da par suo un’altra aporia tutta italiana dei tempi del virus. Aggiungo, se posso: intorno alla questione afghana si costruisce oggi il nuovissimo “Comma 22” della variegata sinistra italiana. Ricordate? «Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi è esentato dalle missioni di volo non è pazzo». Puro nonsense dei tempi vietnamiti, in un momento in cui la debacle americana a Kabul ricorda per l’appunto la precipitosa fuga americana da Saigon.

A questo insolubile rompicapo geopolitico, la sinistra, la multiforme sinistra italiana, risponde come al solito in ordine sparso. C’è chi si attiene alle basi certificate della dottrina: «In nessun caso la democrazia si esporta con le armi». Sono gli stessi – sia detto per inciso – che da sinistra aprirono una linea di credito a Donald Trump indicato come “pacifista” rispetto a quel “guerrafondaio” di Obama. Giusto e facile: mezzo secolo di storia contemporanea ci ha ormai dimostrato la validità dell’assunto. Ma c’è anche chi – con un salto mortale spericolato – accusa Joe Biden di aver abbandonato l’Afghanistan al proprio infelice destino. Una sinistra puramente evangelica si concentra poi sulla sorte della popolazione afghana, immagina l’esistenza di un deserto politico da Herat a Kabul fino alle frontiere con il Pakistan e chiede che si intervenga con massicci aiuti internazionali: verso chi, contrattati da chi, gestiti da chi, mediati da chi, non è dato sapere.

C’è infine chi in questi momenti di grande confusione si fa tentare da una spericolata apertura di credito verso i nuovi-vecchi padroni dell’Afghanistan. Giuseppe Conte, per esempio, parla di «atteggiamento abbastanza distensivo dei talebani». Dietro lo sfortunato incidente lessicale, si può comprendere tutto il rovello di un esponente politico che oggi studia da dirigente di una variabile di sinistra, dopo aver esercitato a lungo e senza tentennamenti a fianco della peggiore variabile di destra.

Mi chiedo: si può essere di sinistra senza ricorrere alla semplificazione grossolana e da qui all’anatema o alla santificazione? Nel lontano 1979 l’Unione sovietica invase l’Afghanistan. Mosca era allora guidata da corposi interessi geopolitici, e in un decennio uccise, massacrò e impose il suo ordine con pugno di ferro, ma nello stesso tempo costruì scuole e strade e infrastrutture, cercando di trascinare il paese fuori dal medioevo sociale e religioso. Il fallimento di allora, che coincise con la rovina del comunismo sovietico, è pari al fallimento odierno dell’America e dell’Occidente.

E ancora: nel marzo del 1988 Saddam Hussein rovesciò una pioggia di iprite e gas nervini su Halabja, trasformando la cittadina irakena in un cimitero. E quindi fu giusto l’intervento occidentale di pochi anni dopo, basato sulla menzogna e sulla falsificazione delle prove? Saddam era l’aguzzino del suo popolo, ma non rappresentava un pericolo per il pianeta, e la guerra in Iraq aggiunse dolore a dolore, ingiustizia a ingiustizia.  Ma i sopravvissuti di Halabja festeggiarono nelle strade la caduta del dittatore, e festeggiò Baghdad, prima di sprofondare nel vortice delle vendette e dell’irrilevanza storica.

Così sarà per Kabul, il cui destino ci ammonisce che la vicenda umana non è un teorema, ma una macchina sempre più complessa che genera migliaia di domande e offre poche risposte. Eppure, più il mondo è complesso – e il mondo che abbiamo costruito lo è oggi al massimo grado – e più si invocano interpretazioni e soluzioni semplicistiche. E infine – ahimè – il concetto di complessità è oggi assente dalla riflessione della sinistra come da quella della destra. Per quanto mi riguarda, da uomo di sinistra non ho risposte, ma solo – se è permesso – curiosità, partecipazione e una modica dose di empatia. Come occidentale, figlio della società dei consumi e dei diritti, mi sento insieme colpevole e orgoglioso. Conosco per sentito dire l’ingiustizia del mondo, ma non mi batto il petto prima di uscire a cena con gli amici. Preferisco domande senza risposta e lascio a una diversa variabile della sinistra la passione per la “Patafisica”, che  come è noto è la scienza delle soluzioni immaginarie.

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