Per sempre NO e sì solo alla spesa pubblica?

Che è successo? Perché gli italiani hanno respinto la riforma della magistratura? Possibile che così tanti abbiano soppesato i pro e i contro della separazione delle carriere e abbiano deciso che la terzietà del giudice non valeva due CSM distinti e un’Alta Corte disciplinare? Siamo seri: il merito della riforma e la stretta derivazione dall’art 111 della Costituzione in vigore dal 1999 (giusto processo fondato sulla parità tra accusa e difesa e sul giudice terzo e imparziale) non è stato al centro della riflessione degli italiani. Chi ha votato NO si è convinto in base a due elementi: l’allarmismo che hanno diffuso i sostenitori del NO (da “il governo vuole nominare i giudici” e dallo “sfregio alla Costituzione” di Elly Schlein alla sentenza di Gratteri “Voteranno per il ‘si’ gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata”); la volontà di dare un colpo al governo Meloni. È stato un voto esclusivamente politico nel quale il fronte del NO, che poi è il fronte progressista più i magistrati delle correnti che ormai assumeranno un ruolo politico, ha dimostrato la sua netta superiorità sul piano della comunicazione pubblica e della capacità di mobilitare il suo elettorato.

Ciò che ha colpito della campagna del NO è stata la scelta di prescindere da subito dal merito della riforma spostandosi su piani diversi dove la vera e propria invenzione di una riforma immaginaria che minacciava l’autonomia della magistratura per sottometterla al potere politico diventava il pretesto per dare addosso al governo. La campagna del no è quindi pienamente riuscita a dirottare l’attenzione su questo piano di attacco diretto a Giorgia Meloni e si è incontrata con il conservatorismo degli italiani che hanno sempre detto di no alle riforme costituzionali tranne che in due occasioni: il taglio dei parlamentari e l’autonomia delle regioni. Non a caso due riforme che esprimevano sfiducia nei partiti e nello stato centrale. Che la seconda abbia combinato tanti guai e scassato i conti pubblici consolidando classi dirigenti regionali spendaccione e deresponsabilizzate e peggiorando i servizi, agli italiani non importa nulla.

Non si tratta, quindi, di puro conservatorismo, ma di disinteresse per un adeguamento della Costituzione ai cambiamenti che ci sono stati dal 1948 ad oggi. La Costituzione che è obsoleta e inattuabile in tante parti è diventata la bandiera di una sinistra mutata in fronte progressista incapace di innovazione e portata alla difesa dei propri spazi di potere e dei gruppi sociali che rappresenta. Per farci cosa non è più chiaro almeno dai tempi delle grandi riforme degli anni ’60 e ‘70 che misero le basi di una enorme espansione della spesa pubblica nell’illusione che bastasse questa per modernizzare il Paese e nella parallela illusione che i diritti trasformati in una religione laica fossero una priorità assoluta. Quell’onda spinge ancora la proposta politica progressista che negli anni del governo Conte 2 con Pd, M5s, Iv, e Sinistra italiana al potere ha prodotto la follia dei bonus a valanga, una grandissima dispersione di risorse e un incremento del debito pubblico. Risultato: la paralisi e l’impossibilità di fare le spese necessarie per modernizzare il Paese. Persino l’occasione del PNRR non ha prodotto nulla di rilevante. Una corsa alla spesa senza senso in una valanga di interventi che non porteranno sviluppo. La responsabilità non è solo dei progressisti, ma di una cultura di governo condivisa tra centro e sinistra che risale molto indietro nel tempo (non a caso nel Pd si è fusa una parte della cultura democristiana e socialista), che ha fatto della spesa pubblica e del debito i più grandi ammortizzatori delle tensioni sociali. Dall’epoca delle pensioni a 15 e a 19 anni di servizio è passato tanto tempo, ma l’attrazione per uno stato che regala tutto a tutti senza contropartite resta. Come stupirsi, quindi, se gli italiani hanno rifiutato una modifica costituzionale sull’ordinamento della magistratura necessaria e coerente con il testo costituzionale?

Errori da parte del governo ci sono stati nel proporre la riforma limitando le possibilità di modifica in Parlamento e nel presentarla agli elettori. Ci sono stati “scivoloni” della Presidente del Consiglio, di Nordio, di Taiani, ma sono solo andati a rafforzare una posizione già presa.

Tutto ciò conferma la netta superiorità del fronte cosiddetto progressista sul piano della comunicazione. Il referendum era l’occasione che le opposizioni aspettavano per scatenare il loro attacco. Un’eccezionale mobilitazione dei partiti, della Cgil, dell’Anpi, di gente dello spettacolo, di magistrati diventati volti della tv come Gratteri, di giornalisti e di tutto il variegato mondo che si considera progressista senza dimenticare la Chiesa e don Ciotti in nome del NO e di una difesa della Costituzione puramente opportunistica.

A destra e dalla parte del sì non c’era e non ci poteva essere nulla di altrettanto efficace ed è mancata anche un’idea forza per attrarre i consensi. I tentativi di spiegare la validità della riforma non si sono imposti nella comunicazione pubblica. Così il merito è stato schiacciato dalla ragion politica degli urlatori delle opposizioni che sono riusciti a raccogliere tutto il malcontento accumulato in questi anni difficili e ci hanno aggiunto le paure generate dalle guerre in corso ormai da anni sia ad est che a sud. Non bisogna mai dimenticare che queste paure hanno portato gli italiani a schierarsi per lo status quo con una forte propensione a lasciare campo libero alla Russia in Ucraina e a non opporsi al dilagare dell’islamismo in medio oriente. Un conservatorismo irrazionale che pensa di non essere toccato da conflitti ignorandoli.

Il NO alla riforma della magistratura racconta molto di questa epoca. Gli italiani che hanno votato NO penseranno di aver salvato la magistratura e la Costituzione e di aver colpito Giorgia Meloni che a sua volta dovrà uscire dall’ambiguità e abbandonare Trump e Orban per compiere la transizione verso un conservatorismo europeo più volte annunciata.

Ora l’appuntamento è alle elezioni politiche del 2027. C’è da temere se la governo tornerà l’accoppiata Pd, M5s, Iv, Avs ovvero il “campo largo” che ha sulla sua bandiera una sola proposta: spesa pubblica

Claudio Lombardi

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