Su guerra e armi il vicolo cieco del Papa

Di seguito uno scritto di Marco Taradash che analizza le posizioni di Leone XIV sulla guerra e sulle armi, ma che parla dell’occidente liberale quello che pensa basti far appello al diritto per affrontare l’assalto degli imperialismi alla democrazia. Il vicolo cieco di chi si ostina a voler basare l’analisi della realtà sulle sue categorie idealistiche pensando che siano universali.

A Metz, la città di Robert Schuman, Leone XIV ha pronunciato ieri frasi che un liberale europeo potrebbe tranquillamente firmare. Un’Europa che «si basa sul rispetto del diritto internazionale che, a differenza dei diritti nazionali, non può essere imposto con la forza da uno Stato ma si fonda sul principio universalmente riconosciuto secondo cui pacta sunt servanda». Diritto e multilateralismo come «il miglior antidoto alla volontà di dominio, che è all’origine di ogni conflitto». Parole giuste, ma rimaste a metà.

Il principio che i patti vanno rispettati, infatti, oggi non è più «universalmente riconosciuto». Il Papa lo sa e lo dice: «il valore della parola data è disprezzato; ci si vanta piuttosto della menzogna e dell’inganno». Però non dice chi la disprezza. Nel suo discorso non compaiono né l’Ucraina né la Russia, né vengono distinti l’aggressore e l’aggredito. Eppure la violazione più clamorosa dei patti in Europa ha un nome, una data e un responsabile. La Russia ha invaso uno Stato sovrano a cui aveva garantito l’integrità territoriale, anche con il Memorandum di Budapest del 1994. E un popolo che si fidava di quella firma è finito sotto le bombe. È significativo che nello stesso giorno sia stato Emmanuel Macron, un capo di Stato laico, a pronunciare le parole che al Papa sono mancate: l’impegno «al fianco dell’Ucraina, di fronte all’aggressione militare della Russia».

Fuori luogo anche il richiamo all’«inutile strage», le parole di Benedetto XV nel terzo anno della prima guerra mondiale, rivolte ai capi di Stato belligeranti perché arrivassero alla pace. La Grande Guerra nacque da nazionalismi contrapposti. La guerra russa all’Ucraina è l’aggressione imperialista di uno Stato a una nazione pacifica che, al contrario dei nazionalismi di allora, cercava e cerca l’adesione a un’unione sovranazionale.

L’«illusione del riarmo». Il secondo nodo è più delicato. «Bisogna guardarsi dall’illusione del riarmo», afferma Leone. E aggiunge: «I ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui». La frase insinua un sospetto: che la paura dell’altro sia un pretesto. A volte lo è. Ma a Kyiv, a Vilnius, a Tallinn o a Varsavia la «pericolosità altrui» non è un argomento retorico. È un fatto, che arriva sotto forma di missili sulle città, droni sugli ospedali, sabotaggi, minacce nucleari e continue provocazioni. Mettere nella stessa frase la paura strumentale e la paura fondata significa, di fatto, attribuire lo stesso peso morale a chi si arma per aggredire e a chi si arma per non essere aggredito.

Il Papa ha precisato che la ricerca della pace «non deve essere confusa con un ingenuo irenismo». Non chiede il disarmo unilaterale dell’Europa né nega esplicitamente il diritto alla difesa: gli va riconosciuto. Ma proprio per questo il silenzio pesa di più. Se la difesa è legittima, bisogna dirlo: armarsi per difendersi non è un’illusione, è una responsabilità. Lo dice la stessa dottrina cattolica. Il Compendio della dottrina sociale riconosce ai governanti di uno Stato aggredito il «diritto e il dovere di organizzare la difesa anche usando la forza delle armi». Il Catechismo sottopone quel diritto a condizioni rigorose, ma la protezione degli altri può essere un obbligo morale anche quando richiede l’uso della forza.

«Favorire la pace è un’opera attiva», dice ancora Leone. Poi pone una domanda che vale la pena prendere sul serio: «stiamo realmente facendo “sforzi creativi” per promuovere la pace mondiale, o stiamo semplicemente cercando di “arginare l’emorragia della guerra” e prepararci meglio a quelle che presumiamo debbano ancora venire?».

La domanda è legittima, ma la risposta manca. Le uniche indicazioni sono il «dialogo paziente», il «coraggio nella negoziazione» e la disponibilità a «sacrificare alcune posizioni per il bene superiore della pace». Quali posizioni? E di chi? Se la trattativa non ha come presupposto il ritiro dell’aggressore, le «posizioni» da sacrificare rischiano di essere quelle dell’aggredito: i suoi territori, la sua sovranità, la libertà dei suoi cittadini. Una pace così non sarebbe «disarmata e disarmante». Sarebbe la resa di chi è stato attaccato, e un premio per chi ha attaccato.

Anche il richiamo a Schuman non convince. Sì, la Dichiarazione del 9 maggio 1950 voleva un’Europa che «preferisce dialogare piuttosto che affrontarsi con le armi», dove «si mettono in comune le risorse per fare in modo che ogni guerra diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile». Ma quella intuizione geniale funzionava tra Paesi che avevano già scelto la democrazia e la cooperazione, dopo la sconfitta militare del nazismo. E funzionava sotto la protezione dell’Alleanza atlantica, nata un anno prima.

Dopo la creazione nel 1951 della CECA, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, che avrebbe messo fine alla contesa tra Francia e Germania, Schuman firmò l’anno successivo con De Gasperi e Adenauer il Trattato istitutivo della Comunità europea di difesa, la CED. Il costituendo esercito europeo, poi affossato dal Parlamento francese, sarebbe stato finanziato da un bilancio comune e governato da istituzioni sovranazionali.

Il padre dell’Europa non era un pacifista: con una mano firmò la pace del carbone e dell’acciaio, con l’altra il trattato per l’esercito europeo.

Schuman non ha costruito la pace disarmando davanti a una potenza ostile. L’ha costruita tra chi condivideva le regole, mentre l’Europa si difendeva da chi avrebbe potuto violarle. Il Papa americano non dovrebbe disconoscere l’altra metà della nostra storia.

(dalla newsletter quotidiana di Marco Taradash su @Linkiesta, qui www.linkiesta.it/newsletter/)

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