I dubbi di Martina e la guida del Pd

È vero, come sottolinea Maurizio Martina, che il mare calmo non ha mai fatto buoni marinai. Io però aggiungerei, come disse Cristoforo Colombo che un pochino di mare se ne intendeva, che per solcare l’oceano bisogna avere il coraggio di dimenticare le rive da cui si è partiti. Dico questo perché trovo invece nella lettera che Martina scrive in risposta ad un editoriale di Calabresi su Repubblica tanto materiale obsoleto, dichiarazioni di buoni principi general generici che nel corso della mia lunga militanza a sinistra (FGCI, PCI, PDS, DS, PD) ho sempre sentito dopo ogni sconfitta (e le sconfitte sono state tante, certo più delle vittorie).

C’è una sola cosa che trovo interessante come analisi nello scritto del segretario reggente ed è quando dice che la destra (nel mondo ed in Italia) dopo aver sostenuto da posizioni ultraliberiste la globalizzazione (impedendo la nascita di un contropotere politico transnazionale) oggi si maschera dietro un identitarismo nazionale e comunitario, ha sposato l’ideologia della chiusura e vuole apparire come chi difende i popoli oppressi da tutto ciò che loro stessi, soprattutto al volger del millennio, hanno messo in campo.

Ma se ci pensate bene queste due facce della destra hanno in comune una cosa fondamentale politicamente e cioè la negazione delle Istituzioni politiche sovranazionali.

Abbandonare le vecchie rive significa anche a mio avviso, abbandonare un europeismo di maniera che ha tolto sovranità agli Stati non trasferendola ad una Istituzione politica sovranazionale e federale ma ad istituzioni non elette e non democratiche, espressione dei governi nazionali. Da qui un euroscetticismo sempre più crescente. Limitarsi soltanto alla proposta della elezione diretta del capo della Commissione senza toccare i meccanismi che costruiscono le decisioni è veramente ben poco, avere una moneta unica senza nessuna sovranità democratica europea sulle politiche di bilancio e sulle scelte strategiche riferite alla moneta è un vero suicidio.

Abbandonare le vecchie rive significa a mio avviso capire che il mondo del lavoro ed il mondo dell’impresa sono realtà sociali complementari, che la lotta di classe come concepite nell’800 e nel 900 è un arnese inservibile, che la giustizia sociale si ottiene se si è capaci di combattere la povertà e la disuguaglianza senza distruggere la ricchezza.  Come dice in maniera molto efficace Claudia Mancina i ceti più deboli possono essere sostenuti in modo efficace soltanto all’interno di un progetto di crescita, e quindi soltanto all’interno di una alleanza con i ceti più forti e produttivi. Deboli e forti insieme, nel quadro di una netta scelta europeista: solo così si può pensare di vincere la sfida” e che quindi “lungi dal tornare indietro, si debba fare uno sforzo ulteriore nella definizione di una identità politica riformista, più coerente e più consapevole di quanto non sia stata in questi anni. La leadership di Renzi non ha sbagliato per troppo riformismo, ma piuttosto per non avere sufficientemente pensato e difeso il proprio riformismo, almeno nell’ultima fase. Anzitutto all’interno dello stesso Pd”.

A quale popolo poi bisogna tornare?

Mi domando se sia chiaro a Martina che da almeno un ventennio il popolo come lo abbiamo conosciuto in passato non esiste più e che forse è più appropriata la definizione di “moltitudine” che molti sociologi hanno individuato come espressione che rappresenta meglio una massa di persone una diversa dall’altra, con bisogni atomizzati e che non aggregano né costruiscono solidarietà.

Una moltitudine che si presta alle fiammate estemporanee di rivolta ma che poi singolarmente è pronta, per difendere le proprie misere postazioni, a fare come nel confessionale del grande fratello eliminando le persone che più possono dargli fastidio (e non sono solo i diversi e gli stranieri ma anche quei vicini che hanno dei bambini che fanno troppo rumore, quei colleghi di lavoro che si applicano un po’ troppo e ci costringono a lavorare anche a noi, quella coppia omosessuale del piano di sopra che mette in discussione la mia identità e via e via e via).

A quale popolo bisogna quindi tornare? Domanda inutile perché non c’è nessun popolo a cui tornare. Almeno nella accezione che le sinistra hanno sempre dato a questa espressione. Che non era una accezione populista ma tendeva a portare il popolo, usando i meccanismi della democrazia rappresentativa, dentro le Istituzioni.

Giorgio Amendola diceva che la classe operaia doveva farsi Stato. Ma era un’altra epoca dove era più semplice stare insieme e stare uniti e dove le divisioni erano più nette, dove tutti lavoravano nello stesso posto (fabbrica o ufficio), nello stesso quartiere, frequentavano le stesse piazze e gli stessi bar, ma anche la stessa donna o lo stesso uomo per tutta una vita.

Oggi tra l’altro le divisioni passano anche dentro ciascuno di noi (ce lo spiegò mirabilmente anni fa Robert Reich che era stato ministro del lavoro di Bill Clinton).

Ognuno di noi è cittadino ed è anche consumatore. Con interessi contrastanti.

Come consumatori vogliamo comprare roba di qualità a poco prezzo e per fare questo è necessario che ci siano cittadini/lavoratori sfruttati e malpagati che consentano di produrre sottocosto. Ma come cittadini desideriamo un lavoro ben pagato, con il riconoscimento dei miei diritti (interessi che non quadrano con le esigenze di noi come consumatori, un bel conquibus).

E mi tornano in mente quei presidi di protesta installati nei quartieri contro l’installazione di antenne per la telefonia mobile dove la folla inferocita e preoccupata per la propria salute stava però attaccata al proprio telefonino per chiamare la stampa, i propri amici e conoscenti e si facevano le foto condividendole poi sui social., usando quei telefonini che funzionano con le antenne contro cui protestavano.

Semplifica quindi chi, come Martina e tanti altri, pensa di risolvere la crisi della sinistra predicando il tornare in mezzo al popolo. Ripeto, quale popolo?

Bisognerebbe invece porre la questione in modo completamente diverso: quali idee, quale organizzazione, quale visione deve avere un Partito o un movimento per essere empatico con un popolo frantumato in mille sfaccettature, dentro cui il processo di individualizzazione (forza potente che è stata sempre alla base di ogni progresso nelle diverse epoche) è andato avanti portandosi quasi al limite?

È un lavoro immane, spaventoso che necessita una grande freschezza di pensiero, di dirigenti in grado di fare, come diceva il filosofo, il salto della tigre, un lavoro da costruire adattandosi come una calcomania alla moltitudine di vite individuali che oggi formano il popolo.

L’attuale caminetto reggente del PD non è attrezzato per questo. È invece un gruppo anonimo, grigio, senza carisma, di gente macerata dai dubbi e che crede che basti recuperare qualcosa dal passato per rigenerarsi. Quando invece dal passato non ci può venire utile nulla.

Un leader vero lo avevamo. Pieno certo di difetti, sbruffone, dalla battuta facile ma un leader vero, uno in grado di guidare le truppe.

Lo abbiamo rosolato a fuoco lento ed invece di sostenerlo lo abbiamo aiutato a sbagliare molte mosse. Un leader che in questa fase fa bene a preservarsi ed a restare silente. Ha soltanto 43 anni. E ci sarà tempo per richiamarlo a gran voce in servizio. Perché questo avverrà, sono sicuro che avverrà nella speranza che non sia ormai troppo tardi.

Enzo Puro tratto da www.manrico.social

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