Una rivoluzione nella politica (di Claudio Lombardi)

Sembrava che non dovesse cambiare mai niente in Italia. Sembrava che la protesta contro l’immobilismo dei partiti potesse arrivare nelle piazze, ma senza possibilità di togliere ad uno schieramento politico tradizionale la maggioranza dei voti. Invece è quello che è successo.

L’unico vero vincitore delle elezioni è il M5S che diventa il primo partito.

Il PDL di Berlusconi resiste e ottiene un premio fedeltà da elettori convinti del menefreghismo berlusconiano, ma anche impauriti da una politica che dimostra tutta la sua incapacità di risolvere i problemi del Paese e si condanna a chiedere sempre più soldi ai cittadini senza mai cambiare niente. L’istinto di difendere i propri interessi di fronte a tale incapacità è una componente importante della resistenza del centro destra così come lo è il disinteresse e l’ostilità per tutto ciò che parla di collettività, di legalità e di Stato. È un bel pezzo d’Italia che pensa ai fatti suoi o che non vede al di là dei suoi interessi e che ha trovato in Berlusconi il suo eroe.

Il PD è il grande sconfitto insieme ad altri piccoli sconfitti come la lista di Ingroia che conferma la marginalità di una sinistra legata a schemi e messaggi ormai superati. Il problema italiano a questo punto non è più solo l’assenza di una destra rispettabile e credibile (come si è detto per anni), ma è anche quello dell’incapacità di affermare una parte riformista in grado di avere i numeri per governare. Il PD doveva essere da anni il punto di riferimento sicuro per l’Italia che voleva voltare pagina e allontanarsi dal berlusconismo; era nato per questo, ma fin dall’inizio è apparso ostaggio di gruppi dirigenti e di professionisti della politica depositari di una cultura vecchia, la cultura della supremazia della “macchina” partito (e di tutti i suoi privilegi) sui cittadini.

Non ci voleva molto per capire che l’insofferenza era arrivata a livelli molto alti e per accorgersi che il movimento di Beppe Grillo stava crescendo su questa rivolta. I dirigenti e gli eletti del PD pensavano di amministrare un patrimonio di consensi che spettava loro perché la rete dei contatti che gestivano confermava la loro centralità. Non si accorgevano che coltivare le amicizie e i rapporti con altri gruppi dirigenti anche nel mondo dell’associazionismo e del sindacato non voleva dire automaticamente avere il consenso dell’opinione pubblica. La cultura dei rapporti di vertice praticata fino alla dimensione più piccola ha impastoiato l’attività politica in una miriade di accordi e compromessi che sono diventati la cifra politica e culturale del PD a tutti i livelli dall’ultimo consigliere municipale al segretario nazionale. Di qui l’incapacità di parlare un linguaggio chiaro e di fare scelte nette e coraggiose. Bersani ha incarnato questo modello sia dirigendo il partito che comunicando in maniera opaca con l’opinione pubblica.  Ora non gli resta che gestire questa fase avviando un rinnovamento drastico nel suo partito e andare a nuove elezioni su basi e con persone diverse da quelle di adesso in buona parte espressione della vecchia politica degli accordi e delle spartizioni. Cosa ci facevano in lista i consiglieri regionali del Lazio complici e beneficiari dell’uso truffaldino dei soldi pubblici? E cosa ci faceva Sposetti amministratore del defunto PDS e protagonista del vergognoso sistema di finanziamento dei partiti che è stata una delle cause della ribellione dei cittadini? Questo era il volto “nuovo” con cui il PD voleva vincere le elezioni?

Il M5S è un movimento nuovo e dovrà crescere e strutturarsi. Grillo ha fatto un capolavoro ergendosi a tutore di un luogo di confronto libero nel quale è potuta crescere una partecipazione alla politica da cittadini senza alcun connotato ideologico. Esattamente ciò di cui si avvertiva la necessità da almeno venti anni. Una partecipazione basata sul rapporto fondamentale tra cittadino e Stato e che non aveva bisogno di un partito che si mettesse in mezzo con la pretesa di venire prima dello Stato. La cultura dei partiti ha affermato nei fatti (e anche a parole) che l’appartenenza al partito prevaleva su quella di cittadino. Prima ci si è cullati con le appartenenze di classe, poi si è passati a quelle ideologiche, poi a quelle di partito, di gruppo, di sindacato, infine a quelle basate su puri legami di fedeltà personale e su interessi di cordata.

La semplice verità che i partiti in Italia erano diventati l’antistato con in mano tutte le leve del potere e che lucravano su questa rendita di posizione non è apparsa chiara a tanti fino a che l’esplosione degli scandali ha mostrato una realtà incredibile nella quale tutto ciò che è pubblico è diventato lo strumento di potere e di arricchimento di gruppi privati con funzioni pubbliche come i partiti. Che non a caso, come i sindacati, hanno sempre rifiutato ogni disciplina e ogni controllo.

Ecco da dove nasce la vittoria del M5S, ed ecco cosa significa la riscoperta della cittadinanza attiva che mette in contatto il cittadino con le istituzioni pubbliche come primo atto politico fondante dello Stato.

Se qualcuno lo capirà l’Italia potrà ripartire su basi nuove ossia con formazioni politiche profondamente diverse da quelle attuali e non bisogna avere paura di nuove elezioni se si imbocca questa strada. Un’altra non ce n’è e non c’è più tempo. È inutile pensare a grandi alleanze o, peggio, a governi tecnici che certifichino ancora il fallimento dei partiti. Tutto è già accaduto e oggi tutto è anche cambiato.

Claudio Lombardi

Il Movimento 5 Stelle alla grande prova (di Claudio Lombardi)

Il fatto del giorno è la paura che il M5S “faccia il botto” ossia che prenda tanti voti da sconvolgere gli equilibri parlamentari e da impedire di formare un governo in grado di governare per tutta la legislatura. Certo, se capitasse proprio questo le responsabilità sarebbero anche di altri perché non si può imputare ad un movimento in gestazione da non pochi anni di togliere spazio ai partiti che aspirano a governare.

La prima è più grande responsabilità sarebbe di un sistema elettorale iniquo che nessun partito ha potuto o voluto modificare. La seconda sarebbe nell’onnipresente italico “culto” dei particolarismi che rende improponibile raggiungere intese fra forze simili su piattaforme e programmi di compromesso. No, ognuno rivendica l’indispensabilità del proprio ruolo e, pur sapendo che non alcuna possibilità di affermarsi, non rinuncia a stare in campo senza patteggiare nulla. Un sistema elettorale a doppio turno costringerebbe tutti a ridimensionare quest’ansia di protagonismo. Speriamo che la prossima legislatura ce lo porti in dono.

In ogni caso Grillo si è assunto una grande responsabilità. Suscitare una partecipazione così vasta e vera (perché non guidata da clientelismi e voti di scambio) significa impegnarsi al massimo a non deludere le aspettative. Molto si è scritto sui limiti del consenso che riscuote il M5S. Che sia l’occasione per sfogare una rabbia generica verso tutto ciò che non funziona in questo Paese è sicuro, che questo sfogo non porti con sé una altrettanto grande carica di ricostruzione pure. Ma questi sono i limiti di ogni consenso politico e non dovrebbero stupire gli osservatori dei fatti italiani dove di voti estorti, comprati, rubati, scambiati ecc ecc se ne sono visti molti. E tutto si può dire del M5S tranne che rientri in questa casistica.

Detto ciò i veri limiti del M5S sembrano due: uno che guarda all’interno di un movimento troppo liquido e destrutturato, ma estremamente accentrato ed autoritario nelle leve di comando; l’altro che consiste in un programma tuttora indefinito e generico non adeguato alle percentuali elettorali di cui è accreditato il M5S.

Che questi limiti siano ben presenti a tanti militanti di quel movimento è testimoniato dalle interviste raccolte alle manifestazioni nelle quali molti precisano che lo stile e i discorsi di Grillo non corrispondono esattamente a quello che pensa la base e che il programma dovrà necessariamente essere ricalibrato strada facendo.

Ovviamente tanti altri dichiarano che mai scenderanno a compromessi con chiunque stia dentro i partiti e che tutto va bene così com’è e, mancando sedi di confronto e di misurazione democratica del consenso, non si sa quale sia la linea prevalente nel movimento.

In ogni caso è lecito pensare che molto cambierà dopo le elezioni perché i tanti che saranno eletti dovranno decidere che fare e se tenteranno di attuare il programma si troveranno davanti all’impossibilità di tradurre in atti concreti condivisi da tutti (eletti e movimento) l’elenco scoordinato di proposte contenute nella piattaforma sulla quale hanno preso i voti.

La verità è che anche nell’era di internet cliccare su un “mi piace” non è sufficiente per fare la scelta giusta quando si tratta di scegliere quali diritti tutelare e come farlo e quali decisioni di governo prendere giorno per giorno nelle aule parlamentari. A meno che non ci si confini da subito in una dimensione di pura testimonianza. La partecipazione democratica è vitale per il sistema, ma è difficile e la politica è anche impegno per realizzare un progetto e presto il M5S rischia di scoprire che non ne ha uno perché nasce come e tuttora prevale il suo essere una cassa di risonanza di un impasto di proteste, mugugni, rancori, aspirazioni, intenzioni, belle idee tenute insieme dalle doti di un tribuno di grande capacità come Beppe Grillo. Un grande cambiamento è auspicabile e necessario anche nel M5S.

Claudio Lombardi

Questa volta Berlusconi non vince: l’Italia è meglio di lui (di Teresa Petrangolini)

Nonostante sia sempre stata una profonda antiberlusconiana – è una questione di pelle -, non ho mai scritto niente sul perché votare Berlusconi sia “farsi del male da soli”, parafrasando Fiorello. La stessa Cittadinanzattiva è sempre intervenuta sulle cose che il Governo Berlusconi faceva, criticandole anche duramente, ma non ha mai fatto una battaglia contro di lui. I commenti, le critiche, le ingiurie, gli sberleffi sono sempre stati tanti e spesso lo hanno addirittura rafforzato, secondo il principio che dice che parlar male di una persona, ma comunque parlarne, porta pubblicità al destinatario. Ho anche provato fastidio negli anni passati ad ascoltare una sinistra che trovava la sua ragion d’essere nell’opposizione a Berlusconi, schiacciata su di lui e vittima essa stessa del gioco del cavaliere. Che sospiro di sollievo quando se ne è dovuto andare! Quanta riconoscenza per Napolitano che ci ha salvato da un incubo!

E adesso ci riprova. Ma sono certa che non ce la farà perché ci siamo tutti abituati a respirare un’altra aria e siamo meno propensi a farci imbrogliare, anche se le cose vanno male e siamo tutti molto più poveri di prima. Monti ci ha fatto soffrire parecchio ed è difficile oggi vedere uno spiraglio per lo sviluppo del paese, ma Berlusconi non ci può fare nulla per migliorare la nostra condizione, la può solo peggiorare, rompendo i legami internazionali e con l’Europa, portando bugie ed incompetenza al governo del paese.

Vorrei enumerare le ragioni profonde per cui la maggioranza degli italiani non lo voteranno:

–          È una persona moralmente discutibile. Lo testimoniano i processi contro di lui, le amicizie che ha, la facilità con cui si è arricchito, i personaggi che ha portato sia in Parlamento e al governo sia nelle amministrazioni regionali e locali. Non dimentichiamo l’ultimo in ordine di tempo: Fiorito.

–          Vede la politica come una farsa, una recita, in cui frasi ed azioni sono dettate dai sondaggi e non dalle cose vere, dai propri pensieri. In questa recita bisogna sempre aggredire qualcuno, vedere un nemico, costruirselo, come ha fatto con la magistratura. La politica è una cosa seria e lui l’ha resa, producendo purtroppo vari emuli in diverse formazioni politiche, un espediente per raggiungere altri fini . Non è l’unico ma è il simbolo vivente della politica fatta per sé e non per gli altri,

–          E’ profondamente antidemocratico. In un giorno un partito che stava per fare le primarie è ritornato ad essere la sua azienda con gli esponenti del Pdl come dipendenti. Questa svolta ha inoltre reso impossibile cambiare la legge elettorale. Così continueremo ad essere tutti antidemocratici, andando a votare liste bloccate e ritardando un processo di rinnovamento della politica che faticosamente si stava avviando.

–          E’ incompetente perché pensa che i problemi del paese si risolvano in modo semplicistico, con le ricette finte, con le promesse, salvo poi essere obbligati a fare provvedimenti micidiali come quelli che ha fatto, lui e non Monti, tagliando quasi completamente la spesa sociale e massacrando il Servizio Sanitario Nazionale, facendo allo stesso tempo finta di niente, anzi affermando che tutto andava bene e che i ristoranti erano pieni.

Qualche anno fa stavamo meglio, era più facile sorvolare su questioni così gravi (e non sono tutte). Oggi le vicissitudini della vita, la rabbia nel vedere le cose che non cambiano, la voglia di non litigare ma di risolvere i problemi, ci spingono ad essere più attenti, meno ingenui e illusi, più interessati alla cosa pubblica. Berlusconi incarna sicuramente un certo tipo di italiano, furbo, individualista, refrattario alle regole, come dicono in molti. Ma l’Italia in generale ha imparato sulla sua pelle a dover essere meglio di lui.

Teresa Petrangolini da www.teresapetrangolini.it

Legge elettorale: la grande truffa dei soliti noti (di Claudio Lombardi)

Un tagliente articolo di Roberto D’Alimonte sul Sole 24ore del 15 novembre descrive, come meglio non si potrebbe, la sceneggiata della legge elettorale. Ripercorriamone le parti principali.

“Sulla riforma elettorale si sta consumando un altro colpo di mano da parte della maggioranza di centrodestra. Il primo è stato quello del 2005 quando Berlusconi, Casini, Fini e Bossi hanno approvato una riforma elettorale usando la maggioranza che avevano in Parlamento per impedire alla sinistra di vincere. Adesso lo schema si ripete. La legge approvata nel 2005 non va più bene alla destra perché oggi farebbe vincere il Pd. E allora, come se fosse una cosa normale, si cambiano di nuovo le regole a pochi mesi dal voto.”

D’Alimonte non nega che ci voglia una modifica dell’attuale legge elettorale, ma precisa che farlo adesso sarebbe una farsa e io aggiungo una truffa. Quella nuova proposta sempre dagli stessi imbroglioni prevede una soglia per il premio di maggioranza del 42,5% . Perché proprio quella cifra? Ma perché i sondaggi dicono che oggi nessuna coalizione potrebbe raggiungerla. E così si tornerebbe automaticamente al proporzionale con tutti i poteri di ricatto per partiti e gruppi di potere che potrebbero vendere a caro prezzo i loro voti. Nulla di nuovo sotto il sole. Il centro destra è abituato a vendere e a comprare a suon di soldi e di favori qualunque cosa e ne abbiamo avuto molteplici esempi nella vita politica e in quella privata a cominciare dal loro capo Silvio Berlusconi. Privi di principi che non siano la pura e semplice conquista del potere e i soldi ora abbracciano l’esatto contrario di quello che sostennero 7 anni fa.

Continua D’Alimonte: “E così una questione delicata come una riforma elettorale che dovrebbe favorire la governabilità del paese in un momento così difficile è stata trasformata in una trattativa che assomiglia a un mercato in cui l’esito finale dipende esclusivamente dalla forza contrattuale dei contendenti.” “In questa trattativa però il Pdl ha il coltello dalla parte del manico. E qui sta un altro paradosso dell’attuale situazione. Mentre il partito di Berlusconi si è indebolito nel paese, in Parlamento il suo gruppo parlamentare vota compatto come una falange macedone. Per questo il Cavaliere può imporre la riforma elettorale che gli fa più comodo in questo momento.”

Dice D’Alimonte che oggi lo possono fare anche perché manca la pressione di un referendum come ci fu nel 1993 (prima riforma) e manca la spinta dell’opinione pubblica che non si appassiona alla riforma elettorale.

Il rischio è che, mentre sale la protesta contro la corruzione dei vecchi partiti e contro lo strapotere che hanno esercitato senza ritegno e mentre la maggioranza berlusconiana è ancora intatta dentro al Parlamento, si prepari una truffa contro gli italiani con una legge proporzionale che serve solo a quelli della vecchia maggioranza per conservare ancora un potere di ricatto. Tutto ciò per l’Italia avrebbe conseguenze drammatiche. Anche perché è prevedibile che molti dei vecchi politici si camufferanno dietro finte liste civiche in modo da dirottare a loro favore almeno un po’ della protesta che dilaga fra gli italiani. Il risultato sarebbe un Parlamento pieno di gruppi e gruppetti in competizione per avere una fetta di potere e tutti pronti a vendere a caro prezzo i loro voti, probabilmente indispensabili per comporre una maggioranza di governo.

A questo punto resta una sola possibilità che adombra anche D’Alimonte nel suo articolo: andare a votare con la legge attuale e con il solenne impegno dei probabili vincitori – il centro sinistra – ad approvare all’inizio della legislatura una nuova legge elettorale uninominale a doppio turno l’unica che concilia rappresentanza e governabilità. Andare a votare al più presto non c’è più tempo da perdere con un Parlamento che non rappresenta più gli italiani.

Claudio Lombardi