La retromarcia del governo M5S Lega

Se gli italiani fossero tutti consapevoli della situazione del loro Paese dovrebbero arrabbiarsi con il governo M5S Lega. Rivisto adesso il film degli ultimi mesi sembra la brutta copia di una sceneggiata di una compagnia teatrale raffazzonata. Di Maio e compagni sul balcone che esultano per il deficit al 2,4%, la dichiarazione di voler “abolire la povertà”, Salvini che si esibisce nella parodia del fascista del terzo millennio (“me ne frego”, “tireremo dritto”, “chi si ferma è perduto”, “aspetto la letterina di Babbo Natale”). E poi le minacce di crisi di governo, la rivendicazione della sovranità assoluta in regime di moneta unica con altri 18 stati, lo sbeffeggiamento dei “burocrati” europei che sarebbero destinati a sparire dalla scena, l’attesa magica delle elezioni di maggio 2019 per avere una maggioranza di nazionalisti al vertice dell’Europa.

Tutta questa buffonata si è dissolta non appena la Commissione Europea ha detto che le regole si rispettano. Salvini e Di Maio hanno sbattuto il muso sulla dura realtà: i tanto deprecati “burocrati” europei hanno dietro i governi nessuno dei quali, a cominciare dai nazionalisti dell’Ungheria e dell’Austria, ha aperto il sia pur minimo spiraglio a favore dell’Italia.

Nel frattempo è arrivato il flop dell’asta dei Btp della settimana scorsa con la quale si dovevano raccogliere soldi innanzitutto tra i risparmiatori italiani. Ebbene il dato complessivo è che si è arrivati a 2-2,5 miliardi di euro contro un’aspettativa di circa 9 miliardi. I risparmiatori italiani che dovrebbero rispecchiare un consenso del 60% nei confronti del governo, non si sono fidati e non hanno comprato la loro quota di titoli pubblici.

Da ieri i due capetti del governo M5S Lega hanno cambiato atteggiamento e adesso si dicono disposti a far calare un po’ il deficit e a rinviare reddito di cittadinanza e quota 100 per dare più spazio agli investimenti. Sì certo continuano a dire che tutto resterà come prima, ma è solo l’ennesima presa in giro per i gonzi che ci credono.

Bisognerebbe applaudire a quest’opera buffa che è diventato il governo del cambiamento. Erano pronti alla crociata contro l’Europa, cianciavano addirittura di 60 milioni di italiani disposti a ribellarsi alla Commissione Europea e adesso fanno marcia indietro su tutta la linea. Come mai?

Primo non valgono niente come leader e come statisti. Salvini ha avuto buon gioco ad esibirsi con la sua sbruffonaggine, ma la Lega ha dimostrato capacità di governo nei territori, non a livello nazionale dove sta mostrando una confusione di idee pari all’arroganza del suo capo. Se ne sono accorti società civile, artigiani e industriali del nord che sono già scesi in piazza a protestare e che nelle prossime settimane hanno organizzato diverse manifestazioni a Milano, Torino e in Veneto. Non era mai accaduto prima d’ora. Perché lo fanno?

Perché lo spread cioè gli interessi che paghiamo sul debito è costantemente sopra 300 punti rispetto a quello di riferimento della Germania e questo significa un analogo incremento degli interessi sul credito e un riflesso anche sui mutui che penalizza fortemente le imprese. Perché nella manovra del governo non ci sono interventi a favore di chi crea lavoro, ma anzi un aggravio fiscale per le piccole imprese. Perché la produzione si sta fermando e il governo pensa di prendere in giro tutti favoleggiando di un aumento del Pil completamente inventato. Perché finora i soli annunci del governo sono costati all’Italia 100 miliardi di euro tra maggiore spesa per interessi e diminuzione del valore della ricchezza finanziaria delle famiglie (dati Banca d’Italia). Perché dietro l’angolo c’è il rischio di un default dello Stato.

Quando? Tra pochi mesi quando il Tesoro dovrà vendere decine e decine di miliardi di titoli di Stato per finanziare la spesa corrente (stipendi, pensioni, servizi, assistenza, sanità) e c’è il rischio che la sfiducia nei confronti dell’Italia faccia ripetere il flop dei Btp di pochi giorni fa. La differenza è che siccome l’Italia campa a debito se non riesce a trovare i finanziamenti fallisce. Passi per i 7-9 miliardi di giovedì scorso, ma 40-50 miliardi che vengono a mancare sarebbero un colpo micidiale.

Ecco dove può finire la favola della sovranità declamata in chiave isolazionista dai capetti del governo. L’Italia contro tutti che esiste solo nella loro fantasia malata di ambizione e di avventurismo. E, statene certi, l’unica salvezza per noi può venire da una rinnovata solidarietà europea e dal rafforzamento dei legami con gli stati più forti che ne stanno preparando una riforma storica.

Macron e Merkel hanno indicato nella creazione di un esercito europeo e nell’istituzione di un bilancio dell’eurozona con la formazione di un fondo per gli investimenti nei paesi che ne fanno parte (ma che rispettino le regole) i due traguardi più importanti per il prossimo anno. C’è da dubitare che Lega e M5S comprendano il significato del cambio di passo che Francia e Germania stanno imprimendo al governo dell’Europa. E pensano che l’Italia ne possa star fuori? Sarebbe un crimine contro gli italiani, un atto di autolesionismo che pagheremmo a caro prezzo.

Ma l’Italia è al tappeto soprattutto perché sono venuti al pettine i nodi di un sistema di governo che ha generato un debito gigantesco ormai insostenibile. Nel debito ci sono decenni di politiche clientelari, di problemi lasciati a decantare, di assistenzialismo malato, di sostegno a un capitalismo arretrato. Piano piano anche gli elettori leghisti e penta stellati cominciano a capire che nessuna sovranità è possibile con quel debito e che la panzana di un ritorno alla lira metterebbe la pietra tombale sullo sviluppo dell’Italia per molti anni. Il nostro Paese fuori dall’euro e dall’Europa non avrebbe scampo.

Sarebbe pure ora di mettere fine alla sceneggiata del peggior governo della storia repubblicana, un’accozzaglia di esibizionisti, bulli, ignoranti, incapaci, cialtroni. Bisogna tornare a votare sperando che gli italiani capiscano la lezione e scelgano persone serie alle quali consegnare il potere

Claudio Lombardi

La risposta del governo alla Commissione Europea

Pubblichiamo un graffiante articolo di Mario Seminerio sulla risposta del governo alle osservazioni della Commissione Europea sul bilancio 2019. Tratto dal sito www.phastidio.net

E dunque il governo italiano ha replicato alla Commissione Ue, mantenendo la propria posizione: la legge di bilancio più disfunzionale della recente storia italiana non si tocca; al più, saranno previste misure di “salvaguardia” che oscillano tra l’irrealizzabile e l’autolesionistico, dopo che il ministro dell’Economia ha deciso di prestare sino alla fine la sua immagine e la sua storia professionale a questa gigantesca operazione di voto di scambio di chiaro intento suicidario per il paese.

Già ieri, dopo un tentativo (almeno secondo la stampa) di rivedere al ribasso le stime di crescita per il 2019, Giovanni Tria non aveva trovato di meglio che dettare alle agenzie il proprio pensiero, e ribadire che le stime di crescita sono frutto di “valutazione squisitamente tecnica”, e come tali “non possono diventare oggetto di negoziato alcuno dentro o fuori dal governo” .

Che non è chiaro che significhi, esattamente: in cosa si sostanzierebbe, la “valutazione tecnica”? In una stima di crescita che è ormai del tutto irrealistica, vista l’evoluzione congiunturale? E provare a fare girare nuovamente i modelli, per verificare quello che è sotto gli occhi di tutti? Oppure la “valutazione tecnica” si sostanzia nei numeri al lotto dei moltiplicatori attesi dalla manovra? E qui servono alcune precisazioni di senso logico, prima che economico.

Se la congiuntura rallenta ma il governo tiene ferma la stima di crescita, ciò significa una ed una sola cosa: che i moltiplicatori aumentano. E già qui si fatica a restare seri. Ma non è tutto. Leggendo la lettera di replica di Tria alla Commissione, si apprende che il governo italiano punta ad alcune misure di “salvaguardia”. Ad esempio, il deficit-Pil per il 2019 al 2,4% è considerato (tenetevi forte) “limite invalicabile”.

Niente meno. Il che vuol dire che il deficit sarà sottoposto a

«[…] costante monitoraggio, verificando sia la coerenza del quadro macroeconomico sottostante le ipotesi di finanza pubblica, sia l’andamento delle entrate e delle spese»

Sarebbe troppo facile segnalare al ministro che la “coerenza del quadro macroeconomico sottostante alle ipotesi di finanza pubblica” è già andata a farsi fottere, date le stime di crescita, ma quello che è ancora più surreale è che questo precetto implica che, in caso di crollo della crescita, il governo italiano promette solennemente di adottare una stretta fiscale, per esacerbarne gli effetti. Sembra quasi che l’esecutivo pensi che, data la pessima qualità della spesa pubblica, se andiamo a comprimerla riusciamo a stimolare la crescita. La realtà è che, se mai dovessero andare a difendere il “limite invalicabile” del rapporto deficit-Pil, ciò avverrà con una stretta tributaria, ed ulteriori danni.

In aggiunta, Tria “segnala” alla Commissione che la manovra è “costruita sul tendenziale e non tiene conto della crescita programmata”. Tradotto: poiché puntiamo a 1,5% e non a 0,9%, avremo circa uno 0,2% di Pil di maggiori entrate fiscali “virtuali” indotte da questa previsione, e di conseguenza il deficit-Pil andrebbe previsto al 2,2% e non al 2,4%. Meraviglioso: inventarsi la crescita per poi spendersi l’extragettito. Ci si chiede perché non immaginare un bel 2% di crescita, con tesoretto fiscale “programmatico” di 0,4%, allora. Oppure il 3%, con beneficio di 0,7%. Avremmo quadrato i conti prima e meglio, ipotizzando di avere come interlocutori la famosa colonia di gibboni. Il genio italiano della truffa, spesso ritratto nella nostra cinematografia, non è più quello di una volta, ahimè.

Segue poi, direttamente dal governo che combatte le “privatizzazioni” e vuole dare nuovo impulso allo stato imprenditore e regolatore, l’ideuzza di mettere un bel rinforzino alla discesa del rapporto debito-Pil, iscrivendo al bilancio 2019 proventi da dismissioni per ben 18 miliardi di euro, l’1% del Pil. Saranno “immobili che non servono”, si è affrettato a dire Giggino, per non irritare l’ala statalista dell’esecutivo, e magari anche revisioni ai regimi di concessione. Peccato che questi ultimi giungano a scadenza nei decenni, quindi anche la loro meritoria revisione non si materializzerà nell’arco del triennio di previsione. Ma resta sempre in essere qualche magheggio con la Cassa Depositi e Prestiti, sempre che le fondazioni bancarie e Giuseppe Guzzetti siano d’accordo.

Quanto al resto, ho già detto e scritto alla nausea: una misura sulle pensioni che fa esplodere il debito pensionistico e mette una corda al collo delle giovani generazioni, spacciata come un’epocale generazione di nuova occupazione (attenderete a lungo, ragazzi); la previsione di spesa pensionistica nel 2019 che è già del tutto sballata, secondo i calcoli dell’Ufficio parlamentare di bilancio; la necessità di avere effetti differiti dei pensionamenti “perché altrimenti la pubblica amministrazione entra in sofferenza”, con tutte quelle uscite. Abbiamo fretta di avere risultati ma non subito, perché dobbiamo limitare il tiraggio di spesa pubblica. E poi aiutiamo le imprese, come noto, con un epocale alleggerimento fiscale. Ah no, aspetta.

Dovrebbe esserci un “limite invalicabile” anche a stupidità e malafede. Purtroppo pare che quel limite, nel caso italiano, sia stato spostato enormemente più in là.

L’eterno debito pubblico

Spread, deficit e debito pubblico. Tutti i  giorni al centro dell’attenzione. Se non fosse che il debito è nostro, e che sempre noi ne paghiamo gli interessi e se non fosse che lo lasceremo ai nostri figli sarebbero anche venuti a noia. E invece bisogna parlarne e ripetere ciò che già è stato scritto perché è facile pensare che deficit, debito e spread siano affari della politica, dei burocrati di Bruxelles, delle banche e degli speculatori, magari anche occasioni per polemizzare, ma non questioni che toccano da vicino tutti. Dunque vale la pena di rifare discorsi semplici e persino banali, ma utili.

Innanzitutto tutti gli stati hanno un debito pubblico. In Europa però siamo noi ad avercelo più alto se si esclude la Grecia che è un caso a parte. Anche la spesa per interessi è un nostro primato che ci allontana dagli altri paesi europei. Lo spread ne indica la misura giorno per giorno.

Il debito non è un’imposizione perché nasce dalla decisione o dalla necessità di spendere più di quanto si incassa. Fino a che c’è uno sbilancio fra entrate e spese il debito aumenta. In cifra assoluta però perché poi il dato che conta veramente è quanto il debito sia sostenibile e questo lo indica un rapporto, quello tra valore del Pil e debito. Per esempio il debito italiano vale il 132% del Pil, quello della Germania sta intorno al 60%.

Il pareggio di bilancio non è impossibile, tanto è vero che in Europa nel 2017 tredici paesi ci sono riusciti. Così il debito non cresce e basta anche un piccolo aumento del Pil perché il rapporto tra i due cali. Riassumendo. Il caso italiano è questo: debito più grande, interessi più alti e crescita del Pil più bassa.

Comunque il debito pubblico è uno strumento di politica economica e ci possono essere periodi nei quali è persino saggio farne un po’. Il punto cruciale è però trovare finanziatori che prestino i loro soldi allo Stato ed è importante che possano fidarsi che quei titoli saranno ripagati alla scadenza o che manterranno il loro valore nel tempo. Perché questo avvenga bisogna che il debitore sia affidabile, altrimenti il prezzo della scarsa fiducia saranno interessi più elevati o persino la mancanza di acquirenti dei titoli.

Che vuol dire affidabile quando si parla di uno stato? Che chi governa abbia programmi capaci di incrementare l’economia e quindi anche le entrate fiscali. E che i comportamenti e le parole siano coerenti con questi. Se questi elementi mancano gli operatori finanziari diventano diffidenti e alzano il prezzo o si ritirano. Come è noto è successo proprio quest’anno: gli interessi sono cresciuti di molto e gli investitori esteri si sono liberati di una discreta quantità di titoli italiani. Alcuni dicono che il debito è una finzione e che non potrà mai essere restituito. Errore: il debito viene continuamente rinnovato cioè vengono rimborsati i vecchi titoli e ne vengono emessi di nuovi. infatti, l’Italia l’anno prossimo dovrà rinnovare qualcosa come 350 miliardi di euro di debito.

Per i sovranisti l’unica soluzione è tornare ad una moneta nazionale. Per loro è tutto semplice: basta che il governo ordini alla banca centrale di stampare moneta nella misura sufficiente a soddisfare tutte le necessità delle scelte politiche. Così era in Italia prima che fosse abolito l’obbligo per la Banca d’Italia di acquistare i titoli del Tesoro. Sarebbe la soluzione perfetta per qualsiasi governo. Funzionerebbe bene in un sistema chiuso, ma se il sistema chiuso non è ciò che conta è il valore della moneta e questo non lo decide il governo. L’inflazione può fare molto male alla gente comune costretta ad inseguire aumenti del costo della vita che possono raggiungere livelli impossibili da sopportare. Dunque l’opzione sovranista non può funzionare. Il problema è che il governo è composto da due forze, Lega e M5S, che fino alle elezioni facevano dell’uscita dall’euro la loro bandiera ed ora vanno avanti facendo crescere spesa corrente, tensioni e spread senza curarsi delle conseguenze. Sembra che vogliano creare la strada per un’uscita dall’euro senza dichiararlo. Ciò che è chiaro fin da oggi è che il debito salirà e la crescita non ci sarà avviando così una spirale di sprofondamento nella quale le spese assistenziali non basteranno perché l’economia creerà meno valore e richiederà meno lavoro. A quel punto si dirà che bisognerà aumentare ancora il debito per distribuire altri sussidi e così via fino al default dell’Italia. Questo è il muro contro cui andranno a sbattere i sovranisti che ci stanno governando.

Peccato. Si sta distruggendo una stabilità conquistata con molti sacrifici. Si dice che l’euro ci ha impoveriti, ma in realtà è la crisi del 2008 che ci ha colpito duramente. Se, però, fossimo stati soli a fronteggiarla sarebbe andata molto peggio. Chissà perché ci si dimentica sempre che in questi anni c’è stato un disastro nelle economie occidentali.

A questo punto il discorso dovrebbe concentrarsi sulle fragilità dell’Italia perché le polemiche correnti girano intorno a poche parole chiave – deficit, debito, spread, Europa – che non spiegano tutto e non vanno alla radice dei nostri problemi. Che non sono pochi e non hanno soluzioni semplici. Per affrontarli bisogna essere disposti a toccare interessi e convenienze che si sono formati nel corso di molti anni e a chi dipende dal voto degli elettori non conviene. Per modificare nel profondo la situazione italiana ci vuole grande lucidità politica, coraggio, una solida maggioranza di voti e tempo. Una combinazione di fattori che da molto tempo manca in Italia

Claudio Lombardi

Come riscriverei la manovra

Articolo di Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

Visto che in questo paese ogni occasione è opportuna per organizzare giochi di società ed ingannare il tempo in attesa del dissesto, oggi vorrei dedicarmi ad una “riscrittura” della manovra del nostro confuso governo pro tempore, anche per rispondere alle stucchevoli obiezioni di chi non mi legge né ascolta su base regolare ma trova modo (da anni) di uscirsene con la solita frasetta scema del tipo “fai troppe critiche, proponi qualcosa, invece”. E quindi, giochiamo.

Vediamo come rettificare le misure principali di una legge di bilancio fatta di spesa corrente con coperture una tantum, al punto che persino Moody’s ha fatto confusione (forse), oppure ha dato prova di ottimismo, pensando davvero che l’intervento sulle pensioni alla fine non andrà oltre il 2019.

Se obiettivo è quello di svecchiare gli organici, decisamente meglio prevedere dei fondi aziendali o settoriali per gestire gli “scivoli” alla pensione, sulla falsariga di quello esistente nel credito, e alimentarli con contributi datoriali e dei lavoratori, con eventuale residuale integrazione pubblica. Presentare il ritorno delle pensioni di anzianità nel paese più vecchio del mondo come misura per spingere l’inesistente staffetta generazionale, o addirittura per “rendere le aziende più competitive”, indica solo il micidiale mix di ignoranza e malafede dei proponenti. Per i seniores in azienda si potrebbe pensare a forme di part-time con protezione della contribuzione piena, comunque.

Misure come l’Ape sociale dovrebbero restare, essendo una sorta di “salvaguardia” implicita all’impianto della legge Fornero.

In luogo di reintrodurre la Cigs per cessazione, che alla fine tutela il posto di lavoro (morto) e non il lavoratore, servirebbe potenziare la Naspi.

Quanto al reddito di cittadinanza, la mia proposta è di irrobustire invece il reddito di inclusione e non fare casini col mercato del lavoro, perché qui finiremo a disincentivare l’offerta ed incentivare il nero. Il Rei è misura del tutto tardiva e quantitativamente insufficiente dei governi Pd della scorsa legislatura ma non per questo va buttata nello sciacquone. Il reddito di cittadinanza, per come è costruito e per gli importi in gioco, sarà solo una devastante rendita parassitaria travestita da ibrido tra mercato del lavoro e politiche sociali. In pratica, sarà la forma terminale del voto di scambio.

Serve poi “riqualificare” gli 80 euro di Renzi, dieci miliardi che ingessano ogni anno il bilancio dello Stato. In che modo? Due opzioni: creare l’equivalente di un EITC, cioè tax credit rimborsabile (quindi a beneficio anche degli incapienti) per aiutare i working poor, quindi mantenendo la misura legata alla presenza di lavoro. Oppure usare quei fondi per ridisegnare la curva Irpef, smorzandone la pendenza attraverso azione sulle detrazioni.

Sarebbe poi utile introdurre anche in Italia la fiscalità in base al nucleo familiare, per evolvere verso il quoziente in modo da non disincentivare l’offerta di lavoro del secondo percettore di reddito della famiglia.

Servirebbe poi prevedere altre risorse per la riduzione strutturale del cuneo fiscale, dopo che anche la scorsa legislatura è stata sprecata preferendo la via alternativa di decontribuzioni a termine o generazionali, che di conseguenza hanno favorito distorsioni del mercato del lavoro e mantenuto il tempo determinato come forma contrattuale elettiva per il datore di lavoro. Quando i costi dell’indeterminato sono elevati, così come l’incertezza (domestica ed esterna), mi pare evidente che le imprese non si fiondino ad assumere in via permanente. Ma qui purtroppo serve fare i conti con la scarsità di risorse fiscali disponibili. Di certo, se dovessi andare in guerra contro la Commissione Ue e gli altri governi europei per un ampio sforamento dei conti pubblici, lo farei per misure di questo tipo, non per demenziali misure clientelari.

In sintesi, e dopo alcune proposte certamente non esaustive: servono soldi, e tanti. Questi interventi sono il correttivo minimo ad una manovra da scappati di casa che sta mettendo il cappio attorno al collo del paese. Innegabile che nella scorsa legislatura sono state sprecate molte risorse e, se la memoria non mi inganna, ne ho scritto e parlato ad nauseam, con buona pace della memoria selettiva (e della malafede) di quanti mi chiedono conto ora. Le risorse costano, perché per definizione sono scarse, nel mondo reale. Quindi, se proprio devo cercare di lottare per prendermi margini, meglio farlo per misure differenti dalla pura spesa corrente. A proposito: ma dove sono tutti questi investimenti?

Manovra di bilancio e realtà

La manovra di bilancio impostata dal governo rivendica con orgoglio il diritto dell’Italia a scegliere la sua strada senza essere legata ai decimali del rapporto deficit/Pil. Salvini ha esibito il suo “me ne frego” (di Bruxelles) condiviso anche da Di Maio seppure in maniera più felpata come se i problemi veri potessero venire da lì. Piano piano fra gli italiani si sta facendo strada il timore che Lega e M5S vogliano davvero fare sul serio e giocare la scommessa dell’Italia troppo grande per fallire. Oppure creare l’incidente che possa giustificare il ritorno ad una moneta nazionale con la scusa di mettersi al riparo dalla speculazione finanziaria. Probabilmente entrambe le ipotesi sono vere e convivono in una coalizione i cui componenti fino a prima delle elezioni avevano fatto dell’ostilità verso l’euro la loro bandiera. E oggi? Oggi, al massimo, dicono che l’abbandono dell’euro non è nel contratto di governo oppure che è confinato nel reparto delle misure di emergenza. Insomma abbiamo capito che una possibilità c’è che nel corso del prossimo anno si attui il colpo di mano e si torni alla lira. Prima, però, si deve votare a maggio per il Parlamento europeo. Salvini e Di Maio sono certi che dalle elezioni uscirà una maggioranza di sovranisti che favorirà i loro piani. In che modo? Forse nell’unico modo possibile: provare a mantenere l’euro lasciando libertà di indebitamento ai singoli paesi. Oppure concordandone la fine.

Pure illusioni perché non è l’euro il problema dell’Italia e, meno che mai, l’Unione Europea. Lo si vede bene in questi giorni. Ancor prima di qualunque ultimatum o procedura di infrazione lo spread ha superato quota 300, ossia chi ci presta i soldi vuole più interessi da noi che non da Germania, Francia, Spagna, Portogallo ecc ecc. E li vuole a prescindere, per pura sfiducia nella stabilità italiana. Speculazione? No, semplice buonsenso. Chiunque lo farebbe, a meno che non voglia essere un benefattore.

In realtà i problemi dell’Italia affondano nel passato. Inutile prendersela con la Germania che piegherebbe l’Europa ai suoi interessi. In anni lontani dall’euro il semplice confronto dei tassi di inflazione tra Italia e Germania dimostra che tra i due paesi le diversità sono strutturali. Vediamo la serie storica 1973 – 1985.

Italia: 10,8 / 19,1 / 17 / 16,8 / 17 / 12,1 / 14,8 / 21,2 / 17,8 / 16,5 / 14,7 / 10,8 / 9,2

Germania: 7/ 7/ 5,9 / 4,3 / 3,7 / 2,7 / 4,1 / 5,4 / 6,3 / 5,3 / 3,3 / 2,4 / 2,2

Cosa suggeriscono questi dati? Instabilità contro stabilità. Instabilità che si ripercuote sul deficit, sul debito, sul valore della moneta. E sottostante una competizione economica che si gioca sul ribasso dei prezzi ottenuto con la svalutazione della lira. Salari e stipendi dietro ad arrancare per recuperare un po’ del valore perduto. E questa l’Italia a cui Salvini e Di Maio vogliono tornare quando fantasticano di recuperare sovranità? Sì, purtroppo è questa. Loro, però, sono convinti di poterla fare diversa, con la stessa flessibilità, ma senza le sue tare ereditarie. Ma veramente ci credono?

Non si direbbe a giudicare dal programma di politica economica descritto nella Nota di aggiornamento al Def 2018. Si prevede di aumentare il deficit per fare più spesa assistenziale e per mandare in pensione un po’ prima 400 mila persone. Non si punta sugli investimenti, ma come si potrebbe? L’Italia è il Paese nel quale giacciono 150 miliardi di stanziamenti già decisi per opere pubbliche che non si riesce a realizzare. Vogliamo aggiungerne altri? E per farci che? Li mettiamo come decorazione sui documenti? Una manovra di bilancio in deficit basata sulla spesa assistenziale che dovrebbe aumentare il Pil con cifre che appaiono palesemente inventate.

Persino sulla ricostruzione del ponte di Genova questo governo è riuscito a fare un pasticcio colossale. Per inseguire la smania esibizionista dei 5 stelle si sono anteposti i proclami e gli annunci al ragionamento e ci si è impiccati ai propri capricci. Dal giorno successivo al crollo, per farsi belli con gli elettori, Di Maio e Toninelli hanno proclamato la colpevolezza della società Autostrade e la sua esclusione dalla ricostruzione. Lo hanno scritto nel decreto per Genova senza considerare che la concessione è ancora operante e che Autostrade aveva e ha il dovere di ricostruire il ponte, ma che, se estromessa per decisione politica, non è detto che abbia il dovere di rimborsare lo Stato. Perlomeno fino a che un’apposita procedura amministrativa e giudiziaria non lo stabilisca. E così lo Stato metterà i soldi e inizierà una battaglia legale per farseli restituire da Autostrade. Un capolavoro di stupidità, con Genova strozzata e divisa.

Anche per le pensioni e il reddito di cittadinanza prevalgono i dubbi. La pretesa di rilanciare l’economia distribuendo soldi a pioggia ai pensionati e ai disoccupati è puerile. Potrebbe funzionare dopo una guerra, ma con l’ottava economia del mondo che significa puntare ad aumentare la spesa degli italiani con un assegno di povertà? Quale economia si pensa di rilanciare in questo modo? E poi in un Paese nel quale evasione fiscale e contributiva e lavoro nero sono una piaga storica si pensa di attribuire uno stipendiuccio a milioni di persone per non far niente? Il minimo che può accadere è che aumenti il lavoro nero e che lo Stato paghi per sempre. Basti pensare all’idiozia delle tre proposte di lavoro (congruo) che dovrebbero essere rifiutate per perdere il sussidio. Si tratterebbe di almeno 15 milioni di proposte di lavoro. Chi le dovrebbe fare? I centri per l’impiego? E da dove dovrebbero arrivare 15 milioni di proposte? Ma veramente si pensa che le aziende che assumono prenderebbero i primi di ipotetiche liste? In un mercato del lavoro che è sempre più segmentato, specializzato e con esigenze contingenti da soddisfare.

Ciò detto è chiaro che l’Eurozona non può limitarsi a difendere i parametri di bilancio. Il centro del confronto da parte di chi ha cervello deve essere questo: uscire da una rigidità su regole che non significano più niente. O l’Europa diventa un motore di sviluppo e si dota di politiche, risorse e strumenti anche economici o stavolta si rischia davvero il ritorno ad una semplice unione doganale. E allora ognuno per sé

Claudio Lombardi

L’azzardo nei conti del governo Lega M5S

In attesa della nota di aggiornamento il ministro Tria ha descritto la strategia del governo: più deficit, più crescita e meno debito. Un piano che rinnega gli impegni assunti in precedenza e sottostima il costo per il bilancio delle misure proposte.

Deficit e debito colorati di gialloverde nella Nota di aggiornamento

Come ogni anno, a fine settembre arriva il momento in cui il governo comunica i dati della Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Nadef, per gli addetti ai lavori). Il che sarebbe ordinaria amministrazione, se non fosse che tali numeri sono spesso il risultato di trattative dell’ultim’ora, cosicché le cifre diffuse ai media escono in anticipo rispetto alla relazione, cioè senza un testo ufficiale da commentare. E così gli analisti e, più di recente, il grande pubblico della politica e dei social network si esercitano a commentare titoli e interviste più che documenti ufficiali. In definitiva, però, i numeri diffusi finora – soprattutto nell’intervista del ministro Giovanni Tria al Sole-24Ore – consentono di dare una valutazione preliminare dei contenuti della Nadef.

Da quel che si sa, il governo intende mantenere il rapporto deficit-Pil al 2,4 per cento nel 2019-2021. Un deficit al 2,4 sembra un dato in netto rialzo rispetto al deficit tendenziale dello 0,9 per cento previsto per il 2019 (e lo è ancora di più sui dati previsti per gli anni successivi, che lasciamo da parte). Non è proprio così. Come ricordato dal ministro Tria nella sua intervista, lo 0,9 previsto per il 2019 era anche il risultato di una crescita 2019 prevista all’1,4 per cento. Ora però, a causa di un rallentamento in atto nel mondo e in Europa, ma in modo più pronunciato in Italia – la crescita attesa per il 2019 non arriva all’1 per cento (è +0,9, esattamente). Il che di per sé, ricorda Tria, porta il deficit tendenziale previsto all’1,2 per cento del Pil. Se poi si considera che il dato tendenziale incorporava 0,8 punti percentuali (12,4 miliardi) per l’entrata in vigore degli aumenti automatici delle imposte indirette, ecco che si arriva a un andamento tendenziale prima della manovra vicino al 2 per cento. Si potrebbe quindi concludere che il 2,4 per cento previsto dal governo per il 2019 si limita ad aggiungere un modesto +0,4 per cento (6,2 miliardi di euro) ai numeri appena citati.

C’è poi da dire che nelle intenzioni del governo il maggiore deficit ha uno scopo: vuole consentire all’economia italiana di accelerare il passo. Non a caso, il ministro dell’Economia cita una crescita dell’1,6 per il 2019 e dell’1,7 per il 2020. In effetti: con una crescita all’1,6 e un’inflazione di poco superiore all’1 per cento, il rapporto debito-Pil potrebbe scendere di un punto percentuale circa – la differenza negativa tra il 2,4 del deficit e il 3,4 del prodotto della crescita del Pil nominale (pari a 2,6) e il rapporto debito-Pil con cui potrebbe chiudersi il 2018, cioè 1,31. È algebra: 2,4 meno 3,4 fa meno 1. Proprio il numero citato da Tria nella sua intervista.

Davvero – si chiedevano dalla balconata di Palazzo Chigi – l’Europa vuole far partire una procedura di infrazione per disavanzo eccessivo per 0,4 punti di Pil? E davvero vuole farlo in presenza di un impegno a far scendere il rapporto debito-Pil di un punto percentuale l’anno?

L’azzardo nei numeri del governo

Questi numeri sono stati probabilmente condivisi dal ministro Tria con i ministri economici della Commissione. Rimane che – dopo il colloquio con Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici – Tria è ritornato a Roma a “lavorare sul bilancio”. I rilievi mossi dalla Commissione agli orientamenti di bilancio del governo Lega-M5s – per quanto non noti – possono essere di due tipi. Il primo è che ci sono impegni assunti dal governo italiano – cioè, dai precedenti governi italiani, “traditori dell’interesse nazionale” – che vincolano l’Italia a proseguire un cammino fatto di deficit gradualmente in calo e di stabilizzazione tendenza del rapporto debito-Pil. Tale orientamento, dice la Commissione, può essere – ed è già stato più volte – diluito nel tempo. Ma non può essere sovvertito come il governo italiano sembra ora voler fare. I patti devono essere rispettati, prima o poi. La flessibilità – a differenza dei diamanti – non è per sempre: lo si diceva già ai tempi del governo Renzi.

C’è poi anche un secondo rilievo che Europa, mercati e – perché no? – cittadini potrebbero sollevare. Lo sfoggio di apparente moderazione nello sforamento degli impegni implicito nei numeri dell’esecutivo (solo 0,4 punti) è in contrasto con le conquiste sbandierate da vari esponenti della maggioranza e in particolare dai rappresentanti nel governo del M5s.

Se, come ha fatto ad esempio la redazione online del Sole-24Ore, si sommano le varie misure (reddito di cittadinanza, 10 miliardi; aliquota di imposta al 15 per cento per 1,5 milioni di partite Iva, 1,5 miliardi; quota 100 (62 anni + 38 di anzianità) per superare la legge Fornero, 6-8 miliardi; risarcimenti ai truffati dalla banche, 1,5 miliardi) si arriva a più di 20 miliardi che potrebbero essere coperti solo per circa 3 miliardi con la cosiddetta “pace fiscale” (un condono per i contribuenti con pendenze con il Fisco). Il ministro dell’Economia allude anche a una “corposa spending review” di cui però non sono noti i dettagli e che in ogni caso – se attuata – attenuerebbe il carattere espansivo della manovra. Per ora insomma, dal conto mancano almeno 17 miliardi, cioè un punto intero di Pil che dovrebbe essere aggiunto al 2 per cento di deficit tendenziale. Senza contare le altre esigenze di bilancio (come spese indifferibili per vari miliardi di euro) che porterebbero il deficit programmatico del governo certamente oltre il 3 per cento. Di questo si preoccupano Europa, mercati e (alcuni) cittadini: che il governo gialloverde la faccia troppo facile e che invece sotto alle sue cifre ci sia un azzardo non raccontato o mal quantificato.

Francesco Daveri tratto da www.lavoce.info

Tria e Di Maio: il serio e l’ominicchio

“Un ministro serio i soldi li trova”, “io pretendo che trovi i soldi”. Cosa pensava di fare Di Maio ingiungendo al prof Tria di trovare i soldi per le richieste del Movimento 5 stelle? A prima vista sembra paradossale che proprio Di Maio, un giovane astuto e fortunato catapultato in un ruolo evidentemente spropositato per la sua preparazione e la sua esperienza politica e di governo, si metta a dar lezioni di serietà ad una persona di ben altro livello professionale ed intellettuale. In realtà Di Maio ci ha abituati alle sue sparate propagandistiche: l’accordo sull’Ilva era un imbroglio e non si doveva fare, la concessione ad Autostrade si doveva considerare annullata istantaneamente e così via sentenziando. Propaganda smentita dai fatti.

La spiegazione però è semplice. Di Maio ha scelto questo stile di comunicazione perché il governo ha abbondantemente superato i 100 giorni e, di fatto, non sta facendo nulla di sostanziale. Il decreto cosiddetto dignità tanto sbandierato (più problemi ai lavoratori e alle aziende invece di risolverli) e le sceneggiate sui migranti sono il magro bilancio di quattro mesi che sono già costati in perdita di fiducia alcuni miliardi di euro di aumento dei tassi di interesse sul debito pubblico e svariate decine di disinvestimento sui titoli pubblici da parte degli investitori esteri.

Con la manovra di finanza pubblica arriva il momento cruciale però, perché gli italiani hanno votato e stanno sostenendo i partiti di governo sulla base di promesse consapevolmente irreali e dunque false.

I sostenitori del governo dicono che bisogna spendere per spingere la crescita, ma le spese che loro vogliono imporre sono tutte correnti, assistenzialistiche o regali ai redditi più alti. Reddito e pensioni di cittadinanza, riduzione dell’età di pensionamento, flat tax.

Le spese correnti non generano crescita. Al massimo possono aumentare la domanda interna cioè la spesa delle persone che non è detto si indirizzi su prodotti che fanno lavorare le aziende italiane. Ammesso e non concesso che l’espansione del mercato interno sia il problema principale che affligge l’Italia.

È vero che i poveri vanno aiutati e già lo si sta facendo con il reddito di inclusione introdotto dal precedente governo. È vero che chi cerca un lavoro va sostenuto con un’indennità di disoccupazione e pure questa è una misura che già esiste e casomai va potenziata. È vero che le imposte vanno ridotte a partire dai redditi medi e pure questo è stato già fatto con i famosi 80 euro che andrebbero trasformati in una riduzione di aliquote anche per i redditi più bassi.

L’assistenzialismo ha senso se è accompagnato da politiche che puntino alla crescita economica vera cioè a far sviluppare le imprese e a migliorare la produttività del lavoro e del sistema. Se, invece, come dicono leghisti e 5 stelle, si pensa che il Pil si possa rialzare grazie all’assistenzialismo allora si preparano giorni drammatici per il nostro Paese.

I nodi veri da affrontare stanno per esempio in una cifra: 150 miliardi. È la somma degli stanziamenti per opere pubbliche che si sono cumulati nelle precedenti manovre finanziarie e che non si riesce a spendere per la lentezza del sistema decisionale ed attuativo che è il vero peso morto che schiaccia l’Italia. Se il governo si occupasse di questo insieme con il pagamento del debito verso i fornitori dello Stato già avrebbe dato un bel contributo a spingere la crescita.

Se poi volesse fare di più potrebbe riprendere alcune scelte di politica industriale introdotte da Calenda che vanno nella direzione dell’innovazione tecnologica. Oppure pensare a come superare il nanismo delle imprese italiane (al 95% di piccole e piccolissime dimensioni) che le penalizza nella concorrenza internazionale e nel campo della ricerca e sviluppo.

Ma Di Maio e Salvini preferiscono vestire i panni dei rivoluzionari intransigenti che danno voce al popolo. Ne hanno bisogno perché hanno il loro motivo di essere in una campagna elettorale permanente e, dunque, devono parlare a slogan. Se tentassero di ragionare si scontrerebbero con la realtà che è molto più dura delle loro invettive. Per questo si scagliano contro Tria, che, da persona seria quale è, non ha bisogno di fare campagna elettorale.

Ne ”Il giorno della civetta”, Leonardo Sciascia fa pronunciare al boss Don Mariano Arena un breve discorso sull’umanità. Eccolo:

Io ho una certa pratica del mondo. E quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà”. Pochissimi gli uomini, i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi, che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù, i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà. Che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre”.

La categoria degli ominicchi sembra tagliata su misura per i due “rivoluzionari” al governo, ma in particolare per Di Maio che non può nemmeno vantare l’esperienza politica di Salvini. Il guaio è che quando uomini così ricevono un consenso sproporzionato alle loro capacità il rischio che lo usino male è una certezza

Claudio Lombardi