L’Europa che verrà (forse)

No, l’Europa così non va. Se non cambia radicalmente va a morire. Occorrono scelte drastiche. E poi pessimismo dichiarato (da alcuni). Sfiducia che il nuovo Parlamento europeo possa imporsi sulle logiche intergovernative. Sfiducia anche sui neo eletti. Sembrerà strano, ma questo è il clima di un affollato incontro organizzato a Roma dal Centro studi europolitica e dal Movimento federalista europeo.

Giornalisti, docenti universitari, ricercatori, addetti ai lavori, più un discreto numero di semplici cultori della materia  hanno discusso intensamente per tre ore sui risultati delle elezioni europee. Il tono generale (con alcune eccezioni) è quello descritto all’inizio: critica, pessimismo, una ragionevole sfiducia, ma anche la determinazione di chi ha le idee ben chiare in testa. Se riteniamo ancora valido il motto reso celebre da Antonio Gramsci “pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”, accanto alla parte analitica dovrebbe sempre esserci anche l’entusiasmo per una parte propositiva che indichi la direzione verso la quale andare. Che, infatti, c’è stata. E non potrebbe essere diversamente visto che gli organizzatori dell’incontro e (quasi) tutti quelli che hanno preso la parola condividono l’obiettivo del federalismo. E allora cos’è che li lascia insoddisfatti?

No, non è il successo elettorale di Salvini. E nemmeno l’affermazione delle liste sovraniste che, comunque, non pregiudica una maggioranza di europeisti nel Parlamento europeo. Non è questo il livello dell’analisi che ha prevalso nella discussione. L’Europa che si è affermata negli ultimi vent’anni ha tradito le aspettative di chi pensava che con il passaggio all’Unione e alla moneta comune la strada verso una dimensione politica era ormai stata imboccata. Invece è dai primi anni 2000 che tutto si è come congelato in attesa di una svolta che ancora non si vede e che non si sa se e come riuscirà a definirsi. In tanti anni nelle istituzioni europee e nelle politiche è cambiato pochissimo e l’euro si è trasformato in una serie di parametri contabili sempre più vuoti di senso perchè lasciati da soli a testimoniare un progetto che aveva ben altre ambizioni. Dando, ovviamente per acquisiti, stabilità nei cambi e tutela dalle bufere finanziarie.

Ancora e sempre gli stati hanno scelto di presidiare i loro interessi bloccando l’evoluzione verso la condivisione delle politiche. Ma l’opinione pubblica ha capito tutt’altro e prendersela con l’Europa è diventato un luogo comune fra i più abusati. Di ciò che accadeva realmente dentro i palazzi dell’Unione ben poco si sapeva o non veniva messo in risalto. Eppure per anni è stato quanto di più simile ad un acceso confronto tra”sovranismi” ci potesse essere tra stati che formalmente erano impegnati a costruire un’integrazione politica. Basti pensare che il dibattito più acceso e la più forte critica che si è sviluppata nell’ultimo decennio si è concentrata sul rigore richiesto nei conti pubblici. Rigore sì. Rigore no. La contabilità dei deficit e dei debiti come  principale se non unico terreno sul quale si misurava il vincolo dell’Unione. Quale messaggio è stato mandato alle opinioni pubbliche? Quali valori, quali fini che identificavano l’Europa nel mondo?

Qualcuno nel dibattito ha osservato che se le istituzioni europee si sono occupate di questioni di minore rilevanza (dalle cozze, alle mozzarelle, alle prese di corrente) trascurandone altre di ben maggiore impatto ciò è stato dovuto non ai “burocrati” di Bruxelles, bensì alle scelte imposte dai governi. Che ancora non si rendono conto che l’ambiente, le piattaforme informatiche e di comunicazione, la ricerca tecnologica, l’energia sono gli ambiti nei quali l’elaborazione di politiche europee non solo è urgente, ma è vitale. Attardarsi in modelli che risalgono a 40 anni fa e che mettono al centro i sussidi per l’agricoltura oppure regolamenti di dettaglio mette a rischio il futuro. L’Europa può riconquistare valore e senso se è capace di porsi come guida di livello continentale. Usa, Cina, India, Russia (e Africa nel futuro?): questi sono gli interlocutori con i quali si deve confrontare non un gioco di equilibri instabili raggiunti, di volta in volta, tra 28 paesi, ma una unione che ha una sua politica, un suo bilancio, una sua struttura di difesa.

Per assurdo bisogna ringraziare i sovranisti. Se in queste elezioni l’afflusso alle urne è stato rilevante lo si deve all’allarme che hanno suscitato. È un fatto che in campagna elettorale si è parlato di Europa per portare a segno un attacco e per reagire ad esso. Il filo conduttore è stato sempre quello dei migranti e dei soldi. E già solo questo rivela la miseria di ciò che è stato fatto dalle forze politiche che si definivano europeiste nel corso degli anni. Dove stavano i temi sui quali l’Europa doveva spiegare senso e finalità della sua esistenza? Perché per anni i governi (e le forze politiche che li guidavano) non hanno trovato di meglio che perpetuare la dimensione intergovernativa nella quale veniva etichettato come “Europa” ciò che era soltanto un accordo tra stati?

Restano enormi lacune nell’informazione delle opinioni pubbliche. E forse da qui si potrebbe ripartire. Bisognerebbe riprendere il lavoro daccapo, ed è probabilmente questa l’opportunità della fase storica che si apre: ricominciare. Per fortuna i sovranisti non molleranno e forse la paura potrà spingere molti ad uscire dalla riposante posizione di chi amministra un patrimonio dato per scontato.

Claudio Lombardi

Perché bisogna votare alle elezioni europee

Gli ultimi due articoli di Claudio Lombardi ci dicono che cos’è il Parlamento Europeo che tra qualche giorno andremo a rieleggere e quali vantaggi ricaviamo noi tutti dall’essere dentro l’Europa. Ci parlano anche dei limiti attuali dell’Europa: il Parlamento è molto debole rispetto al Consiglio. E la Commissione Europea, che riceve insulti ogni giorno da parte dei componenti del nostro governo attuale, come se fosse un’accolita di burocrati sganciata dai singoli Stati, è composta invece da membri indicati dai governi nazionali, ed ha prevalentemente il compito di vigilare sulle decisioni dei singoli Stati e del Parlamento UE.

Bisogna aggiungere che la Banca Centrale Europea non ha l’autonomia ed i poteri che negli Stati Uniti ha la Federal Reserve: la BCE è il perno del sistema delle banche centrali degli stati europei. Il suo compito principale è quello di mantenere la stabilità dei prezzi e regolare il tasso d’inflazione, mentre la Federal Reserve americana, organo di uno Stato Federale come gli USA, dove sulla scelta Federazione/Confederazione si è consumata una guerra civile verso la metà dell’ottocento, ha il compito di promuovere la stabilità dei prezzi, di regolare l’inflazione, ma anche garantire la piena occupazione.

Tutta questa costruzione sembra essere ancora troppo squilibrata, come ogni costruzione in corso d’opera. Non è del tutto Confederazione perchè c’è già un Parlamento eletto direttamente dai cittadini, non è ancora Federazione perchè gli Stati nazionali hanno un peso preponderante rispetto a quello del Parlamento, e sulle materie fondamentali possono persino esercitare il potere di veto. E la Commissione non è un Governo, ma un organo di verifica e controllo con soli poteri sanzionatori.

Così non può durare perchè intanto il mondo continua a cambiare rapidamente. Non ha una politica estera e della difesa comuni, politiche ambientali, fiscali, di welfare e sull’immigrazione comuni. E’ quindi un nano politico dentro i processi di globalizzazione, a confronto con i giganti rappresentati, per fare solo qualche esempio, dagli USA, dalla Russia, dalla Cina, dai quali rischia ogni giorno di essere stritolata e sbriciolata nei molti Stati che la compongono. E’ ricchissima sul piano economico, commerciale e culturale, ma politicamente debole. E fa gola ai lupi del mondo, che non hanno bisogno di nuove guerre per ridurci in macerie non solo metaforiche.

E’ su questo che si vota nelle prossime elezioni.

Ci sono i partiti europeisti, che appartengono alle tradizionali famiglie politiche che, sia pure in maniera diversa, vogliono un rafforzamento dell’Unione sviluppandone rapidamente le caratteristiche Federali (Popolari, Socialdemocratici, Liberali, Verdi) per rendere l’Europa un sicuro e solido protagonista a livello mondiale.

E ci sono i cosiddetti sovranisti, i nazionalisti, le destre estreme, che vogliono riportare indietro l’orologio della Storia, ritornando ai tempi in cui l’Europa era solo un’espressione geografica, o al massimo un’area di libero scambio. Imboccando questa strada, quella del gambero, i Paesi Europei nel loro insieme diventerebbero in poco tempo, come ho già detto, delle colonie delle grandi potenze.

Dice bene Lombardi quindi quando scrive dei vantaggi dello stare dentro l’Europa e dentro l’Euro e di quali sarebbero gli svantaggi ad abbandonarli, che di solito i sovranisti, espertissimi  in fake news, tacciono confidando nella buona fede della gente, non so se per furbizia o per ignoranza. Ma l’Europa che abbiamo non basta: bisogna aumentare i processi di coesione e di integrazione. Soprattutto bisogna rafforzare le funzioni del Parlamento e trasformare la Commissione in un organo di Governo.

Per questo guardo con interesse alla proposta di Carlo Calenda, capolista PD nel Nord Est, di lavorare alla costituzione, subito dopo le elezioni, di un gruppo di lavoro composto dai rappresentanti autorevoli dei Paesi fondatori dell’Europa, per aprire una nuova fase costituente. Potrebbe riunirsi a Roma, dove vennero firmati i famosi Trattati del lontano 1957 per la Costituzione della Comunità Economica Europea.

Accennando alle forze che compongono oggi il nostro Governo, che litigano disordinatamente ogni giorno su tutto frenando l’economia, e intossicano la vita sociale aumentandone il rancore, l’odio, l’invidia e lo spirito di rivalsa, in più facendo perdere credibilità internazionale al Paese intero, Lombardi scrive di una loro intenzione più volte sbandierata di ridimensionare l’Europa, o addirittura di uscirne. Voglio ricordare a tutti gli esiti caotici della Brexit, che gli inglesi stanno pagando a caro prezzo senza ancora sapere quale sarà il loro futuro. Ma voglio anche sottolineare che le nostre forze di governo avevano un piano B, più volte finito sui giornali: non uscire spontaneamente dall’Europa, ma farsi cacciar fuori per l’ostinazione di non rispettarne le regole decise insieme. Non so se siamo già al piano B, ma quello che accade mi induce a pensare che è in quella direzione che stiamo andando.

Ecco perchè voglio dire con forza che bisogna andare tutti a votare domenica prossima. Se votiamo per rafforzare l’Europa rafforziamo anche l’Italia. Viceversa il nostro destino sarà quello di lustrare le scarpe ai potenti del mondo.

Lanfranco Scalvenzi

Europa: un deficit di comunicazione e trasparenza

Affiora sempre più spesso il sospetto che dietro lo sbiadirsi della popolarità dei valori europei possano esserci anche seri deficit di trasparenza ed errori di comunicazione strutturali. I profili sotto esame sono soprattutto tre.  Il primo è il target: l’Europa sembra farsi accettare, o addirittura amare, solo dalle classi più abbienti e colte. Il secondo, legato al primo, è lo sbilanciamento dei contenuti comunicativi: si punta molto su ideali astratti, dal lontanissimo manifesto di Ventotene al recentissimo anniversario dei Trattati di Roma, e non sui benefici concreti del trovarsi in una comunità unita da valori (e anche privilegi) che nel mondo appaiono sempre più rari e preziosi. Il terzo è il sostanziale flop di comunicazione e trasparenza sui veri nemici di ogni sviluppo istituzionale dell’Europa, che sono la doppia psicosi dell’immigrazione e dell’impoverimento economico. Vediamo rapidamente questi tre punti.

Europa egoismi nazionaliIl primo elemento di debolezza

Sul primo, cioè il target positivamente raggiunto dalla comunicazione europea, non solo una percezione empirica ma anche i dati dell’Eurobarometro – sondaggio civico annuale sulle politiche europee – segnalano che il brand “Europa unita” funziona, ma non arriva a tutti. Si ferma alle classi più colte e abbienti. (….) Chi crede nell’Europa è di regola giovane, certamente per un’idea della vita più dinamica e aperta che in passato. Ma oltre il dato anagrafico, c’è quello censitario: si sentono europei tre volte su quattro i membri delle classi agiate e i titolari di studi superiori. Un dato, questo, che peraltro tende pure a diminuire (….) fasce sempre più ampie di europei colti e benestanti iniziano a diffidare di un’istituzione che non comunica un’idea comune di sviluppo e di solidarietà.

Il secondo elemento critico

Il secondo fattore di debolezza – i contenuti tipici dei messaggi – si può valutare ad occhio nudo: l’immagine europea più frequente è quella di vertici e summit con leader impegnati a scambiarsi formalità, annunci retorici e avvertimenti in codice. Da nessuna parte “passa” l’idea che l’Europa è uno dei pochi presidi di valori universali come la libertà di espressione e il pluralismo, il rispetto delle donne e la tutela dei bambini, la difesa dei diritti dei lavoratori, dei malati e degli anziani, la libertà di impresa e le misure assistenziali a sostegno alle categorie svantaggiate. Gli europei sembrano più impegnati a competere fra loro e ad autoflagellarsi per ciò che di questi valori non funziona, che a farne un vessillo e un brand planetario.

Il terzo errore

europa unitaTerzo “baco” nel sistema comunicativo europeo è l’incapacità di elaborare una politica e un messaggio comune in tema di economia e immigrazione. Sul primo punto, pesa l’immagine della locomotiva-Germania che non traina nessuno, e anzi sembra fischiare sempre più distante da tutti gli altri. Sull’immigrazione, invece, incidono gli egoismi nazionali che hanno reso quella che era “l’Europa dei 28” un insieme di monadi non comunicanti. Su questi due temi, scetticismo e paura investono quasi tre quarti dei cittadini europei.

Il “Piano D”

Le crisi, non di rado, impongono serie autoanalisi e conseguenti salti di qualità. Quando, nel 2005, da Francia e Olanda venne un chiaro segnale di allarme – la bocciatura della Costituzione europea – fu avviato il “Piano D” (Dibattito, Dialogo e Democrazia), specificato l’anno dopo nel Libro Bianco sulla Comunicazione, che faceva perno sui principi di inclusione, diversità e partecipazione. (….)

Serve una spinta “superiore”

europa mondoOggi servirebbe una spinta persino superiore, partendo da ben precise priorità. Ad esempio, il funzionamento della macchina-Stato: già percepito con forte malessere a livello nazionale, in paesi come l’Italia provoca dei veri cortocircuiti se si proietta su scala europea. “Bruxelles”, per tanti nostri concittadini, è la sede dei soprusi e dei diktat, mentre poco o nulla si fa per sottolineare come accanto ad alcune distorsioni, sia proprio “quel” sistema a dare ancora ossigeno alla nostra economia: quanti, fra coloro che inneggiano ai poteri magici della gestione nazionale del cambio, conoscono gli effetti espansivi del Quantitative Easing, e quanti capiscono cosa significherebbe davvero abbandonare l’euro? L’Europa, correttamente, indaga sul livello di efficienza e qualità delle pubbliche amministrazioni dei paesi membri e, ad esempio boccia severamente l’Italia, associandola a quasi tutti i paesi dell’Est come modello negativo di una Pa che frena lo sviluppo (secondo il l’Annual Growth Report 2016 siamo carenti soprattutto per le norme in materia di appalti pubblici, i vari ostacoli normativi alla creazione di impresa e il sistema giudiziario). Ma bisogna porsi anche un’altra domanda: sul punto cruciale della percezione di capacità e trasparenza amministrativa, l’Europa è in grado di giudicare (e correggere) se stessa?

Sergio Talamo

(qui il testo integrale dell’articolo: http://www.quotidianoentilocali.ilsole24ore.com )

La governance europea che favorisce il populismo

Un articolo di Sergio Fabbrini sul Sole 24 Ore tocca il tema cruciale della crescita del populismo in Europa. “Perché i partiti anti-europeisti (cioè contrari all’integrazione politica del continente) sono in crescita ovunque, persino in Germania?” si domanda Fabbrini. La risposta è che non si tratta solo delle politiche che persegue la Ue, ma anche del modello di governance che si è creato nella zona euro. Occorre quindi cambiare le politiche, ma anche il modo con il quale vengono assunte le decisioni in Europa. Seguiamo il ragionamento con una sintesi dell’articolo.

partiti-politiciLa crisi dei partiti ha toccato tutti i paesi europei e la tradizionale competizione fra destra e sinistra non è stata in grado di rispondere alle insoddisfazioni degli elettori. Così sono spuntate le formazioni anti-partito tutte orientate su posizioni anti-integrazione europea. È saltato lo schema che nel dopoguerra per decenni aveva ricondotto all’interno della competizione tra destra e sinistra le spinte che emergevano dalla società. Le infrastrutture politiche dello sviluppo economico post-bellico sono nate e hanno vissuto nell’ambito di questa competizione. Ciò che è accaduto a partire dalla crisi finanziaria del 2008 è stata una convergenza programmatica tra destra e sinistra che ha avuto la sua massima espressione nell’ambito delle politiche europee.

Da qui sono nati i governi di grande coalizione in Germania (2005-2009 e 2013-2017) che hanno di fatto cancellato la distinzione tra le posizioni cristiano-democratiche e quelle socialdemocratiche. Qualcosa di simile è accaduto in Francia con la sostanziale continuità programmatica delle presidenze Sarkozy e Hollande. (Anche in Italia abbiamo avuto un governo di emergenza nel quale si sono annullate le differenze tra le diverse componenti politiche).

protesta-anti-euroIl problema è che così “le nuove domande generate dal cambiamento sociale hanno finito per trovare nuovi canali per trasmettersi alla politica. Sono stati i movimenti populisti a rappresentare quelle domande, indirizzandole non solo verso il rifiuto dei partiti tradizionali (di destra e di sinistra) ma soprattutto verso il sistema euro-nazionale di cui quei partiti sono stati l’infrastruttura”. Si è così creata una nuova divisione non più tra destra e sinistra, ma tra sì e no al proseguimento dell’ integrazione europea.

Questa, tradottasi nell’integrazione monetaria e specialmente a partire dalla crisi del 2008, “ha modificato radicalmente la struttura della competizione politica all’interno dei paesi dell’Eurozona”. Tuttavia, la convergenza tra la destra e la sinistra non deriva dall’istinto di conservazione di élite politiche interessate a conservare i loro privilegi, ma, piuttosto, dal modello di governance economica che si è venuto istituzionalizzando nel corso della crisi. “In particolare, è il risultato dei vincoli regolamentari che si sono imposti sulle scelte nazionali, sull’onda della necessità di rispondere alla minaccia esistenziale del fallimento dell’euro”.

destra-sinistraIl guaio è stato che quei vincoli “hanno svuotato di significato la tradizionale competizione tra la destra e la sinistra a livello nazionale, senza promuovere contemporaneamente una altrettanto efficace competizione tra l’una e l’altra a livello sovranazionale”. Cioè si è trasferita la decisione sulle più importanti politiche economiche e finanziarie nazionali a Bruxelles determinando lo svuotamento di significato della competizione politica nazionale.

Il problema è che quelle “decisioni vengono prese in consigli intergovernativi costituiti di leader nazionali che possono trovare un accordo solamente facendo convergere le loro rispettive posizioni politiche. Se si esce da quegli accordi, si espone il proprio paese alla reazione dei mercati e all’isolamento rispetto agli altri partner europei. Se si rimane nel perimetro di quegli accordi, si alimenta la reazione anti-europeista dei partiti populisti all’interno del proprio paese”.

cambiare-stradaCome uscirne? La soluzione per Fabbrini non è solo cambiare le scelte politiche, ma cambiare il modello di integrazione, “separando chiaramente le politiche che vanno gestite insieme a Bruxelles e le politiche che debbono essere gestite individualmente dai singoli paesi”. Seguendo il suo ragionamento e tentando di completarlo, tuttavia, anche questo cambiamento non sarà sufficiente se non emergeranno indirizzi politici alternativi su scala europea. Ovvero se la principali correnti politiche europee non elaboreranno programmi differenziati  coerenti con i loro presupposti culturali. Avere come unico orizzonte i pur necessari parametri finanziari porta alla morte della politica che, però, non muore veramente, ma si trasferisce su movimenti anti-sistema e anti-Europa che hanno come unico progetto la separazione e la chiusura nei confini nazionali. Una ricetta che l’Europa ha già pagato con due guerre mondiali

Claudio Lombardi

Il caos calmo dell’ Unione Europea

Ormai da molti anni l’Unione Europea ed i suoi Stati membri sono esposti ad una serie di incertezze ed a  rischi assai significativi, i governi e  Bruxelles tamponano i problemi con soluzioni che se va bene stanno in piedi per pochi anni e se va male per pochi giorni, per molti una visione di lungo periodo appare quasi un lusso e questioni evidentemente strutturali vengono qualificate come emergenze. La Banca Centrale Europea da almeno quattro anni sta facendo politiche monetarie espansive, eppure i risultati sono scarsi perché tali scelte sono neutralizzate dalla mancanza di una politica fiscale europea e la Brexit potrebbe portarci di nuovo in recessione. Dagli attentati di Parigi si parla tanto di cooperazione ma i governi non hanno raggiunto nemmeno un accordo sullo scambio di informazioni sul traffico aereo; pochi mesi dopo un discutibile trattato sui migranti Erdogan fuga ogni dubbio sul fatto che la sua Turchia è per l’Unione un partner privo di “agibilità politica”.  A ciò si aggiungono i dubbi sulle banche dei paesi mediterranei e su Deutsche Bank.

crisi EuropaChi sperava che il referendum del 23 giugno ponesse almeno  fine alle ambiguità nel rapporto tra Londra e Bruxelles (io non ero tra questi) è stato smentito. La nuova premier britannica, Theresa May, ha subito dichiarato laconicamente che “Brexit vuol dire Brexit” ma non ha detto quando pensa di attivare l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea che disciplina l’uscita di uno Stato membro dell’Unione. Per Londra è assai importante rimanere ancorata al mercato unico, quindi il più ragionevole scenario è che i conservatori britannici inseguano una Brexit soft, con qualche restrizione in più sui migranti provenienti da altri paesi dell’Unione Europea, che di fatto ci condurrebbe ad un quadro non troppo diverso da quello dell’accordo di inizio anno tra Bruxelles e Cameron. Le alternative sul tavolo sono ancora parecchie, per questo il referendum non ha chiarito nulla e gli effetti economici della Brexit potrebbero manifestarsi solo tra diversi mesi.

brexitLa Brexit, il terrorismo, la crisi economica, la mancanza di una politica europea sulle migrazioni non sono fenomeni disgiunti, ma le tante facce di una “governance” europea inadeguata. La soluzione migliore è quella di un nucleo duro di paesi che vogliono procedere verso un unione sempre più stretta e si dotano di strumenti per una politica fiscale e per una politica estera e di difesa comune. A tale nucleo duro si potrebbero affiancare con lo status di “associato dell’unione”  una serie di paesi, quali la Gran Bretagna, molte repubbliche dell’Europa Orientale e magari anche la Turchia, la Russia e l’Ucraina. Ovviamente il riconoscimento dello status di paese associato deve essere subordinato al rispetto della democrazia e dello stato di diritto, quindi la Turchia potrà essere un partner economico e politico dell’Unione  solo se ritornerà alla democrazia, la Russia, l’Ungheria e la Polonia solo se  sposeranno i valori europei e l’Ucraina solo se ritroverà la stabilità necessaria a garantire la pacifica convivenza tra la comunità che guarda all’occidente e le minoranze di lingua russa. Fino a pochi anni fa la UE a due velocità era considerata un degenerazione del processo di integrazione europea, eppure con Maastricht, Schengen, l’euro  e la cooperazione in materia giudiziaria le velocità sono diventate molte più di due, oggi occorre fare chiarezza. La crisi iniziata con Lehman Brothers ha reso insostenibile l’Europa di Maastricht e degli anni novanta.

europa unitaL’Europa a due velocità da un lato permetterebbe, ai paesi che vogliono farlo, di fronteggiare con un bilancio comune problemi quali la disoccupazione, la deindustrializzazione, le sempre più ricorrenti crisi finanziarie, dall’altro porterebbe alla nascita di una politica estera comune che tanto è mancata in questi anni e che ha visto un’Europa inerte di fronte alla proliferazione di  polveriere come la Siria, la Libia e l’Ucraina, a regimi sempre più violenti come la Russia di Putin e l’Egitto di Al Sisi e perfino al ritorno dell’autoritarismo in Polonia ed Ungheria. Una politica estera europea strutturale dovrà finalmente affermare il principio che i regimi violenti ed autoritari non possono essere in alcun modo partner economici e politici.

Per raggiungere tali obiettivi però non basterà più Europa, servirà un’Europa profondamente diversa da quella degli ultimi dieci anni

Salvatore Sinagra

Scontro Italia Commissione UE. Puntare i piedi non basta

In questi giorni infuria una polemica tra le istituzioni europee ed il governo italiano. Il premier Renzi fa bene a dire di volersi battere per l’Europa sociale, dell’innovazione, della cultura e dell’occupazione, ma non può limitarsi a questo, occorre anche che avanzi proposte concrete altrimenti, paradossalmente, corre il rischio di stimolare i sentimenti euroscettici. Non possiamo che augurarci che Renzi stia facendo qualche forzatura per costringere i governi europei a rivedere i trattati, tuttavia in un continente impantanato sul fronte istituzionale dagli anni della bocciatura della costituzione europea; nel mezzo di una crisi economica ormai decennale e con la guerra alle porte, non è più il tempo della tattica. Servono proposte.

competizione tra statiA fine dicembre sul sole24ore è apparso un articolo in cui il governatore della banca centrale indiana Raghuram Rajan ha affermato che ormai troppi Stati sono caratterizzati da aggressivi modelli basati sulle esportazioni ed ispirati alla logica “frega il tuo vicino”. Ciò comporta rischi per tutti e di fatto benefici per nessuno. Tra l’altro, se la competizione non disciplinata avviene tra economie molto integrate come quelle che condividono la stessa moneta, ne fanno le spese paesi come quelli mediterranei ove per l’evasione fiscale e per altre ragioni i sacrifici vengono redistribuiti solo su una parte della popolazione. Si elencano qui alcune questioni su cui il governo italiano sembra poco intenzionato a creare coalizioni:

  • Politiche per la crescita

L’area euro per uscire dalla crisi ha la necessità di andare oltre la logica dell’emergenza. Serve un piano di investimenti che da un lato riesca a rilanciare domanda e occupazione, dall’altro possa avere un ritorno per la collettività. L’Iniziativa dei Cittadini Europei Newdeal4Europe chiedeva un piano di investimenti europeo, finanziato con tasse europee che si concentrasse su tecnologie del futuro e su una riconversione verde dell’economia. Il governo italiano non ha appoggiato tale iniziativa, né altre che andassero nella stessa direzione. Nel 2013 Draghi a Jackson Hole aveva fatto riferimento alla necessità di una fiscalità dell’area euro che facesse da complemento alle politiche monetarie della BCE, grandi spazi si potevano creare entrando nel dibattito sul piano Juncker. Sono state occasioni perse per la sinistra europea e per il PD

  • Eurobond

debito comune europeoIl debito in comune sarebbe preferibile ad inutili dispute su due decimali di deficit. Ovviamente tale scelta comporterebbe la necessità di un’evoluzione federale e di un ministro del bilancio dell’area euro. E’ significativo che anche l’economista anti-austerity Thomas Piketty affermi che in Europa coloro che parlano più compiutamente di federalismo e di eurobond sono i tedeschi della Merkel, mentre i socialisti di Hollande parlano di debiti in comune rifiutandosi di aprire qualsiasi dibattito sull’evoluzione federale dell’UE. Non sembra che il governo italiano sia interessato ad un’azione diplomatica su tale fronte

  • Sistema minimo di assicurazione contro la disoccupazione

Molti economisti, tra cui anche alcuni di chiara estrazione liberista come Luigi Zingales, sostengono che la tenuta dell’euro passi per uno schema minimo europeo di assicurazione contro la disoccupazione. Esistono diverse proposte abbastanza dettagliate ed una petizione del Movimento Federalista Europeo. Il ministro Padoan ed il ministro Poletti hanno affermato che il governo italiano è intenzionato a battersi per il sussidio europeo, tuttavia l’effettivo impegno del nostro esecutivo sul tema è difficile da valutare. E’ poco utile parlare di Europa sociale ed attaccare Merkel e Juncker se non si fanno proposte in tema di welfare

  • Meno competizione sui salari soprattutto da parte dei più forti

Europa egoismi nazionaliUna delle critiche correnti alla Germania è che il paese più forte d’Europa dovrebbe puntare sull’innovazione e sulla qualità, invece con Agenda 2010 ha raggiunto la piena occupazione con la contrazione salariale. Il governo italiano non sembra avere una posizione su tale questione cruciale anche ai fini della riduzione del significativo avanzo commerciale tedesco causa di squilibri nell’area euro, anzi a tratti sembra voler importare alcuni elementi negativi del modello tedesco con adattamenti di dubbio senso al contesto italiano

  • Stop alla concorrenza fiscale sleale

Da almeno quindici anni c’è una gara molto serrata per attrarre investimenti esteri abbassando le imposte sulle imprese. Prima la concorrenza fiscale è stata prerogativa dei paesi dell’est, si pensi all’Estonia che fino a qualche anno fa tassava i dividendi e non gli utili non distribuiti, poi sono stati i paesi dell’Europa del nord ad ingaggiare la lotta all’ultima aliquota. Infine lo scandalo LuxLeaks ha imbarazzato il presidente Juncker, ma avrebbe dovuto aprire se non un dibattito su una tassazione minima dei redditi delle società e dei grandi patrimoni, almeno un confronto sul coordinamento degli omologhi europei delle agenzie delle entrate e sui metodi di ripartizione delle imposte che i gruppi multinazionali, o semplicemente internazionalizzati, generano in Europa. Le pratiche dell’amministrazione lussemburghese non suscitano più perplessità di quelle irlandesi e britanniche e del regime delle holding che vige in Olanda. Scrive a proposito un giornalista belga su Le Soir che la Commissione Europea è l’unica istituzione oggi interessata alla lotta all’evasione fiscale. I governi nazionali sembrano invece sempre pronti a cedere ai ricatti delle multinazionali.

In questi anni l’Europa è stata troppo tedesca, ma ciò è avvenuto perché ben pochi hanno rappresentato un’alternativa credibile alla Merkel. Lo scontro tra Italia e Commissione UE senza concrete proposte che possano portare a cambiamenti rilevanti o peggio giocare con la germanofobia comporta rischi e non da’ alcun beneficio. Non basta urlare contro l’austerità, se Renzi vuole un’Europa diversa scelga un’agenda economica e pensi ad una coalizione.

Salvatore Sinagra

I migranti fuori dalla retorica

corona di fiori migrantiOgni volta che muore qualcuno nei barconi dei trafficanti di esseri umani si levano alti e accorati appelli contro l’orrore dei disperati che vogliono fuggire dall’Africa e trasferirsi in Europa.

Da che mondo è mondo nessuno mai ha fermato le migrazioni degli esseri umani. Se la razza umana non fosse nomade per sua natura adesso staremmo tutti in Africa dove è diventato bipede il primo ominide. Ovviamente le migrazioni sono sempre state accompagnate da tragedie rispetto alle quali le morti nel Mediterraneo sembrano cosa lieve, molto lieve, ma inaccettabile (e per fortuna!) per la nostra sensibilità di occidentali nel XXI secolo.

Guerre, massacri di intere popolazioni, distruzioni, scontri cruenti  di ogni tipo hanno costantemente accompagnato le migrazioni. La favola di un’umanità che si sposta sul pianeta Terra in amorosa concordia non può essere proposta nemmeno ai bambini talmente è irreale. L’idea di un occidente che organizza la migrazione di milioni di persone andando a prelevarle nei loro paesi senza limiti di numero e assicurando a tutti casa e lavoro sulla base del “sacro principio” di accoglienza è talmente fuori dalla realtà che rischia di scatenare la reazione opposta.

barcone migrantiCiò detto bisogna pure fare delle scelte politiche più sensate di quelle che sono state fatte sinora perché le scelte politiche hanno sostituito le guerre e i massacri (in occidente oggi è così e speriamo lo sia per sempre). Innanzitutto, come ripetono in tanti, queste scelte devono essere compiute a livello europeo perché la destinazione dei migranti è l’Europa e non solo l’Italia. In secondo luogo bisogna puntare a limitare le partenze selezionando sul posto le richieste di asilo e aiutando i popoli a vivere meglio nei loro territori perché i paesi europei non hanno capacità illimitate di accoglienza.

In terzo luogo chi chiede asilo lo deve chiedere a tutti i paesi dell’UE che devono ripartire gli arrivi sulla base di scelte condivise. In quarto luogo e infine il trasporto deve essere realizzato a spese e con la garanzia dell’UE.

Soltanto così si riuscirà a gestire un fenomeno epocale che l’Italia da sola non può fronteggiare. La missione “Mare nostrum” è un generoso tentativo di fare qualcosa che costa molto e incentiva gli scafisti a mettere in mare imbarcazioni destinate al naufragio sapendo che, probabilmente, una nave militare italiana salverà i migranti. Continuare così non serve a nulla: o c’è una svolta o arrendiamoci al prezzo da pagare ad una migrazione di massa lasciata a se stessa

Claudio Lombardi

Dietro il populismo (di Tito Boeri)

Perché in tutta Europa si affermano i partiti populisti? Basta guardare al profilo per età del voto populista, giovane al Sud e vecchio al Nord. E la soluzione passa allora per politiche europee che sappiano affrontare davvero il problema della disoccupazione giovanile nei paesi più periferici.

onda del populismoSQUILIBRI E SPINTE MIGRATORIE

Se si pensa all’Unione Europea come a un unico paese e si guarda alla diseguaglianza dei redditi, concentrandosi in particolare sui giovani, si comprendono bene le ragioni che stanno dietro alla vittoria dei movimenti populisti alle elezioni europee.

L’indice più comune per misurare la diseguaglianza, il coefficiente di Gini, tra i redditi delle famiglie con capofamiglia di meno di 30 anni è cresciuto marcatamente in tutto il periodo della grande recessione e della crisi del debito dell’Eurozona. È passato dal 28,5 per cento nel 2007 al 31,5 per cento nel 2011: un aumento del 10 per cento. E il rapporto “primi dieci-ultimi dieci” è aumentato in maniera simile, da 4 a 5: significa che il reddito medio nel decile più alto nella distribuzione è ora cinque volte maggiore del reddito medio nel decile più basso.

L’aumento della disuguaglianza tra i giovani non è dovuto, come per gli altri gruppi d’età, a una concentrazione nella parte più alta della scala dei redditi, con alcune persone molto ricche che aumentano la loro distanza dal resto della popolazione. I giovani, che già all’inizio della crisi erano sottorappresentati nella parte più alta della distribuzione del reddito, sono oggi una percentuale ancora minore rispetto agli altri gruppi di età.

disuguaglianzaLa diseguaglianza dei redditi è aumentata principalmente a causa delle differenze nei livelli di disoccupazione giovanile. In Grecia e Spagna i tassi di disoccupazione in quella fascia sono oltre il 50 per cento, in Italia sopra il 40 per cento, mentre in Austria e Germania sono sotto la doppia cifra. È significativo che sia l’aumento della diseguaglianza dei redditi sia l’aumento delle differenze nei tassi di disoccupazione giovanile tra le diverse aree dell’Unione Europea abbiano una dimensione marcatamente nazionale: la diseguaglianza tra paesi è quasi raddoppiata, mentre all’interno dei paesi la crescita delle diseguaglianze è stata molto più contenuta; nel caso dei tassi di disoccupazione, la variazione inter-regionale all’interno di ogni paese si è dimezzata, mentre la differenza tra paesi è aumentata di due volte e mezzo.

POPULISMI DEL NORD E POPULISMI DEL SUD

Perché tutto questo è importante per capire la vittoria del populismo alle elezioni europee? I giovani sono la componente più mobile della popolazione e sperimentare la disoccupazione così presto, quasi all’inizio della loro vita lavorativa, lascia cicatrici profonde. Quelli che vivono nei paesi con un’alta disoccupazione (il cosiddetto ClubMed, incluso il Portogallo) hanno solo due opzioni: exit or voice – andarsene via o “farsi sentire”. Londra e Berlino sono state inondate da giovani italiani e spagnoli. E ancora di più da giovani bulgari o rumeni che hanno lasciato l’Italia o la Spagna per cercare lavoro altrove. L’alternativa è farsi sentire e i movimenti populisti del Sud Europa tendono a consentire ai giovani proprio quel tipo di protesta radicale contro le istituzioni europee e l’euro che più apprezzano. Il profilo di età dei voti di Tsipras in Grecia, del movimento di Grillo in Italia, di Podemos in Spagna e del Front National in Francia è molto ben definito: in molte circoscrizioni, questi movimenti sono il primo partito tra coloro che hanno meno di 30 anni.

protesta anti euroL’altro lato della medaglia è il populismo del Nord Europa, che somiglia molto a una collezione di sentimenti anti-immigrazione. L’Ukip ha fatto la sua campagna contro il flusso di cittadini europei, chiedendo lo smantellamento della libera mobilità dei lavoratori, uno dei pilastri dell’Unione Europea fin dal trattato di Roma. E non sorprende che il profilo di età sia, in questo caso, speculare rispetto al populismo del Sud: quasi il 90 per cento dei sostenitori di Nigel Farage ha più di 40 anni, 3 sostenitori del People’s Party danese su 4 hanno più di 50 anni e il FPÖ austriaco ha percentuali doppie tra gli ultra cinquantenni. La concentrazione all’altro capo dello spettro di età nel populismo del Nord è dovuta al fatto che i lavoratori più anziani rappresentano le componenti meno mobili della popolazione ed è quindi probabile che soffrano di più per la competizione dei giovani lavoratori che arrivano da altre parti dell’Unione.

COME SPENDERE MEGLIO LE RISORSE

Se l’analisi è corretta, ne consegue che sarà difficile per i movimenti populisti europei coordinare i loro voti utilizzando la grande fetta di seggi che si sono guadagnati nel Parlamento europeo. Ma ci sono lezioni ancora più importanti da imparare riguardo al futuro dell’Europa. A meno che non si faccia qualcosa per affrontare il problema delle diseguaglianze tra paesi e della disoccupazione giovanile, questa tendenza proseguirà e porterà con sé, al Nord, tensioni per l’immigrazione e, al Sud, fuga di cervelli ed euroscetticismo. Non è una prospettiva positiva per l’integrazione: è poco probabile che così si promuova un’identità europea, qualunque essa sia.

I politici tedeschi conoscono molto bene la questione, dal momento che l’hanno dovuta affrontare dopo l’unificazione della Germania, spendendo molto per prevenire la migrazione da Est a Ovest. Fortunatamente, in questo caso, non c’è bisogno dei massicci trasferimenti fiscali registrati dall’Ovest verso l’Est dopo la caduta del Muro di Berlino. Sarebbe sufficiente prestare più attenzione allo sviluppo nelle economie più periferiche quando si prendono decisioni di politica monetaria, partendo col pianificare una svalutazione dell’euro rispetto al dollaro.

fiscal compactAllo stesso tempo, il bilancio europeo dovrebbe essere usato meglio per affrontare i problemi legati alla disoccupazione giovanile. Oltre a essere troppo contenuta (6 miliardi di euro, ovvero, circa 400 euro per giovane disoccupato all’anno), l’Iniziativa europea per l’occupazione giovanile si dà obiettivi sbagliati e coinvolge attori sbagliati: si propone di avviare al lavoro i giovani nei paesi in cui non ci sono posti disponibili per loro; inoltre, trasferisce denaro dal bilancio europeo direttamente alle regioni povere, saltando le giurisdizioni nazionali, mentre l’aumento della disoccupazione giovanile ha una dimensione marcatamente nazionale.

Il risultato sono programmi regionali co-finanziati dall’Ue che, per contrastare la disoccupazione giovanile, si affidano a una grande varietà di progetti di piccola portata e di durata limitata. Vi rientrano molti corsi di formazione più adatti ad arricchire chi tiene il corso (spesso con curricula limitati, come quelli per estetista) che ad aiutare effettivamente coloro che dovrebbero beneficiare della formazione.

Nell’ambito dell’iniziativa non c’è spazio, invece, per le riduzioni fiscali permanenti e i sussidi salariali che promuoverebbero la domanda di lavoro per i più giovani nei paesi con un alto tasso di disoccupazione. Insomma, si ripetono esattamente gli stessi errori compiuti nell’allocazione dei fondi strutturali: spesso i governi locali non sanno che fare di questi soldi e finiscono o per non spenderli (la stessa efficiente amministrazione tedesca utilizza non più del 60 per cento delle allocazioni dei fondi strutturali) o per disperderli in una miriade di piccoli progetti, i cui costi di gestione superano frequentemente il 50 per cento del budget di ciascun singolo progetto.

zero contributi zero finanziamentiCon le regole attuali, alle nazioni in crisi converrebbe arrivare a un accordo di “zero a zero”: non contribuire in alcun modo al bilancio Ue e non riceverne nulla in cambio. Ma se chi più ha bisogno di sostegno sotto i colpi di crisi asimmetriche ricava un maggior beneficio chiamandosi fuori dal fondo comune, è evidente che quel fondo comune non ha ragione di esistere sotto il profilo della condivisione del rischio e del mutuo soccorso. L’Iniziativa europea per l’occupazione giovanile dovrebbe quindi essere riconsiderata, consentendo il finanziamento di programmi nazionali per la creazione di posti di lavoro nei paesi con un’alta disoccupazione giovanile, mentre i fondi strutturali dovrebbero trasformarsi in strumenti per sostenere quelle riforme strutturali che incrementino la convergenza economica all’interno dell’Unione. Dovrebbero essere fondi per compensare gli svantaggi della liberalizzazione economica secondo la filosofia dei Contractual Arrangements, oltre che per assorbire gli shock. Oggi non ci sono le basi per un ampliamento del bilancio dell’Ue, ma possiamo iniziare a spendere meglio il denaro a disposizione.

Tito Boeri tratto da www.lavoce.info

Elezioni europee. Il nazionalismo populista e la dura realtà

nazionalismi europei conseguenzeIl leader nazionalista hindu Modi ha vinto le elezioni in India (1,250 miliardi di abitanti). Un accordo trentennale per la fornitura di gas è stato stipulato tra Russia (144 milioni di abitanti) e Cina (oltre 1,36 miliardi di abitanti) corredato da numerosi altri accordi commerciali e per la ricerca scientifica e tecnologica.

Come è noto l’Asia sta sempre più diventando il motore dell’economia mondiale e l’accordo tra Russia e Cina stabilisce le condizioni di base e geopolitiche perché quell’area del mondo divenga sempre più determinante. Il rilancio del nazionalismo indiano, inoltre, rafforza questa tendenza perché l’India sempre più andrà alla ricerca di uno sviluppo più intenso in concorrenza con l’occidente.

Tralasciamo di inserire in questo ragionamento altri paesi a noi ben noti perché da lì provengono molti prodotti che fanno parte della nostra vita quotidiana (Corea, Vietnam, Taiwan, Indonesia, Thailandia ecc). Loro li producono e noi li acquistiamo.

crisi EuropaOra mettiamo a confronto questo scenario con la competizione elettorale europea che si concluderà domani con il voto. Quali sono i temi e le forze politiche che hanno avuto maggiore risonanza? Sicuramente quelli e quelle definite euroscettiche e che comprendono componenti diverse (nazionaliste e populiste in primo luogo), ma tutte unite da un bersaglio: l’esistenza di una Europa unita e di una moneta comune.

Attenzione: non le politiche ottuse e irrazionali che hanno ridotto l’Europa e l’area euro in particolare ad un contatore di deficit avendo di mira sempre e soltanto il parametro del 3% di deficit e il 60% di debito in rapporto al Pil. No, l’attacco è proprio e soltanto all’esistenza stessa di una unione europea. Chi attacca non vuole che cambino le politiche, vuole che si frantumi l’Unione europea.

Infatti, cosa vuole Marine Le Pen in Francia? Semplicemente l’abbandono dell’UE e dell’euro. Cosa vuole Grillo? Un referendum sull’euro cioè un modo indiretto e furbastro per sancire l’uscita dell’Italia dalla moneta unica. Cosa vogliono le altre forze politiche nazionaliste? La stessa cosa, cioè il ritorno agli stati nazionali sovrani e dotati ognuno di una propria moneta.

Europa nella competizione globaleCome sta messa la UE nel contesto internazionale? Con poco più di 500 milioni, con la crisi economica e l’invecchiamento della popolazione non si può dire che qui ci siano prospettive di sviluppo paragonabili a quelle dell’Asia e degli stessi Stati Uniti.

A livello di competizione globale l’Europa si presenta fragile, divisa e instabile. In questa situazione pensare di poter rompere il tentativo di creare un’economia integrata con un’unica moneta come quello iniziato da 18 stati con l’euro e presentarsi nel confronto internazionale con 18 monete diverse in competizione tra loro e verso il mondo farebbe ridere se non ci fosse da piangere.

Sia chiaro: che le politiche europee debbano cambiare ponendo fine ad un rigore ottuso e senza scopo è di vitale importanza, ma il fine deve essere quello di rilanciare l’Europa non di affossarla.

demagogia antieuroNulla di cui meravigliarsi per Marine Le Pen che affonda le sue radici culturali in un nazionalismo di impronta fascista; quella stessa impronta che prevaleva in Europa nel passato e che ha portato a ben due guerre mondiali. I popoli non hanno mai capito dove li stavano portando le classi dirigenti e sono andati incontro al macello delle guerre con una disinvoltura e una leggerezza che hanno poi pagato a caro prezzo. Tornare alle monete nazionali oggi significherebbe avviarsi ad una feroce competizione tra gli stati europei  innanzitutto nella quale, prima o poi, si finirebbe per minacciare l’uso delle armi. E questo con una globalizzazione che nel passato non c’era. Le élite tipo Marine Le Pen che oggi invocano la sovranità dei popoli lo sanno benissimo, ma pensano, come pensavano i loro precursori nel passato, di poter vincere le future competizioni mettendosi su una strada che non esclude le prove di forza.

Gli italiani non sono molto diversi da altri popoli e all’incitamento nazionalistico di stampo fascista della Le Pen preferiscono il sollazzo e il dileggio alla Beppe Grillo, ma la destinazione è la stessa: la rottura, la competizione selvaggia, l’isolamento. Tra una battuta e l’altra la rabbia degli italiani vede nel M5S e in Grillo i vendicatori di tante ingiustizie, di tanti soprusi e il sogno del ritorno ad un passato più semplice di quello di adesso, un passato nel quale si potevano pagare tassi di interesse sul debito pubblico del 20% l’anno e raddoppiare il rapporto con il Pil cercando di tamponare le falle con le svalutazioni della lira.

illusioni 5stelleMolti italiani si cullano in questa favola cercando una scorciatoia alla difficile costruzione di un’alternativa e credono al Grillo che vorrebbe stracciare i trattati in faccia alla Merkel e disconoscere il debito italiano detenuto nell’UE definendolo “immorale”. Forse è piacevole cullarsi nei sogni e prendersi delle belle rivincite a colpi di vaffa e di insulti come si fa nelle discussioni tra amici per sfogarsi. Meno piacevole è sbattere la faccia con la dura realtà di un mondo nel quale siamo fragili e indifesi. La maestria di Grillo è nel far credere che tutto ciò possa essere vero e si possa non pagare alcun prezzo; è una maestria simile a quella del Berlusconi che nel passato proponeva milioni di posti di lavoro e ogni altro bene a italiani desiderosi di sentirselo dire, ma del tutto ignari delle modalità per ottenerlo. Come è finita lo abbiamo visto e i conti li stiamo pagando. Come finiranno le sparate di Grillo tradotte in scelte politiche, specialmente se unite alle pulsioni nazionaliste dei tanti Le Pen che agiscono in Europa, speriamo di non doverlo vedere mai

Claudio Lombardi

Il PPE nel suo labirinto e la svolta in Europa (di Salvatore Sinagra)

identità destra in crisiForza Italia farà una campagna elettorale per le elezioni europee fortemente antitedesca. E’ chiarissimo che la destra italiana fa una grande fatica a trovare una sua identità, fa fatica non solo ad affrancarsi da Berlusconi che presto o tardi dovrà lasciare la leadership, fa fatica a collocarsi nella destra europea.  E’ assai significativo che una buona fetta della destra italiana ha fatto il tifo per François Hollande alle presidenziali francesi del 2012, ed è assai significativo che in Italia la maggior parte (e le più volgari) delle critiche al capo del governo tedesco arrivino da destra.

In fondo Angela Merkel  negli ultimi anni ha portato avanti tutte le politiche tipiche di un moderno partito liberale, liberista e conservatore: ha cercato di ridurre le tasse sulle attività produttive e di rendere la Germania sempre più business friendly, mantenendo il livello di welfare necessario per  continuare ad avere la coesione sociale, ha rifiutato ogni tipo di politica Keynesiana. La “cancelliera” crede fermamente che il miglior modo per aiutare il popolo sia aiutare le imprese; ha ereditato una Germania fortemente orientata alla produttività a  seguito delle riforme varate dal socialdemocratico Schroder e si è ostinata a difendere gli interventi di politica economica del suo predecessore, anche negli aspetti che hanno dimostrato di produrre cattivi incentivi e che ora, anche la stessa sinistra che li ha introdotti, vuole abolire.

Berlusconi prometterà nei prossimi  15 giorni che fermerà i lanzichenecchi della Merkel al Brennero, e forse i conservatori tedeschi e di altri paesi europei prometteranno di proteggere i loro elettori dai clown come Berlusconi (per usare le parole di un socialdemocratico tedesco), eppure sia Forza Italia che la CDU appartengono al partito popolare; quindi la crisi di identità non è oggi solo un problema della destra italiana, che senza Berlusconi negli ultimi 20 anni non sarebbe andata oltre i voti dell’ex MSI, ma è un problema di tutta la destra Europea.

programma PPENel programma, per la verità assai vago, con cui si presentano alle europee 2014, i popolari rivendicano il titolo di partito in assoluto più europeista ed affermano che la casa comune europea oggi non ci sarebbe senza l’impegno di tanti leader democristiani e popolari del dopoguerra; nessuno nega che i popolari  Adenaur e  De Gasperi sulle questioni europee furono spesso più progressisti dei socialisti, tuttavia oggi il Partito Popolare Europeo non è più quello delle origini, è un partito eterogeneo, che raccoglie anche euroscettici e addirittura qualche discutibile figura che molti esponenti della prima democrazia cristiana non avrebbero esitato a definire di estrema destra.

Il PPE ha cambiato pelle a seguito degli allargamenti che sono avvenuti a partire degli anni novanta: prima ha accolto i gollisti francesi, poi Forza Italia quando già l’immagine di Berlusconi in Europa era fortemente deteriorata, nel nuovo millennio ha assorbito il gruppo conservatore, ovvero quello dei tories di Margareth Thatcher e David Cameron, infine dopo la fusione tra Alleanza Nazionale e Forza Italia molti postfascisti sono entrati nel PPE.

Negli anni il PPE è quindi diventato un partito pigliatutto, all’inizio della legislatura 2009 si era accaparrato tutte le presidenze delle istituzioni europee (Commissione Europea, Parlamento, Eurogruppo e Consiglio), tuttavia il prezzo di queste politiche è stato la rovinosa perdita di coesione interna.  Per la verità a Bruxelles non esistono ancora veri partiti, ma solo blande confederazioni, tuttavia il PPE sembra oggi rappresentare il raggruppamento in assoluto più affetto da insanabili contraddizioni.

composizione PPEI popolari che ancora credono nei valori delle origini a lungo si sono domandati come si potesse continuare a convivere con un leader euroscettico come David Cameron e con un impresentabile come Berlusconi, alla fine non sono stati i popolari a cacciare le pecore nere, ma se ne sono andati via i conservatori britannici, sbattendo la porta e formando un nuovo partito a destra del PPE.

Alle prossime europee il candidato Popolare Juncker sarà sostenuto dalla Merkel e da altri alfieri del rigore, da Berlusconi che dice che bisogna sforare il tetto del 3%, da tutti i francesi dell’UMP compresi quelli che fanno una campagna elettorale che a tratti si confonde con quella del Fronte Nazionale e dal partito del premier ungherese Orban  che ha instaurato un regime autoritario nel cuore dell’Europa e non ha esitato ad etichettare le signora Merkel come nazista.

Da decenni l’UE va avanti con l’accordo tra liberali, popolari e socialisti, eppure oggi una parte sicuramente minoritaria ma comunque rilevante del PPE è inaffidabile. Cosa succederà dopo le elezioni europee? I popolari cercheranno di fare il pieno di voti imponendo il loro candidato alla presidenza, subito dopo faranno finta di non conoscere Orban e Berlusconi, oppure li espelleranno. Anche se i popolari e le forze alla loro destra riuscissero ad avere la maggioranza al Parlamento Europeo ci sarà bisogno di un nuovo accordo con i liberali e i socialisti per mettere fuori gioco i populisti che, stavolta, si nascondono anche dentro il PPE.

crisi EuropaI liberali ed i socialisti dovrebbero allora  provare a rimescolare le carte, magari facendo un accordo solo con alcune componenti del PPE ed aprendo ai verdi, oggi sicuramente più europeisti dei popolari e magari ad alcune istanze della sinistra radicale, se questa strada fosse impossibile sarebbe doveroso pretendere un patto di coalizione e che nessun commissario europeo sia espressione di partiti autoritari.

Soprattutto bisognerà riprendere la strada della politica mettendo da parte accordi e manovre che non portino ad una svolta nelle politiche europee. Determinante sarà dunque il voto degli elettori dal quale uscirà l’indicazione del prossimo presidente della Commissione europea. Per la prima volta un voto democratico sarà la base per tracciare gli indirizzi politici delle istituzioni europee. Un’occasione da non sprecare

Salvatore Sinagra

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