Parliamo di Jobs act

Appena si cita il Jobs act cioè la riforma di una parte della disciplina dei rapporti di lavoro le reazioni sono quasi sempre estreme. C’è chi la esalta e chi la ritiene un disastro. Le opinioni mediane, più ragionevoli, stentano ad emergere. Per questo si ripropone l’analisi del prof Maurizio Ferrera di recente pubblicata sul Corriere della Sera.

jobs act“Sul Jobs act è in atto un vero e proprio tiro al piccione. Eccettuati (alcuni) esperti, gli unici a parlarne bene sono ormai i commentatori stranieri. Dal dibattito politico nazionale solo critiche. In parte si tratta di mosse tattiche in vista delle scadenze elettorali. Ma questa spirale di rimproveri riflette anche un tratto profondo della cultura politica nazionale: l’eccesso di aspettative nei confronti delle norme di legge, l’intolleranza dei limiti che la realtà inevitabilmente impone, il conseguenze disfattismo, secondo cui ci sarebbe voluto «ben altro» per risolvere i problemi. Una sindrome auto-lesionista, che non ci consente di cogliere i progressi lenti e graduali, svaluta il pragmatismo e alimenta la sfiducia dei cittadini.

Modello flexicurity

Il Jobs act merita invece una discussione seria. Valutarlo non è facile: i suoi effetti si dispiegano lentamente nel tempo. Per catturarli bisogna avere dati precisi e utilizzare metodi controfattuali: che cosa sarebbe successo se non fossero cambiate le regole? Prima ancora di procedere su questa strada, è bene però riflettere sul provvedimento in sé: i suoi obiettivi generali erano in linea con le sfide sul tappeto? Negli ultimi due decenni, la maggior parte dei Paesi europei ha riorientato le politiche del lavoro verso la cosiddetta flexicurity, un modello sviluppato dai Paesi nordici e basato su regole flessibili per assunzioni e licenziamenti e tutele robuste (compresi i servizi) in caso di disoccupazione. Il Jobs act può essere considerato la «via italiana» verso quel modello.

politiche del lavoroUn percorso di cui si iniziò a parlare già negli anni Novanta, ma mai seriamente imboccato. Con il risultato che il mercato occupazionale italiano è diventato uno fra più segmentati della Ue: posti di lavoro permanenti con ammortizzatori molto generosi, da un lato, e contratti a termine o «atipici» (come i co.co.co.) praticamente privi di protezioni, dall’altro. A seguito di un’enorme espansione dei secondi, soprattutto per i giovani, il nostro Paese aveva inaugurato un modello perverso che Stefano Sacchi e Fabio Berton hanno definito flex-insecurity: precarietà senza tutele. Su questo sfondo, il Jobs act si è posto due obiettivi: ridurre rigidità e dualismi, offrendo più opportunità di occupazione stabile e al tempo stesso maggiore flessibilità alle imprese; superare la polarizzazione fra garantiti e non garantiti in termini di protezione sociale. I vari strumenti della riforma potevano essere disegnati meglio? Certamente, soprattutto col senno di poi. Lo stile comunicativo di Renzi ha alimentato l’eccesso di aspettative? D’accordo, nessuno è senza colpe. Ma il Jobs act va contato fra le non molte riforme strutturali che il nostro Paese è riuscito a produrre nell’ultimo venticinquennio, nel tentativo di avvicinarsi agli standard europei sul piano dell’efficienza e dell’equità.

Gli effetti concreti

occupazioneCosa si può dire degli effetti concreti? Le valutazioni più affidabili segnalano che il Jobs act ha inciso positivamente sull’occupazione stabile: dopo la sua introduzione vi è stato un significativo aumento dei contratti a tempo indeterminato, sia rispetto al passato sia rispetto ad altri Paesi, come Spagna o Francia. In base a dati provvisori, sembra che la tendenza sia continuata anche nel 2016. I critici sostengono che si sia trattato di un incremento «drogato» dalla decontribuzione, ma trascurano due aspetti. Tutti i paesi Ue hanno investito grosse somme in sussidi alle nuove assunzioni nell’ultimo triennio. Inoltre, all’estero gli oneri sociali sono strutturalmente più bassi. L’esperimento della decontribuzione conferma che il nostro costo del lavoro è troppo alto e disincentiva le assunzioni. Occorre riflettere su come redistribuire il finanziamento del welfare fra i vari tipi di reddito.

Il Jobs act ha avuto effetti positivi anche sulla sicurezza economica di chi perde il lavoro. Alla Naspi possono oggi accedere praticamente tutti i lavoratori dipendenti, compresi gli «atipici», con importi e durate fra le più alte in Europa. Rispetto agli altri Paesi, il welfare italiano ha sempre avuto buchi enormi in questo settore. Nessuno lo sottolinea, mai il Jobs act ci ha fatto fare un salto di qualità in termini di cittadinanza sociale: le nuove prestazioni sono infatti diritti soggettivi, che non dipendono più da mediazioni politico-sindacali. La Cassa integrazione è stata finalmente ricondotta alla sua funzione fisiologica di risposta alle crisi temporanee.

Debolezze storiche

lavoro giovaniL’aspetto più problematico del Jobs act riguarda le politiche attive. L’attuazione di questa parte della riforma è in grave ritardo. Qui scontiamo debolezze davvero storiche, che riguardano in generale l’efficienza e la mentalità della nostra pubblica amministrazione, nonché la frammentazione regionale. Ma il governo avrebbe potuto fare di più. I servizi per l’impiego sono l’architrave della flexicurity. Su questo aspetto, le critiche colgono nel segno. Il Jobs act non è riuscito a dispiegare il suo potenziale per incidere non solo sulle forme, ma anche sui livelli e la qualità dell’occupazione, soprattutto giovanile.

Il lavoro dei giovani resta purtroppo un’emergenza nazionale. Ricordiamo però due cose. L’Italia ha un’incapacità strutturale di creare posti di lavoro che si porta dietro dagli anni Cinquanta e che è stata esacerbata dalla grande recessione. Inoltre, i livelli occupazionali dipendono da moltissimi fattori (autonome decisioni delle imprese, congiuntura, investimenti, capitale umano e così via), solo in parte controllabili per via legislativa. Dall’estate 2014 alla fine del 2016 gli occupati sono comunque aumentati di circa 700 mila unità (Istat). Con le luci e le ombre che sempre accompagnano ogni riforma, il Jobs act ha segnato una svolta positiva. Fermiamo il tiro al piccione e avviamo una pacata discussione su come colmarne le lacune e potenziarne gli effetti positivi. Elaborando nuove proposte per le tante sfide che esulano dal perimetro di attenzione e di azione del Jobs act e che richiedono ulteriori e incisivi provvedimenti”

Considerazioni finali della Banca d’Italia

Nelle “Considerazioni finali” del Governatore della Banca d’Italia presentate oggi si mette l’accento sulla ripresa economica che sta partendo e che potrà essere consolidata grazie alle riforme avviate “per rimuovere gli ostacoli allo sviluppo del Paese”. Indovinate qual è la prima riforma che viene ricordata da Ignazio Visco? Sì è quella del mercato del lavoro che avrebbe portato ad una “forte espansione delle assunzioni a tempo indeterminato nei primi mesi del 2015″.

Sicuramente il Governatore avrà tenuto conto che il collegamento riforma del diritto del lavoro-assunzioni è qualcosa di abbastanza labile ai fini dello sviluppo dell’economia. Infatti le variabili in gioco in questo campo sono tante e di peso nettamente superiore. Un imprenditore non assume personale se non sa cosa produrre e a chi vendere. Più che di riforme si dovrà parlare di un cambiamento di sistema che punti a garantire legalità, controllo e messa in sicurezza del territorio, efficienza delle infrastrutture logistiche (trasporti e comunicazioni), disponibilità di mano d’opera qualificata, politica industriale che favorisca le attività economiche, controllo sull’uso delle risorse pubbliche ecc ecc.

Insomma i contratti di lavoro non vivono un’esistenza isolata dal contesto nel quale vengono calati. Questo la Banca d’Italia lo sa benissimo, ma nella comunicazione pubblica si sente sempre il bisogno di enfatizzare un singolo aspetto, quello sul quale è stato più facile intervenire tutto sommato. Perché, in effetti, in quanto a politica industriale stiamo messi maluccio e non se ne sente parlare come di un tema centrale.

Sì ci sono le grandi opere pubbliche (sempre strade, autostrade e alta velocità per il trasporto passeggeri), c’è l’intenzione di intervenire sull’edilizia scolastica, ma oltre non si va fatta eccezione per la rete in fibra ottica per la banda larga sulla quale il governo ha deciso di sostenere un intervento strutturale. Considerando il peso economico dell’Italia e l’arretratezza di cui soffriamo bisognerebbe fare di più. O no?

Mercato del lavoro e licenziamenti: siamo concreti (di Salvatore Sinagra)

chiacchiere art 18In Italia si discute dall’inizio del nuovo millennio sui licenziamenti e il dibattito appare spesso poco documentato e soprattutto poco attento agli input che arrivano dall’estero: viene detto  genericamente  che è necessario adeguarsi all’Europa; si citano, spesso a sproposito, riforme di altri paesi e quasi mai documenti. L’articolo 18 ed in generale i licenziamenti in Italia sono caratterizzati da un elevato livello di conflittualità politica. Colpisce per esempio il fatto che un importante manager come Marchionne affermi che l’articolo 18 impedisce alle imprese in crisi di liberarsi dei lavoratori in eccesso, perché le crisi aziendali si gestiscono con le norme per il licenziamenti collettivi e non con l’articolo 18 che fa riferimento ai licenziamenti individuali. Colpisce che il fondatore di Esselunga Caprotti faccia polemica sulla riforma dei contratti a termine voluta da Elsa Fornero dopo che la normativa in questione è stata modificata per ben due volte.

Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta la flessibilità del mercato del lavoro in uscita diventa negli Stati Uniti una priorità dei repubblicani; nel 1994 l’OCSE pubblica un rapporto, il Jobs study, che suggerisce di passare dalla protezione del posto di lavoro alla protezione del lavoratore, in sostanza  l’OCSE invita gli Stati ove licenziare è particolarmente difficile a rendere più facili i licenziamenti individuali e a garantire la copertura universale tramite sussidi di disoccupazione. Dal 1994 sono passati 20 anni e hanno avuto luogo una serie di “esperimenti economici e sociali” che in Italia sono stati citati molto e analizzati poco.

flessibilità lavoratoriNegli anni novanta il governo socialdemocratico danese vara la tanto discussa flexsecurity, viene data possibilità di licenziare e vengono introdotti generosissimi ammortizzatori sociali e corsi di formazione. Qualche anno dopo i programmi in questione vengono fortemente ridimensionati, perché l’esperienza ha dimostrato che molti cittadini hanno rinunciato a cercare lavoro e sono rimasti per anni nel “parcheggio della formazione”. Infatti, qualcuno dice che da anni non esiste più alcun modello denense.

La infelice vicenda degli “esodati” che deve essere inquadrata in un molto più ampio processo di espulsione dal mercato del lavoro, doveva comportare un ampio ragionamento sugli interventi che possono essere rivolti ai lavoratori considerati anziani (e che spesso non lo sono). Infine è opportuno ricordare che la “ultra-citata” Agenda 2010 di Gerhard Schröder ha intaccato solo marginalmente le regole sulla possibilità di licenziare i lavoratori a tempo indeterminato. In Germania la flessibilità in uscita è stata garantita dal ricorso ai lavoratori a tempo determinato, dalle esternalizzazioni e dalle agenzie interinali.

Di tutte queste circostanze hanno preso atto l’Unione Europea e le organizzazioni internazionali. La Commissione Europea di recente ha enfatizzato la necessità per l’Italia di politiche attive più efficienti e finanziate con più risorse, ovvero ha invitato l’Italia a spendere di più per la formazione ed il ricollocamento dei disoccupati, infine l’OCSE ha diffuso uno studio che afferma che la Germania è tra i paesi in cui è più difficile licenziare.

riforma del lavoroQuindi  le tesi di Sacconi e Nuovo Centro Destra si potevano considerare sulla frontiera dell’innovazione e dell’efficienza nel 1994, oggi sembrano proprio fuori tempo massimo.

Molti economisti sottolineano che non esistono studi che dimostrano una relazione diretta tra produttività del lavoro e facilità di licenziare; in Europa si possono trovare economie solide ove è abbastanza difficile licenziare, è il caso della Germania; economie solide ove è abbastanza facile licenziare, è il caso dell’Olanda; economie in crisi ove è abbastanza facile licenziare, è il caso della Spagna (tra parentesi: la deregulation di Madrid, avvenuta a diverse riprese fin dall’inizio degli anni novanta, non ha comportato nel lungo periodo né crescita, né sostenibilità del debito pubblico).

Inoltre, se l’obiettivo del governo è quello di rendere “business friendly” il mercato del lavoro italiano e facilitare nuove assunzioni, visto che nella gran parte dei casi dopo il licenziamento immotivato il lavoratore sceglie l’indennizzo e non il reintegro, non si capisce bene perché costituisca una priorità l’abolizione o il mantenimento del reintegro e non la drastica riduzione dei tempi del processo del lavoro. Si noti tra l’altro che nel caso in cui il licenziato scelga il risarcimento, lo stesso verrà computato anche tenendo conto dei mesi persi in attesa della sentenza. La politica ha grosse responsabilità perché non ha effettuato un intervento in merito, che avrebbe prodotto limitata conflittualità e grandi benefici.

giovani disoccupatiRenzi ha scatenato notevoli reazioni affermando che esiste un  apartheid ai danni dei giovani e di coloro che non hanno un contratto di lavoro “tradizionale”. Oggi, rispetto a molti altri paesi d’Europa, chi non ha mai avuto un lavoro, i meno protetti, i lavoratori sfiduciati appaiono sicuramente svantaggiati. Qualcuno ha anche parlato di due milioni di cittadini colpevolmente dimenticati dalla politica, tuttavia ci sono solo due interventi che possono attenuare questa situazione di svantaggio: l’introduzione di un sussidio unico di disoccupazione, che a determinate condizioni venga percepito anche da chi non ha mai lavorato ed un “disboscamento” delle troppe fattispecie contrattuali per mezzo di un contratto unico di inserimento o di un contratto a tutele crescenti, interventi che non postulano necessariamente l’abolizione dell’articolo 18.

Oggi la difficoltà più grande di rivolgersi agli esclusi consiste nell’orientare a loro favore una parte della spesa pubblica, se non vi sono le risorse economiche e politiche per farlo è meglio non dilettarsi più in estenuanti discussioni sulla normativa dei licenziamenti e non polarizzare il paese facendo riferimento a dolorose esperienze come quelle dell’apartheid.

Salvatore Sinagra

Tirati per i capelli parliamo di art 18

scontro art 18Siamo quasi tirati per i capelli a parlare di art. 18. E allora parliamone visto che tutti ammettono la sua marginalità quanto a numero di casi trattati, ma nessuno rinuncia a considerarlo fondamentale. I difensori dicono che corrisponde ad un principio di civiltà giuridica e a diritti intoccabili dei lavoratori. Per chi vuole modificarlo è un intralcio da eliminare.

Meglio mettere subito da parte la disputa sulla civiltà giuridica e sui diritti che non convince. Su questa strada il rischio abbastanza concreto è di approdare ad una nozione di immutabilità dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato fuori dai casi previsti dalla legge che, oggettivamente, non può certo incoraggiare le assunzioni.

Se si sta su questo piano lo scontro diventa, infatti, senza sbocco. Si possono infatti escogitare mille tutele per chi viene assunto con contratto a tempo indeterminato, ma non si può obbligare un datore di lavoro ad assumere. A meno che il datore di lavoro non sia lo Stato e non si tratti di attuare una decisione politica.

D’altra parte la tutela dell’art 18 oggi (ma fino al 2012 era molto più vasta) prevede che il lavoratore licenziato da qualunque azienda (meno e più di 15 dipendenti) possa sempre ricorrere al giudice il quale può valutare i motivi del licenziamento e disporre la reintegrazione nel posto di lavoro in una serie di casi previsti tassativamente dalla legge e in altri che conseguono alla valutazione del giudice stesso.

assunzioni a contrattoÈ un problema serio? Non è un problema? È abbastanza facile comprendere che un datore di lavoro, magari piccolo, voglia poter decidere chi mantenere in azienda e chi no perché il rapporto di lavoro è un rapporto dinamico che è difficile inquadrare nelle maglie strette di una legge. E soprattutto è un rapporto indirizzato ad un risultato – l’attività produttiva – senza il quale non ha motivo di esistere l’azienda. Ma i pochi casi nei quali si ricorre alla reintegra testimoniano del fatto che l’art 18 non è il problema principale con il quale un datore di lavoro si trova a combattere.

Come già detto tante volte il problema è il sistema Italia e i suoi limiti tanto che l’art 18 con la sua reintegra nel posto di lavoro può apparire persino irrilevante.

Tralasciando (basta nominarli e si capisce quanto siano determinanti) i problemi infrastrutturali e di contesto (criminalità, ferrovie, strade, telecomunicazioni, energia, burocrazia, accesso al credito) e limitandosi al lavoro il problema è che i contratti a tempo indeterminato danno accesso a tutele sia giuridiche che economiche che tutti gli altri tipi di contratto non consentono. Contratto collettivo nazionale, cassa integrazione, malattia, maternità, disoccupazione ecc ecc.. Poiché queste limitazioni riguardano oltre la metà dei lavoratori (e non calcoliamo quelli in nero) il problema più urgente è dare qualche copertura a  anche a loro cercando di uniformare i trattamenti a prescindere dal tipo di contratto.

Intanto è urgente limitare i contratti truffa per arrivare a due sole tipologie: tempo determinato e tempo indeterminato. Già la riforma che ha portato a tre anni la durata dei contratti a tempo determinato ha stabilito che, per ogni azienda, questi non possano eccedere il 20% del totale dei dipendenti pena sanzioni economiche. Significa che l’80% deve essere di contratti a tempo indeterminato. È già qualcosa no?

ammortizzatori socialiAltro punto, questo sì fondamentale, è l’estensione dell’indennità di disoccupazione a tutti, lavoratori autonomi compresi. Già oggi l’Aspi e la mini Aspi hanno aperto la strada ad un nuovo regime degli ammortizzatori sociali. Vogliamo considerarla una priorità?

Il diritto ad avere una copertura per la maternità è importante oppure no? È ovvio che sì, ma anche questo va stabilito per legge e anche di questo si discute nella riforma del lavoro all’esame del Parlamento.

Bisogna valutare se una riforma che unifichi le tutele per tutti i contratti di lavoro sia in grado di creare le condizioni più favorevoli affinché sia più facile assumere con un contratto di lavoro regolare e sia più facile per i lavoratori ottenere retribuzioni più elevate che è la vera urgenza di oggi.

Basti pensare che un’indennità di disoccupazione generalizzata può aiutare a resistere alle offerte di salari di fame. Ovvio che da sola non basta. Ci vogliono anche le “famose” politiche attive del lavoro che puntino su una formazione vera e collegata con le esigenze delle aziende magari mettendo fine allo scandalo di miliardi di euro spesi in una formazione fasulla.

La questione del lavoro non può stare tutta nella disciplina legale dei contratti. Se non funziona l’economia e se lo Stato non promuove l’avvio di attività produttive e di servizio innovative e più efficienti non c’è tutela in grado di fermare il declino. E da qui il discorso dovrebbe cominciare

Claudio Lombardi

Sarebbe bello se la riforma del lavoro….

Sarebbe bello se si facesse pulizia nelle forme contrattuali del lavoro dipendente lasciando la scelta tra due sole alternative: contratto a tempo determinato e contratto a tempo indeterminato.

Sarebbe bello se, per tutte le altre forme oggi utilizzate, si introducessero controlli e sanzioni così pesanti da stroncare la truffa delle false partite Iva o simili raggiri.

Sarebbe bello se fosse incentivato chi vuole offrire un lavoro. Sarebbe bello se, quindi, fossero semplificate al massimo sia le modalità di assunzione che di interruzione del rapporto di lavoro.

Sarebbe bello se non fosse considerato politicamente scorretto dire che non esiste solo il diritto del lavoratore ad occupare un posto di lavoro per il quale ha sottoscritto un contratto, ma anche il diritto del datore di lavoro di scegliere chi vuole e chi mantenere alle sue dipendenze.

Sarebbe bello se le procedure con le quali gestire l’eventuale licenziamento fossero così semplici che un datore di lavoro saprebbe da subito il costo di ogni licenziamento e fosse consapevole che gli abusi da parte sua costerebbero così cari da scoraggiarlo preventivamente.

Sarebbe bello se il rimedio della reintegrazione nel posto di lavoro fosse riservata a casi estremi di scorrettezza da parte del datore di lavoro perché non ci può essere nulla di indissolubile.

Sarebbe bello se l’indennità di disoccupazione fosse data a tutti i lavoratori disoccupati.

Sarebbe bello se la tutela della maternità fosse estesa a tutte le lavoratrici.

Sarebbe bello se i lavoratori fossero considerati una cosa sola e non più divisi per tipo di contratto.

Sarebbe bello se i corsi di formazione fossero una cosa seria e non una mangiatoia per furbacchioni e affaristi collusi con politici e burocrazie varie (anche sindacali).

Sarebbe bello se le politiche attive del lavoro esistessero.

Sarebbe bello se lo Stato facesse lo Stato e affrontasse direttamente i problemi sociali

Il precariato: sono i giovani i veri colpevoli? (di Flora Frate)

Il ministro Fornero insiste che i giovani vogliono lavorare stando vicino a mamma e papà. Monti afferma che il posto fisso è noioso e si dice, inoltre, che chi guadagna 500 euro al mese è uno sfigato al pari, dunque, di una persona che si laurea in ritardo, quasi a costruire un parallelismo di questo tipo: “ lo sfigato che si laurea in ritardo guadagna 500 euro al mese”.

In qualità di rappresentante degli studenti e dei precari, cercherò di fare un punto della situazione basandomi sulla mia esperienza personale oltre che istituzionale. Un  laureato alla triennale, età compresa tra i 22 e 23 anni, non aspira (ancora) di sicuro al posto. Ascoltando le testimonianze di molti giovani studenti, posso affermare che l’aspettativa  del posto fisso non emerge e le motivazioni sono molteplici:

1) la coscienza del futuro non è ancora sviluppata; 2) la necessità è il completamento del percorso  di studi, al Nord quanto all’estero; 3) i giovani credono di investire nello studio per garantirsi le competenze necessarie alla realizzazione dei propri  progetti di vita; 4) perché, riportando l’esempio dei sociologi non sanno come spendere la propria laurea nel mercato del lavoro.

Non potendo lavorare gli studenti  aspirano ad  un tirocinio sia per  sviluppare competenze specifiche e pratiche – prevalentemente per i laureati nel settore umanistico –  sia per un efficace ed efficiente servizio di orientamento al lavoro. Il Sud, poi, soffre di un basso feedback tra la  laurea/ tirocinio/lavoro. In Campania abbiamo assistito ad un investimento regionale nella  formazione fine a se stessa e senza reali sbocchi lavorativi.  Softel e Almalaurea, servizi  telematici di orientamento al lavoro e all’università, non hanno mai soddisfatto gli studenti.

Una volta laureati non si trova altro che call center e centri commerciali. Se l’unica alternativa valida al contratto atipico sembra essere il posto fisso, è chiaro che si preferisce  la certezza di quest’ultimo. Or dunque, se la figlia della Fornero lavora a Torino, comoda affianco alla mamma, di quali giovani stiamo parlando? È chiaro che questo governo non conosce la situazione  reale dei giovani.

Dobbiamo renderci conto che le varie riforme universitarie non hanno affrontato i problemi in maniera risolutiva.  Dal 2000 al 2012  migliaia di studenti precari e senza lavoro sono parcheggiati ancora all’università. E dunque chi sono gli sfigati? Gli studenti, i giovani  o i ministri al governo?  Oltretutto, la scelta  tra i diritti e il lavoro è improponibile.

Noi abbiamo diritto sia all’articolo 18 sia al lavoro. Il sindacato, la Cgil, deve riflettere su stessa: la nuova generazione non ricorre più al sindacato perché non si sente adeguatamente rappresentato. La Cgil deve iniziare a fare un’attenta analisi e recuperare il suo antico valore storico.  Come al tempo della catena di montaggio ha salvato migliaia di operai e figli di operai, cosi oggi la Cgil deve rappresentare la salvezza dei precari e dei figli dei precari.

Flora Frate

Un punto di vista civico sulla riforma del lavoro (di Claudio Lombardi)

Esiste la possibilità di un punto di vista civico sulla riforma del lavoro?

Ne parlano i sindacati, ne parlano i partiti, protagonista è il Governo. E i cittadini? Risposta ovvia: i lavoratori sono cittadini e sono i sindacati a rappresentarli insieme ai partiti. Replica (forse meno ovvia): tutti i cittadini in una Repubblica fondata sul lavoro dovrebbero essere interessati alla disciplina del lavoro e non tutti sono per forza rappresentati dai sindacati o si riconoscono in un partito. Su tutti, però, agiscono le norme di legge quelle che il Parlamento comunque approva sia che si presentino come decreto-legge, sia come legge delega, sia come disegno di legge. Quindi ricordiamoci che, finchè non ci sarà una legge approvata definitivamente, ci si trova di fronte a proposte o progetti e non a pacchetti “prendere o lasciare”.

I toni in questi giorni, dopo la presentazione della proposta di riforma da parte del Governo, si sono fatti molto accesi; qualcuno ha parlato di “massacro dei diritti dei lavoratori”, la CGIL promette una lotta dura per contrastare il cammino della riforma, altri immaginano un ingresso massiccio di investitori esteri grazie allo “sblocco” del mercato del lavoro. Ci sono pure quelli (per fortuna) che hanno usato toni più pacati mettendo in luce le parti positive e innovative rispetto alla situazione attuale e quelle più critiche che avrebbero bisogno di modifiche migliorative.

Ma torniamo al punto di vista del cittadino. Di cosa si avverte il bisogno? Sicuramente di strumenti e interventi per le due fasi critiche del percorso lavorativo: la ricerca del lavoro in giovane età e il sostegno negli anni che precedono la pensione ( nel caso in cui si dovesse perdere il lavoro). In entrambe le situazioni occorre un intervento pubblico che aiuti concretamente con erogazioni di denaro, che assista e che predisponga la cornice normativa entro la quale la ricerca del lavoro si svolge e si conclude con la stipula di un contratto o con la sua rescissione.

Nel caso del giovane che cerca lavoro oggi non vi è nulla che aiuti e sostenga ovvero non c’è alcuna forma di sostegno perché inizi a formarsi un reddito autonomo. Come è noto le famiglie suppliscono a questa mancanza (come avviene, d’altronde, anche per l’assistenza agli anziani). Non vi è nemmeno una cornice normativa adeguata che indirizzi e supporti lo svolgimento del rapporto di lavoro. Tanto è vero che i lavori precari dei tipi più svariati e in buona parte anche “in nero” e, comunque, sempre sottopagati, sono quelli più diffusi fra i giovani.

Di cosa hanno bisogno allora i cittadini che vogliono iniziare a lavorare? Hanno bisogno di indennità di sostegno cioè di un reddito minimo di avvio al lavoro, di servizi per l’impiego e ispettivi, di norme che fissino le tipologie contrattuali con modalità precise che scoraggino i raggiri, le truffe e i ricatti.

Tutto ciò c’è nella proposta del Governo? In parte, solo in parte. Manca un disegno complessivo che affronti questa fase della vita delle persone. Alcuni interventi sono previsti (misure per scoraggiare i rapporti precari), ma mancano misure di sostegno e le “famose” politiche attive del lavoro delle quali molto si è parlato. È prevista una mini indennità di disoccupazione che si attiva con requisiti ridotti rispetto a quella “piena”, ma comunque si rivolge a chi ha già avuto un lavoro.

Quindi appuntiamoci le modifiche necessarie con al primo posto un salario sociale o indennità per i giovani.  Costa? Sì certo. Dobbiamo abituarci che per alcune politiche bisogna spendere, per altre no.

Nel caso del lavoratore che si avvia al pensionamento aumentano i rischi di licenziamenti mirati ad una sostituzione con personale più giovane e anche meno costoso. In questo caso occorre innanzitutto una norma che scoraggi il datore di lavoro rendendo difficile e oneroso il licenziamento e occorrono forme di sostegno per il lavoratore nel caso in cui il licenziamento si verifichi lo stesso. L’art. 18 serve a fronteggiare la prima eventualità ed il Governo lo vuole modificare;  nel secondo dovrebbe intervenire l’indennità di disoccupazione (ASPI) più un Fondo di solidarietà per i lavoratori anziani finanziato dalle imprese proprio per accompagnare i lavoratori alla pensione in caso di licenziamento. Oggi l’art. 18 garantisce una copertura piena solo a chi lavora in aziende con più di 15 dipendenti e le casse integrazioni sono ben tre e possono durare diversi anni, ma non si applicano a tutti i lavoratori.

La proposta del Governo, invece, intende estendere la disciplina dei licenziamenti a tutti i lavoratori e la stessa cosa vuole fare con la Cassa integrazione ordinaria e con l’Assicurazione Sociale per l’Impiego (ASPI).

Tuttavia, la modifica dell’art. 18 rende più facili i licenziamenti per motivi economici che darebbero diritto solo ad un’indennità (se riconosciuti illegittimi, attenzione!), ma non al reintegro che, invece, rimane per i licenziamenti discriminatori e per quelli disciplinari (qui a discrezione del magistrato). È facile dedurre che rendere più facili i licenziamenti andrebbe a colpire innanzitutto i lavoratori più anziani, e sarebbe uno strumento in più per un datore di lavoro che volesse liberarsi di un dipendente sapendo che al massimo pagherà una somma di denaro.

Un punto di vista civico non può prescindere dalla dignità delle persone e dalla necessità di un reddito adeguato per assicurarla (articoli 4 e 36 della Costituzione). Bisogna ricordare che quei due articoli della Costituzione pongono obiettivi politici che la Repubblica deve perseguire e introducono diritti per i lavoratori che, quindi, non possono essere lasciati soli. Questo è il motivo per cui il licenziamento deve rientrare in determinate forme giuridiche e non può essere assolutamente libero.

Un punto di vista civico deve anche rilevare che la coesione sociale è un valore di primaria importanza (e una condizione di sviluppo economico) e che l’intervento pubblico deve mettere particolare cura nel sostegno ai lavoratori che perdono il lavoro sia con la quantità e la durata di Cassa integrazione e Aspi, sia con politiche del lavoro che si traducano in servizi per l’impiego e in politiche (industriali, ambientali, dei servizi ecc) di sviluppo del Paese.

Segniamo anche questi punti che potranno essere modificati e migliorati  nell’esame parlamentare possibilmente in un clima disteso privo di esasperazioni ideologiche inutili e dannose da qualunque parte provengano.

In ogni caso la dimensione della riforma non si misura solo sulle norme proposte, ma chiama in causa tutti gli aspetti del programma del Governo che possono incidere sull’andamento dell’economia e dell’occupazione. In realtà il vero completamento della riforma si avrà solo se cresceranno le occasioni di lavoro di buona qualità e ben retribuito e se ciò conseguirà ad un percorso di formazione che deve avere la sua base nella scuola e nelle università. Per questo investire in istruzione e formazione significa investire per lo sviluppo futuro. Anche la cura dell’ambiente e del territorio non è un capitolo da inserire nei programmi di governo ed elettorali per ossequio allo spirito dei tempi, ma è un altro investimento per lo sviluppo dell’economia. La cultura, poi, per l’Italia dovrebbe essere un settore ad elevata intensità di lavoro e di investimenti perché è congeniale alla storia e al patrimonio nazionale e perché può generare sviluppo forse, ben più del settore automobilistico (per dirne uno che ci preoccupa tanto) o di quello edilizio per il quale non c’è più territorio disponibile.

Soprattutto un punto di vista civico deve assumere l’intervento dello Stato e la gestione delle sue risorse come beni comuni dei quali discutere fra cittadini e non riservati a tecnici e addetti ai lavori. Bisogna superare l’ossessione della spesa pubblica perché gli obiettivi di cui si è parlato non si perseguono a costo zero, ma possono sicuramente arricchire il Paese ben più di quanto costano.

Per superare quell’ossessione ci vogliono tre condizioni: 1. Se ne deve convincere l’Europa perché le politiche di sviluppo funzionano a quel livello e sono più efficaci se integrate e perché i vincoli alle finanze pubbliche sono diventati il principale ostacolo allo sviluppo; 2. Bisogna rinnovare la politica, la rappresentanza e le forme che fanno vivere la democrazia perché la corruzione, l’assalto ai soldi pubblici e l’incapacità dei gruppi dirigenti manderebbero a monte qualunque progetto di crescita; 3. Ci vuole una nuova cultura civile perché i cittadini devono mettersi nelle condizioni di elaborare la loro capacità di governo elevandosi al di sopra degli interessi di categoria e cercando di avere una visione politica e programmatica in quanto cittadini. Ciò farebbe bene allo Stato e a tutte le associazioni che si impegnano nell’attività politica.

Le tre condizioni vanno insieme, ma la terza è quella su cui lavorare di più perché è la base sulla quale fondare la rinascita dell’Italia.

Claudio Lombardi