Integrazione, energia, rifiuti: modello Brescia

È strano che Brescia non sia considerata un modello nel nostro Paese. E’ una realtà che non ha eguali in Italia: la città, di 200.000 abitanti, ha una popolazione di immigrati pari al 19%, quasi tutti occupati nell’industria e nei servizi. La provincia, di 1.263.000 abitanti, ha una presenza di immigrati del 15%, tutti al lavoro, comprese le donne, nelle attività industriali ed agricole (vino e olio, ma soprattutto foraggi e allevamenti). All’Associazione degli industriali dicono che il PIL provinciale, di 39,3 miliardi di Euro, viene prima di Slovenia, Lituania, Lettonia. Il tasso di disoccupazione è del 5,2% (meno della metà di quello nazionale), mentre la disoccupazione giovanile è del 16,3% (la metà di quella nazionale). L’export raggiunge il livello più alto in Italia. Si è fatta molta satira sul tondino e sulle acciaierie, ma sono le macchine utensili la punta di diamante dell’export, una produzione ad alto valore aggiunto con un contenuto di ricerca tale da coinvolgere costantemente le Università. Se ci fosse un collasso dell’immigrazione, aggiungono, dovremmo chiudere bottega in tutti i comparti.  A Brescia, dove secondo le ultime rilevazioni, si parlano più di un centinaio di lingue, di sera è facile incontrare frotte di ragazzi di colore diverso, che discutono e giocano, come se si trovassero in un salotto. A me capita spesso di incontrare, in provincia, lavoratori pakistani, indiani, cingalesi in bicicletta che fanno il giro degli allevamenti di bestiame, data la loro capacità con gli animali. Su alcune strade poderali, che sono anche piste attrezzate per l’esercizio dello sport non competitivo, incrociano donne e uomini che corrono all’alba o al tramonto, per il jogging giornaliero, e salutano.

Parlo con Emilio Del Bono, Sindaco di Brescia del PD, che recentemente è stato rieletto già al primo turno. Mi confida che il segreto consiste in una integrazione tra gli autoctoni ed il pulviscolo degli immigrati avvenuta combattendo i quartieri ghetto, e conducendo una lotta ferrea agli estremismi: quello di alcuni immigrati che all’inizio tendevano a isolarsi in enclaves culturali, dove era fatica immensa far passare le leggi e le consuetudini italiane, e quello ipersecuritario di consistenti frange della Lega, che con il loro comportamento distorcevano la percezione di pericoli enfatizzati, ma irreali. “Siamo stati inflessibili anche con le ronde padane”, dice. E’ così che mentre negli ultimi vent’anni è costantemente diminuito il numero dei reati contro la persona e il patrimonio, la percezione degli abitanti non sembra divergere dalla realtà. L’amministrazione non ha lesinato investimenti per dotare la città di grandi quantità di verde attrezzato per bambini, mamme, giovani, anziani, con corsie preferenziali per i disabili. L’assenza di sporcizia e la cura delle attrezzature dà l’impressione al visitatore di trovarsi a Ginevra o a Stoccolma.

Com’è stato possibile, gli chiedo, costruire una realtà come questa nella nostra Italia che va in tutt’altra direzione? Mi guarda sorpreso. “Lo sai”, mi risponde. Eh sì, lo so, dato che ho partecipato anch’io al lavoro fatto. Molti dei nostri tesori li abbiamo ereditati dal passato, e in qualche modo li abbiamo valorizzati e incrementati. Secondo noi qui è avvenuta una saldatura virtuosa tra diverse culture del novecento: quella liberale impersonata nel primo novecento già da Zanardelli, e più tardi, sul piano culturale, dal filosofo Emanuele Severino, quella cattolica dalla quale proviene anche Paolo VI (un cattolicesimo gallicano, attento alle dinamiche sociali e culturali, che affonda le sue radici nel personalismo di Mounier e Maritain, e che gestisce tre case editrici tra le più avanzate in Europa, come “La Morcelliana”, “La Queriniana, “La Scuola Editrice”) e la tradizione socialista/comunista del movimento operaio che ha avviato con la componente cattolica della Cisl, a partire dagli anni 60 del secolo scorso, il processo di unità sindacale. La saldatura di quelle tre culture è stata la culla di èlites lungimiranti, sicure di sé, che hanno dato vita, mettendo insieme tutte le forze, a esperienze di organizzazione sociale avveniristiche per quel tempo, come la costruzione nella cintura esterna di quartieri popolari a basso costo, forniti di tutti i servizi necessari e di comfort tipici del centro, per favorire un inurbamento ordinato; e ad un welfare che è oggetto di studio ancora oggi.

Per fare solo qualche esempio, qui funziona da tempo il ciclo integrato della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, con la differenziata a pieno regime e un termovalorizzatore, che nel 2006 la Columbia University di New York ha eletto “miglior impianto del mondo”, che brucia una gran quantità di “monnezza”, non solo bresciana, e produce energia e calore che vengono immessi nelle reti che illuminano e riscaldano tutta la città. Sfrutta a questo fine anche l’enorme caldaia a metano che già negli anni ’70 distribuiva alla città l’acqua calda del teleriscaldamento, riducendo le bollette, ma anche l’inquinamento. C’è anche una discarica ovviamente, per le ceneri residue, che non produce esalazioni.

Ma quella saldatura, che ha favorito una collaborazione  tra forze diverse, ha prodotto anche la decisione, più di trent’anni fa, di costruire una metropolitana leggera, modello Copenaghen, che va senza conducenti né controllori, che è pulitissima, ed ha opere d’arte in ogni stazione, unico esempio di trasporto pubblico in Italia che produce utili e fa cultura. Ha sviluppato anche una sanità all’avanguardia: la rete bresciana degli ospedali è un punto di riferimento per la ricerca in tutta Europa, e qui si viene, per farsi curare, da ogni regione dell’Italia.

Qui insomma, per la saldatura di quelle tradizioni, i servizi funzionano, producono utili e attraggono risorse materiali e immateriali da tutta l’Italia, e persino dall’Europa. “Si, sono testimone attivo di tutte queste trasformazioni”, dico a Del Bono, “perchè vi sono cresciuto dentro e non sono stato con le mani in mano, lo sai bene”. Anche il bisogno di conoscere la propria Storia ha generato impulsi fecondi. Brescia che è stata una delle capitali dei longobardi, custodisce tesori che sono stati recuperati e raccolti nel grande complesso di “Santa Giulia”, fatto costruire da Desiderio, l’ultimo re Longobardo, per la figlia Anselperga, ed ora patrimonio dell’umanità, dove si svolge una parte cospicua della vita culturale della città, con mostre, convegni, ecc.

Capisco che il Sindaco vuole dirmi un’ultima cosa. E’ la stessa che voglio dirgli io. Ci sono due valori che attraversano da sempre quelle tre culture, e ne rappresentano in qualche modo il collante. Il primo è il valore del lavoro, l’altro ha a che fare con l’etica della responsabilità verso sé stessi e verso l’altro. Non è mera retorica, lo so per esperienza, e lo sanno anche gli immigrati, che non a caso qui si integrano bene. Siamo un po’ fissati con questi valori, che hanno una venatura calvinista, non c’è dubbio. Li si apprende con il latte materno, li si respira nell’ambiente. Io qui ho frequentato sia le superiori, sia l’Università lavorando già dai 14 anni ed era una cosa normale. Con me infatti c’erano moltissimi ragazzi che avrebbero anche potuto, per condizione famigliare, fare diversamente. Persino mio figlio: dopo la scuola dell’obbligo mi disse, “ anch’io voglio fare così”. E pure lui ha fatto ogni lavoro disponibile, mentre frequentava le superiori e l’Università. Qui, per i più, il lavoro è ancora una sorta di religione civile, e si riverbera anche sullo studio. Ecco perchè il reddito di cittadinanza e la quota cento danno fastidio, e qualche creativo esprime un suo pensiero su alcuni muri della periferia cittadina, scrivendo: “Quanto hanno lavorato Salvini e Di Maio prima di entrare in politica? Zero”. Insomma, c’è sempre di mezzo il lavoro. “Cosa accadrà domani?” chiedo al Sindaco. “Boh”, mi risponde, “Io seguo una massima che ho imparato da bambino: fai quel che devi”… “Si, e accada quel che può”, aggiungo io, il vostro scriba.         

Lanfranco Scalvenzi     

Appunti di un viaggio a Londra

Da Roma a Londra ci sono due ore e mezza di aereo, ma la distanza misurata sulla qualità del modello di vita e del sistema urbano è di molto superiore. Basta una settimana di soggiorno per ricevere stimoli e suscitare riflessioni ad ampio spettro. Immersi in un contesto diverso da quello di provenienza tutto ciò che da noi appare inaffidabile e incerto si trasforma in un solido punto di riferimento per vivere nella città. Le impressioni di un viaggiatore sono naturalmente legate ad un’esperienza parziale, ma piena di senso a volerla cogliere in tutte le sue sfumature.

D’altra parte sono così tanti gli italiani che hanno deciso di trasferirsi a Londra che più di un punto interrogativo è necessario porlo. Cosa colpisce un viaggiatore? L’impatto è sempre una triade: trasporti, pulizia, accoglienza intesa come interazione con le persone del luogo. Ebbene 8,3 milioni di abitanti (oltre 12 nell’area metropolitana) sono una prova difficile da sostenere per qualunque organizzazione pubblica. Londra sembra superarla senza difficoltà. L’efficienza della rete di trasporti pubblici è quasi leggendaria. Dall’estensione della metropolitana (una vera città sotterranea), al numero di convogli, alla quantità di bus che circolano in superficie, alla puntualità fino allo stato di carrozze e sedili tutto indica un sistema che funziona e che si basa necessariamente sulla collaborazione degli utenti. Se così non fosse le stazioni e i mezzi non sarebbero puliti come sono e i sedili, incredibilmente rivestiti di tessuto imbottito, sarebbero distrutti. Invece nessun segno di vandalismo e di deterioramento.

Trasporti pubblici significa attuazione del diritto alla mobilità, contributo a rendere la città accessibile a tutti, a diminuire il traffico privato, l’inquinamento e lo spreco di energie e denaro per spostarsi in città che noi italiani conosciamo bene. In definitiva un sistema di mobilità efficiente contribuisce anche a smorzare gli effetti delle disuguaglianze.

Identica osservazione la si può fare per la pulizia dei luoghi pubblici e per la cura del verde. Niente cumuli di rifiuti, niente sporcizia. Le strade e i marciapiedi sono in condizioni ottimali, non si rischia di finire in una buca sull’asfalto né di inciampare camminando. Sembra poco, ma basti pensare al drastico aumento dei morti e dei feriti a Roma per incidenti dovuti alle buche per capire che non è così.

I parchi e i giardini pubblici sono numerosi e tutti curati come raramente viene fatto in Italia. Bello da vedersi, ma soprattutto, una grande lezione di civiltà perché quei luoghi sono vissuti intensamente dai londinesi e dai turisti. Quando centinaia di bambini sguazzano nell’acqua di vasche alte pochi centimetri nei parchi e anche in un museo (Victoria and Albert museum) è lo spazio pubblico che ne esce vincente. E i musei ne fanno parte. L’ingresso è gratuito, sono curatissimi, sorvegliati, organizzati in modo esemplare, ricchi di opere e di installazioni.

Stiamo descrivendo un luogo paradisiaco? No, semplicemente una città nella quale si ha rispetto e cura di tutto ciò che è pubblico.

Si comincia dunque ad intuire perché tanti giovani italiani abbiano deciso di trasferirsi qui. La qualità della vita è importante e la cura dello spazio e dei servizi pubblici è fondamentale. Il quadro però non sarebbe completo senza il lavoro. Parlando con alcuni di loro i giudizi convergono. Trovare lavoro e cambiarlo è facile, veder riconosciuti i propri meriti è normale e senza dover esibire raccomandazioni, appoggi, parentele. In quel contesto è facile pensare che non ci sia alcuna aspirazione a mantenere il posto a vita, ma, al contrario, a migliorarlo.

Nessuna pecca dunque nel sistema inglese? Ce ne sono sicuramente tante, ma quei punti fermi rimangono e non sono poca cosa perché rappresentano la base sulla quale si può contare per gestire la propria vita.

In conclusione quale sarà mai il segreto di Londra? Dovrebbe essere piuttosto semplice rispondere: classe dirigente e cultura civile. La prima non significa solo un vertice ristretto, ma una diffusa cultura di responsabilità e impegno in chiunque abbia ruoli direttivi. Responsabilità che è un valore interiorizzato anche da tutti quelli che svolgono un qualsiasi lavoro. La seconda si basa sul riconoscimento delle regole e dell’autorità che le definisce e sulla consapevolezza di appartenere ad una comunità. È una cultura che si percepisce e che porta lo stesso viaggiatore a riconoscersi in essa.

Tutto ciò si può riassumere in una parola: libertà. Perché le persone sono più libere se lo spazio pubblico è efficiente e curato e se possono farsi avanti con i loro meriti.

Purtroppo sono proprio questi elementi di contesto che rendono così lontane Roma e Londra. Molto più lontane dei 2 mila km che le dividono

Claudio Lombardi

La fragilità del sistema Italia

Poiché stiamo per votare forse sarà il caso di aprire meglio gli occhi. Lasciamo perdere le promesse dei partiti e cerchiamo di concentrarci su alcune fragilità del sistema Italia. Lo facciamo attraverso un articolo di Alessandro Campi pubblicato di recente. L’Italia è un Paese tre volte fragile scrive l’autore. E inizia il suo ragionamento prendendo spunto dalla cronaca di questi giorni sulle vicende stranote della nevicata di lunedì. Di fronte ad un banale evento meteorologico egli coglie innanzitutto una cronica debolezza dei nostri gruppi dirigenti ad ogni livello. Quando si occupano posizioni di potere – scrive Campi – bisogna essere in grado di decidere e scegliere agendo con capacità e tempestività e assumendosene la responsabilità. La vera etica del servizio pubblico è questa, non mostrarsi onesti e ligi ai regolamenti, ma sfuggendo dai propri doveri e responsabilità. L’esempio portato da Campi è quello della prevenzione. In teoria dovrebbe significare agire per tempo adottando misure precauzionali per ridurre le conseguenze negative di un evento. In pratica si traduce spesso nello scaricarsi preventivamente da ogni competenza nel timore di doverla esercitare e di doverne rispondere. Di qui la ricerca di responsabilità più elevate sulle quali scaricare l’onere di assumere una decisione. Eppure esisterebbero gerarchie amministrative e politiche preventivamente definite che servono proprio a favorire interventi tempestivi in ogni circostanza.

Un’altra fragilità è di tipo materiale. L’Italia va in crisi e si paralizzano le città, Roma capitale innanzitutto, per una banalissima nevicata ordinaria. Se per un tale evento si arriva a chiudere scuole e uffici pubblici, se la rete del trasporto pubblico si blocca significa che la nostra infrastruttura dei servizi è obsoleta. Ciò rivela non solo un ritardo tecnologico  rispetto agli altri Paesi, ma anche che siamo un Paese vecchio: sul piano demografico ed anche nella sua architettura tecnico-sociale.

Un terzo fattore di debolezza ha a che vedere con il comportamento degli italiani, con la loro emotività. Si ha l’impressione che molti cittadini, e soprattutto le nuove generazioni, non siano più in grado di sopportare e affrontare anche il minimo disagio. È come se la crescita di un vasto e articolato apparato di protezione sociale avesse favorito il radicarsi di una mentalità assistenzialistica e parassitaria.

Il benessere del welfare state, invece di produrre una visione attiva della cittadinanza, sembra aver generato una mentalità rinunciataria, lamentosa e deresponsabilizzante che è ormai piuttosto diffusa. Una condizione di passività e di scarsa reattività che sembra tramandare ai tempi nostri quel rapporto servile, diffidente e strumentale col potere che gli italiani hanno avuto molto a lungo nel passato. Forse la radice di un individualismo che sfocia nell’egoismo e nel disinteresse per tutto ciò che è pubblico o comunque estraneo alla nostra sfera domestica.

In pratica sembra di vivere in un Paese dove ci si aspetta tutto dalla mano pubblica senza tuttavia essere altrettanto disposti ad impegnarsi personalmente per una causa che non sia la propria.

Alessandro Campi esemplifica il suo ragionamento con un video che circola in rete in questi giorni nel quale un immigrato italo-canadese di origini marchigiane spiega ai suoi antichi paesani, impegnatissimi a postare foto di strade innevate lamentando la scarsità dell’intervento comunale, che in Canada quando nevica i cittadini prendono la pala e puliscono le strade senza inveire contro nessuno.

Si tratta di tre debolezze che sono alla base del malessere e dei ritardi che l’Italia deve scontare nel confronto con i suoi alleati e competitori internazionali.

A queste tre debolezze se ne può aggiungere una quarta: quella di rappresentanti che nella sfiducia e nel rancore si inseriscono e cercano di intermediare bisogni individuali e collettivi ricavandone un guadagno, un vantaggio o un privilegio.

Avere ben presenti queste fragilità del sistema Italia può essere molto utile sia per le prossime elezioni, per le quali sembra che molti decideranno di non votare, sia per il futuro. Perché non c’è futuro se queste debolezze non saranno eliminate

Claudio Lombardi

La neve a Roma, l’Italia in blocco

Cosa è successo a Roma per 10 cm di neve lunedì lo sanno bene i romani. Gli italiani hanno potuto seguirlo attraverso internet e sulle Tv. Una città completamente bloccata. Dunque si parla di fatti non di opinioni. Che la sindaca Raggi affermi che tutto è stato tenuto sotto controllo dalla sua amministrazione è una ridicola battuta che le viene concessa dai giornalisti solo perché il M5S gode di un trattamento di favore. Fosse stata del Pd o di un altro partito l’avrebbero messa sotto accusa. I romani per primi ovviamente che, invece, stanno sopportando enormi disagi prodotti dall’incapacità dell’attuale amministrazione senza ancora far sentire la loro protesta.

Non si tratta solo del comune di Roma però. La nevicata ha messo a nudo la fragilità del sistema Italia. Dieci centimetri di neve sono bastati per paralizzare il nodo ferroviario romano con ripercussioni sull’intera rete italiana. Strutture tecniche che dovrebbero garantire sempre il loro funzionamento con l’unico limite di cataclismi naturali o di guerre si sono candidamente arrese. L’Amministratore delegato di Rete Ferroviaria Italiana intervistato da La Stampa afferma che erano attesi 3 cm di neve e non 10 cm e che la nevicata a Roma doveva esaurirsi alle 7 e invece si è protratta fino alle 10. Per questo il piano neve e gelo di Rfi non ha funzionato. E in cosa sarebbe consistito questo piano? Nel ridurre l’offerta di treni. Il buon AD ne conclude che non si può parlare di cattiva organizzazione. Poco ci manca che chieda pure un applauso. L’Ad di Ferrovie dello Stato conferma che il blocco è dipeso dalle scaldiglie che devono sciogliere il ghiaccio negli scambi. Su 600 del nodo ferroviario romano solo 150 ne sono provvisti perché la spesa non sarebbe stata giustificata dall’eccezionalità delle nevicate su Roma. Questo finora perché adesso annuncia che saranno installate su tutti gli scambi. E si sta parlando di un investimento di modesta entità la cui durata si calcola in decenni non di un abbellimento.

Dunque il senso qual è? Il nodo ferroviario di Roma è appeso alla speranza che nevichi poco. Se nevica un poco di più è la paralisi. Purtroppo per molti italiani è normale che sia così, così come è normale chiudere le scuole e rendere di fatto impossibile raggiungere i luoghi di lavoro. A pochi viene in mente che i servizi pubblici non possono essere impreparati di fronte ad eventi assolutamente normali nel ciclo delle stagioni.

Anormale è che i servizi e le amministrazioni che li devono garantire non funzionino proprio quando ce ne sarebbe più bisogno. In caso di neve infatti è il traffico privato che può creare un intralcio, ma se i cittadini vengono abbandonati l’esempio che si offre è che dello Stato e dei servizi che questo assicura o sorveglia non ci si possa fidare e che sia meglio arrangiarsi da soli.

L’arte di arrangiarsi cioè ognuno per sé e la diffidenza per ciò che proviene dallo Stato, dal settore pubblico e da organizzazioni tecniche è esattamente il cuore di ciò che oggi viene chiamato populismo. Quando si parla di competitività di cui l’Italia scarseggia e di mancanza di fiducia dei partner europei a questo ci si riferisce. Nel nostro Paese siamo abituati all’inaffidabilità di ciò che dovrebbe costituire la dimensione pubblica e i fatti di questi giorni lo confermano.

Questa inadeguatezza ricade tutta nella responsabilità della politica e degli apparati amministrativi e tecnici che da questa dipendono. I manager che si sono espressi nel modo sopra riportato non sono a costo zero e dovrebbero rispondere delle mancanze con i loro guadagni. In un Paese serio un tale disastro, sia pure limitato a un paio di giorni, non sarebbe perdonato.

Stiamo per votare e l’aria che tira è quella di una protesta che si farà sentire sia con l’astensionismo, sia con il voto a partiti che promettono improbabili rivoluzioni basate su cambiamenti miracolosi e su promesse irreali. Sarebbe nostro interesse di cittadini stare con i piedi per terra e trarre un insegnamento dalle vicende di questi giorni: i problemi che ci frenano sono molto seri e affondano le radici in difetti costitutivi del sistema Italia; bisogna definire un percorso di riparazione dei guasti e incaricare di guidarlo le persone più serie e più preparate che ci sono a disposizione perché la strada per migliorare non sarà né facile né breve e chiamerà in causa anche noi sia come protagonisti, che come controllori, suggeritori e destinatari di cambiamenti che non sempre piaceranno a tutti. Alternative non ci sono, se vogliamo risalire la china. Altrimenti possiamo rassegnarci ad un lento e inesorabile declino

Claudio Lombardi

Atac Ama e i guai di Roma

Atac e Ama sono le più grandi aziende romane. Entrambe di proprietà del Comune erogano due fra i principali servizi necessari alla vita di una città: trasporti e gestione dei rifiuti. Ebbene entrambe hanno la responsabilità di aver reso difficile la vita dei romani e non da oggi. Da anni. Ovvio che, come in tutte le cose, c’è stato un momento iniziale nel quale si stava meglio perché i guasti non si erano ancora manifestati. Per esempio nel campo dei rifiuti fino a che tutto (ma proprio tutto) si gettava nella discarica di Malagrotta sembravano non esserci problemi. Ogni tanto uno sciopero o qualche incidente che bloccava il ritiro della spazzatura. O, magari, la strisciante inefficienza che da sempre caratterizza l’amministrazione comunale e le sue aziende. Ai romani andava bene così, la grande buca si riempiva e la differenziata era roba sconosciuta, roba per tedeschi. Anche ai sindacati andava bene così. I dipendenti erano tanti, alto l’assenteismo, tanti quelli che si buttavano su qualche invalidità per non scendere in strada, i ritmi di lavoro erano a dir poco blandi. Poi Malagrotta si è riempita e sono iniziati i problemi perché si è scoperto che non c’erano i piani per sostituirla e i politici si sono mostrati del tutto inadeguati a svolgere la loro funzione. Così è stato comodo aggrapparsi come alibi a gruppi di ambientalisti che si opponevano alla costruzione di un inceneritore che poi è l’indispensabile accompagnamento di ogni politica fondata sulla differenziazione e sul riciclo. E tuttora Roma non ha un inceneritore e nessuno che abbia responsabilità pubbliche osa menzionarlo almeno come ipotesi. Eppure ce l’hanno tante altre città italiane ed europee, ma da noi è tabù. Di qui il dramma e l’emergenza dei rifiuti che si vive ormai da oltre un anno. I romani pagano la più alta tariffa rifiuti d’Italia e hanno la monnezza per strada. Volgarmente si direbbe “cornuti e mazziati”.

Per il trasporto pubblico stesso discorso. I dati dell’inefficienza di Atac sono strazianti. Dal 2009 al 2016 ha bruciato 5 miliardi di contributi pubblici ed accumulato 1,4 miliardi di perdite. E per cosa? Per un servizio scadente a costi superiori del 30% a quelli della corrispondente azienda milanese. Più personale, meno ore lavorate, più assenteismo. E tutto questo con la piena copertura dei responsabili politici del servizio. D’altra parte i dipendenti comunali e delle aziende di proprietà sono il più grande serbatoio di voti a Roma e infatti la stessa sindaca Raggi, da candidata, si premurò di rassicurare i sindacati. Lo slogan per l’elettorato era “cambieremo tutto”, per chi dipendeva dal Comune andava inteso come “a voi non vi toccheremo”. E, infatti, così è stato. Sono cambiati gli assessori e i direttori generali, ma la struttura di Atac e Ama è rimasta intatta. Privilegi e sprechi compresi.

L’ex assessore alle partecipate di Roma Massimo Colomban, intervistato in questi giorni dal Messaggero, afferma di aver avvertito la sindaca che Ama ed Atac non potevano rimanere di proprietà al 100% del Comune e che avevano assoluto bisogno di un partner industriale; afferma inoltre che una direttiva dai livelli superiori del Movimento 5 stelle ha impedito che si intervenisse (e infatti lui ha lasciato l’incarico); dice che il Movimento non deve proteggere i sindacati, alcuni dei quali in Ama e Atac la fanno da padroni da anni. Nessuno gli ha dato retta. Anzi, in questa situazione la Giunta romana intende rinnovare l’affidamento in esclusiva del servizio ad Atac fino al 2021, mentre pende una procedura di concordato in continuità che dovrebbe servire ad evitare che i creditori chiedano il fallimento e in assenza di un piano industriale e finanziario indispensabile perché il giudice possa accordare il concordato. Una situazione a dir poco opaca. E tutto questo accade mentre sta scadendo il termine per indire il referendum sul trasporto pubblico per il quale 33mila cittadini hanno apposto la loro firma. Praticamente la Giunta grillina sta arrampicandosi sugli specchi per lasciare le cose come stanno il che significa in primo luogo non rompere l’alleanza con il sindacalismo corporativo e ostacolare lo svolgimento del referendum perché c’è il rischio che i romani votino perché il servizio pubblico sia tolto ad un’azienda che si è rivelata incapace di effettuarlo. Alla faccia della democrazia diretta predicata dal M5S.

Quale è il succo della vicenda? In definitiva il M5S a Roma sta dimostrando, perlomeno nel campo dei rifiuti e del trasporto pubblico, la sua impronta profondamente arrogante e conservatrice e la sua incapacità di far funzionare la città. Il M5S nega la realtà e si batte perchè Atac e Ama rimangano monopolisti dei servizi, di proprietà del Comune al 100%, ma non ha la capacità di far funzionare bene queste aziende perchè nulla si può toccare dell’assetto attuale. Ovviamente mascherandosi dietro a slogan triti e ritriti che appaiono sempre più come una bella favoletta raccontata ai bimbi per tenerli buoni. In pratica stanno semplicemente prendendo in giro i romani tentando di rinviare al domani i problemi, tirando a campare un giorno dopo l’altro e confidando nell’assuefazione alla sofferenza. In dialetto romanesco si dice che stanno dando la “guazza” ai romani

Claudio Lombardi

Sprechi in sanità: altri due punti di vista

sprechi in sanitàLa storia degli sprechi in sanità somiglia ad una di quelle leggende metropolitane che vagano e rimbalzano senza mai toccare la terra della concretezza. Le mitiche siringhe – emblema di tutti gli sprechi – che costano 10 da una parte e 50 dall’altra hanno smosso il pachiderma decisionale delle amministrazioni pubbliche e dei politici nonché richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica. Ormai quasi nessuno sostiene più che la questione dei servizi essenziali come la sanità debba essere affrontata secondo una logica puramente incrementale. L’equazione maggiore spesa = miglior servizio non può più essere la bussola a cui agganciare le scelte e le rivendicazioni dei tanti soggetti che si rivolgono e intervengono nel campo della sanità. Insomma non è detto che ogni anno la spesa debba solo aumentare e mai diminuire. E così, oltre ai vari esperti di spending review che si succedono al vertice, tanti altri si stanno impegnando ad analizzare il funzionamento della sanità e ad individuare gli eccessi di spesa cioè gli sprechi.

Qualche risultato è già stato raggiunto. Per esempio sull’onda della fama ottenuta dalle “mitiche” siringhe si sta affermando una tendenza a ridurre i centri di acquisto con risparmi già acquisiti (nel solo Lazio si tratta di centinaia di milioni tra 2014 e 2015). Ovviamente una revisione seria della spesa porta inevitabilmente a rivedere anche la distribuzione delle risorse umane cioè, per essere chiari, i casi di ospedali con tanto personale e pochi posti letto o la questione delle cliniche universitarie oppure le prestazioni effettuate dai privati. Insomma cose concrete che toccano molteplici interessi e difficili da affrontare.

medicina difensivaMa ecco che da due soggetti diversi mettono in evidenza altri due aspetti del pianeta sprechi in sanità. Il primo è uno studio condotto in quattro regioni (Lombardia, Marche, Umbria, Sicilia)  da Agenas. Lo studio è dedicato alla medicina difensiva una pratica che, per prevenire future contestazioni, porta i medici ad abbondare in prescrizioni diagnostiche e di farmaci. Lo studio indica che circa il 60% dei medici segue questa strada determinando un maggiore esborso di 9-10 mld di euro solo per gli esami in eccesso alle reali esigenze diagnostiche. Emerge dallo studio un altro dato interessante e cioè che i medici intervistati sanno di esagerare, ma non si sentono tutelati a sufficienza e così preferiscono abbondare in prescrizioni. Il “succo” della ricerca è semplice: troppi controlli, troppe prestazioni inappropriate, troppi soldi sprecati.

Secondo focus sullo spreco. La fondazione GIMBE mette sotto analisi il tema delle sperimentazioni cliniche e della ricerca. Il suo presidente Nino Cartabellotta fornisce un dato allarmante: oltre il 25% degli sprechi in sanità è conseguenza della prescrizione/erogazione di interventi sanitari inefficaci e inappropriati perché il Ssn preferisce introdurre continuamente sul mercato trattamenti di efficacia non provata piuttosto che investire in ricerca comparativa indipendente, generando conoscenze utili a ridurre gli sprechi.

Ecco due contributi preziosi che aiutano ad inquadrare la questione nel modo giusto andando oltre il conflitto sui tagli. La parola d’ordine più seria dice che le prestazioni devono essere appropriate e, quindi, soggette a continua verifica di efficacia. Non di più non di meno.

Claudio Lombardi

Impressioni di un viaggio in Francia (di Claudio Lombardi)

canal du midiLe impressioni a caldo le avevo già scritte pochi giorni fa in un post su facebook. Qui le ripeto perché meritano un ragionamento più ampio: “La differenza con l’Italia comincia dall’asfalto delle strade sempre ben tenute e prosegue con la moltitudine di bambini delle famiglie francesi che stanno dappertutto, per concludersi con la valorizzazione e la cura dei monumenti e dei luoghi d’arte. La differenza con l’Italia è la dignità e il rispetto per se stessi. Da qui l’Italia appare un paese senza dignità e senza rispetto per i suoi valori, per i suoi tesori e per la sua storia, un paese alla mercé di bande di imbroglioni e truffatori, senza una classe dirigente”.

In un momento in cui il dibattito politico e l’attenzione degli italiani vengono richiamati su due temi “cruciali” come la sorte del condannato Berlusconi e l’IMU allargare lo sguardo ad un paese così vicino a noi può essere molto utile.

Le impressioni di viaggio sono preziose per avere elementi su cui riflettere e per misurarsi con altre esperienze, per capire e per, eventualmente, cambiare.

viaggiatoreCiò che un comune viaggiatore percepisce ovviamente non è sufficiente per conoscere un altro paese, ma è un indicatore importante. Nel post si citano tre parole chiave: asfalto cioè strade, bambini e famiglie, monumenti. L’impressione generale è quella di un paese con molto rispetto di se stesso e di uno stato che agisce per una società che si riconosce in una identità.

Chi volesse ricordare a questo punto i tanti momenti di tensione che si sono espressi in atti di rivolta antistato negli anni passati può farlo, ma prendendo atto che quegli episodi non hanno stravolto nulla e che segnalano un problema comune a tutte le società più avanzate a cominciare dalla Svezia.

Asfalto sta per cura delle infrastrutture e dello spazio pubblico che si constata con lo stato delle strade, con i servizi a disposizione dei viaggiatori ed anche con il decoro e la pulizia delle città.

famigliaFamiglie e bambini perché evidentemente in Francia si è preferito investire sulle politiche per la famiglia piuttosto che pontificare sui valori ricostruiti secondo esigenze ideologiche e politiche e lasciando però la situazione reale immutata. I risultati si vedono perché il gran numero di giovani coppie con bambini è la prova che le politiche sociali non sono state sbandierate, ma realizzate.

Monumenti e patrimonio artistico tenuti con grande cura e con rispetto (nonostante l’invadenza degli spazi commerciali) significano rispetto della propria storia e della propria identità.

Chi vive in Italia ha molta facilità nel notare le differenze in ogni campo tra i due paesi. Io vivo a Roma e conosco benissimo lo stato delle strade, la pulizia della città, lo stato dei monumenti e le difficoltà di allevare dei bambini. Qual è la parola chiave che riesce a cogliere meglio queste differenze? È “assenza” contrapposta a “presenza”. Gli italiani sono abituati a poteri pubblici assenti, impotenti, distratti e resta sempre loro l’incertezza sui diritti e le prestazioni cui hanno o avrebbero diritto. Non così in Francia dove la presenza dello Stato si avverte con un senso di affidabilità che si percepisce prima ancora di misurarlo nei fatti.

corruzione-italiaSiamo tutti un prodotto della storia e quella italiana è molto diversa da quella francese. Inutile negare che l’Italia è il paese dove la mafia ha potuto trasformarsi in potere reale capace di intervenire in politica e di piegare o condizionare le istituzioni. Inutile negare che in Italia la corruzione ha profondamente inquinato le forze politiche e che il valore della legalità è stato calpestato senza ritegno consentendo a gruppi di affaristi di conquistare le istituzioni e gli apparati pubblici. Inutile far finta che Berlusconi sia stato un capo politico e non il capobanda che si è dimostrato.

Tutto ciò ha formato la cultura civile degli italiani ed ha costituito la sostanza della politica reale che è stata fatta da buona parte delle forze politiche. Al di là della retorica e degli impegni proclamati, al di là dei tanti esempi di onestà e di dedizione alle istituzioni e all’interesse generale la verità è che quelle tendenze banditesche hanno potuto prendere il sopravvento per anni senza suscitare una rivolta fra i cittadini che, invece, ci si sono adattati.

Bisogna, invece, uscir fuori da questa coazione a ripetere che spinge sempre verso la tolleranza di ciò che distrugge l’etica pubblica, tolleranza in nome della stabilità e del rispetto delle posizioni di potere e di rendita in qualunque modo conquistate, tolleranza per respingere ciò che appare troppo nuovo e radicalmente oppositivo. Uscir fuori dalla coazione a ripetere significa che deve emergere uno schieramento di forze politiche che assuma il compito di spezzare quel modello indicando al popolo italiano un obiettivo strategico e mettendo mano alla formazione di una nuova classe dirigente.

Claudio Lombardi

La crisi della democrazia europea (di Amartya Sen)

Pubblichiamo per la sua immutata attualità un articolo apparso su “The New York Times” del 22 maggio 2012

 

Se ci fosse bisogno di fornire una prova della massima secondo cui la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni, senza dubbio ce la offre la crisi economica Europea. Le intenzioni dei responsabili delle politiche dell’Unione Europea, forse degne ma limitate, sono risultate inadeguate a costruire un’economia europea sana e hanno prodotto invece un mondo di miseria, caos e confusione.

Due sono le ragioni.

In primo luogo, le intenzioni possono essere rispettabili ma non lucide, e le fondamenta della politica di austerità in corso, in combinazione con le rigidità dell’unione monetaria europea (in assenza di un’unione fiscale), difficilmente possono essere considerate un modello di forza e sagacia. In secondo luogo, un’intenzione di per sé buona può entrare in conflitto con una priorità più urgente – in questo caso, la conservazione di un’Europa democratica preoccupata del benessere sociale. Questi sono valori per i quali l’Europa ha combattuto, per molti decenni.

Certo, alcuni paesi europei hanno bisogno da tempo di una migliore e più responsabile gestione economica. Tuttavia, la tempistica è fondamentale; le riforme fatte secondo un programma ben meditato devono essere distinte dalle riforme fatte in estrema urgenza. La Grecia, con tutti i suoi problemi di responsabilità, non era in crisi economica prima della recessione globale del 2008. (In realtà, la sua economia è cresciuta del 4,6 per cento nel 2006 e del 3 per cento nel 2007, prima di iniziare la sua continua contrazione.)

La ragione delle riforme, non importa quanto urgente, non è servita bene dall’imposizione unilaterale di tagli improvvisi e selvaggi nei servizi pubblici. Questi tagli indiscriminati abbattono la domanda – una strategia controproducente, data la disoccupazione enorme e le imprese produttive decimate dalla carenza di domanda nel mercato. In Grecia, uno dei paesi rimasti indietro rispetto agli incrementi di produttività avvenuti altrove, lo stimolo economico della politica monetaria (svalutazione della moneta) è precluso dall’esistenza dell’unione monetaria europea, mentre il pacchetto fiscale richiesto dai leaders del continente è gravemente anti-crescita. Nel quarto trimestre dello scorso anno la produzione economica dell’eurozona ha continuato a diminuire, e le prospettive sono così tristi che un rapporto recente che ha rilevato una crescita zero nel primo trimestre di quest’anno è stato accolto da tutti come una buona notizia.

Vi è, in effetti, un sacco di testimonianze storiche che il modo più efficace per ridurre il deficit è quello di combinare la riduzione del disavanzo con la rapida crescita economica, che genera più entrate. Gli enormi deficit seguiti alla Seconda Guerra Mondiale sono in gran parte scomparsi con la crescita economica rapida, e qualcosa di simile è accaduto durante la presidenza di Bill Clinton. La riduzione molto apprezzata del deficit di bilancio svedese del 1994-1998 si è verificata in contemporanea con una crescita piuttosto rapida. Al contrario, oggi si chiede ai paesi europei di tagliare i loro deficit, mentre sono intrappolati in una crescita economica zero o negativa.

John Maynard Keynes può sicuramente offrirci delle lezioni su questo, avendo capito che lo stato e il mercato sono interdipendenti. Ma Keynes ha poco da dire sulla giustizia sociale, e sugli impegni politici con cui l’Europa è emersa dalla seconda guerra mondiale. Questi hanno portato alla nascita del moderno stato sociale e dei servizi sanitari nazionali – non per sostenere l’economia di mercato, ma per proteggere il benessere umano.

Anche se questi problemi sociali non hanno impegnato a fondo Keynes, in economia esiste una vecchia tradizione che combina l’efficienza dei mercati con l’erogazione di servizi pubblici che il mercato non può essere in grado di fornire. Come ha scritto Adam Smith (spesso semplicisticamente indicato come il primo guru dell’economia di libero mercato) in “La ricchezza delle nazioni”, in un’economia ci sono “due obiettivi distinti”: “in primo luogo, fornire un reddito di sussistenza per le persone , o, più propriamente, consentire loro di procurarsene uno, e d’altro lato, fornire allo Stato delle entrate sufficienti per i servizi pubblici”.

Forse l’aspetto più preoccupante del malessere attuale dell’Europa è la sostituzione degli obiettivi democratici con i dettami della finanza – da parte dei leaders dell’Unione Europea e della Banca Centrale Europea, e, indirettamente, delle agenzie di rating, i cui giudizi sono stati notoriamente fallaci.

Un dibattito pubblico partecipativo – il “government by discussion” esposto da teorici democratici come John Stuart Mill e Walter Bagehot – avrebbe potuto individuare le riforme necessarie in un arco di tempo ragionevole, senza minacciare le fondamenta del sistema europeo di giustizia sociale. Al contrario, i drastici tagli nei servizi pubblici con una discussione generale molto scarsa sulla loro necessità ed efficacia, sono destabilizzanti per un segmento importante della popolazione Europea e giocano a favore degli estremisti di entrambe le parti dello spettro politico.

L’Europa non può riprendersi senza affrontare due aree di legittimità politica. In primo luogo, l’Europa non può affidarsi ai punti di vista unilaterali – o buone intenzioni – di esperti, senza un ragionamento pubblico e un consenso informato dei suoi cittadini. Dato l’evidente disprezzo del pubblico, non è una sorpresa che in un’elezione dopo l’altra il pubblico abbia dimostrato la sua insoddisfazione non votando più per i partiti storici.

In secondo luogo, quando i leaders dettano delle politiche inefficaci e palesemente ingiuste, sia la democrazia che la possibilità di creare una buona politica vengono vanificate. L’evidente fallimento del mandato di austerità imposto finora ha minato non solo la partecipazione pubblica – un valore in sé – ma anche la possibilità di giungere ad una soluzione ragionevole, e programmata con saggezza.

Questo è un sicuramente un grido lontano da quell'”Europa democratica unita” che i pionieri dell’unità Europea volevano realizzare.

Da www.lib21.org