Troppo mattone e poca impresa: il declino italiano
Sintesi di un articolo dell’economista Giuseppe Russo, direttore del Centro Einaudi, pubblicato su https://laltravoce.com/ (l’altra voce quotidiano nazionale)
L’assenza di crescita è strutturale in Italia. Dal lato della domanda, la crescita si sostiene sulla demografia, ma siccome è in calo (nei prossimi venti anni solo un consumatore su due verrà sostituito da uno nuovo) non sarà in grado di alimentare una domanda interna robusta. La domanda, però, può essere spinta dalle esportazioni, ma bisogna far accettare il proprio prodotto all’estero e quindi non si ricade sotto il controllo dell’economia nazionale. Quale leva resta? L’accumulazione di capitale produttivo, che avviene attraverso l’investimento.
Nell’economia di mercato l’investimento svolge tre funzioni: rinnova il patrimonio produttivo, sostituendolo a mano a mano che si consuma o diventa obsoleto; accresce il Pil potenziale; trasferisce l’innovazione. Sotto questo profilo, l’Italia non va bene. Se si guarda all’investimento netto, ossia quello che supera il semplice ammortamento, è stato negativo in due anni su tre tra il 2009 e fino al 2015. In altri termini, a seguito delle due recessioni del 2009 e del 2012, il capitalismo italiano ha tirato i remi in barca e ha disinvestito. Sono stati quelli gli anni della dissoluzione della grande industria privata italiana. La crescita delle medie imprese non ha ancora colmato il vuoto lasciato dalle grandi che sono scomparse.
Anche dopo il periodo delle due crisi di quegli anni, la propensione a investire non è mai stata particolarmente alta. L’Italia ha una tendenza cronica al sottoinvestimento in mezzi di produzione, materiali o immateriali. Infatti tra il 2007 e il 2014 il tasso di investimento lordo passa dal 21 al 16 per cento del Pil. Dal 2015 in avanti, invece, gli investimenti lordi si riprendono, ma non sono cresciuti tutti. Sono aumentati più quelli nelle costruzioni, che non accrescono il PIL potenziale, rispetto a quelli in macchine, impianti, attrezzature, ricerca e sviluppo, brevetti e software che, invece, producono PIL potenziale e quindi sono il motore della crescita futura. Ovviamente il superbonus ha dato una bella spinta a questo squilibrio (ci ricordiamo quante volte si è ripetuto che la crescita indotta dai bonus edilizi è momentanea e non lascia traccia?).
Nelle economie che crescono è l’inverso: meno soldi alle costruzioni, più alle macchine e più ancora a ricerca, sviluppo e digitalizzazione. Il problema dunque è che l’Italia investe, ma non cresce perché i suoi investimenti, per lo più in fabbricati, non aumentano il PIL potenziale.
In sostanza qui si investe di più dove l’effetto di spinta del PIL finisce con la chiusura del cantiere e si investe di meno dove l’effetto di spinta del Pil inizia alla chiusura del cantiere (quando la ricerca si conclude, quando si installa un nuovo software, quando si registra un nuovo brevetto). In pratica il capitalismo italiano è più incline a puntare sulla rendita immobiliare che a reinvestire nella propria impresa.
È facile comprendere allora perché il nostro Paese sia poco attrattivo per gli investimenti esteri. Pertanto ci sono più investimenti delle imprese nazionali all’estero che non investimenti delle imprese estere in Italia. Nella scarsa attrattività bisogna includere, ovviamente, anche i costi dell’energia, quelli fiscali e quelli burocratici.
Tuttavia un ruolo ce l’ha la spesa pubblica. Negli ultimi cinque anni ci sono stati programmi di spesa imponenti con volumi pari a circa 100 miliardi all’anno per circa quattro anni.
Dei bonus edilizi si è già detto, ma il PNRR nasceva dalla decisione di sospendere il Patto di Stabilità sia per sostenere la domanda crollata con il Covid sia soprattutto per tendere a superare il divario dell’Italia con i paesi europei più avanzati spingendo per una trasformazione del modello produttivo. Ora che il PNRR è alle battute finali si capisce che non è andata così e la crescita italiana sembra trainata più dai flussi turistici che dall’offerta di prodotti manifatturieri innovativi.
Diventa ovvio dubitare, quindi, che i finanziamenti pubblici trasferiti per realizzare investimenti siano stati sostitutivi e non aggiuntivi. In altri termini, gli incentivi raramente spostano in su il livello di investimento programmato delle imprese, così che – a incentivo erogato – gli investimenti sono più o meno quelli che gli imprenditori desideravano, ma realizzati a condizioni di finanziamento agevolato.
La conclusione è che il problema del sotto investimento italiano non si risolve con altra spesa pubblica e facendo crescere il debito.
- L.


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