Il fallimento del PNRR interessa agli italiani?
Molto più delle disavventure della flotilla che occupano i tg e i talk show (più show per impressionare i telespettatori che talk per analizzare) gli italiani dovrebbero essere preoccupati per i risultati del PNRR.
Una delle poche voci che parlano chiaro è quella di Veronica de Romanis economista e professoressa di Politica Economica Europea alla Stanford University a Firenze e alla Luiss Guido Carli di Roma. In articoli e in interviste ha detto che il PNRR è stato un fallimento o, più gentilmente, che non ha funzionato e che non contribuirà a rafforzare la crescita potenziale dell’Italia. Quest’ultimo non è un giudizio politico bensì tecnico espresso nel Documento di Finanza Pubblica predisposto dal governo. La crescita del PIL potenziale è prevista tra lo 0,6 e lo 0,7% fino al 2029, ossia meno della metà della media europea. Per di più la produttività totale dei fattori (misura l’efficienza di un sistema economico) segnerà un meno 0,2. Considerando che i 200 miliardi ottenuti dall’Italia dovevano servire ad aumentare il PIL potenziale per favorire la convergenza tra le economie europee è legittimo parlare di fallimento.
Quei fondi in parte prestiti, ma in parte regalati dall’Europa (121 miliardi contro ben 80 miliardi) dovevano servire per il futuro non per spese di piccolo cabotaggio da utilizzare per liberare spazi di bilancio da riempire con bonus e sussidi. Invece sono stati presentati un gran numero di progetti motivati dall’unica ossessione di spendere tanti soldi e in fretta. Centinaia di migliaia di progetti dispersi e di interesse locale che come certificato dalle previsioni del PIL potenziale non lasceranno nulla. Asili nido e case della salute senza personale, ma, peggio ancora, restauro di ville e giardini che non avevano nessun bisogno di essere fatti con la spesa straordinaria di un Recovery europeo o, meglio Next Generation EU.
Il gran vanto che il governo Conte faceva per aver ottenuto il massimo dei finanziamenti europei esprimeva tutta la superficialità dello sbruffone che nemmeno capisce di essersi messo in una trappola. L’Italia non ha mai speso tutti i fondi europei perché c’è una cronica difficoltà di spendere per investimenti e una predisposizione alla spesa corrente, ai bonus, alle mance clientelari.
Dice Veronica De Romanis: «Si trattava di utilizzare una finestra irripetibile per rafforzare la capacità futura del Paese di creare ricchezza. Ma perché ciò accadesse servivano poche priorità strategiche, investimenti concentrati e riforme profonde per aumentare la competitività e la produttività italiana nel medio-lungo periodo».
La realtà è stata ben diversa. Una larga parte dei progetti finanziati è risultata estremamente frammentata: circa l’80% degli interventi riguarda opere molto piccole e soprattutto «una parte significativa dei fondi è stata impiegata non per investimenti strutturali ma per misure di sostegno e sussidi». Persino il Superbonus ha avuto la sua parte con 14 miliardi di euro. L’effetto di questa dispersione e di questa diversione dagli intenti originari? Una crescita rapida dell’economia mentre le spese sono in corso e poi il calo. Cosa rimane? Il debito
- L.



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