Progressività fiscale: c’è non c’è?

AVS ha presentato una proposta di riforma fiscale il cui succo è l’introduzione di una patrimoniale per i patrimoni maggiori (cioè non il mio, e probabilmente manco il vostro) di 5milioni. Inoltre, parte dal presupposto che in Italia non vi sia progressività fiscale, e punta a ripristinarla, come peraltro Costituzione chiede. Il motivo per cui non vi sarebbe progressività è dato dal fatto che vi sono pochi scaglioni e quindi, dice Fratoianni (https://tinyurl.com/yc4emkc6 ) “vuol dire che se tu guadagni €60.000 lordi, paghi il 43%, se guadagni €300.000 lordi, paghi il 43%”. Ovviamente non è vero, ma ci torneremo.

Dalla patrimoniale, quindi, si prevede di reperire risorse che abbassino le tasse a tutti coloro (stragrande maggioranza degli italiani) che guadagnano meno di 90mila euro all’anno, e, in particolare, coloro che guadagnano 20mila euro l’anno o meno, avranno un taglio dell’85%.

Alcune osservazioni.

Sugli incassi da patrimoniali sarei molto più prudente perché la Spagna ha una tassa del genere e ci ricava meno di 3 miliardi, del tutto insufficiente a finanziare il progetto di AVS. Questo per tanti motivi, il primo dei quali è che una cosa è calcolare il gettito senza tassa e altra quando la tassa è entrata in vigore. Infatti, nel momento in cui la patrimoniale viene introdotta scattano reazioni che portano a diminuire l’importo dell’imponibile. Saranno trust, trasferimenti o non so cosa, ma di certo, una volta che compi un’azione (introdurre una tassa), devi attenderti una reazione (trovare il modo di non pagarla, ovviamente rispettando la legge) che squaderna i tuoi calcoli iniziali, soprattutto se tu prevedi di incassare quella somma non una tantum, ma anno dopo anno.

Ma il punto successivo è ancora più importante, perché nelle parole di Fratoianni c’è un errore, frequente, che porta a pensare che la progressività dipenda solo dalle aliquote marginali. Detto in altri termini: è completamente falso che uno che guadagna 60mila paghi, come quello che ne guadagna 300mila, il 43%. Questo perché, come tutti dovrebbero sapere, NON si paga l’aliquota marginale, ma quella media (o effettiva).

Tradotto.

In Italia abbiamo 3 scaglioni: il 23% per redditi sino a 28mila, il 33% da 28mila sino a 50mila e il 43% sopra i 50mila. Il che vuol dire che chi guadagna 60mila euro paga il 23% sui suoi primi 28mila, il 33% sui successivi 22mila (da 28 a 50mila) e il 43% sui 10mila che superano i 50 mila. Se fate due calcoli vedrete che chi guadagna 60mila euro annui paga 18mila euro all’anno. Se dividete 18mila per 60mila ottenete il 30%. Questa è l’aliquota MEDIA, nonché ciò che il tizio paga effettivamente. Il fortunato che invece guadagna 300 mila all’anno, seguendo lo stesso procedimento, pagherà 121.200 euro all’anno, cifra che, se la dividete per i 300mila, vi dà il 40%. Ergo, non è minimamente vero che chi guadagna 60mila paga come quello di 300mila, ovvero il 43%, ma il primo paga il 30% e il secondo il 40%. Basta?

No, manco per idea.

Perché oltre al sistema di aliquote, poi vi è una sarabanda di bonus, detrazioni e quant’altro (nei quali confesso di perdermi) che favoriscono i redditi bassi. I governi, infatti, e in particolare, questo, per cercare di ridurre le tasse non ha agito solo sulle aliquote ma, proprio, su questi bonus (chiamiamoli così, termine generico). La conclusione, che vedete sintetizzata nel grafico realizzato da UPB, Ufficio Parlamentare Bilancio, quindi fonte ufficiale, ci dice che sotto i 20mila euro l’anno (le tasse che Fratoianni vorrebbe ridurre dell’85%) praticamente già non si paga IRPEF (https://tinyurl.com/yc3cubcs ). Il che conferma ciò che è emerso qualche giorno fa dallo studio di Itinerari Previdenziali secondo il quale in Italia l’IRPEF è a carico quasi integralmente di pochissime fasce di reddito (https://tinyurl.com/59ya94w6 ) e, in particolare, che il 65% dell’IRPF è pagato da quel 19% scarso di contribuenti che dichiarano almeno 35mila euro all’anno.

Non solo, il grafico ci fa capire anche come la progressività esista eccome. Non solo, rispetto al 1990 (in termini reali, non monetari), questa progressività è aumentata, perché vedete la curva del 1990 più piatta di quella attuale. E sapete qual è il bello? Il bello è che nel 1990, quando la progressività era inferiore, c’erano ben 7 scaglioni IRPEF, al posto degli attuali 3 (https://tinyurl.com/bdfy3hkj ). Questo per dire che è un errore fondamentale prendere il numero di scaglioni e, solo da quello, dedurne qualcosa in merito alla progressività. Perché, si ripete, ciò che conta è l’aliquota media (o effettiva, come la chiama l’UPB). Cosa che, si ribadisce, dovrebbe essere ampiamente nota, soprattutto a chi si propone di rivoluzionare il fisco.

Quindi il sistema fiscale è a posto così? No, certo, qualcosa si può fare, ma è essenziale partire dalla realtà, non da una sua rappresentazione

Jack Daniel (da facebook)

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