Contro il suicidio industriale dell’Europa

Alcune citazioni da un articolo di Antonio Gozzi (presidente di Federacciai) sul Foglio del 9 febbraio 2026

Riconoscere e ammettere gli errori è l’esercizio più difficile per una classe politica attardata su un mainstream consumerista, ambientalista e di estremizzazione finanziaria ormai obsoleto. I dati di fatto sono impietosi e il bilancio degli ultimi 20 anni dell’Unione fa venire i brividi. Nel 2005 il PIL europeo era uguale a quello Usa, oggi vale i 2/3 di quello statunitense;  anche il PIL pro-capite era praticamente equivalente e oggi invece quello europeo non supera il 60 per cento di quello Usa; è diminuito il numero delle imprese europee nella lista delle grandi mondiali mostrando un progressivo ridimensionamento del peso dell’Europa rispetto a Stati Uniti e Cina;  siamo oggi gravemente indietro in tutte le tecnologie di punta (AI, biotecnologie, spazio ecc.) dove oramai il gap con americani e cinesi sembra irrecuperabile. Tutto ciò è avvenuto nonostante le condizioni in cui si è mossa l’economia europea negli ultimi vent’anni non siano state così negative. Disponevamo, e disponiamo, del mercato più grande e più ricco del mondo; abbiamo goduto, grazie all’euro, di tassi di interesse bassissimi, che avrebbero consentito giganteschi investimenti in ricerca/sviluppo e innovazione, che però non sono stati fatti; il  prezzo dell’energia fino al 2022 non è stato così drammaticamente alto come è oggi.

Fare male quando le condizioni  sono favorevoli è molto grave perché denota incapacità. Il tema di una svolta è imperativo, pena la dissoluzione dell’Europa e la scomparsa della sua industria e del modello sociale e democratico inscindibilmente legato all’esistenza dell’industria stessa. L’Europa è al bivio.

Da una parte si può continuare nel mainstream del Green Deal con un atteggiamento fondamentalmente anti industriale e con una iper regolamentazione, che sembra fatta apposta per appesantire e scoraggiare le imprese. È questa la situazione attuale della Commissione Von der Leyen 2. Cambiamenti radicali non se ne vedono proprio, e si stenta a cogliere il senso dell’urgenza ad agire. Si cerca, al massimo, di guadagnare un po’ di tempo rinviando le scadenze di qualche mese, come è stato fatto sull’Ets 2 o sull’auto per le multe ai produttori o per le piccole correzioni sull’endotermico, o sulle norme per la deforestazione, senza mai entrare veramente nel merito e affrontare le questioni di fondo. Dall’altra si può cercare invece, con coraggio e determinazione, di invertire la rotta, rimettendo in discussione l’intero impianto ideologico e concettuale dell’iper regolamentazione europea e delle politiche climatiche dell’era Timmermans che fino a oggi hanno penalizzato le imprese, scoraggiato gli investimenti industriali e innescato il processo di grave deindustrializzazione di cui si è detto.

Bisogna rimettere l’industria al centro, e non solo a parole. Bisogna ridarle competitività in ogni modo possibile e immaginabile, e lavorare  davvero per l’autonomia strategica europea. La transizione energetica non può diventare un deserto industriale. Bisogna smetterla di fare i primi della classe quando il resto del mondo non segue. Per ottenere questa svolta occorre un largo consenso politico e sociale. Il salvataggio e rilancio dell’industria europea e del modello sociale e democratico che ad essa è legato non può costituire oggetto di divisione o di polemica.

Dobbiamo alzare il tono della voce senza preoccuparci del galateo comunitario. Oggi in Europa un’ideologia fondamentalmente anticapitalista e anti impresa, che si nasconde dietro la lotta al cambiamento climatico, ha di fatto avuto il sopravvento. Questa ideologia, e la tecnocrazia che la traduce in atti legislativi e regolamentari, vanno sconfitte. Bisogna mobilitarsi, ma anche avere la capacità di fare proposte caratterizzate, per usare un termine alla Draghi, da “radicalità”. Bisogna ad esempio avere il coraggio di dire che il sistema Ets (per lo scambio di quote di emissioni) va superato. Dal punto di vista delle politiche climatiche, gli sforzi fatti dall’Unione europea, che hanno gravemente penalizzato l’industria, non hanno determinato e non stanno determinando effettive riduzioni delle emissioni globali. Infatti le altre aree del mondo, largamente preponderanti quanto a emissioni di CO2,  non stanno seguendo lo stesso nostro percorso di sostenibilità. Le emissioni mondiali sono in crescita del 70 per cento dal 1990, in linea con i consumi di energia. Mentre nell’Ue si registra una forte riduzione delle emissioni, negli Usa vi è  solo un debole calo, in Cina una marcata crescita (oltre 5 volte il livello degli anni Novanta) e lo stesso vale per l’India. Lo sviluppo prossimo venturo dell’Africa, con consumi energetici in aumento, provocherà un’ulteriore esplosione delle emissioni globali di CO2. L’Europa rappresenta il 6 per cento circa delle emissioni globali. L’industria provoca meno della metà di queste emissioni, mentre l’altra metà, come è noto, è provocata da abitazioni e trasporti. Bisogna, allora,  rivedere radicalmente o sospendere il sistema Ets, che da solo costa più di 25 euro al Megawattora elettrico nel continente dove il costo dell’energia è il più alto del mondo. Dopo vent’anni dall’entrata in vigore del sistema che regola le emissioni carboniche dell’industria europea non esiste uno studio ufficiale che ci dica cosa questo meccanismo abbia apportato di buono in termini di progresso tecnologico e progressiva decarbonizzazione dei processi produttivi.

Nei settori hard to abate più quello dell’auto si sono persi, negli ultimi cinque anni,  più di 1.200.000 occupati, e le previsioni per gli anni futuri sono catastrofiche. Il disagio sociale sempre più ampio genera nei ceti più deboli un’inesorabile deriva verso estremismi di destra e di sinistra. Bisogna puntare al superamento del sistema. Inoltre gli intermediari finanziari hanno trasformato gli Ets in una della tante asset class su cui speculare favorendo la volatilità dei prezzi in danno agli operatori industriali.

Ma la svolta necessaria non riguarda soltanto il tema della tassa carbonica. Vi sono altri nodi fondamentali da sciogliere ai fini della costruzione di una reale autonomia strategica e della competitività dell’industria europea. I più importanti: ENERGIA e reale neutralità tecnologica nella transizione, con la consapevolezza che le rinnovabili sono necessarie ma non sufficienti per rispondere alla gigantesca crescita di domanda di elettricità legata anche agli sviluppi della digitalizzazione e dell’AI, sarà necessario un mix energetico in cui gas e il nucleare di nuova generazione avranno un ruolo fondamentale; MATERIE PRIME CRITICHE, ambito in cui sarà necessario non solo promuovere il riciclo in tutti i modi possibili, ma anche avviare e/o riavviare nel nostro continente le attività minerarie che sono invece sistematicamente avversate dai movimenti ecologisti. E poi eliminazione delle enormi criticità contenute nella mostruosa iper-regolamentazione europea: dal regolamento sulla deforestazione, alla normativa sulle emissioni per l’automotive che ha distrutto il settore a favore dell’industria cinese, alle normative ambientali che stanno mettendo in ginocchio la chimica, alla normativa sulla protezione della proprietà intellettuale che oggi danneggia l’industria farmaceutica europea a favore di quella americana e cinese, a tutte le norme che rappresentano un vero suicidio industriale.

E ancora: autonomia digitale per la costruzione di infrastrutture digitali autonome, di piattaforme di AI proprietarie da mettere a disposizione della manifattura europea; rinforzo dell’industria della difesa e della sicurezza puntando sull’autonomia tecnologica e sulla capacità di sviluppare soluzioni innovative e dual use; salvaguardia e barriere doganali per proteggere il mercato e l’industria europei dalle importazioni realizzate da paesi dove le industrie sono sovvenzionate dallo stato e fanno concorrenza sleale all’industria europea; rafforzamento della “golden power” per evitare incursioni e acquisizioni rapaci di industrie europee da parte di sistemi industriali sovvenzionati dallo stato; rimozione dell’inamovibilità della burocrazia europea, che oggi costituisce un potere non democratico e autoreferenziale e che blocca ogni tentativo di revisione del mainstream.

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