GUERRA per la vita e la libertà

Per gli iraniani che stanno festeggiando l’attacco congiunto di Stati Uniti ed Israele al regime teocratico questa guerra è giusta e necessaria. Nessun appello al diritto internazionale potrà far loro cambiare idea e convincerli che sarebbe stato meglio lasciare gli ayatollah e i pasdaran liberi di massacrarli. La dura realtà è questa e si scontra con l’equivoco che affligge una parte della cultura occidentale secondo la quale la guerra è sempre ingiusta e tutto si affronta con gli strumenti del diritto. Un modo asettico di affrontare la scena internazionale come se si fosse tutti parte di un unico stato democratico, libero e garantista in grado di far rispettare le sue leggi. Non è così ed è molto stupido invocare il diritto internazionale mentre un atto di forza colpisce una dittatura sanguinaria che esporta guerra e terrorismo da 47 anni e violenta il suo popolo. Cerchiamo allora di fissare alcuni concetti. La realtà ovvero la risultante dei rapporti di forza e delle volontà collettive dà origine al diritto, non è il diritto che crea la realtà. E poi un altro concetto: le guerre giuste esistono. Tutti noi che viviamo in Europa dovremmo saperlo bene visto che godiamo di una libertà conquistata non impugnando il diritto, ma le armi con le quali è stato schiacciato il nazifascismo. Veramente non si capisce cosa avrebbero preferito i sostenitori della superiorità del diritto sulla forza nel caso iraniano. Forse lasciare piena libertà di massacro ai padroni dello stato iraniano per non interferire nei loro affari interni? Lasciarli liberi di organizzare guerre e terrorismo per cancellare Israele e per sottomettere il medio oriente e ricattare l’Europa limitandosi a proporre appelli all’ONU dominato dagli stati illiberali?

C’è poi la questione della strategia. I critici dicono più o meno così: Trump non sa dove andare con questa guerra; Netanyahu vuole solo evitare i processi. Può essere, ma le motivazioni individuali dei leader non contano quando si tratta di considerare solo gli effetti delle azioni che fanno compiere ai loro paesi. Inoltre, una strategia consiste di obiettivi e dei passi necessari per conseguirli. Cosa c’è di oscuro nelle parole di Trump quando dice che è necessario smantellare il programma nucleare e missilistico perché l’Iran non sia più un pericolo per il medio oriente e stroncare l’apparato repressivo interno per permettere agli iraniani di dar vita ad un nuovo governo del loro paese? E nel discorso di Netanyahu rivolto in farsi agli iraniani cosa c’è che non va? Forse non è una strategia per Israele vivere in pace con l’Iran? Una cosa è certa: per cambiare qualcosa da quei passi bisogna cominciare. Distruggere per ricostruire su basi nuove e con persone nuove. L’attacco produrrà dei risultati e su quelli bisognerà calcolare altri passi. L’unico vero rischio è che non si vada fino in fondo e che la “sirena” dei negoziati ricominci ad attrarre Trump.

L’attacco alla dittatura iraniana ha un enorme valore strategico. Ci ricordiamo perché ci fu il 7 ottobre 2023? Perché si stava per concludere il riconoscimento tra Israele e Arabia Saudita nel quadro dei Patti di Abramo e con l’obiettivo finale del Corridoio IMEC ovvero India-medio oriente-Europa. L’Iran faceva la guerra a questo progetto che avrebbe trasformato il mondo. L’Iran alleato della Cina con la sua alternativa BRI (Belt and road initiative).

Ecco il contesto nel quale si collocavano i Patti di Abramo ovvero la pace definitiva tra mondo islamico mediorientale e nord africano e Israele. L’Iran lavorava da anni ad un obiettivo diverso: la guerra regionale per distruggere lo stato ebraico facendosi forte della bomba atomica che stava costruendo. Se si fosse continuata la sceneggiata delle trattative il medio oriente sarebbe sprofondato in una guerra atomica. Il rischio molto reale era questo. Non è che Usa ed Europa non l’avessero capito. È che erano vincolati all’illusionismo della cultura occidentale guidata dalle anime belle ed educate e da opinioni pubbliche di sognatori della pace mondiale pronti ad arrendersi senza combattere. Così l’Iran prese tempo dando ai suoi interlocutori il mangime che a loro piaceva tanto: il dialogo. Intanto centro metri sotto le montagne costruiva laboratori segreti dove continuare a fabbricare la bomba. L’attacco del giugno scorso e quello di adesso devono far saltare questo piano e rovesciare il regime smantellandone le capacità missilistiche e schiacciando l’apparato repressivo legato al regime (non l’esercito regolare però). Forse ne uscirà un Iran più libero, ma sicuramente meno pericoloso sia al suo esterno che per il popolo iraniano

Claudio Lombardi

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *