Riavvolgiamo il nastro e torniamo a prima del 7 ottobre

Purtroppo sta accadendo in Europa. È sempre più chiara la scelta di rompere con Israele, di opporsi alla guerra contro l’Iran ed accogliere la versione dei pasdaran e degli islamisti. Era già accaduto dopo il 7 ottobre 2023. In poche settimane Hamas vinse la battaglia della comunicazione e le opinioni pubbliche europee si accodarono allo slogan “Palestina libera dal fiume al mare” che riassumeva il programma di guerra di Hamas. I media si ridussero a fare da megafono alle sempre più fantasiose declinazioni della propaganda di quel movimento: ministero della salute di Gaza, protezione civile di Gaza, fonti palestinesi, giornalisti indipendenti (una volta col giubbetto “press” e un’altra con il Kalashnikov dei miliziani). Nulla poteva smontare il clima di odio anti israeliano che fu diffuso dovunque.

Ma torniamo a prima del 7 ottobre. Tutto era abbastanza tranquillo in medio oriente; il presidente degli Stati Uniti era Biden; a Gaza affluivano vagonate di soldi e di materiali (incluse armi, esplosivi e munizioni) per Hamas; ogni tanto da Gaza e dal Libano (qui sotto gli occhi compiacenti di Unifil) piovevano razzi e altri ordigni contro Israele; nessuno minacciava di fare la guerra all’Iran.

La guerra era in Ucraina. La Russia l’aveva invasa dando, di fatto, l’assalto all’Europa e superando un limite che si riteneva invalicabile dalla seconda guerra mondiale.

In medio oriente però qualcuno stava studiando da anni come scatenare una guerra generale contro Israele e aveva pazientemente costruito un “cerchio di fuoco” o “asse della resistenza” circondando “l’entità sionista” di milizie armate fino ai denti e organizzate per fare la guerra. Un altro limite stava per essere superato.

Il 7 ottobre 2023 è il momento e inizia il conflitto tra radicalismo islamico sunnita e sciita finanziato e armato dall’Iran da un lato e Israele dall’altro. L’attacco è simultaneo: dal giorno seguente Hezbollah riprende e intensifica i lanci dal Libano (e Unifil cioè l’ONU fa finta di non vedere) e gli Houthi cominciano a lanciare missili a lunga gittata iraniani dallo Yemen. Due proxy dotati di una forza d’urto colossale. Si è stimato che Hezbollah avesse una scorta di 150 mila ordigni da lanciare contro Israele. Dietro ovviamente c’era l’Iran e le sue enormi risorse finanziarie. La scommessa era di provocare un conflitto generale che coinvolgesse gli stati arabi.

A Gaza Hamas aveva organizzato tutto per bene. Molte centinaia di km di tunnel stipati di armi e provviste per i miliziani e vietati ai gazawi, in ogni edificio civile una base di combattimento o un deposito di armi, trappole esplosive per far saltare i palazzi al passaggio dei blindati israeliani, la popolazione volutamente lasciata allo scoperto perchè fosse colpita. Il massacro era ricercato e utilizzato come arma di propaganda per far ricadere la colpa su Israele e alimentare il movimento propal che in poco tempo diventa il riferimento delle opinioni pubbliche occidentali.

L’investimento sul massacro dei palestinesi ha prodotto i suoi frutti e le opinioni pubbliche occidentali sono così obnubilate che non danno alcun peso alle dichiarazione dei capi di Hamas che invocano il sangue di donne, bambini e anziani per dare forza alla loro causa. La rabbia anti israeliana non conosce ragionevolezza né dubbi.

Da allora i proxy iraniani ricevono colpi durissimi, ma quello finale a Gaza e nel Libano viene bloccato dall’iniziativa di Trump e dai governi europei che arrivano alla rottura con Israele scegliendo di fatto la versione degli islamisti e dei pasdaran iraniani con il pretesto che in gioco ci sarebbe la causa dei palestinesi.

E arriviamo all’oggi. Il “cerchio di fuoco” è spezzato e la guerra arriva in Iran per la seconda volta dopo il giugno 2025. Israele però è isolato più che mai e viene additato come responsabile con gli Stati Uniti di tutto ciò che accade. L’Iran chiede ad Hezbollah di riprendere l’offensiva dal Libano. La risposta israeliana – dovuta, logica, inevitabile – viene messa sotto accusa.

Tutti gli occhi sono concentrati sul momento presente e nessuno pensa che in gioco c’è la stabilizzazione del medio oriente per poter costruire una pace duratura. Non lo pensa il cittadino comune e non lo pensano i governi.

Gli stati arabi e i paesi del Golfo invece lo capiscono e incitano gli Stati Uniti ad andare fino in fondo, ma ancora una volta l’Europa sceglie l’Iran e gli islamisti. Per quale strategia? Il cessate il fuoco. Ovvero la salvaguardia della capacità offensiva della potenza regionale che ha come scopo la guerra ovvero l’Iran.

E poi c’è Trump che fa le sue sceneggiate e che fa apparire tutto come frutto della follia. Sbagliato, la strategia c’è ed è quella dei Patti di Abramo contro i quali l’Iran ha preparato e lanciato la guerra nel 2023. Parte la trattativa e gli Stati Uniti propongono un accordo: via le sanzioni, normalizzazione dei rapporti economici e in cambio consegna dell’uranio arricchito, taglio dei missili e del sostegno ai proxy in Libano, a Gaza e nello Yemen. Una proposta giusta che tutti i paesi europei dovrebbero appoggiare. In fin dei conti è una proposta che vuole portare l’Iran ad essere una nazione fra le altre del medio oriente e non la potenza regionale che ha l’ambizione di dominarlo con i proxy, i missili e la bomba atomica.

O si segue questa strada o il cessate il fuoco lascia aperta la strada della guerra. Non esiste l’opzione “cessate il fuoco e torniamo a volerci bene” alla quale credono i governi europei.

Claudio Lombardi

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