Il capitalismo ha fallito?

Il capitalismo ha fallito, lo dice Saverio Tommasi, uomo dalla cultura economica sopraffina, e lo dice perché Leo Messi si è comprato un’orologio da 800.000 euro (l’orologio di Barbie, indubbiamente un reato contro il buongusto ma nulla di più).

Non solo, Tommasi ci comunica in un commento a parte, per prevenire le ovvie obiezioni, che no, non è vero che ognuno coi propri soldi può comprare quello che vuole.

Questo è un livello di populismo straccione che farebbe impallidire anche Conte, Bonelli e Salvini nei giorni migliori. Ma in attesa che Tommasi nel suo mondo perfetto verrà eletto ministro della moralità degli acquisti, il punto che mi preme sottolineare è un altro.

Buona parte della sinistra (ma tragicamente anche della destra) nel 2025 è ancora prigioniera di un anticapitalismo ignorante, becero, da operetta, che si ricollega alla totale misconoscenza dei più elementari meccanismi economici.

Mi tocca ripescare il concetto di modello superfisso che è la stella polare di qualunque ignorante in materia economica. Per costoro la ricchezza prodotta è una costante, ne deriva che se qualcuno diventa molto ricco ha necessariamente sottratto risorse a chi è più povero. Una sorta di filosofia marxista sotto steroidi. Per inciso, per quanto vi appaia paradossale, è anche il modello di Trump, a riprova che gli estremi si toccano sempre.

Spoiler: non funziona così, la ricchezza si crea e i 200 e passa miliardi di patrimonio di Bezos (non di reddito, di patrimonio derivante dal fatto che ha azioni di società di successo) non sono stati acquisiti a scapito di altre persone che si sono impoverite. Se Bezos non fosse mai nato i poveri non avrebbero un solo euro in più (ma molti servizi e comodità in meno). Se non si acquisisce a livello profondo questo concetto allora si odia il capitalismo come quella cosa che sfrutta i poveri per fare arricchire i più prepotenti. Negli stati sottosviluppati con pochi ricchissimi e poche grandi imprese la gente sta peggio, non sta meglio. Perché la torta da dividere è incredibilmente piccola.

Se la vostra ossessione per risolvere i problemi del mondo si racchiude in un logoro “tax the rich” e “stop capitalismo” avete una visione molto semplicistica della realtà. Si può rivedere qualcosa ovviamente (specie a livello di tassazione internazionale) ma sempre capitalismo rimane. Un capitalismo che si adegua alle nuove esigenze come ha sempre fatto nella storia e col quale si sono sviluppati  prosperità, diritti e libertà come mai si erano visti. Questo a differenza di certi modelli studiati a tavolino da filosofi “buoni” che hanno sempre portato a fame, povertà e dittature. Ma sempre con le migliori intenzioni ovviamente. E no, adeguando la tassazione alle nuove esigenze, non si ricaverebbero fantastiliardi che ci renderebbero tutti prosperi e felici. Chi lo pensa non ha un’idea degli ordini di grandezza in gioco.

La prosperità non si guadagna con trucchi e scorciatoie. Si guadagna con l’innovazione, la libertà economica, la concorrenza (nell’Italia dei mille corporativismi ammanicati con la politica è una parolaccia, lo so), la trasparenza delle istituzioni, la burocrazia efficiente, la lotta alla corruzione, gli ordinamenti giuridici tempestivi ed efficienti, i sistemi fiscali semplici e coerenti, e, in ultimo, con gli investimenti tecnologici che grandi imprese in concorrenza tra loro fanno per fornire prodotti e servizi sempre migliori, più comodi, più moderni, più economici.

Si può ridistribuire la ricchezza che si crea (è cosa buona e giusta) non si può ridistribuire come alternativa alla mancata creazione di ricchezza tassando i ricchi come se non ci fosse un domani. L’Italia da più di 30 anni ha un immenso problema in questo senso, nessuno pare volerlo affrontare ma i nostri intellettuali e politici marci hanno deciso che ci siamo impoveriti per eccesso di capitalismo e mancanza di ridistribuzione. Una diagnosi spaventosamente errata che ci porterà al baratro e alla ricerca di alternative inesistenti al “capitalismo”. Possiamo ridistribuire un pochino meglio ma non aspettatevi miracoli.

Un capitalismo che per inciso, ma Tommasi non può saperlo, è il sistema vigente in praticamente tutti gli stati del mondo e lo è ancor di più negli stati più prosperi del pianeta come Danimarca, Svezia, Irlanda, Svizzera, Singapore, Australia. Spiace deludervi ma in quei paesi c’è più “capitalismo” che da noi secondo quasi tutti i parametri che si potrebbero analizzare.

La nostra arretratezza culturale in questo senso è davvero spaventosa. Tommasi è solo un tassello di un mosaico di ignoranza che contribuisce alla nostra stagnazione culturale ed economica, ma con le migliori intenzioni sia chiaro.

Gli ultimi decenni di “schifoso” trionfo del capitalismo e della globalizzazione hanno ridotto povertà e fame come mai nella storia del pianeta. È un dato di fatto incontestabile.

E non parlatemi di disuguaglianza (notoriamente la grande colpa del capitalismo) coi quattro numeretti con cui ogni anno Oxfam ci frantuma i maroni, perché quello è un tema di una complessità assoluta. Vi basti sapere che in Cina la disuguaglianza negli ultimi 50 anni è aumentata tantissimo ma 50 anni fa i cinesi morivano tutti (o quasi) letteralmente fame in modo perfettamente egalitario. Chissà se i cinesi rimpiangono oggi quella meravigliosa uguaglianza. E vale lo stesso per gli indonesiani, gli indiani, i vietnamiti e tanti altri paesi. La disuguaglianza è una questione molto complicata che meriterebbe analisi profonde ma non si liquida con il solito giochino che “l’x% della popolazione mondiale possiede l’y% della ricchezza mondiale”. Sono appunto frasette da modello superfisso che di per sé non significano nulla. Sapete quale è il più grande agente di uguaglianza? Le grandi guerre che distruggono il capitale esistente e livellano come nient’altro la concentrazione della ricchezza (ma non mi risulta che i più poveri ne guadagnino molto). Sia chiaro, in certi casi l’aumento della disuguaglianza è sicuramente negativo, ma pochi nel dibattito pubblico sono in grado di maneggiare certe tematiche.

È tutto questo non lo scrivo certo per difendere i ricchi (categoria a cui purtroppo non appartengo neanche lontanamente) ma per difendere i poveri che nelle mani di certi campioni dei buoni sentimenti vedrebbero (e in Italia succede da 30 anni) peggiorare la loro situazione.

P.S.: gli uomini spesso sono cattivi, egoisti e fanno cose immonde per il loro interesse immediato. Ma vi assicuro che le facevano (anche di più) anche in epoca pre capitalista, vedere ogni problema dell’umanità come causato dal capitalismo e il miglior modo per non studiarsi i problemi e avere una soluzione pronta che non funziona.

Elio Truzzolillo (da facebook)

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