Il mito dei confini del 1967

“Chi invoca il ritorno ai “confini del 1967” come soluzione al conflitto israelo-palestinese spesso lo fa presentandoli come un diritto inalienabile e un elemento di giustizia storica. Ma questa narrazione resiste a un esame obiettivo dei fatti? La risposta è NO, e le ragioni sono tanto storiche quanto giuridiche:

  1. I “confini del 1967” non erano confini palestinesi, ma linee armistiziali temporanee

Quei confini non erano altro che le linee di cessate il fuoco stabilite nel 1949 al termine della guerra d’indipendenza israeliana. Non furono MAI riconosciuti come frontiere ufficiali da nessuno, tant’è vero che la stessa Risoluzione 242 dell’ONU (1967) parla di “confini sicuri e riconosciuti”, senza mai menzionare un ritorno alle linee pre-1967.

Nel 1967, la Giudea e Samaria erano sotto occupazione giordana, mentre Gaza era sotto occupazione dell’Egitto. Non esisteva [e non è mai esistito] uno “Stato” palestinese, e quei territori erano stati annessi unilateralmente dalla Giordania nel 1950—un’annessione che, significativamente, non fu riconosciuta dalla comunità internazionale, a parte Regno Unito e Pakistan.

  1. Se i confini del ’67 erano “sacri”, perché la Giordania li violò nel ’67 ?

Come osservò Golda Meir: “Se queste linee erano così inviolabili, perché gli arabi le attraversarono nel 1948 e nel 1967 per cercare di distruggere Israele?” La Guerra dei Sei Giorni scoppiò proprio perché Egitto e Giordania e Siria minacciarono apertamente Israele, chiudendo lo Stretto di Tiran [e il canale di Suez] e schierando eserciti offensivi ai confini.  La [imprevista] vittoria israeliana portò a un nuovo scenario geopolitico, in cui Israele si ritrovò a controllare territori che nessun altro Stato aveva mai rivendicato con legittimità internazionale.

  1. Perché Israele non ha annesso quei territori? Perché sono “contesi”, non “occupati”

A differenza della Giordania (che nel 1950 annesse la Giudea e Samaria contro e al di fuori del Diritto internazionale), Israele non ha mai formalmente annesso questi territori, mantenendone lo status come “disputati”—cioè soggetti a futuri negoziati. Questo spiega perché il termine “occupazione” è fuorviante:  un’occupazione presuppone un sovrano precedente legittimo, ma nessuno Stato palestinese è mai esistito su quei territori.

  1. Il rifiuto arabo di ogni compromesso e la mancata nascita di uno Stato palestinese

La storia dimostra che il problema non è mai stato solo territoriale, ma politico e ideologico:

Nel 1947, i leader arabi rifiutarono il Piano di Partizione dell’ONU, che prevedeva uno Stato ebraico e uno arabo.

Nel 1967, la Lega Araba lanciò la famosa “linea dei tre NO”: “No alla pace, no al riconoscimento, no ai negoziati” con Israele.

Nel 2000 e 2008, Israele offrì ai palestinesi uno Stato in quasi tutta [97%] la Giudea, la Samaria e Gaza, ma le proposte furono rifiutate.

Perché i “confini del 1967” sono un’illusione? Non erano confini ufficiali, ma linee armistiziali. Non erano palestinesi, ma giordani ed egiziani.

Non garantirebbero sicurezza a Israele (come dimostra il ritiro unilaterale da Gaza nel 2005, seguito dalle aggressioni da parte di Hamas).

L’unica soluzione realistica passa per negoziati diretti, non per imposizioni internazionali.

Chi insiste sul ritorno ai “confini del 1967″ ignora non solo la Storia, ma anche il Diritto internazionale (Risoluzione 242) e le ripetute opportunità di pace rifiutate dagli arabi palestinesi. La vera questione non è dove tracciare i confini, ma se esista davvero la volontà politica di riconoscere Israele come Stato ebraico, e porre fine al conflitto.”

Roberto Damico (da facebook)

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