Mala tempora currunt ma l’ETS non si tocca

“Mala tempora currunt, sed peiora parantur” (corrono brutti tempi, ma se ne preparano di peggiori). Il senso è chiaro: le due guerre che stanno sconvolgendo gli equilibri globali (Ucraina e medio oriente) cambiano i punti di riferimento e bisogna fare di tutto per uscirne bene, innanzitutto  definendo una scala di priorità. Cosa mettere davanti e cosa dietro. Per dirlo in parole semplici possiamo permetterci adesso una crisi dell’industria europea? E possiamo pensare, mentre i livelli di emissione della CO2 sono spinti al massimo dalle bombe che esplodono, di concentrarci sui target fissati dal green deal?

Partiamo da alcuni dati. Innanzitutto la riduzione delle emissioni di CO2 europee del 14-16 per cento tra il 2005 e il 2020. Questo è stato l’effetto del sistema ETS (Emissions Trading System) introdotto nel 2005, con l’obiettivo di accelerare la riduzione delle emissioni basato sul principio che chi emette CO2 oltre determinati livelli paga. In questo consiste il “segnale di prezzo” alle attività produttive che dovrebbe spingere verso l’innovazione, l’efficienza e la transizione energetica. Incassano gli stati, ma anche gli operatori finanziari che interagiscono sulle piattaforme di scambio dei certificati. L’obiettivo di riduzione delle emissioni aumenta e si allargano i settori coinvolti.

Il diagramma mostra l’andamento previsto: in azzurro la parte gratuita dei certificati, in ocra quella a pagamento

 

In ambito internazionale c’è ben poco di simile e i maggiori concorrenti delle aziende europee non pagano per il carbonio emesso. Così il sistema ETS è diventato non solo il mercato delle emissioni più grande al mondo ma anche quello con i prezzi più alti.

Per cosa? Se il fine è salvare il pianeta possiamo anche suicidarci e non succederà niente perché la percentuale di emissioni dell’Europa sul totale globale è tra il 6 e l’8 per cento e il sistema ETS, come già detto, ha consentito un taglio di un 15% medio tra il 2005 e il 2020.

Da tempo Confindustria chiede che il sistema ETS sia sospeso o riformato, ma lo si può fare solo a livello europeo dove, però, gli stati sono divisi tra chi vuole la riforma per diminuire l’onere a carico delle attività produttive e chi chiede prezzi ancora più alti per le emissioni di CO2.

Il recente Consiglio Europeo del 19-20 marzo ha respinto ogni richiesta di sospendere gli ETS, ma tutto è stato rinviato ad una proposta di riforma che la Commissione presenterà entro luglio.

Le motivazioni a favore degli ETS rivelano le disparità che si sono prodotte nella UE tra i paesi più dipendenti dai fossili importati e quelli che lo sono di meno. Nel documento conclusivo si afferma che “la transizione energetica rimane la strategia più efficace per raggiungere l’autonomia strategica dell’Europa, ridurre strutturalmente i prezzi dell’energia e garantire l’energia pulita, abbondante e di produzione interna necessaria per alimentare l’economia del futuro”. I dati della Commissione europea indicano che le tariffe sul carbonio incidono in media solo per l’11 per cento sui prezzi finali dell’energia. Più che dall’ETS, l’innalzamento (asimmetrico) dei prezzi dell’energia nei Paesi membri deriva dalla quota di idrocarburi nel mix energetico.

Ovvio, chi ha l’energia del nucleare è meno interessato ai prezzi del gas, ma anche chi è tornato al carbone avendo spento le centrali nucleari. I vari governi prendono posizione tenendo d’occhio le opinioni pubbliche e così c’è un Merz che difende il sistema ETS, ma la sua Germania è tornata al carbone avendo rinunciato al nucleare per imboccare la strada gas russo + rinnovabili oggi non più praticabile. Merz dovrebbe essere interessato alla sospensione degli TS, ma non può smentire la parte ambientalista.

Comunque la Commissione lavorerà ad una ridefinizione del sistema ETS senza rinunciarvi né sospenderlo in attesa di uno sblocco della situazione mondiale. Si punta ancora sugli aiuti di stato per le imprese che consumano di più e sull’abbassamento della pressione fiscale sull’energia elettrica (comunque sono entrate fiscali che da altre parti dovranno arrivare).

E così si torna alle domande iniziali: ma che senso ha nell’attuale contesto mondiale incaponirsi in questa scelta rigorista? E poi: se l’Europa non è il più grande inquinatore mondiale (anzi in proporzione è il minore) perché mai si è deciso di mettere in piedi questo sistema complesso e costoso che grava solo sulle imprese europee?

Se il punto è stimolare il sistema produttivo e tutti i consumatori di energia verso l’innovazione e il miglioramento dell’efficienza e la riduzione delle emissioni va fatto per forza con una forzatura dirigista che passa dalla penalizzazione delle attività produttive europee?

Torna la realtà del green deal che parte da un assunto indimostrato ossia che l’Europa da sola si propone di combattere il cambiamento climatico e lo persegue con impronta moralistica fatta di imposizioni e oneri più che di opportunità.

Claudio Lombardi

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