Noi nel mondo sospeso al tempo del covid

Il mondo è in attesa. Prima che venga sconfitta la pandemia, prima che l’inquilino scaduto lasci la Casa Bianca, prima che la politica torni a rappresentare gli uomini, prima che il tempo torni a mettersi in movimento e si riesca a riconoscersi umani

“Vivere è aspettare”, scrive Samuel Beckett. Aspettiamo, dunque, in questa grigia giornata stillante di pioggia lenta. Nel mesto autunno abbiamo chiuso le finestre e sbarrato i balconi che a primavera se ne stavano spalancati e ariosi. Questo nostro breve interludio di vita è diventato l’inizio di una lunga attesa.

Attendiamo che le catene si allentino e ci facciano respirare, attendiamo ogni giorno che il giorno successivo porti sollievo e una modica dose di speranza.  In questo novembre immaginiamo il nostro pianeta come lo stagno estivo nel poema Burnt Norton, di T.S. Eliot: prima, l’acqua che brilla alla luce del sole, i fiori di loto, gli alberi riflessi sulla superficie che scintilla, i bambini festosi nascosti nel folto.  E all’improvviso: «Poi passò una nuvola e il laghetto fu vuoto…».

Un mondo sospeso ci circonda, come in una bolla, parola chiave.  Quella che anni fa era bolla speculativa, bolla edilizia, bolla finanziaria – lontani e minacciosi algoritmi – oggi è lo scafandro con cui affrontiamo il mondo, ognuno di noi «solo come un astronauta davanti alla notte spaziale». Conosciamo ma non frequentiamo i nostri vicini, chiusi nelle celle più prossime. L’Europa, patria comune – troppo spesso ridotta a predica vuota e insopportabile retorica – si è trasformata in un altro braccio del carcere comune. Abbiamo sperimentato come poco è necessario per perdere contatto con chi condivide il nostro presente. Merkel, Macron, Sanchez, sono flebili voci che intonano la nostra stessa canzone e recitano la nostra stessa preghiera.

Il più vicino dei miei viaggi di ieri è un panorama avvolto dalle nebbie, come la campagna che frequento – oggi – camminando attraverso forre e lungo fermi canali. L’America, ah l’America! anche l’America è in attesa. In attesa che un presidente eletto diventi davvero presidente e che un ingombrante usurpatore abbandoni i simboli e le stanze del potere. Pensi: quattro anni abbiamo vissuto in questo crepuscolo della ragione, e l’incubo è ancora così spaventevole che riesce a vietarci un risveglio che sia anche la fine dell’attesa.

Il passato sta aggrappato alle nostre finestre: non solo un presidente che rifiuta il verdetto, non solo lo stigma contro l’umana prossimità, ma un solitario rituale quotidiano che si ripete all’infinito.  La distanza prescritta, la maschera indossata, il lavaggio delle mani, il coprifuoco nelle strade notturne delle nostre città.

Se il presente – come canta Ingrid Caven – è un «pipistrello impigliato tra i capelli» e un veleno che trabocca dalle foreste alle metropoli, il nostro futuro si annuncia come una lunga traversata del deserto che dobbiamo affrontare per riappropriarci della natura umana.

C’è forse un eccesso di complessità nel mondo che ci siamo costruiti intorno, e c’è certamente un eccesso di ignoranza nella nostra comprensione del mondo. A questa inadeguatezza molti di noi – a volte noi stessi, ma subito ce ne vergogniamo – rispondono con una cavernicola aggressività. Ridurre il pianeta alla propria incompetenza: che sogno allettante! È il complotto politico che immagina l’inquilino scaduto della Casa Bianca, è il malevolo marchingegno delle forze oscure contro cui si scagliano – armi alla mano – schiere di negatori della scienza e della razionale interpretazione del presente.  Bisognerà forse dar ragione alla profezia di T.S. Eliot: «Via, via, via, disse l’uccello. Il genere umano non può sopportare troppa realtà». Attendiamo, dunque, come sulla scena del teatro Estragone e Vladimiro attendono invano Godot.

La vita, suggerisce Beckett, è quello che accade durante l’attesa. E disporsi all’attesa è l’unico modo per essere sorpresi dalla vita. La nostra esistenza sarà dunque questa: quello che accade nel frattempo, quello che ci porta il giorno nelle pieghe del presente, incontri imprevisti nel corso della traversata, un sollievo inaspettato. Le piccole cose, forse: una vittoria di altri a noi prossimi, un sorriso colto sotto la maschera, un gesto di intimità da lontano, la salvezza insperata di chi avevamo considerato ormai perduto.  Riconoscersi umani, infine.

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

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