Una proposta per avvicinare i partiti ai cittadini (di Antonio Gaudioso)

Chi legge il titolo di questo articolo potrà pensare ad una sorta di “missione impossibile” ed effettivamente riavvicinare i partiti ai cittadini non è semplicissimo; ma crediamo, come cittadini attivi, che sia necessario dare il nostro contributo per far sì che, una volta tanto, i dibattiti nel mondo della politica siano fondati su elementi di fatto, siano pragmatici, non siano basati sulla percezione ma sulla realtà.

dubbioUn esempio chiaro di quanto possa essere a volta lunare il dibattito della politica è il modo in cui si sta discutendo in questi giorni a proposito del finanziamento pubblico dei partiti: le posizioni sono tra chi vuole l’abolizione totale e chi dice che senza finanziamento pubblico possono far politica solo i ricchi…

Innanzitutto, per amore di verità, andrebbe ricordato che gli italiani si erano già espressi qualche annetto  fa sulla questione, votando con percentuali bulgare la cancellazione del finanziamento pubblico che poi, puntualmente, secondo quanto è accaduto nel nostro paese sulle scelte dei cittadini, è rientrato dalla finestra dopo essere uscito dalla porta. Né una bella dimostrazione di fiducia nei cittadini né uno spot sulla correttezza dei partiti.

Detto questo credo che il dibattito sia fuori dalla realtà perché il problema non è astrattamente “finanziamento sì/finanziamento no” ma QUESTO modello di finanziamento che, in un paese come il nostro dove la fiducia nei confronti dei partiti è ai minimi storici, non va bene.

Non va bene per l’ammontare, che è troppo alto: parliamo di 503 milioni di euro di rimborsi elettorali per le elezioni politiche del 2008 (ridotti ai 159 milioni per le elezioni politiche del 2013, cifra più che dimezzata a causa della riforma approvata dalle Camere nel 2012). In un momento in cui si chiedono tanti sacrifici ai cittadini i partiti devono essere i primi a dare il buon esempio.

Non va bene per le modalità. Non si può immaginare che ci sia un automatismo tra esercizio del voto e volontà di finanziare un partito piuttosto che un altro. Non funziona e non funziona in questo paese e in questa fase storica.

Da qui una proposta collegata a una battaglia che tocca tanti temi della riforma della politica: “ridare potere alle scelte dei cittadini”. Una battaglia che vale, solo per cominciare, tanto per decidere chi finanziare quanto per decidere chi eleggere (vedere alla voce Porcellum nel vocabolario delle nefandezze della politica…).

tagli spesaLa proposta, molto concreta, è: tagliare del 50% il finanziamento pubblico dei partiti per devolvere i risparmi ai fondi per le politiche sociali, ridotti “linearmente” del 90% dal 2008 a oggi. Il restante 50% riallocarlo all’interno dell’8 x 1000, con i singoli cittadini che, quando compilano la dichiarazione dei redditi, decidono a quale partito debba andare il contributo stesso.

I partiti che potrebbero concorrere sono quelli che nelle ultime elezioni politiche abbiano raccolto, all’interno di una delle camere, almeno il 2% dei voti, in modo da far sì che i cittadini possano scegliere, così come accade alle elezioni amministrative, anche in “modo disgiunto”. Potrebbero decidere cioè che vogliono votare un partito e magari dare un contributo ad una realtà più piccola che non è riuscita ad entrare in parlamento.

A questo poi si potrebbe aggiungere la possibilità di aumentare la deducibilità delle donazioni, fatte verso tutti i soggetti che hanno diritto al 5 x 1000 e all’8 x 1000, in modo da non creare disparità tra soggetti che operano nel campo sociale (organizzazioni civiche, istituti di ricerca, confessioni religiose) e che utilizzano questi strumenti.

L’utilizzo dei fondi andrebbe rendicontato così come deve accadere per tutti i soggetti che utilizzano fondi pubblici. Un rendiconto che non sia solo rispettoso di meri criteri contabili ma che “renda conto” di come sono stati utilizzati i fondi e per fare cosa.

Mentre state leggendo questa proposta abbiamo trasmesso una lettera che la sintetizza ai leader dei partiti rappresentati in parlamento e chiederemo una risposta ufficiale nei prossimi giorni.

In ogni caso nelle prossime settimane chiederemo ai parlamentari di presentare un disegno di legge in proposito e lo sosterremo in parlamento coinvolgendo le organizzazioni di cittadini e tutti coloro i quali vogliono dare un contributo concreto, “civico”, a rendere le istituzioni più trasparenti e i cittadini più forti.

Nei prossimi mesi continueremo ad impegnarci facendo proposte puntuali, per le quali chiederemo riscontro, sui temi delle politiche sociali, della lotta alla corruzione, della partecipazione dei cittadini nelle politiche pubbliche. In un momento in cui è difficile costituire un governo il ruolo del parlamento è e sarà centrale.

Se il parlamento coglierà l’occasione per fare riforme che da tanti anni aspettiamo potremo, forse, finalmente diventare un paese normale, un paese migliore. Faremo di tutto, per quanto ci riguarda, perché questa occasione non venga persa.

Antonio Gaudioso Segretario Generale Cittadinanzattiva Onlus
da www.cittadinanzattiva.it

Il Paese, la politica, le responsabilità (di Antonio Gaudioso)

C’è un momento in cui la responsabilità, in un paese normale, dovrebbe avere la meglio sui calcoli politici, sulle decisioni che sono legate all’autoconservazione, sulla tutela e la protezione di sé, dei propri amici, degli amici degli amici.

C’è un momento in cui, una volta tanto, la strumentalizzazione, gli interessi particolari, il giocare sulla pelle di un paese dovrebbe lasciare il passo all’onestà, almeno intellettuale.

Evidentemente a questo momento non siamo ancora arrivati. Ma quando è troppo è troppo.
Quello che sta accadendo in queste ore è quanto di peggio potessimo aspettarci come epilogo di una legislatura totalmente al di sotto delle attese, in un Paese che attende da una vita riforme che non arrivano mai.

L’idea poi da parte dell’ex Presidente del Consiglio Berlusconi di ricandidarsi è persino una offesa all’intelligenza delle persone: scelta legittima certo, ma non se motivata con il fallimento del governo Monti.

A questo punto verrebbero spontanee almeno 5 domande da fare all’ex Presidente del Consiglio:

  1. Ha votato o meno nell’ultimo anno oltre 50 volte la fiducia al governo attuale? Se il governo Monti stava avendo una condotta fallimentare, ci ha messo un anno per accorgersene?
  1. Chi ci ha portato nella situazione di emergenza nazionale nella quale eravamo prima del governo attuale, in una situazione “quasi greca” con buchi giganteschi nei bilanci dello Stato che hanno richiesto in quest’ultimo anno sacrifici durissimi alle famiglie italiane?
  2. È vero o non è vero che solo 8 mesi prima della caduta del precedente governo il ministro Tremonti diceva che l’Italia era in piena sicurezza, mentre Irlanda, Portogallo, Grecia e Spagna erano già sull’orlo di o in pieno baratro?
  3. La colpa di quella situazione drammatica della finanza pubblica era solo dei banchieri e degli speculatori cattivi o piuttosto di una incapacità strutturale di governo del paese che, in oltre dieci anni, ha avuto una crescita da prefisso telefonico mentre le più importanti economie internazionali (e per la verità anche quelle meno importanti) crescevano molto di più della nostra?
  4. È serio in un paese serio promettere ai cittadini di togliere l’ICI, poi toglierla e creare un buco enorme nelle amministrazioni locali (che di questo vivevano…), costrette a tagliare i servizi e ad aumentare le tariffe per riuscire a sopravvivere con conseguenze pesantissime sulle famiglie così come è stato fotografato molto bene dall’Osservatorio prezzi e tariffe (su asili nido, acqua, rifiuti, trasporti pubblici locali etc.) della nostra organizzazione?

Per quanto ci riguarda abbiamo avuto in parecchie occasioni da ridire sull’operato del Presidente Monti. Non siamo stati d’accordo su alcune scelte strategiche, non ultima quella del decreto Ilva che abbiamo criticato duramente e con nettezza. Abbiamo criticato anche vari Ministri, che non abbiamo ritenuto all’altezza.

Detto questo, va dato atto al Presidente del Consiglio di aver riportato al centro del dibattito una serie di temi, dalla peso della corruzione sullo sviluppo a quello delle riforme economiche sulla libertà di impresa, alla riforma del finanziamento del servizio sanitario nazionale. Tutti temi su cui si possono avere idee diverse (e noi le avevamo e le abbiamo espresse chiaramente…), ma che sono argomenti “sani” su cui un paese normale dovrebbe dibattere, dividersi e poi decidere quando ci si avvia ad una tornata elettorale importante come quella che ci attende. Invece niente.

I partiti, in particolare quello che ha appena tolto la fiducia a questo governo, si sono lamentati per quasi un anno del fatto che il cosiddetto “governo tecnico” limitasse le prerogative del Parlamento.
Vista col senno di poi è una affermazione quasi ilare. È da marzo che le più alte cariche dello Stato (in primis il Presidente del Senato) ci dicono con cadenza quasi settimanale che si sarebbe calendarizzata ad horas la discussione sulla legge elettorale e sulla riforma del tanto odiato (a parole…) Porcellum. Ci è stato detto che su questo la politica e la leadership della stessa si giocavano la propria credibilità… Detto fatto. Andremo alle elezioni con la stessa, vergognosa, legge attuale che mette nelle mani di poche persone la “nomina” dei parlamentari. Se questa mancata riforma doveva dare la misura della credibilità di questo parlamento stiano sicuri i leader che il messaggio è arrivato ai cittadini forte e chiaro.

Quello che ora ci attende è il rischio di una campagna breve ma “balcanizzata”, dura, senza esclusione di colpi, discussa e giocata con cinismo sulla pelle delle famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese e di giochetti ne hanno le scatole piene, facendo promesse che non si riusciranno a mantenere pur di salvare la propria traballante poltrona. Magari prendendosela con l’Europa, con i banchieri, con la Germania, con complotti di oscuri “poteri forti” che stanno tramando per distruggere l’Italia…

Basterebbe fare un minimo di analisi di coscienza, verificare che siamo in questo stato per una classe dirigente che da molti anni si è dimostrata a dir poco scarsa, per non dire altro. Basterebbe questo per evitare di andare a cercare colpevoli laddove non ce ne sono, basterebbe evitare di “prendersela con l’arbitro” quando si è incapaci di giocare bene.

Anche noi parteciperemo alla campagna elettorale, certo a modo nostro, come un movimento che fa della battaglia per la tutela dei diritti, della promozione della partecipazione civica e della legalità dei paletti da cui non si può prescindere e non certamente per sostenere un partito o un altro.
Faremo di tutto per far sì che chi si candida a governare questo Paese dica delle cose chiare e nette prima delle elezioni sul futuro della scuola, sull’ammodernamento della giustizia, sul servizio sanitario nazionale, che non può avere cittadini di serie a e di serie b, sui servizi pubblici locali.
Presseremo e monitoreremo, chiederemo e verificheremo. Faremo emergere le incongruenze nei programmi e nelle proposte, comunicheremo ai cittadini chi accetterà di impegnarsi trasparentemente su alcuni temi che ci stanno a cuore, difenderemo l’Europa e le sue istituzioni da ogni volgare strumentalizzazione per fini più o meno di bottega. Vedremo come saranno fatte le liste, se necessario ci esprimeremo quotidianamente per far sì che il voto di tutti noi cittadini di questo paese, quale che sia lo schieramento che ognuno di noi vorrà scegliere, sia espresso in modo consapevole.
Lo faremo perché amiamo il nostro Paese e apprezziamo la forza e il coraggio delle tante persone che tutti i giorni, facendo onestamente il proprio dovere, lavorando o cercando un lavoro, con grande dignità, hanno la speranza di costruire – per sé e per i propri figli – un Paese migliore. Gli italiani sono ricchi di civismo e disponibilità, molto più di quanto si voglia far credere. In Italia esistono giacimenti importanti di partecipazione e di sensibilità a partire dai quali può ripartire il cammino per dare un futuro al nostro paese.

Le persone che ogni giorno incontriamo sono fortemente impegnate a migliorare la qualità della vita di tutti e mostrano di essere migliori di quei pezzi di classe dirigente che vorrebbero sfasciare tutto, mostrando attenzione soltanto per i propri interessi egoistici. Queste persone meritano rispetto e fiducia, e meritano una classe dirigente degna di questo nome. Per quello che ci riguarda nei prossimi mesi saremo cittadini ancora più attivi e, con quello di cui siamo capaci, proveremo a dare il nostro contributo in questa direzione. Ci accompagnerà la fiducia nelle capacità degli italiani e la consapevolezza che tutti insieme usciremo da questo momento di difficoltà.

Antonio Gaudioso segretario generale di Cittadinanzattiva da www.cittadinanzattiva.it

AIA, Autorizzazione di inquinamento ambientale (di Anna Lisa Mandorino)

Non ha aspettato che la notte portasse consiglio il ministro Clini e ha firmato la sera del 18 ottobre stesso, appena finita la Conferenza dei servizi, la nuova Aia per l’Ilva di Taranto.

L’Aia starebbe per Autorizzazione integrata ambientale, quel provvedimento nato proprio per “la prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento proveniente dalle attività industriali”.

L’Aia non è un insieme di misure prefissate, ma uno strumento da adattare alle caratteristiche di un impianto industriale: per esempio al fatto che questo sorga a 100 chilometri dal primo centro urbano disponibile piuttosto che nel cuore di una città e a un passo dal suo mare. Che si riferisca a un luogo in cui la produzione comincia ora piuttosto che a uno sfregiato da 50 anni di veleni chimici e di compromessi politici. Che riguardi popolazioni finora preservate piuttosto che altre fiaccate dai tumori del corpo e dalla depressione dell’anima.

L’Aia dovrebbe rendere difficile la vita alle industrie che inquinano, limitarne in ogni modo l’impatto, renderle il meno possibile pericolose, senza indugi, debolezze, concessioni, mezze misure.

L’Aia rivista e rilasciata per l’Ilva di Taranto, invece, solo un po’ meno rispetto alla prima versione vero capolavoro di indulgenza istituzionale, è un’autorizzazione concessa per continuare a produrre, e a produrre parecchio, per avere la vita non troppo difficile, e confligge con le decisioni della magistratura.

Si va a sommare, invece, a scanso di problemi, a un comma inserito fra le pieghe del disegno di legge sulle semplificazioni, precisamente all’articolo 20, che modifica il Codice dell’ambiente e stabilisce che, nelle more della bonifica e dei provvedimenti necessari per smettere di inquinare, un impianto industriale possa continuare a fare quello che vuole, per citare testualmente “in generale tutti gli interventi di gestione degli impianti e del sito funzionali e utili all’operatività degli impianti produttivi ed allo sviluppo della produzione”.

Ebbene. Alla Conferenza dei servizi che ha concluso l’iter istruttorio e determinato il rilascio dell’Aia, Cittadinanzattiva è stata “audita” con una decina di altre associazioni specie ambientaliste o professionali: le associazioni sono state audite, ma non ascoltate. Questi i risultati.

Tempi comodi non i tempi stabiliti dai provvedimenti giudiziari: chiusura immediata di tutta l’area a caldo, ha detto la gip. Chiusura immediata hanno ribadito i custodi giudiziari, chiamati alla decisione definitiva dal Tribunale del riesame. Chiusura invocano i risultati delle perizie epidemiologiche incluse dai giudici nelle loro ordinanze e gli ultimi dati dello studio Sentieri dell’Istituto superiore di sanità appena resi noti. Tempi più che stretti, dunque.
La nuova Aia, invece, ne concede di larghi all’Ilva. L’altoforno 5 chiuso in quattordici comodi mesi piuttosto che subito. Si sorvola sulla chiusura immediata di alcune batterie delle cokerie e di alcuni altiforni, prevista dalla Magistratura. 3 anni per la copertura dei parchi minerari, quelli che riempiono di polvere rossa e di malattie le vite dei tarantini da 50 anni; e tre in più che saranno mai?

Non una delle associazioni audite ha mancato di porre l’agio dei tempi come il punto più critico e inaccettabile di questa nuova Aia, ma tant’è. L’obbligo era di audirle, appunto, non di ascoltarle.

Solo per le emissioni in aria i cittadini tarantini dovranno accontentarsi se le nuove prescrizioni dell’Aia – i consigli, si potrebbe dire considerata l’esperienza dell’altra volta – riusciranno a rendere la loro aria, quella spessa e maleodorante come un inferno, un tantino più respirabile: poiché le nuove indicazioni riguardano, appunto, soltanto le emissioni in aria dello stabilimento, e per il resto, acque, smaltimento dei rifiuti, inizio delle operazioni di bonifica, aspettino ancora. Ci saranno nuove commissioni istruttorie, nuovi piani istruttori, nuovi commissari straordinari. E nel frattempo, speriamo di no, nuovi morti e nuovi malati. Ma non c’è emergenza se l’obiettivo è che la produzione continui a prescindere. C’è tempo. E anche su questo le associazioni sono state audite, appunto, non ascoltate né tutelate.

La produzione, quella no, è abbastanza tutelata. Temporaneamente 8 milioni di tonnellate l’anno, ma solo per ora, poi possono aumentare. A seconda dei bisogni della proprietà. E non importa se nel siderurgico, più si produce più si inquina. E neanche che, visto il mercato, già 8 milioni di tonnellate è molto di più di quanto l’Ilva produca da anni. Meglio mostrarsi generosi, quando è possibile. Anche su questo solo audizione e nessun ascolto.

Niente garanzie. Garanzie fideiussorie, proporzionate al valore economico degli interventi prescritti, in caso di inadempienza dell’Ilva? Cittadinanzattiva lo ha chiesto a gran voce in Conferenza dei servizi. Costretti a subire l’Aia, almeno saremmo stati sicuri della sua applicazione. Ovviamente, neanche a parlarne.

E, ciononostante, la proprietà dell’Ilva non è contenta. Interviene per bocca del suo presidente Ferrante: no, non vogliono andare via da Taranto, ci mancherebbe, ma non sa se misure come quelle che impone la nuova Aia siano sostenibili come tempistica e come ricadute. Per loro, si intende, non per i cittadini di Taranto. Beh, verrebbe da dire, se non fosse per il rispetto dovuto ai lavoratori, considerato che l’Ilva non è più redditizia, vadano pure via tranquilli: il profitto, tutto quello possibile, già lo hanno fatto.

Anna Lisa Mandorino, Vicesegretario generale Cittadinanzattiva

Tratto da www.cittadinanzattiva.it

Investire in istruzione: cominciamo dalla sicurezza (di Adriana Bizzarri)

La sicurezza nelle scuole. Sembra un tema minore in tempi di scandali, di malaffare, di crisi dei modelli di sviluppo e dei sistemi di governo delle società occidentali e dell’Europa in particolare. Sembra, perché, forse, c’è una vecchia abitudine a considerare la scuola come un momento inevitabile nei percorsi di vita delle persone destinato, però, a diventare presto un ricordo. Chi se l’è lasciata alle spalle la pensa con simpatia e con nostalgia, ma non c’è la percezione diffusa della sua essenzialità. In pratica non la si considera un settore nel quale si fanno investimenti. Così della scuola si parla quando ogni anno si diffondono le proteste studentesche o quando l’attenzione dei giornali è catturata dallo stato di profondo disagio in cui versa l’istruzione pubblica. Oppure se ne parla quando qualche edificio casca a pezzi. Ma sempre con l’atteggiamento di chi non vede l’ora di chiudere il discorso. All’indomani dell’evacuazione dei 450 studenti della scuola primaria L. Sciascia a Villa Bonelli di Roma, lo scorso 18 settembre, per il cedimento di un pilone al piano terra della scuola, un consigliere del XV Municipio di Roma ha dichiarato, ad un noto organo di stampa, in risposta alla preoccupazione manifestata dalle famiglie degli alunni: “E’ solo allarmismo. E’ tutto sotto controllo”. Davvero?

Il crollo della trave portante nella scuola elementare di Cordenons prima dell’apertura dell’anno scolastico e l’ingresso dei 400 bambini (11 settembre), il cedimento di un pilone della scuola di Villa Bonelli a Roma (18 settembre), l’esplosione della caldaia della succursale dell’Istituto Tecnico Matteucci di Roma con il ferimento del tecnico e di una bidella e l’allontanamento degli studenti (24 settembre), sono solo gli ultimi tre episodi in ordine di tempo di cui si ha notizia, riguardanti lo stato di precarietà, di pericolo, di degrado in cui versano almeno un terzo delle scuole del nostro paese. Al nord, come al centro, come al sud.

Il X° Rapporto di Cittadinanzattiva sulla “Sicurezza, qualità e comfort degli edifici scolastici” fotografa la situazione e lo fa con gli occhi di chi la scuola la frequenta perché ci lavora, perché ci studia, perché ha i suoi figli lì dentro e non può pensare di metterli fra quattro mura insicure.

Trattandosi del X° Rapporto si poteva sperare che mostrasse segnali concreti di miglioramento. Sarebbe stato bello e giusto poter annunciare qualche buona notizia per la risoluzione di questa gravissima emergenza nazionale: dieci anni sono tanti e non si può sempre denunciare senza veder risolti i problemi.

Così non è stato perché di segnali tangibili che indichino un serio cambio di tendenza non se ne sono visti. Se a questo aggiungiamo lo scaricabarile delle responsabilità tra enti, la lentezza della burocrazia nell’erogazione e nell’utilizzo dei fondi, la mancanza di dati analitici sullo stato delle scuole da parte di molte istituzioni pubbliche competenti in materia di sicurezza (Comuni, Province, Regioni, Miur) il quadro di un decennio sprecato dalle amministrazioni pubbliche e dai politici appare abbastanza chiaro.

Eppure qualcosa sta cambiando.

Sta cambiando la percezione della gravità della sicurezza delle scuole da parte di genitori e studenti se, come dicono alcuni sondaggi nazionali, il 94% dei genitori la considera tale e gli studenti ritengono che, dopo la digitalizzazione, quello dell’edilizia sia il secondo grande ambito della scuola italiana sul quale occorra intervenire.

Sta cambiando la percezione comune della scuola come bene comune, come bene da preservare se sono sempre di più coloro che, soprattutto tra i genitori, si impegnano direttamente al reperimento di risorse economiche e materiali, mettono a disposizione competenze tecniche e tempo per la manutenzione degli ambienti e per il miglioramento della struttura scolastica.

E’ cambiata anche la modalità di intervento sugli edifici scolastici da parte delle istituzioni pubbliche in caso di gravi calamità naturali, come dimostrano l’Abruzzo prima e l’Emilia Romagna poi, che, in pochi mesi dal sisma, hanno verificato le condizioni delle scuole, cominciato gli interventi di ristrutturazione, ove possibile, nonchè la costruzione di prefabbricati o l’individuazioni di altre soluzioni temporanee atte a garantire la ripresa del servizio scolastico.

E allora, in aggiunta al piano di lavoro delineato dalle proposte concrete di Cittadinanzattiva contenute nel X° Rapporto sulla sicurezza delle scuole (anagrafe dell’edilizia nominativa e pubblica, piccola manutenzione affidata direttamente alle scuole, 8X1000 al patrimonio scolastico per la quota parte destinata allo Stato, programmazione almeno quinquennale dei fondi pubblici disponibili, allentamento dei limiti imposti dal patto di stabilità per comuni e province che investono su edilizia scolastica, revisione dell’artt. 64 della legge 133/2008 per impedire il formarsi di aule troppo numerose che mettono in pericolo sia l’incolumità che le condizioni di salubrità e di apprendimento di molte classi) ne indico due che rivestono particolare importanza.

Primo, selezionare, alle prossime elezioni, gli amministratori locali e nazionali sulla base del loro impegno verso la scuola: dall’edilizia scolastica, alla creazione e ammodernamento dei servizi didattici, alla digitalizzazione delle scuole, alla manutenzione ordinaria, alla cura per l’effettiva erogazione di servizi primari a costi calmierati, all’apertura e all’utilizzo pomeridiano delle scuole.

Secondo, pretendere (democraticamente) che le nostre amministrazioni locali e nazionali rendano ordinarie le procedure sperimentate durante i recenti terremoti, almeno per quanto riguarda il controllo ordinario e periodico delle strutture scolastiche e gli interventi più urgenti legati alla manutenzione ordinaria e straordinaria per fare in modo che la situazione torni ad essere “sotto controllo”.

“Facciamo finta”: è la frase magica usata dai nostri bambini quando, volando alto rispetto alla realtà che li circonda, la trasformano e tutto diventa armonia, colore, musica, bellezza.

Proviamo ad imitarli. “Facciamo finta” che tutte le scuole italiane diventino antisismiche, sicure, manutenute, ben arredate, colorate, belle, digitalizzate, ecosostenibili…

Sognare può forse aiutarci a non perdere la speranza, a rafforzare l’impegno di tutti, ad orientare energie e risorse perché le nostre scuole diventino un bel posto dove imparare e crescere.

Adriana Bizzarri, Coordinatrice nazionale della Scuola di cittadinanza attiva

Chiedere conto, dare conto: ecco la riforma della politica (di Claudio Lombardi)

Agli scandali siamo ormai abituati. Non ci sorprendiamo più che un assessore prenda la mazzetta o che lo faccia un geometra dell’ufficio tecnico o che un direttore generale favorisca una ditta amica o che un presidente di regione sia clamorosamente corrotto facendo guadagnare un suo amico faccendiere a spese dei soldi pubblici. Non ci stupiamo di scoprire che il finanziamento ai partiti abolito con referendum sia ristabilito sotto falso nome e porti nelle casse di queste associazioni non riconosciute e non controllate fiumi di denaro pubblico.

Eppure nel caso della regione Lazio c’è qualcosa di diverso. Forse è la classica goccia che fa traboccare il vaso o forse è la coazione a ripetere che contagia tutti i politici che sembrano subire passivamente un meccanismo che non riescono ad interrompere.

Tutti i politici. Bisogna dirlo e sottolinearlo perché così come per i finti rimborsi delle spese elettorali diventati un finanziamento spropositato e incontrollato, anche nel caso delle ruberie alla regione Lazio tutti i partiti hanno partecipato a costruire un meccanismo truffaldino di saccheggio del denaro pubblico.

Diciamo subito che, se per il Pdl la cosa non stupisce essendo questa una formazione politica che trae le sue origini dalle esigenze di fuga processuale e di dissimulazione dei reati di un pluripregiudicato colluso fin dalle origini con i clan mafiosi e col riciclaggio di denaro sporco (questo sta scritto in atti processuali e quindi è storia provata) come Silvio Berlusconi che dai suoi seguaci non è mai stato smentito e contrastato, per il PD, per l’IDV e per SEL stupisce e addolora.

Questi partiti dovevano essere l’alternativa al sistema di potere delle cricche e dell’illegalità, eppure non sono riusciti a sottrarsi al sistema che nella regione Lazio aveva raggiunto uno dei vertici dell’arbitrio.

Togliere soldi ai servizi per i cittadini, colpiti da tagli di tutti i tipi e da inasprimenti fiscali, per consegnarli nelle mani dei partiti che li hanno usati a loro piacere è stata una carognata che non si può comprendere e giustificare in alcun modo.

Non c’è festa di partito, non ci sono primarie, non ci sono comparsate televisive e relativi discorsi altisonanti che possono far dimenticare questa carognata. Non ha nessuna importanza che i soldi siano stati spesi per lussi privati o per convegni pensosi con relativa distribuzione di compensi a consulenti, professori universitari, studiosi e amici vari. Ciò che conta è il meccanismo che è stato messo in piedi e che sarebbe continuato se non si fosse inciampati nello scandalo.

Di conseguenza, qualche riflessione sui partiti, sulle istituzioni e sui cittadini.

I partiti, i loro dirigenti e i loro esponenti che siedono nelle istituzioni hanno perso il senso della realtà. (Non il Pdl che è un caso a parte, ma gli altri partiti). Abituati al potere, armati di una concezione della politica intesa proprio come esercizio del potere che mette il partito (o la persona che occupa quel posto) al di sopra della legge e dei cittadini comuni non sono riusciti ad imboccare una strada diversa. È evidente che l’ossessione dei soldi li perseguita perché a loro pare che siano i soldi ad aprire la strada del successo politico. E pensano sia giusto che a pagare sia lo Stato perché, dicono, la democrazia lo richiede. Peccato che si dimentichino sempre di mettere un freno alle quantità e di creare un sistema di controlli che stronchi ogni abuso. Solo a scandali scoppiati cercano di correre ai ripari, ma sempre senza sapere bene come conciliare l’arbitrio cui sono abituati con l’esigenza di fare qualcosa di convincente. È questo che chiede la democrazia?

Le istituzioni si sono dimostrate terra di conquista per bande di approfittatori raggruppati sotto sigle di partito per pura convenienza. Parlo del Pdl ovviamente, ma la cosa sembra riguardare anche taluni che hanno intuito le possibilità di carriera all’ombra di altre bandiere. Se un consigliere regionale guadagna oltre 10mila euro al mese e dispone di privilegi che aumentano il peso di questi guadagni come si può pensare che la competizione per conquistare quel posto sia mossa solo da una spinta ideale? Se fosse stato così avremmo assistito alla ribellione degli onesti nelle regioni “carogna” come la Sicilia e il Lazio, ma così non è stato.

Ma la questione è anche di struttura istituzionale perché il tanto decantato federalismo diventato una moda e basato sull’esaltazione delle autonomie regionali non ha fatto altro che moltiplicare le ruberie e gli sprechi disarticolando le politiche pubbliche spezzettate in tanti sistemi regionali autoreferenziali. Anche la riforma del titolo V della Costituzione (fatta in fretta e furia dal centro sinistra per apparire moderno e federalista anch’esso) si è rivelata un disastro. Bisogna tornare ad un’autonomia più limitata che sottoponga tutte le regioni al coordinamento delle politiche nazionali, a controlli penetranti e a regole comuni a cominciare dai sistemi elettorali, dalla composizione dei consigli e dalle spese istituzionali. Tutte le regioni anche quelle a statuto speciale che non hanno più motivo di essere. Il caso della Sicilia dovrebbe bastare e avanzare per capire a cosa è servita l’autonomia regionale speciale: un furto sistematico e legalizzato da parte di una classe dirigente isolana che ha depredato quel territorio senza nemmeno portare benessere e sviluppo. Ma anche nel caso di Bolzano l’ordine, la pulizia, il decoro nascondono privilegi incredibili e indecenti che non hanno più motivo di esistere.

Infine i cittadini, croce e delizia di tutto, inizio e fine di tutti i ragionamenti. Sono i cittadini che si fanno comprare dai favori e dalle illusioni, sono sempre loro che tollerano e si sottomettono al sistema di potere che li rende sudditi e clienti con la mano tesa verso il politico. Ma sono anche loro i protagonisti di una rinascita possibile. Qualunque riforma della politica, qualunque mutamento istituzionale dovrà mettere al centro la partecipazione e la responsabilizzazione del cittadino. Non il politico che riceve e ascolta i suoi elettori che non serve, non basta e non risolve nulla, ma un sistema che proceduralizzi la partecipazione e che la faccia diventare strumento ordinario di governo della collettività.

Impossibile? No, possibile già praticato, ma non riconosciuto abbastanza. Il bilancio partecipato è il primo esempio, poco diffuso e poco incisivo per come è attuato. La valutazione civica “inventata” da Cittadinanzattiva che si basa sulla formazione e sull’attività di valutatori civici (cittadini comuni e non professionisti) e sull’integrazione del loro lavoro con quello delle amministrazioni pubbliche  e delle istituzioni.

Ecco le basi che indicano la strada da percorrere. Bisogna essere convinti che questa è la strada giusta e che ogni forma di partecipazione fondata sulla separatezza fra cittadini e politici non funziona più. I festival di partito, i dibattiti, le manifestazioni di piazza non servono a niente se poi i politici decidono e operano nelle istituzioni in modo non trasparente di fronte a cittadini deresponsabilizzati. Chiedere conto, dare conto questa la sostanza del rinnovamento vero della politica.

Claudio Lombardi

Una spending review dei cittadini: intervista a Marco Frey

Marco Frey è direttore dell’Istituto di Management della scuola superiore Sant’Anna di Pisa e presidente di Cittadinanzattiva

D: Insieme allo spread la spending review sta diventando una delle definizioni più usate non solo dai politici e dai giornalisti, ma anche dai cittadini. Il suo significato vero, tuttavia, lo si intuisce, ma resta confuso con l’attuazione concreta fatta col decreto legge del Governo. Facciamo un po’ di chiarezza?

R: Sì volentieri, fare chiarezza sull’uso dei termini è, non solo cosa buona e giusta, ma necessaria per capire e per valutare. E, come dovrebbe ormai essere chiaro, la valutazione dei cittadini è una delle parti più importanti della partecipazione democratica.

Dunque, chiariamo subito che quella che oggi viene definita dal Governo spending review è, in realtà, una manovra finanziaria. La traduzione in italiano di spending review è semplicemente revisione della spesa. Però prima della revisione occorrerebbe fare l’audit ossia un’attività di verifica diretta a scandagliare tutti gli aspetti che stanno a monte ad una decisione di spesa (procedure, obiettivi ecc). Se non faccio l’audit sicuramente non indovino la revisione della spesa perché mi mancano gli elementi per valutare le motivazioni e le finalità della spesa. In realtà Bondi (il Commissario del Governo incaricato di collaborare alla spending review) ha individuato alcuni capitoli di spesa da revisionare e sottolineo alcuni perché la manovra del Governo è molto più ampia. Detto questo la revisione in generale dovrebbe servire a rendere efficiente ed efficace un sistema. Vanno, perciò, individuati obiettivi agendo su organizzazione, processi, risultati. Per farla ci vuole tempo, molto tempo e raramente la politica ha tempo. Senza tempo il processo di revisione risulta, quindi, parziale.

D: Nella risposta sembra implicito un giudizio di inefficacia o di inadeguatezza o anche di inappropriatezza della spending review. È così?

R: Intanto non è la prima volta che si tenta una revisione della spesa. Già nel 2006 era stata creata una commissione dal ministro Padoa Schioppa e all’epoca il risparmio era stato quantificato in 700 milioni che sono ben lontani dai numerosi miliardi di risparmio che si vogliono raggiungere adesso. Già questo dato, insieme con il poco tempo passato dal conferimento dell’incarico al Commissario, dice che qualcosa non quadra.

In effetti, o si iniziava subito il giorno stesso dell’incarico del Governo a mettere sotto revisione la spesa o il tentativo, oggi, è quello di mettere una pezza. Bondi non ha impostato male il lavoro, anzi, ma le cose sono andate più in fretta sospinte dalla necessità di rispettare gli impegni presi con l’Unione Europea e, quindi, di abbassare la spesa pubblica. Ciò ha portato ad una spending review nella quale ci sono anche i “famosi” tagli orizzontali. Nel complesso direi un’operazione debole anche perché il risultato effettivo è semplicemente che si spenda meno non che si spenda meglio. In definitiva un’operazione finanziaria a somma zero se si tiene conto dei previsti incrementi dell’IVA che potranno essere rinviati o annullati del tutto.

D: Veniamo ad una domanda che sono in tanti a farsi: cosa può fare ognuno di noi e cosa può fare un’associazione di cittadini per migliorare le cose? Sappiamo che il Governo ha promosso una consultazione online per ricevere suggerimenti da parte dei cittadini. Probabilmente questo non basta se mancano strumenti di informazione, di riflessione e di formazione di un’opinione matura che non vada oltre le sollecitazioni e le campagne del momento.

R: In effetti il Governo ha consultato online i cittadini a maggio ricevendo 135.000 contributi sugli sprechi da tagliare. I risultati sembrano riflettere i temi più comuni e diffusi di protesta: le auto blu; il funzionamento degli uffici pubblici; la sanità. Dunque, tre macro aree di intervento segnalate dai cittadini. Le altre (pensioni, energia etc) seguono con percentuali più basse. Cosa ci dice questo esperimento? Che manca qualcosa. Se ci fosse un audit collegato e precedente alla revisione potremmo verificare la funzionalità del servizio nel contesto in cui si trova e in relazione alle esigenze dei cittadini. Tutt’altra cosa da quella è stata fatta perché, lo ripeto, l’urgenza di oggi è ricavare numeri di bilancio compatibili con gli impegni europei e non c’è tempo né disponibilità ad una revisione che potrebbe anche portare ad un incremento della spesa in alcuni settori.

E qui veniamo alle possibilità delle associazioni e dei movimenti di partecipazione civica. Da tempo tante di queste realtà hanno superato un atteggiamento puramente rivendicativo e di protesta. Alcune parole chiave sono diventate linee guida per l’azione sociale. Fra tutte l’appropriatezza dei servizi (riconducibile anche all’uso razionale di risorse scarse) sembra quella più rilevante. Quando si mettono sul tavolo esperienze, competenze e riflessioni poi ci si impegna anche a dire dei sì e non solo dei no perché la logica del difendere tutto a prescindere non fa’ più presa quando ci si misura con la realtà e si mira a cambiarla in meglio. Da questo punto di vista Cittadinanzattiva ha imboccato da tempo una via originale per rendere concreta la partecipazione dei cittadini alle politiche pubbliche: la valutazione civica. Non dico per l’attuale spending review perché ormai il decreto legge è diventato legge e sappiamo che il Governo non lasciava margini di modifica, ma per l’immediato futuro (intendo da settembre in poi) ci sarà molto bisogno di una revisione permanente della spesa che parta dall’informazione e dalla consapevolezza dei cittadini. Cittadinanzattiva farà la sua parte e promuoverà una spending review civica mettendo a disposizione di tutti gli strumenti di cui dispone (audit e valutazione civici) perché i primi ad essere interessati ad eliminare gli sprechi e le inefficienze sono i cittadini.

Intervista a cura di C.Lombardi

La spending review e i conti che non tornano (di Antonio Gaudioso)

In questi giorni di dibattito sulla spending review ci sono alcuni conti che, come organizzazione di cittadini, non ci tornano. In questi anni ci siamo battuti in molte occasioni per “rivedere la spesa pubblica”, sia la quantità che la sua qualità: abbattere gli sprechi, ridare risorse per lo sviluppo del paese, azzerare i privilegi. Insomma fare quello che in un paese normale si farebbe ordinariamente e che, a maggior ragione, va fatto in un momento di crisi.

Quando Bondi è stato nominato commissario alla spending review abbiamo contrastato chi faceva battute sul tecnico nominato dai tecnici: Enrico Bondi non solo ha fama di essere una persona serie, ma lo è. Quello che ha fatto in Montedison e Parmalat lo testimonia, salvando aziende distrutte da cattiva gestione e malaffare e ridando alle stesse una prospettiva di sviluppo.

Vedendo però le scelte della spending review di questi giorni, se non mancano alcune luci e va riconosciuto che in una serie di settori si è inciso a ragion veduta, ci sono anche molte ombre, scelte non fatte e soprattutto scelte per noi sbagliate.

Le scelte non fatte riguardano l’enorme apparato cresciuto negli ultimi venti anni come un mostro divoratore di risorse e rappresentato da decine di migliaia di aziende comunali, consorzi, finanziarie regionali, aziende di presunto sviluppo territoriale, che sono nate collateralmente alle autonomie locali e che hanno moltiplicato poltrone e funzioni, creando poteri e contropoteri e divenendo una forma di corruzione, spreco di risorse pubbliche e pessima gestione.

Sono state e sono una delle modalità per “aiutare” amici ed amici degli amici, politici trombati e portaborse e sono molto spesso, per la forma giuridica scelta, fuori da ogni controllo anche di quello della Corte dei Conti.

Sono state e sono una vera e propria palla al piede del nostro paese e non c’è una sola ragione per cui, con un intervento “chirurgico”, non debbano essere ridotte o, in molti casi, semplicemente azzerate.

Su questo si poteva intervenire e credo, e lo sosterremo nel corso dell’iter parlamentare della norma, si può e si deve farlo subito.

Ci sono  poi delle scelte su cui nettamente non concordiamo e sono quelle che riguardano la sanità. E non perché bisogna difendere privilegi e buchi ma esattamente per il motivo contrario, perché non si interviene sugli sprechi ma solo sui diritti.

In questi anni il Servizio sanitario nazionale e le spese che lo riguardano sono state viste come una specie di bancomat: quando era necessario si interveniva tagliando, magari sempre sulle stesse cose, perché è più semplice, dà risultati immediati, misurabili. E in questo caso si è utilizzato semplicemente lo stesso criterio, tagliare senza un disegno e un progetto per il futuro:  ed è questo l’elemento di maggiore preoccupazione e contrarietà.

Per fugare ogni dubbio, siamo contro la logica dei piccoli ospedali tuttofare, ma avere un disegno vuol dire riconvertire le piccole strutture in poliambulatori, centri di riabilitazione, RSA, centri di assistenza primaria. Insomma insistere su quella integrazione ospedale-territorio che evita di ingolfare le grandi strutture con ricoveri impropri e costosi, che valorizza il day hospital e tutto quello che ci siamo in tanti anni detto.

Spending review “con un disegno” vuol dire in questo caso non chiudere i piccoli ospedali e ridurre i posti letto “a prescindere”, ma specializzarli in funzioni diverse lasciando dei presidi territoriali con nuove vocazioni, intervenendo ad esempio per tagliare le “chirurgie fotocopia” o la moltiplicazioni di laboratori che, spesso, nelle grandi strutture ospedaliere, esistono esattamente ad uso e consumo di micro caste createsi e consolidatesi negli anni.

Spending review vuol dire tagliare risorse al direttore generale della Asl che, ed è accaduto recentemente, nel Lazio decide di aprire una Unità Operativa Semplice di Medicina cinese.

Spending review vuol dire anche chiedere conto del fatto che in una grande azienda ospedaliera della capitale 270 infermieri sono esentati dal servizio in corsia perché sono allergici al lattice. E in questo ambito anche il sindacato dovrebbe interrogarsi, perché contro situazioni come queste, di evidente “imboscamento” e di spreco insostenibile, i primi che si dovrebbero battere sono proprio i leader sindacali.

Siamo contro questa spending review in sanità perché, nonostante gli sforzi per limitare i danni da parte del Ministro Balduzzi, si tratta sostanzialmente di un taglio lineare che non fa nessun tipo di differenza tra le regioni che hanno gestito le risorse sanitarie al meglio, garantendo ai propri cittadini servizi di qualità seppure in una fase difficile, e chi ha fatto buchi su buchi aspettando che qualcuno prima o poi li coprisse.

È questo che ci preoccupa di più: perché collegata alla logica del taglio lineare c’è l’idea che, tutto sommato, “il sistema salute pubblico” è solo una spesa, un costo che “non ci possiamo permettere” e non invece un volano di crescita e di coesione sociale, un investimento di lungo termine sul futuro del paese.

Questa deriva è avvalorata dalle dichiarazioni del Ministro Giarda, uno dei ministri più attivi sulla spending review, che recentemente in Parlamento ha detto che “in questi anni non si è potuto investire nella scuola perché si è investito troppo in sanità”, affermazioni francamente irricevibili ma che credo siano collegate al retropensiero che prima citavo.

Non possiamo assistere al fatto che vengano aumentati i costi a carico dei cittadini e tagliati i servizi a maggior ragione se questo accade senza una “idea di futuro” per il Servizio sanitario nazionale. Non possiamo ammettere che venga “certificato” che ci siano cittadini di serie A e cittadini di serie B sulla base della propria residenza.

Il presidente Monti ha parlato della concertazione che ha fatto danni al paese e, senza dubbio, quando la logica è quella del compromesso, spesso al ribasso, il suo pensiero non è distante dal vero. Ma un paese serio non può pensare di picconare un Servizio sanitario che è un capitale di tutti noi: deve rilanciarlo e se necessario riformarlo chiedendo a tutti gli attori di partecipare in prima persona a questi cambiamenti, assumendosi ognuno le proprie responsabilità.

Una leadership di un paese serio propone un progetto per il futuro, analizzando anche oltre 10 anni di federalismo sanitario, vedendo i risultati prodotti e le cose su cui intervenire.

Noi ci batteremo perché questo progetto di futuro ci sia e abbia al centro i cittadini.

Antonio Gaudioso Segretario Generale di Cittadinanzattiva

(tratto da www.cittadinanzattiva.it)

Giustizia, corruzione e cittadinanza attiva (di Claudio Lombardi)

Lentamente va avanti in Parlamento l’esame del disegno di legge contro la corruzione. Quella che sarebbe dovuta essere la prima priorità per una classe dirigente responsabile e consapevole della gravità del problema corruzione (secondo la Corte dei Conti peserebbe per circa 60 miliardi di euro sull’economia italiana) per il nostro Paese è diventato invece un treno che avanza alla minima velocità e fermandosi ai molti semafori rossi che incontra sulla sua strada. Chi aziona quei semafori? Semplice, gli stessi che della corruzione hanno goduto sia in termini di potere, che di influenze elettorali che, anche, di concreti vantaggi economici. Ricordiamo bene l’epoca delle cricche e dei ministri a cui veniva pagato l’acquisto della casa a loro insaputa. Tranne quelli che sono stati arrestati gli altri stanno sempre lì.

Il re di questi “gattopardi” è quel Berlusconi che dopo aver fatto il comodo suo con le istituzioni dello Stato usandole come sua riserva di caccia personale (e dei suoi complici), confezionando le leggi a misura dei suoi interessi (ricordiamo solo il dramma della prescrizione accorciata unita alla mancanza di risorse per la giustizia che produce impunità per chi può pagare i migliori avvocati) adesso sembra voglia inventare una lista civica per ripresentarsi come leader politico del popolo. Proprio lui che è fra i maggiori responsabili del declino dell’Italia di cui noi adesso paghiamo le conseguenze.

Cosa c’è che non convince nella legge che si sta delineando? La nuova disciplina della concussione sicuramente. A leggere molti e autorevoli commenti si tratta di un indebolimento della possibilità di colpire quei comportamenti che inducono ad un reato in forza della posizione di forza di una delle parti. Guarda caso sarebbe anche il reato di cui è accusato Berlusconi per il caso della giovane prostituta minorenne che lui fece rilasciare dalla Questura di Milano. Ma sarebbe anche il caso delle accuse mosse all’ex Pd Penati. È lecito pensare che si tenti di aiutare personaggi di questo calibro con la nuova legge? Sì è lecito, ma è scandaloso che questo avvenga oggi, con il Paese e l’Europa intera travolti da una crisi economica che mette a rischio le condizioni di vita di molti milioni di persone. Che qualcuno possa solo pensare di costruire un’altra legge ad personam assume il sapore di una beffa ai danni degli italiani. Anche se così non fosse sarebbero sempre colpevoli di omissione tutti coloro che non si impegnano per una legge severa e immediata, ma tentano di rinviare, smorzare, dirottare per coprire interessi che vanno solo colpiti senza se e senza ma.

Intanto qualcuno lavora su un altro piano e tenta di costruire un approccio nuovo al tema giustizia. In questi giorni sono stati presentati due documenti che magari non occuperanno le prime pagine dei giornali, ma testimoniano che una parte sana c’è nel popolo, negli apparati dello Stato, nelle istituzioni. Si tratta dei Rapporti di Cittadinanzattiva sulla valutazione civica in alcuni tribunali civili e sullo stato della giustizia. Frutto dell’incontro fra cittadini organizzati e dotati di validi strumenti di indagine, avvocati, magistrati, dirigenti della Giustizia e con l’appoggio del Dipartimento organizzazione giudiziaria i due rapporti mettono la giustizia sotto i riflettori per le sue mancanze, per le sue criticità, ma anche per la centralità e insostituibilità del suo ruolo.

Cosa si dice in questi rapporti? Nessuna scoperta clamorosa e niente che già non si sapesse: lunghezza dei processi, scarsità dei mezzi, inadeguatezza delle strutture, carenza di personale, procedure da modificare.

Otto anni e tre mesi la durata media di un processo penale, il doppio rispetto al 2010 e con punte di oltre 15 anni nel 17% dei casi. Ancora peggio in ambito civile dove, ad esempio, il 20% dei procedimenti si protrae dai 16 ai 20 anni.

La crisi economica si riflette sulle cause avviate: nel civile si impennano le controversie in ambito lavorativo e previdenziale (dal 13% nel 2010 al 21,5% nel 2011) e quelle relative ai diritti reali (+6,5%). Nel penale, crescono i reati contro il patrimonio (34% rispetto al 19% del 2010).

Problemi anche per il gratuito patrocinio accessibile a pochi e per la mediazione civile facoltativa (sfruttata solo nel 10% dei casi) e per quella obbligatoria (inefficace nel 65% dei casi).

Chi volesse può approfondire la lettura dei rapporti e delle proposte formulate da Cittadinanzattiva collegandosi al sito www.cittadinanzattiva.it .

La novità, però, è un’altra ed è proprio l’avvio di un lavoro comune fra cittadini, ministero della giustizia e operatori che in quel mondo svolgono la loro attività professionale (avvocati, magistrati, dirigenti).

Dopo anni di attacchi alla Magistratura e di strumentalizzazione della giustizia per condurre una spietata lotta di potere la strada imboccata da Cittadinanzattiva, resa possibile dalla grande partecipazione dell’opinione pubblica che ha sbarrato la strada per anni al dilagare dell’illegalità promossa da chi pensava di avere nelle sue mani lo Stato, è quella che si rivelerà più costruttiva a patto che nelle istituzioni i rappresentanti politici mettano da parte i loro interessi di parte e pensino all’interesse degli italiani e al valore supremo della legalità. Se non lo faranno dovremo chiamarli a rispondere anche di questo e li denunceremo anche se si dovessero riciclare dentro finte liste civiche.

Claudio Lombardi

Costruire cittadinanza per una politica nuova (di Fabio Pascapè)

La delicatezza della situazione delle nostre comunità è sotto gli occhi di tutti. Basta guardarsi nelle tasche. Basta guardarsi intorno. Basta considerare la qualità dei servizi che riceviamo a fronte della quantità di tributi e tasse che versiamo. Spesso e volentieri neanche i livelli minimi di garanzia e tutela dei diritti sono assicurati.

Una cosa è certa però: mai come in questo momento scegliere di essere cittadini attivi può veramente fare la differenza. E’ una presa in carico di responsabilità nei confronti della comunità ed in particolare di coloro i cui percorsi di cittadinanza sono resi difficili dalle condizioni di svantaggio economico, sociale, culturale, personale. Perchè un diversamente abile a cui sono negate le condizioni minime di accesso ad un mezzo pubblico è meno cittadino degli altri. Perchè un ammalato di SLA a cui è negato il comunicatore oculare è meno cittadino degli altri. Perchè un giovane a cui non sono garantite minime condizioni di ingresso nel mercato del lavoro è meno cittadino degli altri. Perchè un imprenditore che subisce la pressione del racket è meno cittadino di altri. Perchè una persona che vede sfumare i risparmi ad opera di un truffatore è meno cittadino degli altri.

Negare o limitare i diritti significa negare la cittadinanza così come rinunciare ai diritti significa rinunciare ad essere cittadini.

Il fallimento della politica ha consegnato nelle mani di un governo tecnico il delicato compito di realizzare riforme profonde e rapide in grado di salvare l’Italia dal fallimento economico. Siamo nel bel mezzo di un percorso delicatissimo nel quale la presenza partecipativa di cittadini attivi e responsabili diventa una imprescindibile garanzia perché al termine del percorso stesso siano garantite a tutti condizioni minime di accesso ad una piena cittadinanza.

Non è più possibile trincerarsi dietro un atteggiamento da semplici abitanti e, quindi, semplici fruitori passivi di servizi.

Occorre cambiare atteggiamento ed occorre che questo cambio di atteggiamento venga adottato da un numero sempre crescente di persone che scelgano da meri abitanti di diventare veri cittadini attivi, proattivi e responsabili. Attori, registi, animatori di cambiamento civico dunque.

Due le dimensioni dell’intervento civico che può vedere direttamente coinvolti noi cittadini attivi.

Da una parte dobbiamo fare i conti con un vero e proprio deficit di cittadinanza sempre più evidente e crescente che si è via via radicato nelle nostre comunità. Dimostrazione ne sia il sempre maggiore disimpegno del cittadino dalla vita pubblica, la sua distanza dalle istituzioni, la sua crescente sfiducia. Questo ci coinvolge direttamente in un’attività finalizzata ad evidenziare il senso e la utilità di una partecipazione civica qualificata come fondamentale collante in grado di rinsaldare i rapporti tra cittadino ed istituzione, laddove il cittadino partecipa attivamente a costruire le scelte dell’istituzione e ne monitora la realizzazione e gli impatti con strumenti, peraltro, già esistenti come, ad esempio, la valutazione civica e il bilancio partecipato.

Dall’altra le condizioni di accesso ad una piena cittadinanza sono messe in seria discussione da una crisi economica senza precedenti e, ancor più, da manager pubblici che non sanno fare altro che prendere atto dei tagli e ribaltarli sui servizi al cittadino laddove, invece, dovrebbero avere il coraggio di mettere mano agli sprechi ed alle diseconomie che affliggono la Pubblica Amministrazione senza se e senza ma.

Questo ci coinvolge direttamente a presidio degli standard minimi di qualità dei servizi pubblici sanitari, di giustizia, scolastici, di trasporto, di trattamento dei rifiuti, idrici.

Occorre, però, sfatare con fermezza due pericolosi luoghi comuni.

Il primo è quello per il quale i tagli si ribaltano attraverso i diversi livelli della Pubblica Amministrazione dallo Stato alle Regioni, dalle Regioni alle Province, dalle Province ai Comuni e da questi ai servizi erogati ai cittadini. Spesso tutto ciò accade con una semplice alzata di spalle da parte del manager di turno. Non è e non può essere così. In realtà dobbiamo pretendere che il trasferimento dell’effetto dei tagli sulla quantità e sulla qualità dei servizi al cittadino avvenga solo a condizione che sia stata rivista l’organizzazione e l’intero ciclo erogativo del servizio nel senso di eliminare gli sprechi e le diseconomie e, quindi, la sola parte restante gravi, eventualmente e salvo verifica con le scelte politiche, sulle spalle del cittadino.

Il secondo luogo comune da sfatare è quello per il quale i decisori si trincerano dietro all’alibi del contenimento della spesa quando praticano tagli generalizzati ed indifferenziati.

Occorre dire a chiare lettere che i cd.”ragionieri” sono necessari per analizzare una spesa pubblica ormai fuori controllo ma non sono loro che decidono. La decisione e la scelta di cosa, come e quanto tagliare spetta ai decisori politici. E’ a loro che è affidato il delicato compito di individuare le priorità ed a noi quello di presidiare i livelli minimi di applicazione delle nostre carte dei diritti al di sotto dei quali non dobbiamo consentire di scendere.

Questo è il compito più importante della politica che nessuna antipolitica potrà mai smentire. La politica vera, però, quella la cui responsabilità spetta a tutta la collettività che decide da sé come governarsi.

In questo momento di crisi economica l’azione della cittadinanza attiva può assumere valenze che fino a poco tempo fa erano inimmaginabili. Prendiamo ad esempio i cosiddetti “costi occulti da disservizio”.

Se potessimo fruire di servizi sanitari pubblici efficienti, efficaci e nei tempi giusti non avremmo bisogno di ricorrere all’intramoenia, oppure alle prestazioni specialistiche private. Se i servizi scolastici fossero pensati a misura dei nuclei familiari o comunque dei genitori non dovremmo ricorrere a baby parking, baby sitter, etc.

Se i servizi di sicurezza al cittadino funzionassero non dovremmo ricorrere alle porte blindate, alle serrature di sicurezza, agli antifurti o non dovremmo sostenere i danni derivanti dai reati contro il patrimonio (furti, borseggi, rapine, scippi, etc.).

Se i servizi di trasporto pubblico funzionassero a dovere non saremmo costretti a mantenere un’automobile che costa mediamente tra i 4.500,00 euro e i 5.000,00 euro l’anno.

Se politiche di sicurezza efficaci allentassero la pressione che il racket e l’usura esercitano sui prezzi di mercato tutti ne trarremmo giovamento a partire dai consumatori per finire ai dettaglianti.

Questo è il campo di azione di una politica nuova basata sulla cittadinanza attiva e non sui corpi separati degli apparati di partito o delle istituzioni che comandano e non governano.

Diventiamo, dunque, attori di un processo che includa anche il sostegno dei redditi attraverso il recupero di servizi di qualità che aiutino le persone a fronteggiare questo momento di crisi economica.

Riappropriamoci del nostro diritto di scegliere in quanto cittadini che sono titolari di diritti perché sono innanzitutto responsabili nei confronti della comunità civica.

Riappropriamoci dei nostri territori ed affermiamo che non siamo disposti a farceli  strappare da chi, con l’inganno o con la violenza, pretende di esserne il dominatore.

Scegliamo di non rinunciare e di restare e di metter su famiglia scommettendo su un futuro per i nostri figli. Creiamo “presidi di resistenza civica per i diritti” intorno ai quali costruire “filiere civiche” che abbiano la capacità di mettere insieme tutti i “costruttori di cittadinanza”.

Non accettiamo che attraverso la negazione dei diritti e del potere di scegliere si neghi la sostanza della cittadinanza.

Fabio Pascapè Cittadinanzattiva Napolicentro

Il servizio giustizia e la valutazione dei cittadini: un progetto di Cittadinanzattiva

Il 15 settembre 2011 si è avviato, per la prima volta, un programma di valutazione civica nei tribunali di 9 città. Valutazione civica significa che i cittadini, per il tramite di una associazione di partecipazione civica, sono entrati in tribunale per valutare la qualità del servizio. Si tratta del percorso di valutazione civica del servizio giustizia, progetto coordinato da Cittadinanzattiva. Ne parliamo con Mimma Modica Alberti, Coordinatrice Nazionale Giustizia per i Diritti (GD) di Cittadinanzattiva.

Perché un progetto da svolgere nei tribunali? Qual’ è il senso del “percorso di valutazione civica del servizio giustizia” ideato da Cittadinanzattiva?

Già il fatto che, per la prima volta nella storia del nostro Paese, i cittadini siano entrati in 9 Tribunali  (Milano, Napoli, Taranto, Modena, Cagliari, Alessandria, Trieste, Lamezia, Enna) non perché parti in causa o testimoni nei processi, ma per valutare la qualità del servizio  indica che qualcosa di nuovo è accaduto; qualcosa che contiene una potenzialità importante per il rapporto fra cittadini e Stato e per il modo stesso di “fare” i cittadini. Si è avviata una valutazione civica basata su una raccolta di dati impostata secondo metodi predefiniti e scientificamente validi e rigorosi e finalizzata alla formazione di un punto di vista civico sul funzionamento del servizio giustizia. È importante sottolineare che la raccolta dei dati è frutto dell’impegno dei dirigenti e degli aderenti locali di Giustizia per i Diritti-Cittadinanzattiva e, quindi, è, innanzitutto, un percorso di partecipazione di cittadini attivi e non una mera attività tecnica di rilevazione dati.

Come vi siete regolati per definire le aree di valutazione e gli indicatori in base ai quali valutare i dati raccolti?

Punto di partenza è stata la “Carta dei diritti del cittadino nella giustizia” proclamata da Giustizia per i Diritti nel 2001, che enuncia i diritti fondamentali (informazione, rispetto, accesso, strutture adeguate, partecipazione, processo celere, qualità) inerenti al rapporto dei cittadini con il servizio giustizia e con i suoi operatori. Coerentemente con i diritti sanciti nella Carta, sono stati selezionati i seguenti  fattori di valutazione: informazione e comunicazione, accesso, rispetto, volumi di attività, risorse e durata dei procedimenti, qualità e processi di miglioramento, partecipazione. Tali fattori sono stati poi raggruppati in tre componenti, quali dimensioni più ampie che individuano ambiti di attenzione ai diritti: l’orientamento ai cittadini, l’impegno nel promuovere la qualità dei servizio e il coinvolgimento dei cittadini.

Quindi ci sarà una fase di elaborazione dei dati che porterà ad evidenziare problemi e criticità, d’altra parte ben noti agli italiani almeno a grandi linee. Cosa succederà dopo?

Le proposte di miglioramento, avanzate dai cittadini che hanno realizzato la valutazione a livello locale, completano il processo e sono presentate e discusse con il Presidente del Tribunale, il dirigente amministrativo e tutti gli interlocutori interessati. Ovviamente i risultati della valutazione civica e il piano di miglioramento di ciascun tribunale vengono resi pubblici secondo modalità definite e condivise città per città.

Circa gli effetti posso dire che i cittadini sino ad oggi non sono stati considerati una risorsa per contribuire a migliorare la qualità del servizio giustizia e non hanno avuto, quindi, la possibilità di confrontarsi su aspetti di costruzione delle politiche o di progettazione del servizio. Questa prima sperimentazione può consentire di vedere finalmente il cittadino come uno degli attori in grado di contribuire a individuare priorità e azioni di miglioramento e, dove ci sono, le criticità, ma anche in grado di valorizzare e riconoscere le esperienze positive. L’importante è attivare un dialogo permanente e un confronto sulla base di dati oggettivamente rilevati e analisi condivise anche per smetterla di parlare di giustizia solo quando qualche “potente” incappa in accuse di reati o in processi. Francamente i problemi veri non hanno niente a che vedere con i desideri di alcuni di sottrarsi al giudizio dei magistrati.

È proprio così. È evidente che una valutazione civica del servizio giustizia significa mettersi su un altro piano rispetto allo scontro di potere di questi anni con il quale si è tentato di mettere sotto controllo l’esercizio dell’azione penale per piegarla agli interessi di chi non voleva riconoscere l’eguaglianza di fronte alle leggi e allo Stato. Il tentativo, per ora, è fallito, ma ha lasciato macerie e divisioni. Se i cittadini entrano in campo e chiedono che la giustizia sia quel servizio essenziale di cui ha bisogno la società quali sviluppi possiamo aspettarci?

Faccio una piccola premessa. Per cittadinanza attiva  intendiamo la capacità dei cittadini di organizzarsi, di mobilitare in modo autonomo risorse umane, tecniche e finanziarie, e di agire nelle politiche pubbliche, con modalità e strategie differenziate, per tutelare diritti e prendersi cura dei beni comuni. Questa concezione enfatizza l’esercizio di poteri e di responsabilità del cittadino nel fronteggiare i problemi della vita pubblica che lo riguardano direttamente. In altri termini, i cittadini organizzati si propongono come un attore della politica: la loro presenza ha a che fare con il governo della società e con l’interesse generale, e non solo con la soluzione di singoli problemi o con la mera espressione di difesa di interessi privati. Le organizzazioni civiche, quindi, agiscono per rendere i cittadini protagonisti della tutela dei loro diritti e della cura dei beni comuni, in un ruolo non alternativo ma concorrente a quello delle istituzioni democratiche. E nel perimetro dei beni comuni va, ad avviso di Cittadinanzattiva, inserito a pieno titolo “il diritto alla giustizia”, secondo le fondamentali definizioni di cui agli artt. 24 e 111 della Costituzione e le ulteriori essenziali esplicitazioni sancite dalla Carta dei diritti del cittadino nella giustizia.

Detto questo, osserviamo che purtroppo, nell’ultimo ventennio nel nostro Paese come in Europa, si assiste ad un ripensamento dei modelli di welfare tradizionali, fondati sulla centralità della pubblica amministrazione, sia sotto il profilo giuridico-istituzionale che sotto il profilo della erogazione e del finanziamento dei servizi. In questo contesto occorre, per noi,  promuovere un nuovo welfare, in cui riaffermare l’universalità dei diritti ed il ruolo delle politiche pubbliche nel definirne le regole ed allocare le risorse, valorizzando, contemporaneamente, il ruolo della società civile ed il coinvolgimento dei cittadini come soggetti attivi, propulsori di politiche sociali in un quadro di condivisione di responsabilità collettive. In conseguenza della emersione di bisogni nuovi e più sofisticati e, al contempo, alla permanenza di sacche di disagio sociale e di nuove povertà, appare necessario superare quindi il perimetro tradizionale dello stato sociale, includendo nella sfera dell’approccio universalistico anche la giustizia e ridefinendo lo status dei cittadini come attori del welfare al fine di garantirne qualità e sostenibilità.

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