Ricchezza degli italiani: chi scende e chi sale

Tra italicum e elezione del Presidente della Repubblica i problemi dell’economia sono relegati in secondo piano. Ad eccezione dell’immissione di nuova moneta da parte della BCE che sarà annunciata oggi che, però, non risolve nulla perché ciò che conta è come saranno impiegati quei soldi.

Così si è dato ben poco rilievo ad una ricerca effettuata dal quotidiano Repubblica su dati di Banca d’Italia. Il tema è la ricchezza delle famiglie italiane e il dato che ne emerge è impressionante anche se già evidenziato più volte negli ultimi anni. Il patrimonio (immobili, denaro liquido e risparmi investiti) di 18 milioni di persone (il 30% più povero degli italiani) era nel 2008 il doppio del patrimonio complessivo delle dieci famiglie più ricche del Paese (114 miliardi di euro contro 58 miliardi).

Ebbene nel 2013 la situazione si capovolge: le dieci famiglie più ricche arrivano a 98 miliardi e i 18,1 milioni di più poveri scendono a 96 miliardi. Mentre l’economia cala del 12% le famiglie più ricche vedono crescere la loro ricchezza del 70%.

Se si cerca una risposta alla caduta del mercato interno italiano concausa della crisi economica eccola qui. La poca ricchezza prodotta va tutta a vantaggio di pochi.

Ora bisogna ragionare perché i membri delle dieci famiglie più ricche saranno pure stati bravi e fortunati, ma una distribuzione così diseguale della ricchezza fa male a tutti perché mina l’economia. Non a caso Obama nel suo discorso programmatico di ieri ha detto che aumenterà le tasse per chi ha redditi oltre i 500mila dollari l’anno per dare un bonus fiscale alla classe media.

L’idea che se i ricchi sono sempre più ricchi ci sarà un vantaggio per tutti è una pura illusione perché non è affatto detto che i ricchi investano i loro soldi per espandere o innovare le attività produttive. Al contrario, come accaduto negli ultimi anni, li metteranno nella finanza che è transnazionale e vive al di sopra del mondo reale succhiando risorse e non utilizzandole per lo sviluppo e l’innovazione

Il terrorismo, le nuove guerre e noi europei (di Salvatore Sinagra)

le nuove guerre d'EuropaLa storia non è finita

Il 1989 fu l’anno delle grandi illusioni. Con la caduta del muro di Berlino il mondo diviso in blocchi non fu rimpiazzato da un’alternativa pragmatica e sostenibile. Ben presto la pace liberale sponsorizzata da un unico egemone, gli Stati Uniti, si rivelò insostenibile. Già con la tragedia dei Balcani ci accorgemmo che le cose non stavano andando come fantasticavano dall’altra parte dell’oceano e a Srebrenica noi europei venimmo meno alla promessa fatta nel 1945 che mai più nessuno sarebbe morto per il suo credo religioso.

Con l’11 settembre anche i più ottimisti hanno dovuto prendere atto che non solo la storia non è finita, ma diversamente da ciò che affermava Francis Fukuyama, continua ed è pure una brutta storia. Prima di Charlie Hebdo i fondamentalisti islamici avevano già insanguinato l’Europa diverse volte: nel 2004 191 persone persero la vita a Madrid a causa di un attentato ai treni locali; nel 2005 furono uccisi 52 innocenti nell’attacco alla metropolitana di Londra. E questi sono solo quelli più importanti.

Non tutti i terroristi sono di matrice islamica però. Nel 2011 il terrorista di estrema destra Anders Breivik, nemico giurato dell’Islam, annientò 77 innocenti nei pressi di Oslo.

Non si contano poi attacchi a moschee, sinagoghe o a centri urbani, che da Lione a Stoccolma, passando per Bruxelles, hanno colpito la vecchia Europa

I sentimenti xenofobi sono divenuti sempre più forti anche in paesi molto avanzati sotto il profilo della convivenza come la Svezia, la Francia e la Germania. 7.000 ebrei francesi l’anno scorso si sono trasferiti in Israele  a causa di un nuovo antisemitismo, che fa proseliti sia tra l’estrema destra nostalgica, che tra i sostenitori della causa palestinese e tra gli immigrati di seconda e terza generazione di origini arabe. Nemmeno gli ebrei progressisti, favorevoli allo Stato Palestinese,  appaiono immuni da attacchi antisemiti

guerra contro civiliLe nuove guerre

Dopo il 1989 non solo il numero dei conflitti è drammaticamente cresciuto, ma le guerre hanno cambiato pelle. Sono sempre meno combattute da due o più Stati e sempre più sono conflitti civili, che non colpiscono più in prevalenza militari. Al fianco o in sostituzione dei soldati combattono paramilitari e gruppi criminali. Quindi non solo gruppi islamisti, ma anche le triadi e organizzazioni di narcotrafficanti.

Le nuove guerre sono allo stesso tempo moderne ed antiche. Sono moderne perché sono poste in essere da reti multinazionali se non addirittura globali, utilizzando sistemi di finanziamento avanzati e sistemi di reclutamento che non potrebbero prescindere da internet e dai social network; sono antiche perché puntano al massacro indiscriminato.

Il neologismo glocalizzazione, coniato da Zygmunt Baumann, rappresenta bene le agenzie dei disordini globali che riescono a creare una miscela esplosiva fondendo differenti disagi in ambito locale. Si pensi per esempio ai giovani francesi e tedeschi figli di immigrati provenienti da paesi arabi che vivono un profondo senso di esclusione nel loro paese, che sono fortemente contrariati per le vicissitudini dello Stato palestinese e decidono di abbracciare la causa dell’ISIS andando a combattere in Siria.

disordine globaleIl nuovo disordine globale

La situazione internazionale è complicata anche dal progressivo deteriorasi dei rapporti con la Russia.  Le organizzazioni internazionali che dovrebbero governare la globalizzazione quali l’Onu o il Fondo Monetario Internazionale sono impotenti o delegittimate.

Gli approcci tipici della guerra fredda, che spesso gli Stati occidentali sembrano sposare sono assolutamente superati. Il conflitto con l’Unione Sovietica non si trasformò in una guerra nucleare poiché entrambe le parti erano pienamente consapevoli del rischio della reciproca distruzione. Le testate nucleari e gli arsenali venivano accumulati per acquisire lo status di superpotenza ma nella piena convinzione che non sarebbero mai potute essere utilizzate da nessuna delle due parti in causa. Il collasso dell’Unione Sovietica ha portato ad una maggiore disponibilità di armi di distruzione di massa da parte di stati molto più instabili dei protagonisti della guerra fredda. Si pensi per esempio al Pakistan, paese in possesso di un arsenale nucleare, ma perennemente esposto al rischio di un colpo di Stato. E certamente la deterrenza tipica della guerra fredda non funziona nei confronti del terrorismo.

ruolo europa nel mondoCosa possono fare gli Europei?

Oggi siamo giustamente scossi da un attentato che ha colpito al cuore l’Europa, tuttavia, a causa delle caratteristiche “glocali” della violenza organizzata, anche i morti che fa Boko Haram in Nigeria o i bambini uccisi a Pashawar sono una minaccia alla nostra sicurezza.

Va senza dubbio accolta positivamente la proposta di creare un’intelligence europea, ma occorre fare molto di più.

L’Unione Europea deve compiere un grosso sforzo in politica estera, imponendo uno Stato per i palestinesi e contribuendo in modo attivo a smantellare lo Stato Islamico. Sotto questo profilo non basta certo l’azione militare, occorre isolare i fondamentalisti soprattutto sul piano finanziario. A tal proposito occorrerebbe pretendere azioni concrete dalle monarchie del Golfo e dai sauditi, importanti alleati degli Stati Uniti nel confronto con Mosca almeno dai tempi di Reagan ma sospettati di intrattenere rapporti con l’ISIS.

Un importante campo di azione deve essere poi la lotta alle diseguaglianze, in Europa come nel mondo arabo. I giornali francesi e tedeschi hanno raccontato le storie di molti immigrati di seconda, terza se non addirittura quarta generazione che hanno deciso di abbracciare la guerra del fondamentalismo islamico e di andare a combattere in medio oriente; le vite di molti di loro sono storie di esclusione di giovani che passano il loro tempo tra facebook, palestra e moschea e che spesso si sentono meno europei dei loro genitori nati in Algeria, Turchia o Medio Oriente. Inoltre, come sottolinea l’economista francese Thomas Piketty, in un articolo pubblicato su Libération dal titolo diseguaglianze esplosive, la insostenibile situazione politica di Iraq e Siria è figlia di una  iniqua ripartizione dei proventi delle materie prime, che va a vantaggio di poche petro-dinastie.  Se per rispondere alle diseguaglianze di casa nostra serve un New Deal europeo che crei una crescita che sia messa la servizio della lotta alla povertà, per rispondere alle diseguaglianze ed agli squilibri a sud e ad est dell’Europa serve un’ambiziosa riforma delle istituzioni internazionali a partire da ONU, FMI e WTO

Salvatore Sinagra

La disuguaglianza che pesa sullo sviluppo

disuguaglianzaAncora sul libro di Piketty “Il capitale nel XXI secolo”. La tesi di fondo è che l’accumulo improduttivo di ricchezza cresce più velocemente della produzione di ricchezza. La principale ragione è che il tasso medio di rendimento del capitale oltrepassa durevolmente il tasso di crescita del Pil. Sul lungo periodo, infatti, la crescita del Pil non supera mai di molto l’1-1,5 per cento l’anno mentre la rendita media del capitale è di solito del 4-5 per cento l’anno.

Quindi le disuguaglianze si ampliano, poiché i grandi patrimoni provenienti dal passato si ricapitalizzano più velocemente dell’aumento della produzione e dei redditi. Oltre ai vantaggi delle economie di scala, i grandi patrimoni s’incrementano soprattutto perché hanno una più ampia gamma di opportunità d’investimento rispetto ai piccoli.

Negli Usa oggi il 10 per cento della popolazione possiede circa il 70 per cento di tutto il capitale; la “classe media” cioè un altro 40% della popolazione ne possiede circa un quarto (in gran parte in forma di case); mentre tutti gli altri ovvero la metà della popolazione possiedono circa il 5 per cento della ricchezza totale.

Il fenomeno, però, è globale e sta strangolando la classe media dove c’è o impedendo il suo sviluppo dove è una conquista recente oppure dove si sta ancora formando. Banalmente: i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri.

I dati ci raccontano qualcosa di incredibile (ma vero) : nel mondo 85 super ricchi possiedono lo stesso patrimonio di 3,5 miliardi di persone. Cioè ognuno vale quanto 41 milioni di poveri.

poveri del mondoMa forse altrettanto incredibile è che l’accumulo di ricchezza è più concentrato ora di quanto non fosse agli inizi del ‘900. Come ricorda in un suo articolo Luca Massacesi (http://www.officineeinstein.eu/index.php/verso-un-nuovo-modello-di-sviluppo/814-rendita-vince-su-lavoro.html) “quando l’economista e sociologo Vilfredo Pareto definì quella che appunto si chiama la “curva di Pareto“ la individuò dimostrando che il 20 per cento della popolazione inglese possedeva l’80 per cento del denaro. Era il 1897. Dopo un secolo e passa di democrazia occidentale, la forma di governo che più delle altre (monarchia, plutocrazia, oligarchia, gerontocrazia) avrebbe dovuto creare una maggiore uguaglianza e giustizia sociale, il rapporto è diventato 14 a 86, ovvero l’86 per cento della ricchezza è in mano al 14 per cento della popolazione”.

Conseguenze? L’accentramento della ricchezza nelle mani di unélite globale che lascia ben poco al resto del mondo continuando a guadagnare anche in tempi di crisi. Nel suo articolo Massacesi elenca alcuni dati anch’essi impressionanti:

  1. distanza ricchi poveriI “paesi meno sviluppati” hanno speso 9 miliardi di dollari per importazioni di alimenti nel 2002. Nel 2008 questa cifra è salita a 23 miliardi di dollari.
  2. Il reddito medio pro-capite nei paesi più poveri dell’Africa è sceso a un quarto negli ultimi venti anni.
  3. Bill Gates ha un patrimonio netto dell’ordine dei 50 miliardi di dollari. Ci sono circa 140 paesi al mondo che hanno un Pil annuo inferiore alla ricchezza di Bill Gates.
  4. Uno studio del World Institute for Development Economics Research (Istituto mondiale per la ricerca sull’economia dello sviluppo) evidenzia che la metà inferiore della popolazione mondiale detiene circa l’1 cento della ricchezza globale.
  5. Il 2 per cento delle persone più ricche detiene più della metà di tutto il patrimonio immobiliare globale.
  6. Secondo il più recente “Global Wealth Report” di Credit Suisse, lo 0,5 per cento di persone più ricche controlla più del 35 per cento della ricchezza mondiale.
  7. Oltre 3 miliardi di persone, quasi la metà della popolazione mondiale, vive con meno di 2 dollari al giorno.
  8. Si stima che gli Stati Uniti detengano circa il 25 per cento della ricchezza totale del mondo (nel 2010).
  9. Si stima che l’intero continente africano possegga solo l’1 per cento della ricchezza totale del mondo.

Questi dati indicano che l’aumento della disuguaglianza e la finanziarizzazione dell’economia non portano sviluppo perché impediscono la crescita delle forze produttive assorbendo quote crescenti di ricchezza e bloccandola in patrimoni immensi che cercano di moltiplicarsi senza costruire nulla di reale.

Conclusione? Combattere la disuguaglianza e la povertà è la base su cui poggiare lo sviluppo. Fino a che il lavoro di tanti alimenterà solo la ricchezza di pochi non ci sarà speranza di migliorare le cose

C. L.

Le idee di Piketty sull’Italia (di Salvatore Sinagra)

Piketty e l'ItaliaMercoledì 8 ottobre a Milano si è tenuto un incontro pubblico con Thomas Piketty, autore del best seller “Il capitale nel XXI secolo”. Una giornalista italiana ha definito l’economista francese una rock star dell’economia, in effetti quando mi sono presentato all’evento  organizzato alla Bocconi mi sembrava di fare la fila ai cancelli di San Siro per il concerto dell’anno. Non avevo mai visto nulla di simile nei tanti incontri che si sono tenuti a Milano negli ultimi anni con premier, presidenti e commissari europei, con banchieri e imprenditori di successo e con economisti di prestigio internazionale.

Volendo scherzare si potrebbe dire che il libro scritto per denunciare l’ascesa senza fine dei miliardari creerà almeno un miliardario in più: il suo autore.

Comunque davanti ad un’aula magna gremita di gente Piketty ha abbandonato i panni della superstar ed ha vestito quelli dell’accademico; ha commentato slide, citato studi economici, risposto a incalzanti domande dal pubblico.

Nei suoi interventi si è concentrato sulla difficile situazione dell’Italia, un paese in cui la gente comune rischia di rimanere schiacciata tra l’immenso debito pubblico ed una società a misura di ricco.

debito pubblico e patrimoni privatiHa ricordato che l’Italia è l’unico paese del G8 con una differenza negativa (-17% del Pil) tra i beni pubblici e il debito pubblico (in Francia, Germania e Stati Uniti il saldo è prossimo allo zero). Ha definito il nostro paese una “società patrimoniale” ove, soprattutto nelle grandi città, i giovani, anche di successo, hanno limitatissime possibilità di comprare la propria casa di abitazione con i proventi del lavoro e ove, per i nati degli anni settanta ed ottanta, le ricchezze ricevute in eredità equivarranno ad un quarto dei redditi guadagnati lavorando per tutta la vita. Ovviamente tale condizione sarà una vera e propria macchina delle disparità perché non tutti i nati negli anni settanta e ottanta erediteranno un patrimonio. Oggi le ricchezze private degli italiani rappresentano circa il 600% del Pil.

Eppure Piketty ha precisato che il suo vuole essere un messaggio di speranza, perché in Italia la ricchezza privata è cresciuta molto più del debito pubblico e non solo perché una consistente fetta dei titoli di Stato ha prodotto interessi percepiti da una parte degli italiani.

Piketty ha invitato a non rottamare il welfare, perché si tratterebbe a suo parere di una scelta antistorica anche alla luce dei miglioramenti sociali prodotti negli Stati Uniti dalla riforma sanitaria di Obama. Ha affermato che bisogna rilanciare l’istruzione, perché uno Stato che spende molto di più per il debito pubblico che per la scuola, l’università e la ricerca è uno Stato che non ha futuro.

combattere le disuguaglianzeHa rilanciato la proposta contenuta nel suo libro di una profonda revisione del sistema fiscale, che ponga fine al privilegio del capitale ai danni del lavoro. Ha quindi sottolineato che un buon sistema fiscale non è solo una fonte di entrate per lo Stato, ma anche una fonte di informazioni utile per allocare le risorse dove servono. Le tasse possono quindi diventare un database.

Ha poi ricordato che oggi a causa della concorrenza fiscale le multinazionali  sono tassate ad aliquote fiscali molto più basse di quelle delle piccole e medie imprese. Occorre quindi una vera unione fiscale in Europa, basata su scelte concordate e coordinate di tutti i suoi membri e sullo scambio di informazioni.

Piketty ha delineato un quadro puramente federalista, ed ha aggiunto che sarebbe irrealistico pensare che tutto ciò si possa realizzare in un’Unione Europea con 28 Stati. L’Unione Fiscale deve essere un progetto portato avanti nell’area euro, nella consapevolezza che qualcuno dei suoi membri potrebbe non accettare le nuove regole. E non sarebbe un dramma,  se si facesse un’unione che funziona, che qualche stato abbandonasse l’euro.

Dunque un buon economista con una visione politica. Nelle mille pagine del suo libro tanti problemi che parlano dell’Italia di oggi e dei nodi che deve sciogliere per andare avanti: dalla redistribuzione della ricchezza, alla crescita sostenibile nel lungo periodo, dal rapporto tra capitale e lavoro nell’era della rivoluzione tecnologica e informatica al calo demografico, con cui l’occidente, non solo l’Italia, deve misurarsi senza ulteriore indugio.

Salvatore Sinagra

Ricchi straricchi: notizie dal mondo reale della disuguaglianza

ricchezza 1 per centoForse stona con i temi che vanno oggi per la maggiore, ma bisogna proprio soffermarsi su quanto scrive il Financial Times dando conto di una ricerca (Wealth-X e Ubs) secondo la quale 2.325 persone, su una popolazione mondiale di oltre 7 miliardi, possiedono il 4 per cento della ricchezza globale. Nel complesso questi straricchi dispongono di un patrimonio di ben 7.300 miliardi di dollari cioè più del valore di borsa delle principali società per azioni degli Usa oppure il triplo del Pil italiano. Così tanto per dare un’idea…

Nonostante la ricca (in senso letterale) presenza dell’Asia, l’Europa – sì l’Europa della crisi, del rigore, della crescita stentata, della disoccupazione – detiene il primato del maggior numero di miliardari (775 con 2.370 miliardi di dollari di patrimonio). Gli Usa, invece, ne ospitano 571 seguiti dalla Cina (190). La ricerca dice che questi “alieni” non vengono da un altro mondo, ma appartengono al mondo imprenditoriale e dispongono di una liquidità finanziaria enorme (il 19% circa). In pratica potrebbero fare i tuffi nel loro denaro come il prototipo dei miliardari: il mitico zio Paperone.

Ci sarebbe da sorridere se non fosse che una disuguaglianza estrema si aggira per il mondo creando instabilità e distruggendo ricchezza. Quando i dati oggettivi (non le ideologie) dicono che 85 super ricchi possiedono l’equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale vuol dire che siamo in una situazione di grande rischio. Sì perché una tale concentrazione di ricchezza non può non ripercuotersi sugli equilibri di potere e sulla composizione delle classi dirigenti, sulle scelte dei governi e sugli scontri per il controllo delle risorse. Ciò che avviene al livello dei super ricchi può apparire lontano dalla vita reale, ma non è così.

disuguaglianzaÈ molto reale, per esempio, che in Africa e in India a fronte di popolazioni che vivono in condizioni di grande povertà, le multinazionali e il ceto dei miliardari sfruttino la propria influenza per abbassare l’imposizione fiscale a loro carico facendo mancare risorse preziose ai territori che quelle ricchezze producono. È molto reale che negli Stati Uniti, il reddito dell’1% della popolazione è aumentato ed è ai livelli più alti dai tempi della Grande Depressione. È reale e molto probabile che le decisioni dei governi, anche qui in Europa, siano condizionate più dai benefici da non far mancare alla parte più ricca che non dalle esigenze di chi ha redditi medi e bassi.

D’altra parte è più facile che questo sistema si perpetui perché i più ricchi hanno accesso a migliori opportunità educative, sanitarie e lavorative, regole fiscali più vantaggiose, e possono influenzare le decisioni politiche in modo che questi vantaggi siano trasmessi ai loro figli.

accaparramento ricchezzaNon bisogna, però, guardare solo ai super ricchi. In realtà, nel corso del tempo, si sono rafforzate tutte le posizioni di chi occupa un posto di vertice nella società che non riguarda solo l’1% per cento dei super, ma anche la vasta platea di tutti quelli che hanno abbastanza potere per imporre le condizioni a loro più favorevoli.

Prendiamo il tema della pressione fiscale. È un fatto che in tutto il mondo negli ultimi decenni la tassazione per i più ricchi sia costantemente diminuita mettendo fine ad un lungo periodo, iniziato prima della seconda guerra mondiale, nel quale la differenza tra aliquote minime e massime era su livelli oggi inimmaginabili (negli Usa si arrivò addirittura al 94% negli anni ‘40, ma si mantenne un’aliquota del 90% sopra i 400.000 dollari fino al 1963). Da allora in poi si è sempre più invocata la diminuzione della pressione fiscale mascherando il fatto che a scendere a ritmi vertiginosi era solo quella sui più ricchi. Sei si parla poi di ricchezza finanziaria lo scandalo è ancora più grande. È stato addirittura uno degli uomini più ricchi del mondo – Warren Buffet – a denunciare l’assurdità di una situazione nella quale gente come lui paga meno tasse di un suo impiegato. Ricchezza su ricchezza. Piove sul bagnato. Ma il tema è tabù, uno dei tabù più difficili da toccare: guai a mettere in discussione il dogma che la pressione fiscale deve sempre scendere. Se lo si facesse si scoprirebbe che è scesa sì, ma schiacciandosi o puntando verso il basso dove stanno i redditi della stragrande maggioranza delle persone che tengono in piedi i bilanci degli stati. E chi ci ha guadagnato? Tutti quelli che, evasione fiscale a parte, prima dovevano pagare il 70 o l’80 o il 90 per cento e oggi se la cavano, male che va, con il 43% o meno.

Quindi chi può di più paga di meno. E diventa sempre più ricco. Già perché la crisi che conosciamo noi, qui, a casa nostra, non la conosce certo quell’1% della popolazione mondiale che possiede quasi la metà della ricchezza globale, ma nemmeno i tanti altri che misurano a milioni il prezzo del loro lavoro

Fra i dati confermati più volte da economisti e ricercatori c’è n’è uno particolarmente significativo: negli USA, l’1% dei più ricchi ha intercettato il 95% delle risorse a disposizione dopo la crisi finanziaria del 2009, mentre il 90% della popolazione si è impoverito.

Se poi andiamo a vedere cosa si nasconde nei paradisi fiscali disseminati nel mondo (stimati 21.000 miliardi di dollari) completiamo il quadro di una spropositata sottrazione di ricchezze che formalmente appartengono ad una ristretta cerchia di persone, ma che non corrispondono a meriti e capacità.

Buona parte del disordine mondiale sta qui

Claudio Lombardi

I conti non tornano in Europa e in Italia perchè sono mistificati

Sì i conti non tornano. Ogni discorso sempre lì va a parare: riforme cioè costo del lavoro da abbassare (direttamente o indirettamente con flessibilità e precariato); riforme cioè spesa pubblica da abbassare con meno spesa per stipendi, pensioni, assistenza, servizi.

Fatte le riforme (quelle) allora si abbassa il prelievo fiscale, allora gli investitori riprendono fiducia e ci mettono i loro soldi, allora diminuisce il deficit e il debito pubblico e lo stato si alleggerisce e i tassi di interesse si abbassano.

Tutto vero? No, i conti non tornano. Perché non è possibile che le disuguaglianze degli ultimi decenni che hanno visto enormi arricchimenti da una parte e impoverimento dall’altra scompaiano come per magia e siano sostituite da un unico mantra: riforme, riforme, riforme.

Se l’estremo dei ricchi si è sempre più allontanato dalla massa degli esseri umani  e ha pagato sempre meno il suo contributo alle spese generali con aliquote fiscali che sono drasticamente diminuite un po’ in tutti i paesi non si può far finta che non sia successo niente e che i problemi siano sempre e solo altri.

Questa mistificazione o falsificazione della realtà vuole nascondere il fatto che sono mancate entrate per le casse pubbliche e fa molto comodo, ovviamente, a chi dalle varie svolte politiche e dalle crisi degli ultimi 30-40 anni ci ha guadagnato. Basti dire che fino al 1963 negli Usa l’aliquota marginale sui redditi oltre i 400mila dollari era del 90% per poi scendere al 77% e al 70% per poi arrivare al 28% e oggi a poco meno del 40%.

In Italia dopo la riforma del 1973 l’aliquota massima era dell’82%, poi ridotta al 72% per scaglioni oltre i 500 milioni di lire. Oggi siamo al 43% oltre i 75.000 euro e nessuno parla di un incremento di tale aliquota. Così chi guadagna 80.000 euro viene tassato come chi prende 10 milioni di euro. È giusto o si viene meno al criterio della progressività dell’imposizione fiscale?

Conformità alla Costituzione a parte come non vedere che tutto il polverone sollevato sulla spesa pubblica e sulle riforme nasconde la realtà di una gigantesca redistribuzione dei redditi a favore di quelli più elevati. Mettiamoci anche l’evasione fiscale e l’elusione, mettiamoci i guadagni milionari della razza padrona dei manager, mettiamoci il clientelismo e la corruzione, mettiamoci la mediazione corporativa con concessione di privilegi vari per tacitare le tensioni e comprare il consenso (sindacati d’accordo) e avremo le cause del dissesto delle finanze pubbliche. alle quali vanno aggiunti i salvataggi delle banche messe in ginocchio dalle speculazioni finanziarie.

Di fronte ad una realtà così chiara tutta l’attenzione viene dirottata sulle riforme (sempre quelle di cui sopra) che servirebbero solo a far pagare di più i lavoratori e i percettori di redditi medio bassi e i giovani in cerca di lavoro.

È possibile continuare così?

I rischi della disuguaglianza (di Salvatore Sinagra)

disuguaglianzaProbabilmente il best seller di Thomas Piketty, Il Capitale nel ventunesimo secolo, farà fare un salto di qualità al dibattito sulle diseguaglianze, che fino ad oggi è stato assai frammentato,  attribuendogli una dimensione globale.

In Francia due anni fa Hollande ha vinto le elezioni promettendo un inasprimento della pressione fiscale sui ricchi; in Svizzera con referendum è stato introdotto un tetto ai compensi dei manager delle società quotate ed è stata rigettata dopo una lunga campagna l’introduzione di un salario minimo orario; in Giappone e in Corea del Sud autorevoli studi hanno dimostrato che una notevole percentuale di giovani è  a rischio povertà; in Brasile, nonostante il programma Bolsa Familia di Lula abbia strappato alla povertà circa 40 milioni di persone, le proteste infiammano di continuo le piazze. Caso emblematico è quello della Germania, paese percepito in molta parte d’Europa come eccessivamente ricco, al punto da precludere opportunità ai partner dell’Unione Europea. In realtà il dibattito su diseguaglianza e povertà caratterizza il paese da quando è stato approvato il pacchetto di riforme noto con il nome Agenda 2010 ed è molto ben sintetizzato da un libro della giornalista Patricia Szarvas, Ricca Germania, poveri tedeschi. La signora Merkel che nell’arena europea ha dimostrato spesso di essere irremovibile, a causa delle pressioni dell’opinione pubblica ha dovuto rinunciare ad alcuni suoi convincimenti liberisti, restaurando l’aliquota del 45% sui redditi più elevati ed introducendo un salario minimo orario.

individui e mercatoDi recente il dibattito si è infiammato anche negli Stati Uniti, ove i cittadini, anche i più poveri,  hanno sempre ritenuto che le diseguaglianze fossero l’equo prezzo da pagare per il sogno americano di un grande paese che dà una possibilità a tutti. Il fatto è che anche in contesti come gli Stati Uniti le diseguaglianze possono essere accettate solo se sussistono due condizioni: la mobilità sociale ed uno Stato che non abbandona i poveri alla loro sorte.

In Italia, paradossalmente, il tema  è rimasto sullo sfondo, su ciò hanno sicuramente influito diversi elementi quali l’eredità delle politiche fiscali scellerate della prima repubblica; il ruolo di ammortizzatore sociale della famiglia; i patrimoni delle famiglie mediamente elevati e l’alta percentuale di possesso della casa di abitazione.

Tuttavia le radici di un dibattito sull’economia polarizzato eccessivamente sul tema delle tasse troppo alte e disinteressato alle diseguaglianze si ritrovano nella comunicazione politica. Berlusconi non ha avviato alcuna rivoluzione liberale e molte delle sue promesse riforme si sono rivelate inefficaci o lettera morta, eppure nel dibattito economico ha dimostrato grandissima abilità nel definire l’agenda.  Così, mentre in Germania veniva contestata la scelta di ridurre la più alta delle aliquote  dell’imposta sui redditi delle persone fisiche dal 45 al 42% (dopo un paio d’anni il governo sarebbe tornato sui suoi passi), in Italia Berlusconi e Tremonti promettevano un’IRPEF con due aliquote (23% e 33%). Mentre tanti giovani non riuscivano nemmeno a firmare un contratto d’affitto perché non avevano una busta paga adeguata Brunetta affermava che l’Imu sulla prima casa era inaccettabile per il PDL per questioni di “filosofia fiscale”.

lavoro giovaniNegli ultimi anni in Europa ci si è resi conto che esistono molte forme di disuguaglianza. A quelle basate sulle disparità reddituali e patrimoniali, ne sono state affiancate altre, spesso più difficili da misurare. Nel nostro paese, tradizionalmente, ce ne sono molte che dipendono da situazioni di rendita. Una fra queste è quella che lega il conseguimento di una laurea e uno sbocco lavorativo ad una famiglia di genitori laureati e con una buona posizione sociale. Un’altra tocca persino l’accesso al credito per le piccole imprese, problema reale di cui ha parlato anche il governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco per ammonire le banche a concedere prestiti alle aziende meritevoli e non sulla base di legami personali. Anche i ritardi nel pagamento dei crediti della pubblica amministrazione creano disparità tra le imprese più solide che possono permettersi di aspettare anni per incassare e quelle che se non incassano in tempi brevi rischiano di fallire. Piccoli esempi di un grande problema.

In molti paesi d’Europa si è cercato di immaginare soluzioni: in alcuni sono state varate o annunciate misure di aumento della pressione fiscale sui più abbienti e sta crescendo il numero di paesi dell’Unione Europea in cui esiste un salario minimo; in Germania è stata messa fortemente in discussione la flessibilità nel mercato del lavoro che nel nuovo millennio è stata consentita dalla possibilità di rinnovare molte volte i contratti a termine.

Italia in bilico sulla renditaIn Italia, invece, per anni sono stati ignorati segnali inquietanti come la crescita di una nuova povertà, quella di chi lavora, ma guadagna troppo poco per vivere e come la crescita drammatica della disoccupazione giovanile. Solo vicende come quelle degli “esodati” hanno parzialmente richiamato l’attenzione su un disagio sociale che va molto oltre le migliaia di  persone rimaste senza reddito da lavoro e senza pensione. Lo sgravio fiscale degli “80 euro” voluto da Renzi ha toccato alcuni milioni di lavoratori dipendenti distribuendo l’onere tramite imposte indirette sull’intera popolazione, ma si tratta di una misura ancora troppo limitata anche perché non riguarda chi guadagna pochissimo o nulla e non paga imposte (incapienti).

L’introduzione di un salario minimo sarebbe un fatto positivo, ma bisognerebbe capire come possano beneficiarne anche i lavoratori parasubordinati, compresi i  tirocinanti ed i praticanti, e quelli dei settori in cui storicamente è più diffusa l’irregolarità con la negazione di ogni diritto. E poi bisogna pure evitare che si giochi una gara al ribasso per cui tutti i salari, anche quelli dei settori più produttivi, vadano verso il salario minimo.

Secondo Piketty le disuguaglianze possono compromettere la stabilità sociale e politica in molti paesi mettendo gli individui soli e incattiviti di fronte alla “spietatezza” del mercato. Sarebbe opportuno rifletterci anche in Italia.

Salvatore Sinagra

Intervista a Thomas Piketty

Thomas Piketty, economista, è autore di un libro, Capital in the Twenty-First Century, che avuto un enorme successo nel mondo anglosassone. Tratta dell’andamento della disuguaglianza economica nel corso degli ultimi due secoli

sostenibilità della disuguaglianzaD.: La sua ricerca ha mostrato che la disuguaglianza sta crescendo e che senza un’azione del governo è probabile che questa tendenza prosegua. Comunque, è corretto assumere che la disuguaglianza è uno sviluppo fondamentalmente negativo per le sue conseguenze sulla società?

Non c’è problema con la disuguaglianza in sé e per sé. In realtà, fino a un certo punto la disuguaglianza è bella e forse anche utile per quanto concerne l’innovazione e la crescita. Il problema è quando la disuguaglianza diventa così estrema che non risulta più utile per la crescita. Quando la disuguaglianza raggiunge un certo livello, porta spesso alla perpetrazione della disuguaglianza per generazioni e generazioni nonché a una mancanza di mobilità all’interno della società. Inoltre, la disuguaglianza estrema può essere problematica per le istituzioni democratiche, perché potenzialmente può portare a un accesso estremamente disuguale al potere politico, e per la capacità dei cittadini di far sentire la loro voce.

Non c’è una formula matematica che ci dica qual è il livello a cui la disuguaglianza diventa eccessiva. Tutto quello che abbiamo è l’esperienza storica e tutto quello che ho tentato di fare con la mia ricerca è di mettere insieme una vasta quantità di esperienze storiche da più di venti paesi nel corso di due secoli. Da questo lavoro possiamo apprendere solo lezioni imperfette, ma è il meglio che possiamo fare. Una lezione, per esempio, è che il genere di concentrazione estrema della ricchezza che abbiamo sperimentato nella maggior parte dei paesi europei fino alla prima guerra mondiale era eccessivo nel senso che non era utile per la crescita e probabilmente contribuì nell’insieme a ridurre la crescita e la mobilità.

PikettyQuesta situazione fu demolita dalla prima guerra mondiale, dalla Grande depressione e dalla seconda guerra mondiale, nonché dalle politiche di welfare state e di tassazione progressiva che vennero dopo questi shock. Di conseguenza, negli anni cinquanta e sessanta la concentrazione della ricchezza fu molto inferiore rispetto agli anni dieci, ma questo non impedì alla crescita di manifestarsi. Se mai, questo contribuì probabilmente all’inclusione di nuovi gruppi sociali nel processo economico e, quindi, a una crescita più elevata. Dunque, un’importante lezione storica del XX secolo è che non abbiamo bisogno di una disuguaglianza come quella del XIX secolo per generare crescita nel XXI secolo e non dobbiamo, quindi, tornare a quel livello di disuguaglianza in Europa.

D.: Come risponderebbe a coloro che dubitano che esistano prove sufficienti per trarre questo tipo di conclusione?

Questa sarà sempre un’inferenza imperfetta, perché siamo nell’ambito delle scienze sociali e non dovremmo farci illusioni su cosa è possibile. Non possiamo condurre un esperimento controllato lungo il XX secolo o ripetere il secolo come se la prima guerra mondiale e la tassazione progressiva non ci fossero mai state. Tutto quello che abbiamo è la nostra esperienza storica comune, ma penso che sia abbastanza per giungere a un certo numero di conclusioni sufficientemente solide.

peso della disuguaglianzaLa lezione che abbiamo già ricordato – che non abbiamo bisogno del genere di disuguaglianza estrema del XIX secolo per avere la crescita economica – è semplicemente una lezione imperfetta, ma ci sono altre lezioni importanti se si considera, per esempio, la crescita della disuguaglianza negli Stati Uniti nel corso del trentennio passato. Per esempio, è utile pagare ai manager uno stipendio di una decina di milioni di dollari piuttosto che solo di un milione? Nei dati questo non lo trovate cioè la performance eccezionale e l’eccezionale creazione di posti di lavoro nelle imprese che pagano i manager dieci milioni di dollari invece che uno. Negli Stati Uniti nel corso degli ultimi trent’anni quasi il 75% dell’incremento del reddito primario aggregato è andato al vertice della distribuzione. Data la prestazione relativamente mediocre della produttività e un tasso di crescita del PIL pro capite dell’1,5% annuo, il fatto che quasi i tre quarti vadano al vertice della piramide non è certo un buon affare per il resto della popolazione.

Ci sarà sempre un dibattito complicato e veemente. La ricerca nel campo delle scienze sociali non trasformerà il conflitto politico intorno al problema della disuguaglianza con una qualche forma di certezza matematica, ma possiamo almeno avere un dibattito più informato utilizzando l’evidenza storica dei diversi paesi. In definitiva, questo è ciò a cui mira la mia ricerca.

D.: Quali politiche specifiche si possono usare per evitare di tornare a quei livelli estremi di disuguaglianza che lei ha discusso?

trasparenza finanziariaC’è un gran numero di politiche che si possono usare in combinazione per regolare la disuguaglianza. Storicamente, il meccanismo principale per ridurre la disuguaglianza è stata la diffusione della conoscenza, delle capacità e dell’istruzione. Questa è la forza più potente per ridurre le disuguaglianze fra i paesi: ed è quello che abbiamo oggi, con i paesi emergenti che raggiungono i paesi più ricchi in termini di livelli di produttività. Talora essa può operare anche all’interno dei paesi, se abbiamo istituzioni sociali e educative sufficientemente inclusive che consentono a vasti settori della popolazione di accedere alle capacità giuste e ai posti di lavoro giusti.

Comunque, per quanto l’istruzione sia enormemente importante, talvolta da sola non è sufficiente. Per evitare che i gruppi con i redditi più elevati e quelli con la ricchezza più elevata si separino, di fatto, dal resto della distribuzione e crescano molto più velocemente del resto della società, abbiamo bisogno anche di una tassazione progressiva del reddito e di una tassazione progressiva della ricchezza – sia della ricchezza ereditata che di quella annuale. Altrimenti, non c’è un meccanismo naturale per evitare che si produca di nuovo quel genere di concentrazione estrema del reddito e della ricchezza cui abbiamo assistito in passato.

Soprattutto, ciò di cui abbiamo bisogno è la trasparenza finanziaria. Abbiamo bisogno di monitorare in maniera più efficace la dinamica di tutti i diversi gruppi di reddito e di ricchezza in modo da poter adattare le nostre politiche e i livelli di tassazione a ciò che osserviamo nella realtà. La mancanza di trasparenza è attualmente la massima minaccia – un giorno potremmo ritrovarci in una società molto più disuguale di quanto pensavamo.

Tratto da LSE/EUROPP (trad. a cura della Redazione di lib21.org)

Soldi a volontà nel bel mondo del potere

compensi manager pubbliciLe nomine nelle grandi aziende pubbliche hanno portato novità e hanno anche scoperchiato un mondo fuori del mondo. Prima novità è sicuramente l’estromissione di alcuni boiardi di stato come i capi di ENI, ENEL, Poste e Terna in carica da anni e snodo importante dell’intreccio politica – soldi – aziende pubbliche. Averli messi da parte è già una bella notizia. Punto.

Seconda novità aver nominato quattro donne alla presidenze di quelle aziende e con compensi ridotti al limite fissato dal governo a 238mila euro l’anno. Troppi? Non sembra proprio visto che fino ad oggi quelle cariche potevano fruttare da un milione di euro in su. Un cambiamento significativo.

Il mondo scoperchiato è un mondo che si conosceva già, ma che è bene riscoprire sempre quando se ne presenta l’occasione. Dei compensi dei presidenti dei consigli di amministrazione si è già detto, ma è meglio ripetere che il presidente uscente dell’ENI prendeva 1,6 milioni di euro e quello dell’Enel 1,1 milioni. Per fare che? Non per guidare l’azienda perché quello lo faceva l’amministratore delegato, ma per rappresentarla.

eni enel terna posteSi può dire che è un caso evidente di sfruttamento di ricchezze sociali-pubbliche? Sì perché quei soldi vengono presi alle società e significano che chi è forte prende ciò che vuole. Lo stesso si deve dire dei compensi degli ex boiardi che vanno via ognuno con liquidazioni milionarie, assurde, indecenti. Scaroni prende 8,4 milioni; Conti 6,4 milioni; Cattaneo “solo” 2,4 milioni. Più tutti quelli che hanno preso anno per anno (rispettivamente 6,4; 4; 2,4 milioni annui). Si dice che è il mercato. No è la politica perché quegli incarichi sono sempre stati assegnati dai governi che hanno permesso retribuzioni scandalose così come è sempre stato fatto nel passato. Per tutti basti ricordare i “mitici” Carlo Cimoli che ha lasciato le Fs con 6 milioni di euro per andare in Alitalia e portarsi via dopo soli 3 anni altri 3 milioni di euro; e Elio Catania che è uscito dalle Fs con 6,7 milioni di euro. Ovviamente sia le Fs che Alitalia erano sull’orlo del fallimento, ma i mitici manager di nomina politica si sono portati via lo stesso le loro palate di milioni. Di soldi pubblici bisogna aggiungere visto che sia Fs che Alitalia sono sempre state sostenute dal bilancio dello Stato.

nomine imprese pubblicheChi insiste tanto per difendere la proprietà pubblica delle aziende dovrebbe tener conto che la vera differenza la fanno i limiti che si riesce ad imporre alla gestione del potere pubblico e privato. Comunque registriamo che in epoca di profonda crisi nel bel mondo del potere non c’è spending review (o meglio non c’era perché adesso sembra che il governo voglia mettere un freno) o rigore e tutto è possibile a prescindere dai risultati aziendali o dalla crisi; i milioni di euro si danno senza alcun limite e se necessario si costruiscono le giustificazioni normative-giuridiche per farlo.

Purtroppo è una realtà mondiale quella della disuguaglianza con cui bisogna fare i conti perché impoverisce le economie e i popoli. E la disuguaglianza si basa sull’uso arbitrario del potere. Appunto per questo quando è la politica a dover scegliere bisogna rovesciare il tavolo e mandare a casa tutti quelli che hanno vissuto di disuguaglianza grazie al potere. Con le nomine un piccolo passo è stato fatto, adesso vedremo cosa si farà con i compensi

Claudio Lombardi

Il caso Moretti: tagli, merito ed equità retributiva (di Salvatore Sinagra)

spesa pubblicaSpending review, tagli alle retribuzioni dei manager e polemiche sulle dichiarazioni dell’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato (“potrei andare a lavorare all’estero se mi tagliano lo stipendio”) ci stanno accompagnando ormai da più di una settimana.

Per i tanti italiani che vivono con poche centinaia di euro al  mese è assolutamente incomprensibile che esista una retribuzione di un manager di un’azienda di Stato che arriva a 70 mila euro al mese, ma dobbiamo porci qualche interrogativo perché la questione è complessa e assai spinosa.

Il tema è più quello della necessaria correzione delle disuguaglianze (crescenti in Italia come in quasi tutto l’occidente) che quello dei risparmi effettivi che si potranno realizzare sui conti delle società di proprietà pubblica e sul bilancio dello Stato. Contrariamente a quanto si pensa una diversa politica delle retribuzioni può rendere più efficienti i sistemi di governo delle imprese in mano pubblica perché migliora la selezione delle persone, la loro motivazione e tiene a freno l’eccessiva “generosità” verso i vertici che caratterizza (di solito) le scelte politiche sul management. L’eccessiva disuguaglianza, infatti, porta arbitrio e, quindi, inefficienza.

disuguaglianza retributivaLa conferma viene dalla Svizzera con il recente referendum sui limiti da imporre alle retribuzioni dei manager delle società quotate in borsa. Anche nell’Unione Europea sono stati posti limiti ai compensi variabili dei manager delle banche nell’ambito della normativa che stabilisce i requisiti di capitale degli istituti di credito (accordi di Basilea III). Piccoli cambiamenti, ma significativi.

Va detto che il problema di come compensare i risultati positivi di gestione c’è e non si può affermare che qualunque neolaureato potrebbe, per esempio, fare l’amministratore delegato di un’azienda come le FS. Proprio il caso delle Ferrovie dello Stato pone il problema perché rispetto al passato, i progressi con la gestione Moretti ci sono stati (bilancio 2011 e 2012 con 300 e 400 milioni di utili; 2000 posti di lavoro creati nel solo 2012). Le vecchie gestioni delle FS, ai tempi di Catania e Cimoli, si caratterizzavano per i premi spropositati che andavano ai vertici (per i due citati liquidazione di 6,7 milioni di euro) e per i bilanci in rosso oltre che per la pessima immagine dell’azienda, pregiudicata da malfunzionamenti e standard di servizio indecorosi.

riforma retribuzioni pubblicheComunque ben venga una politica di austerity sulle retribuzioni anche ai piani alti del palazzo Italia ma bisogna tener conto di:

1)     I compensi dei manager delle società quotate: se si taglia la remunerazione degli amministratori delegati di Trenitalia, Poste Italiane e Cassa Depositi e Prestiti occorre fare una riflessione anche sui compensi degli amministratori delegati e direttori generali delle società quotate in mano pubblica, Enel ed Eni per esempio. E’ irragionevole, per esempio, che il numero uno di Eni guadagni un multiplo dello stipendio del numero uno di Trenitalia (nel 2012 ben 6,5 milioni)

2)     Il compenso del presidente del Cda: E’ urgente correggere al ribasso i compensi dei presidenti dei consigli di amministrazione delle società quotate. I presidenti dei CdA, pur essendo i numeri due delle società dietro all’amministratore delegato, hanno un ruolo di garanzia e più di un milione di euro l’anno per un garante è eccessivo e non trova riscontro in Europa

3)     Mega-pensioni: E’ assurdo tagliare lo stipendio di un manager come Moretti e non intaccare le mega-pensioni. La questione è assai controversa perché la Corte Costituzionale ha di recente censurato tagli proposti che andavano in questa direzione. In Italia il pensionato meglio pagato guadagna oltre 90.000 euro al mese, ovvero un milione centomila euro l’anno, più dello stipendio (ante taglio) di Moretti e, per la cronaca, non è un politico. Si deve cercare una “strada costituzionale” per intaccare trattamenti pensionistici tanto alti da apparire irragionevoli

4)     Dirigenti delle PA: Occorre verificare l’allineamento dei compensi al mercato dei dirigenti delle PA; comuni, provincie e regioni spesso sono caratterizzati da diseguaglianze retributive maggiori di quelle di banche e società quotate.

assalto soldi stato5)      Partecipate: Occorre procedere alla semplificazione delle partecipate pubbliche specie nelle regioni e nei comuni. Se per esempio un comune accentrasse tutti i servizi erogati su una sola municipalizzata si otterrebbero consistenti risparmi solo con il taglio dei cda , dei dirigenti e degli organi di controllo

6)     Criteri per sostituire chi se ne va: meglio sostituire eventuali defezioni di manager a causa dei tagli alle retribuzioni con meccanismi di carriera interna onde minimizzare il rischio che un provvedimento di “equità retributiva”  non diventi occasione per distribuire posti di responsabilità ad amici e parenti

7)     Razionalità dei compensi variabili: è accettabile che l’amministratore delegato o il direttore generale di Trenitalia o Poste Italiane sia remunerato più del Capo dello Stato, ma a condizione che migliori i conti della società senza abusare dei privilegi del monopolio e consegua le finalità che ha la proprietà pubblica di un’azienda; ad un compenso fisso di 150.000/200.000 euro si potrebbe aggiungere un bonus di pari livello legato al miglioramento di lungo periodo della società. Non è invece accettabile che siano erogati bonus non connessi ad alcun risultato o a risultati di breve periodo: troppo spesso i manager massimizzano il reddito della società nell’orizzonte del piano aziendale (3 anni solitamente) compromettendo la performance di lungo periodo dell’azienda e talvolta anche la sua stabilità. Lasciar passare un congruo lasso di tempo tra cessazione dall’incarico ed erogazione del bonus sarebbe una garanzia di impegno nel miglioramento di lungo periodo.

Insomma l’approccio è più vasto e il taglio di alcune retribuzioni è solo una parte del tutto

Salvatore Sinagra

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