Integrazione, energia, rifiuti: modello Brescia

È strano che Brescia non sia considerata un modello nel nostro Paese. E’ una realtà che non ha eguali in Italia: la città, di 200.000 abitanti, ha una popolazione di immigrati pari al 19%, quasi tutti occupati nell’industria e nei servizi. La provincia, di 1.263.000 abitanti, ha una presenza di immigrati del 15%, tutti al lavoro, comprese le donne, nelle attività industriali ed agricole (vino e olio, ma soprattutto foraggi e allevamenti). All’Associazione degli industriali dicono che il PIL provinciale, di 39,3 miliardi di Euro, viene prima di Slovenia, Lituania, Lettonia. Il tasso di disoccupazione è del 5,2% (meno della metà di quello nazionale), mentre la disoccupazione giovanile è del 16,3% (la metà di quella nazionale). L’export raggiunge il livello più alto in Italia. Si è fatta molta satira sul tondino e sulle acciaierie, ma sono le macchine utensili la punta di diamante dell’export, una produzione ad alto valore aggiunto con un contenuto di ricerca tale da coinvolgere costantemente le Università. Se ci fosse un collasso dell’immigrazione, aggiungono, dovremmo chiudere bottega in tutti i comparti.  A Brescia, dove secondo le ultime rilevazioni, si parlano più di un centinaio di lingue, di sera è facile incontrare frotte di ragazzi di colore diverso, che discutono e giocano, come se si trovassero in un salotto. A me capita spesso di incontrare, in provincia, lavoratori pakistani, indiani, cingalesi in bicicletta che fanno il giro degli allevamenti di bestiame, data la loro capacità con gli animali. Su alcune strade poderali, che sono anche piste attrezzate per l’esercizio dello sport non competitivo, incrociano donne e uomini che corrono all’alba o al tramonto, per il jogging giornaliero, e salutano.

Parlo con Emilio Del Bono, Sindaco di Brescia del PD, che recentemente è stato rieletto già al primo turno. Mi confida che il segreto consiste in una integrazione tra gli autoctoni ed il pulviscolo degli immigrati avvenuta combattendo i quartieri ghetto, e conducendo una lotta ferrea agli estremismi: quello di alcuni immigrati che all’inizio tendevano a isolarsi in enclaves culturali, dove era fatica immensa far passare le leggi e le consuetudini italiane, e quello ipersecuritario di consistenti frange della Lega, che con il loro comportamento distorcevano la percezione di pericoli enfatizzati, ma irreali. “Siamo stati inflessibili anche con le ronde padane”, dice. E’ così che mentre negli ultimi vent’anni è costantemente diminuito il numero dei reati contro la persona e il patrimonio, la percezione degli abitanti non sembra divergere dalla realtà. L’amministrazione non ha lesinato investimenti per dotare la città di grandi quantità di verde attrezzato per bambini, mamme, giovani, anziani, con corsie preferenziali per i disabili. L’assenza di sporcizia e la cura delle attrezzature dà l’impressione al visitatore di trovarsi a Ginevra o a Stoccolma.

Com’è stato possibile, gli chiedo, costruire una realtà come questa nella nostra Italia che va in tutt’altra direzione? Mi guarda sorpreso. “Lo sai”, mi risponde. Eh sì, lo so, dato che ho partecipato anch’io al lavoro fatto. Molti dei nostri tesori li abbiamo ereditati dal passato, e in qualche modo li abbiamo valorizzati e incrementati. Secondo noi qui è avvenuta una saldatura virtuosa tra diverse culture del novecento: quella liberale impersonata nel primo novecento già da Zanardelli, e più tardi, sul piano culturale, dal filosofo Emanuele Severino, quella cattolica dalla quale proviene anche Paolo VI (un cattolicesimo gallicano, attento alle dinamiche sociali e culturali, che affonda le sue radici nel personalismo di Mounier e Maritain, e che gestisce tre case editrici tra le più avanzate in Europa, come “La Morcelliana”, “La Queriniana, “La Scuola Editrice”) e la tradizione socialista/comunista del movimento operaio che ha avviato con la componente cattolica della Cisl, a partire dagli anni 60 del secolo scorso, il processo di unità sindacale. La saldatura di quelle tre culture è stata la culla di èlites lungimiranti, sicure di sé, che hanno dato vita, mettendo insieme tutte le forze, a esperienze di organizzazione sociale avveniristiche per quel tempo, come la costruzione nella cintura esterna di quartieri popolari a basso costo, forniti di tutti i servizi necessari e di comfort tipici del centro, per favorire un inurbamento ordinato; e ad un welfare che è oggetto di studio ancora oggi.

Per fare solo qualche esempio, qui funziona da tempo il ciclo integrato della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, con la differenziata a pieno regime e un termovalorizzatore, che nel 2006 la Columbia University di New York ha eletto “miglior impianto del mondo”, che brucia una gran quantità di “monnezza”, non solo bresciana, e produce energia e calore che vengono immessi nelle reti che illuminano e riscaldano tutta la città. Sfrutta a questo fine anche l’enorme caldaia a metano che già negli anni ’70 distribuiva alla città l’acqua calda del teleriscaldamento, riducendo le bollette, ma anche l’inquinamento. C’è anche una discarica ovviamente, per le ceneri residue, che non produce esalazioni.

Ma quella saldatura, che ha favorito una collaborazione  tra forze diverse, ha prodotto anche la decisione, più di trent’anni fa, di costruire una metropolitana leggera, modello Copenaghen, che va senza conducenti né controllori, che è pulitissima, ed ha opere d’arte in ogni stazione, unico esempio di trasporto pubblico in Italia che produce utili e fa cultura. Ha sviluppato anche una sanità all’avanguardia: la rete bresciana degli ospedali è un punto di riferimento per la ricerca in tutta Europa, e qui si viene, per farsi curare, da ogni regione dell’Italia.

Qui insomma, per la saldatura di quelle tradizioni, i servizi funzionano, producono utili e attraggono risorse materiali e immateriali da tutta l’Italia, e persino dall’Europa. “Si, sono testimone attivo di tutte queste trasformazioni”, dico a Del Bono, “perchè vi sono cresciuto dentro e non sono stato con le mani in mano, lo sai bene”. Anche il bisogno di conoscere la propria Storia ha generato impulsi fecondi. Brescia che è stata una delle capitali dei longobardi, custodisce tesori che sono stati recuperati e raccolti nel grande complesso di “Santa Giulia”, fatto costruire da Desiderio, l’ultimo re Longobardo, per la figlia Anselperga, ed ora patrimonio dell’umanità, dove si svolge una parte cospicua della vita culturale della città, con mostre, convegni, ecc.

Capisco che il Sindaco vuole dirmi un’ultima cosa. E’ la stessa che voglio dirgli io. Ci sono due valori che attraversano da sempre quelle tre culture, e ne rappresentano in qualche modo il collante. Il primo è il valore del lavoro, l’altro ha a che fare con l’etica della responsabilità verso sé stessi e verso l’altro. Non è mera retorica, lo so per esperienza, e lo sanno anche gli immigrati, che non a caso qui si integrano bene. Siamo un po’ fissati con questi valori, che hanno una venatura calvinista, non c’è dubbio. Li si apprende con il latte materno, li si respira nell’ambiente. Io qui ho frequentato sia le superiori, sia l’Università lavorando già dai 14 anni ed era una cosa normale. Con me infatti c’erano moltissimi ragazzi che avrebbero anche potuto, per condizione famigliare, fare diversamente. Persino mio figlio: dopo la scuola dell’obbligo mi disse, “ anch’io voglio fare così”. E pure lui ha fatto ogni lavoro disponibile, mentre frequentava le superiori e l’Università. Qui, per i più, il lavoro è ancora una sorta di religione civile, e si riverbera anche sullo studio. Ecco perchè il reddito di cittadinanza e la quota cento danno fastidio, e qualche creativo esprime un suo pensiero su alcuni muri della periferia cittadina, scrivendo: “Quanto hanno lavorato Salvini e Di Maio prima di entrare in politica? Zero”. Insomma, c’è sempre di mezzo il lavoro. “Cosa accadrà domani?” chiedo al Sindaco. “Boh”, mi risponde, “Io seguo una massima che ho imparato da bambino: fai quel che devi”… “Si, e accada quel che può”, aggiungo io, il vostro scriba.         

Lanfranco Scalvenzi     

Una proposta su accoglienza e integrazione

Con una lettera a Repubblica Giorgio Gori sindaco di Bergamo fa una proposta per gestire l’accoglienza e l’integrazione dei migranti. Dopo aver riconosciuto la giustezza della battaglia di Matteo Renzi “per un maggiore coinvolgimento dell’Europa e per una politica di investimenti che riduca i flussi dall’Africa” osserva però che all’interno del nostro Paese ci sono troppe criticità che derivano, in primo luogo, dall’aver affrontato la questione immigrazione come un’emergenza. E invece emergenza non è, ma un fenomeno di lunga durata che continuerà per molto tempo. La particolarità della nostra situazione è che, dopo la chiusura delle frontiere, da luogo di transito oltre che di permanenza, siamo diventati “una destinazione finale”. Questo è il motivo per cui la pressione sulle strutture di accoglienza si è fatta così forte e lo è in particolare per quei pochi comuni (500 su 8.000) “che portano sulle spalle tutto il carico dell’ospitalità”.

accoglienza migrantiIn primo luogo “la base dell’accoglienza va assolutamente ampliata e l’unica strada è una seria incentivazione dei Comuni centrata sullo sbocco delle assunzioni”. Occorre, però, un vero e proprio piano nazionale che “tenga conto di due evidenze:

1) La gran parte dei richiedenti asilo è destinata a vedere respinta la propria istanza. A Bergamo, dall’inizio dell’anno, i “no” della Commissione territoriale sono stati il 93%. Qualcuno verrà riammesso dai Tribunali, ma il 75-80% resterà fuori (la gran parte dei migranti arriva da Paesi in cui non sono riconosciuti conflitti o persecuzioni).

2) Per questi “diniegati” la legge prevede il rimpatrio, ma i rimpatri eseguiti sono un’eccezione. Mancano gli accordi bilaterali con i Paesi d’origine (tutt’altro che facili da fare) e ci sono grossi problemi burocratici ed economici. Per rimpatriare 10.000 migranti servono 116 voli e 20.000 poliziotti. Ogni rimpatrio assistito costa tra i 3.000 e i 5.000 euro. Non è quindi realistico (almeno nel breve) che se ne possano fare molti di più”.

immigrati-1Osserva Gori che i “diniegati” restano comunque sul territorio nazionale “espulsi dai luoghi di accoglienza, senza documenti, senza soldi, senza un luogo dove stare, irregolari consegnati ad una vita di espedienti e di attività illegali, in attesa di trasformarsi in un problema di sicurezza e di ordine pubblico”. E’ chiaro che questo è uno degli aspetti cruciali della questione immigrazione ed è quello che determina le reazioni più negative.

La proposta di Gori è che si dia una possibilità a “chi tra loro ha voglia di fare, di imparare e di rispettare le nostre leggi” con un percorso organizzato di integrazione che obbligatoriamente “preveda l’apprendimento dell’italiano e di elementi culturali di base, accompagnato da attività lavorative (centrate sulla manutenzione del territorio) e da moduli di formazione professionale”. Più o meno è ciò che oggi accade solo per i profughi cui è stato riconosciuto il diritto di protezione. Secondo Gori invece “lo schema va esteso a tutti i richiedenti e attuato sin dalla fase di seconda accoglienza, ben prima che le commissioni si pronuncino, moltiplicando le strutture Sprar e i luoghi di accoglienza diffusa”. E solo chi rifiuta di stare dentro questo percorso deve essere rimpatriato.

lavoro-integrazione-migrantiPer chi lo accetta invece “impegno e livelli di apprendimento dei migranti devono essere misurati e diventare decisivi ai fini della concessione del permesso umanitario. Che non può essere concesso a tutti, ma solo a chi accetta un patto fondato su formazione, lavoro e concreta volontà di integrazione”.

Solo così, sottolinea Gori, “possiamo evitare di diseducarli lasciandoli per quasi due anni senza far nulla, e insegnare loro che l’accoglienza ricevuta richiede una “restituzione”. Solo così possiamo ridurre il numero dei rimpatri da eseguire ed evitare di generare una massa crescente di irregolari indirizzati verso attività illegali”.

La proposta sembra valida, ma, soprattutto punta decisamente a far cessare l’ipocrisia di un’emergenza in corso da anni che tale è solo perché mancano piani e obiettivi. L’emergenza alimenta il degrado e il rifiuto. I percorsi di integrazione costruiscono il futuro

Claudio Lombardi

L’11 settembre dell’Europa (di Antonio Longo)

charlie hebdo copertinaLa strage e la decapitazione della redazione di Charlie Hebdo ad opera del terrorismo islamico ci svela d’improvviso un’Europa debole e indifesa. Debole nella capacità d’integrazione delle masse d’immigrati che varcano le sue porte d’ingresso. Indifesa nella capacità organizzativa di fronteggiare un terrorismo cosmopolita con strutture politiche e di intelligence nazionali.

La lunga crisi economica che colpisce l’Europa da anni sta decomponendo il tessuto sociale che aveva consentito nel passato l’integrazione degli immigrati nelle diverse società nazionali. In particolar modo in Francia dove, un tempo, l’immigrato musulmano nord-africano si sentiva, dopo una generazione, ‘francese’. Oggi i giovani immigrati sbarcano in Paesi europei in crisi – non solo dal punto di vista economico, ma soprattutto d’identità politica e di valori – e che si sentono spesso soccombenti nella lotta per la sopravvivenza nel mercato mondiale. L’appeal valoriale che i singoli Paesi europei possono esercitare verso i giovani immigrati è dunque debolissimo. Emarginati e senza reali prospettive di crescita sociale e civile questi giovani possono essere facilmente preda di un terrorismo che usa la religione come strumento di potere.

valori europa Non basta più condannare l’attacco ai valori della nostra storia e civiltà europea, cosa che va pur espressa con forza. Come non basta dire che i musulmani ‘laici’ devono insorgere contro la barbarie, cosa che pur va fatta con forza. La prima risposta devono darla gli Europei stessi, in quanto cittadini di una Unione che è basata su una serie di valori costitutivi della propria essenza. Lo storico e filosofo francese Marek Halter dice: “Trentamila fanatici stanno terrorizzando sette miliardi di esseri umani , e possono farlo perché questi sette miliardi di individui non si tengono per mano. Quando ciò avverrà, i terroristi scompariranno nel nulla”. In altri termini: gli Europei possono difendere i valori di libertà, di tolleranza, di civiltà giuridica e politica che caratterizzano la propria identità solo se “si tengono per mano”.

unità europeaLa storia insegna che i valori e l’identità culturale e di civiltà di un popolo sopravvivono se c’è un potere che li difende. Oggi i poteri nazionali dei singoli Paesi europei sono in crisi verticale di legittimità storica e politica. L’integrazione europea ha mascherato per cinquant’anni, con il suo successo economico, questa crisi valoriale delle nazioni europee, che diversamente sarebbero precipitate nuovamente verso l’autoritarismo, il fascismo e la guerra. Ma oggi, con la crisi economica e sociale che colpisce da anni l’Europa dell’euro (una moneta senza Stato), gli Europei si ritrovano ‘nudi’, senza un potere europeo capace di difendere la propria storia, la propria civiltà giuridica, la propria identità politica.

È tempo che gli Europei rivendichino un governo europeo ‘per sé stessi’, dotato di poteri anche nel campo della sicurezza civile e militare, se vogliono preservare i valori che caratterizzano l’identità europea, se vogliono offrire agli immigrati un’integrazione di successo e funzionale ad una società multietnica quale è, per definizione, quella europea.

Antonio Longo tratto da www.eurobull.it

Periferie: frammenti di non luoghi senza idea ( di Paolo Gelsomini)

degrado periferieLa periferia delle grandi città sta diventando un girone dantesco di umanità dolente. Sento il fallimento completo della politica, della cultura, dell’urbanistica, dell’architettura, della sociologia, dell’economia. Nessuno ha oramai il controllo dei processi sociali nuovi e sempre più tumultuosi e distruttivi. Tor Sapienza purtroppo è un segnale iniziale di quello che potrà succedere a Roma e altrove. Nessuno di noi può dirsi estraneo ed indifferente e non più per spirito di cristiana carità o di laica solidarietà, ma per puro istinto di autodifesa.

Bisogna solo capire dove occorre indirizzare questa umana reazione di autodifesa. Ci si può difendere anche non attaccando, ci si può difendere integrando, ci si può difendere gestendo l’immigrazione in tutte le sue forme da quella abitativa a quella lavorativa a quella culturale. Ma per fare questo ci vorrebbe una Politica di altissimo livello e un personale di grande profilo morale e culturale. E prima della Politica alta ci vorrebbe una Cultura alta che crea le condizioni per la formazione e la selezione del personale politico.

I gravi problemi delle nostre periferie appartengono ad una nuova categoria non confrontabile con quelle della Roma di Ferrarotti e di Pasolini. Allora c’erano ancora gli strumenti culturali, sociali, politici ed economici per gestirli, oggi pare drammaticamente di no!

periferie abbandonateSe non capiamo questo passaggio epocale avremo strumenti sempre più inutili non solo per fronteggiare ma per capire la tragedia che si sta svolgendo sotto i nostri occhi e che percepiamo non più dentro un asettico schermo televisivo, ma per contatto diretto, umorale, carnale, animale.

Di fronte allo scenario delle periferie di oggi non bastano più cristiani inviti alla solidarietà o sterili tentativi di analisi sociologiche sugli egoismi sociali, sui ricchi, sui poveri, sugli esclusi, sugli ultimi per concludere dicendo che la rabbia si deve indirizzare con chi detiene la massima parte della ricchezza sociale.

Ci vuole una rielaborazione di una teoria e di una pratica sociale e politica che sappia non solo interpretare i fenomeni, ma prevenirli e guidarli verso esiti di integrazione sociale, economica, culturale. Che scendano in campo gli intellettuali, che i politici più seri abbiano uno scatto di dignità per una vera rivoluzione della politica!

Ci vuole un sussulto di dignità anche da parte degli architetti quando si costruiscono quartieri solo con la verifica di bianchi plastici spettrali e di freddi rendering in autocad 3D.

Basta con le periferie senza servizi, senza aggregazioni sociali, senza bellezza, senza regole, senza lavoro, senza istruzione, senza pietas!

Nel 1979 nei miei cinquanta giorni in India ho toccato con mano i relitti umani, eppure tutto mi sembrava quasi composto in un ordine cosmico che trascendeva l’umana tragedia.

integrazione periferieOggi ho visto un servizio sulle favelas brasiliane e su fantasmi umani vaganti nella notte di Rio, disfatti dal crack in una città che per celebrare i Mondiali ha distrutto interi quartieri e cacciato migliaia di abitanti. All’orrore metropolitano non c’è mai fine se queste sono le metropoli del futuro! Oggi abbiamo la netta sensazione della sopraffazione della Natura Matrigna sulla Polis non solo per quanto riguarda gli eventi meteorologici ma anche per quelli di un degrado senza fine della condizione umana.

E sia per le cataratte che si aprono e che fanno tracimare fiumi e torrenti che per i lividi scenari dell’orrore metropolitano la colpa è nella mancanza del governo delle cose e dell’assenza di Cultura e di Etica che questo Governo delle cose non riesce più ad esprimere. Oramai la mancanza di un’idea di Città e di altri modelli di coesione sociale nella Città non è più tollerabile. A Roma come altrove.

Paolo Gelsomini

Gli sfruttatori di immigrati un freno all’economia

Fra le tante scemenze cui ci abituato la Lega – passata senza vergogna dai privilegi della politica romana e regionale, all’assalto ai posti di sottogoverno, alle ruberie della famiglia Bossi e dei suoi eletti – quella dell’inseguimento del ministro Kyenge è, forse, la più stupida.

Se non fossero così ottusi si accorgerebbero che senza immigrati l’economia italiana (servizi alla persona compresi) starebbe molto peggio di come sta.

I leghisti più che fare gli interessi degli abitanti delle regioni del nord fanno solo casino che può servire per raggranellare qualche voto rabbioso, ma non serve a niente per i problemi della gente.

Per capirlo non bisogna nemmeno essere molto intelligenti o fini intellettuali: basta guardarsi intorno o pensare che tutte le/i badanti e colf, tutti gli operai, tutti gli agricoltori, tutti gli addetti alla zootecnia, tutti i cuochi, camerieri, fruttivendoli, benzinai, tutti i piccoli imprenditori immigrati sparissero all’improvviso per intuire che fanno già parte dell’economia e della società.

Il problema serio invece è quello dello sfruttamento degli immigrati da parte degli italiani perchè influisce sul mercato del lavoro, sui livelli retributivi e favorisce la criminalità organizzata. Vogliamo dare una spinta all’economia? Combattiamo lo sfruttamento di tutta la manodopera italiana e degli immigrati e avremo un rilancio della domanda di beni essenziali quelli che fanno lavorare le imprese e l’agricoltura.

Il linguaggio della verità di Francesco e l’ipocrisia della destra (di Claudio Lombardi)

corona di fiori lampedusaUna scelta importante: il primo viaggio del Papa è la prima terra toccata da molti di coloro che provano a raggiungere l’Europa via mare. É la terra che vede per prima gruppi di persone disperate, sfinite da viaggi inumani.

I commenti di politici e giornalisti di destra si sono distinti per aver contrapposto la predicazione alla politica. Alcuni hanno richiamato la drammaticità della situazione economica italiana per affermare che di questa il Papa si sarebbe dovuto occupare prima di rivolgersi a chi viene da “fuori”. Ovviamente appartengono a quella corrente di pensiero per la quale i poveri sono importanti quando si possono usare come arma politica: la disperazione di chi attraversa il mare contro quella dei molti italiani impoveriti (dalle politiche di destra).

Quasi mai questi commentatori parlano dei migranti come persone; preferiscono chiamarli clandestini e, implicitamente, accusano il Papa di legittimazione della clandestinità.

Già utilizzare questa terminologia implica un giudizio. Proviamo, invece, a parlare di persone prive di regolari documenti di ingresso, in molti casi potenziali richiedenti asilo. Qualcosa cambia e anche parlare della loro morte diventa più impegnativo perché non muoiono “clandestini”, ma uomini, donne, bambini. L’indifferenza di cui ha parlato Francesco è favorita se si parla di clandestini cioè persone che commettono un reato e non di persone.

barcone migrantiL’ossessione di questi commentatori è la legalizzazione della clandestinità e mostrano una grande paura di perdere una supposta identità nazionale italiana come se questa fosse un corpo compatto di valori, di regole, di culture, di comportamenti isolati da influenze esterne. E, invece, le identità, come le lingue, sono costruzioni umane che cambiano, sono permeabili alla storia, alle modifiche del contesto.

Ciò che fa paura e che riesce difficile accettare in realtà è proprio una caratteristica umana e naturale ineliminabile e cioè che chi vive sul pianeta Terra si è sempre spostato alla ricerca di migliori condizioni di vita. O forse pensiamo che esista un Homo Italicus fin dall’inizio dei giorni? La paura fa brutti scherzi soprattutto quando si inserisce in un ambiente culturale dominato dall’egoismo e dall’individualismo. Così un problema di organizzazione e di razionalizzazione, di politiche e di strategie diventa un problema di ordine pubblico. Irrisolvibile per di più.

protesta migrantiSpesso viene tirato in ballo il legame tra clandestinità e i giri di affari della criminalità organizzata come se i migranti ne fossero protagonisti e responsabili e non vittime. Chi se ne approfitta, invece, sono altri e sono tanti. È semplice ed è esperienza quotidiana: tante persone prive di regolari documenti sono “invisibili”, e quindi facilmente ricattabili e sfruttabili nelle campagne, nei cantieri, nelle case. Per accorgersene non serve studiare corposi documenti né andare tanto lontano: basta guardare nelle nostre case e nei mille luoghi di lavoro dove i migranti sostengono tante attività economiche e erogano servizi a costi molto convenienti per i datori di lavoro. Possiamo farne a meno, possiamo rimandarli a casa? No, ovviamente no e lo sappiamo tutti molto bene perché poi non sapremmo come sostituirli.

immigrati sfruttatiAl contrario contro lo sfruttamento dell’immigrazione irregolare dobbiamo fare qualcosa. Innanzitutto bisogna cambiare la normativa che è fondata su una colossale ipocrisia. Ora per venire in Italia occorre essere in possesso, ancora prima di arrivare, di un contratto di lavoro, a condizioni ben lontane da quelle che l’attuale mercato del lavoro riesce ad assicurare. La legge Bossi-Fini è indegna di un paese civile e riflette la cultura di un centro destra che si straccia le vesti per le sorti di un pluricondannato per reati comuni come Silvio Berlusconi che pretende di essere posto al di fuori della legalità e poi mostra la faccia feroce con i migranti gettando il problema sulle spalle degli italiani. La destra ha saputo solo lavarsene le mani facendo finta di creare norme che tutti sanno essere inapplicabili.

È evidente che se ci sono persone disposte a spendere tanti soldi, pericoli e sofferenze per venire in Italia ciò accade perché sono mosse dalla disperazione. O, forse, la destra pensa che ai migranti piaccia fare le gite in barca nel Mediterraneo? Il problema è che la destra è disposta anche ad attaccare il Papa se osa parlare il linguaggio della verità. La Chiesa e il Papa per la destra vanno bene fino a che si pongono a guardia del potere delle classi dirigenti per quanto corrotte e corruttrici possano essere (basti pensare a quel grande corruttore che è Berlusconi).

Sempre più la destra appare inadatta a governare la collettività. Un’ideologia di chiusura, del “noi contro loro”, della “cultura minacciata”, che serve solo a difendere il potere di classi dirigenti o gruppi di potere che hanno dato l’assalto allo Stato e hanno fatto della corruzione e della sistematica compravendita di persone a tutti i livelli il loro principale valore non può guidare un paese che vuole guardare al futuro.

Claudio Lombardi

Integrazione e cittadinanza: parliamone con i protagonisti

Tanto rumore e mille polemiche intorno al tema dell’integrazione. Dopo gli insulti e le minacce, arriva anche la prima richiesta di dimissioni per il neo ministro all’Integrazione Cecile Kyenge. Magdi Allam dice: “Ha giurato il falso sulla Costituzione perché alla prima conferenza stampa dopo la sua nomina, ha detto di non sentirsi completamente italiana”. Borghezio, a seguito di petizione popolare si auto-sospende dal Parlamento europeo e i giornali parlano di fatti di cronaca. Da ultimo l’assassinio di cittadini milanesi per mano di Kabobo, legando l’episodio alla provenienza geografica e al rischio per la sicurezza in Italia e non ad altro.

immigrati in ItaliaAbbiamo deciso di dare la parola ai protagonisti e abbiamo intervistato Abdou, senegalese, 33 anni.

Ciao Abdou, grazie per averci concesso un po’ del tuo tempo, da quanto tempo sei in Italia?

Ciao, grazie a voi per questa opportunità. Sono in Italia dal dicembre 2004.

Cosa ti ha spinto a lasciare il tuo Paese e come mai hai scelto l’Italia come destinazione?

L’Italia non l’ho scelta io. Appena ho finito il servizio militare vi era un progetto di emigrazione messo a punto dalla mia famiglia. Mio fratello era già in Italia da diversi anni, lavorava in fabbrica a Rimini e guadagnava poco più di 1000 euro al mese. Era una prospettiva economica eccezionale. Mi avrebbe dato la possibilità di vivere bene e sostenere la mia numerosissima famiglia in Senegal. L’Italia, poi, è la patria del calcio, io ne sono appassionato e da quello che vedevo in televisione l’Italia poteva darmi la possibilità di sognare e guardare oltre la sopravvivenza quotidiana.

E’ stato difficile raggiungere l’Italia?

Si. Avere un visto per raggiungere l’Italia è difficile laggiù in Senegal. C’è un mercato illegale. Ma non voglio dire altro su questo. Comunque ho avuto un visto di due mesi e sono partito per l’Olanda. Il volo faceva scalo a Milano Malpensa. Sono uscito dall’ aeroporto e adesso eccomi qui.

Appena sei arrivato in Italia cosa hai pensato?

Mi sembrava di essere arrivato da un altro Pianeta. Tutto era diverso: le persone, le stagioni, l’odore della terra. Mio fratello mi aveva detto che alla scadenza dei due mesi del visto sarei stato clandestino, salvo la possibilità di una sanatoria (il termine ho capito dopo cos’era) o un contratto di lavoro: mi sono chiesto, allora, come faccio a trovarmi un lavoro? Non conosco la lingua, non so neanche cosa sia il mondo del lavoro. Mio fratello viveva con altri senegalesi, appena sono arrivato a Rimini, entrando a casa sua ho tirato un sospiro di sollievo. Mi sono sentito a casa: nei giorni successivi ho girato la città. Mi sono sentito perso: non conoscevo nessuno, la mia famiglia, i miei amici, la “boutique” dove compravo praticamente tutto, il the, il caffè Touba (caffè tipico senegalese). La cosa peggiore che ho avvertito è stata la sensazione di essere ignorato. Sono arrivato a dicembre, nevicava. Io non avevo mai visto la neve prima,  ho chiesto a mio fratello: “Che ore sono?” Mi ha risposto: “Le 5”. E io: “Le cinque del mattino?” Mi ha risposto: “No, della sera”. Ma fuori era già buio. Quello che mi è entrato immediatamente nel cuore è stato il paesaggio intorno a me. Il Senegal è una pianura con qualche piccola collinetta, spostandosi verso l’interno e andando verso il deserto. L’Italia per me è un paradiso naturale.

Bene. Grazie di questo apprezzamento Abdou. Cosa pensi della cultura che hai incrociato? E degli italiani?immigrati

Siamo diversi, profondamente diversi. Ho capito quanto è pesante la cultura, le tradizioni, la società nella formazione di una persona. Penso, sinceramente, che in Italia ci sia tanta ignoranza: è come se, molte delle persone che ho incontrato di nazionalità italiana, pensassero al fatto che oltre il confine italiano non ci fosse nulla. Forse è un problema dei piccoli comuni: ho vissuto per 8 anni in diversi paesi della Romagna: Rimini, Cattolica, Tavullia e avevo l’impressione che per loro fuori delle loro case non ci fosse nulla. Adesso vivo da pochi mesi a Roma e mi sembra diversa.

Un’altra cosa che mi ha colpito molto degli italiani è la facilità di bestemmiare: appena l’ho sentito la prima volta ho pensato che arrivasse un diluvio universale, quello che nella Bibbia si chiama Apocalisse, una punizione divina insomma.

Sono molto credente, mi spaventava questa mancanza di rispetto. Esiste però un’Italia molto buona, accogliente, con la quale ti senti alla pari e per la quale il colore della pelle davvero non esiste. Quella gente, insomma, che ti parla guardandoti negli occhi, curiosa di conoscerti, che riconosce in te un cervello, un cuore e sangue dello stesso colore. Questa gente, in Italia, è minoritaria, ma per l’importanza che ha supera di gran lunga la parte peggiore. Persone della parte migliore ne ho conosciute e con una di loro mi ci sono anche fidanzato.

Qual’è la cosa peggiore che hai vissuto in Italia?

Il colore della pelle e la clandestinità: è durata 6 anni. Era assurdo per me non poter neanche uscire a comprare le sigarette. Era assurdo pensare di essere nell’obiettivo della polizia senza aver commesso nessun reato. Volevo trovarmi un lavoro, avere i famosi “documenti” ma in ogni posto in cui andavo mi chiedevano il permesso di soggiorno o mi proponevano di lavorare a nero (così ho fatto per diversi anni negli alberghi a Rimini per la stagione balneare, 12 ore di lavoro al giorno, ma dovevo assolutamente avere una paga: sapevo quello che avevo lasciato in Senegal e non potevo deluderli).

Una volta mi hanno beccato nel centro di Rimini, a gennaio 2005, mi hanno chiesto i documenti e portato in caserma. Io non conoscevo neanche l’italiano, ma i carabinieri sono stati capaci di parlarmi in francese. Ero da appena due mesi in Italia. Avevo una busta di plastica piena di borse da vendere che mio fratello aveva comprato per me: non ero un venditore, non lo sapevo fare, non ero capace e le vendite erano state nulle. Ero già rattristato dal crollo di un sogno: un lavoro sicuro come operaio in fabbrica.immigrati e integrazione

In caserma i carabinieri sono stati anche gentili, mi hanno offerto qualcosa da mangiare. Abbiamo parlato della morte del motorista Fabrizio Meoni. Dopo una notte in cella, mi hanno dato un foglio di via e mi hanno detto che entro una settimana avrei dovuto lasciare l’Italia. Sono andato a casa, mio fratello mi ha detto che era normale, tutti gli immigrati ne avevano uno e che potevo buttarlo via. Ho vissuto mesi, fino all’arrivo dei documenti nel 2009, col timore che mi fermassero e scoprissero di questo foglio: avevo letto sul sito www.stranierinitalia.it che potevano arrestarmi e riportarmi a casa in manette.

Segui la politica in Italia? Cosa ne pensi?E della nomina del ministro Kyenge?

A dire il vero seguo più la politica italiana che quella senegalese. Quello che posso dire con certezza è che una cosa comune a tutti i politici è la corruzione: in Senegal, gli aiuti inviati dai Paesi occidentali, finiscono direttamente nelle loro tasche. Nel mio quartiere, i vestiti occidentali erano venduti al mercatino dell’usato. Mai nessuno mi ha regalato qualcosa.

Dell’Italia penso che i giovani non si ribellino abbastanza e neanche concretamente. Solo loro possono cambiare il paese. Nel 2012 in Senegal è stato eletto un presidente molto giovane, dopo 20 anni di governo di quello uscente. Per farlo si sono mobilitati i giovani, ci sono state molte proteste e scontri con la polizia. L’esito delle elezioni è stata una festa per tutti. La politica italiana parla sempre delle stesse cose e questo vuol dire che non risolve mai niente. Parla sempre di Berlusconi, anche quando non è capo del governo. Berlusconi andrà via, ma l’Italia e i suoi cittadini resteranno. E allora? Ho simpatia per Grillo perchè è una persona nuova, dice cose vere secondo me, ma mi sembra troppo comico per fare politica. Urla sempre e non ha mai parlato degli immigrati….cecile kyenge

La nomina della Kyenge mi sembra un po’ una presa in giro: troppe polemiche. L’integrazione sta nella cultura degli italiani, non nel simbolo di una ministra nera. Sono contento però, perchè a parlare di integrazione sarà chi ha vissuto l’immigrazione.

Adesso che fai in Italia? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Adesso cerco lavoro. L’anno scorso, dopo aver finito la stagione a Rimini non sono più riuscito a trovarne uno. Sono un po’ spaventato perchè sento tanti italiani, anche nelle trasmissioni televisive che perdono il lavoro, famiglie intere che vivono con meno di 1.000 euro al mese e mi chiedo, se per gli italiani è così, figuriamoci per gli immigrati. Stavo pensando di andare in Germania, alcuni miei amici che sono la mi dicono che è più facile trovare lavoro però nel frattempo ho conosciuto una persona e ci siamo innamorati. Mi sono trasferito a Roma e spero di trovarmi un lavoro e costruire il mio futuro con lei. Mi piacerebbe avere una famiglia e anche una vita italo-senegalese: portare nel mio Paese qualcosa di quello che manca. Lì non c’è crisi,  è un Paese povero, ma è un cantiere aperto. In Occidente c’è già tutto, lì ancora è tutto da costruire. Spero di mettere su una piccola impresa, vorrei coltivare arance in Senegal, comprare casa in Italia e nel mio Paese, dove porterò i figli che nasceranno qui perchè anche quelle sono le loro origini… Speriamo che non imparino le bestemmie…

(Intervista a cura di Angela Masi)

Lettera aperta a chi è come me

Anche l’operaio vuole il figlio dottore…… Impressa nella mente e nell’indole rivoluzionaria di una 15enne che avrebbe voluto cambiare il Mondo, di chi da bambina ha vissuto le ingiustizie di un Mondo corrotto, ingiusto, quasi sempre contro i più deboli.

prospettiva giovaniIl bilancio a distanza di quasi 20 anni? Forse ci avrei dovuto rinunciare a tali pretese.

Sono cresciuta e ho maturato la mia coscienza politica nei centri sociali. Ho imparato tanto: la passione, la determinazione e la consapevolezza che i cambiamenti sono possibili con l’impegno e la dedizione: si è cominciato con le occupazioni a scuola, con le manifestazioni nella piazza di un piccolo paese di provincia che poi, ho scoperto, nessuno…. neanche i tuoi stessi concittadini, nonostante vivessero lo stesso disagio, avrebbero preso in considerazione.

Ho imparato l’amore, per me ma soprattutto per gli altri, per chi (secondo le mie illusioni gli elementi culturali e la forza di tutelare i propri diritti non ce l’aveva). AMA IL PROSSIMO TUO COME TE STESSO, per me, ha assunto le forme di “Ama il prossimo tuo più di te stesso”.

Mi sono iscritta all’Università. Ho studiato Scienze Politiche: anche qui impegno, dedizione, sete di sapere e di essere. Notti di studio, non solo strumentali agli esami perché, da qualche parte avevo letto che per essere liberi bisogna essere colti e il rapporto è direttamente proporzionale. Certamente non me lo avevano insegnato al Liceo, né tantomeno all’Università ma sapevo che era vero, in sostanza non potevo essere infinocchiata se sapevo! Che volessero farlo, infatti, mi era chiaro dallo sguardo del mentitore: in televisione, per strada, tra i miei coetanei….

Mi sono laureata nel 2006, quasi col massimo dei voti e il mio territorio mi stava troppo stretto, mi opprimeva, avevo voglia di scoprire e di essere fuori di un contesto protettivo, troppo protettivo.

Una grande opportunità: una borsa di studio per un master fuori regione. 15.000 Euro in tasca per realizzare un sogno, non solo professionale.

Valigia, ricordi, laurea e via…. Intercity per Roma….. Master in studi europei e relazioni internazionali: volevo raggiungere, in qualche modo, il mondo delle ONG.

Ancora libri, studi, dedizione, interesse molto oltre quello che imponeva il mondo accademico post-universitario.

Ecco fatto, un altro titolo in tasca…. Via, si parte con la ricerca del lavoro perché non è che nella vita si può essere rivoluzionari sognatori per sempre….

1187 Curricula inviati…. Nessuna risposta, neanche quella classica: “non siamo in cerca di nuove risorse ma terremo in banca dati le sue referenze”…. NIENTE.

Che faccio? Bagagli e a casa?giovani e futuro

No! Eccola, arriva la grande opportunità della tua vita: un progetto di servizio civile in una onlus. 13 Mesi di impegno civile e di tutela dei diritti. La lotta rivoluzionaria che col passare del tempo ti rendi conto deve essere razionalizzata, canalizzata e diventare costruttiva aveva l’opportunità di concretizzarsi. Un anno bello, intenso, piacevole, di grande valore umano….

Mi sono impegnata tanto ed ecco che, per una volta, qualcuno è stato capace di intercettare il tuo impegno: PROPOSTA DI CONTRATTO, a tempo determinato…. Ma sempre proposta di contratto…. Potevo lavorare e combattere per i valori di giustizia, libertà e uguaglianza cui sempre avevo creduto: era un’opportunità fantastica. L’ho sfruttata fino in fondo e anche i miei colleghi di lavoro e i responsabili se ne sono accorti: mi hanno offerto un lavoro a tempo indeterminato…

Ho comiciato a costruire il mio futuro, ho anche trovato l’amore: un ragazzo senegalese della mia età. Un amore meraviglioso, di quelli che fanno venire i brividi: la diversità culturale ti arricchisce, ti stimola, ti fa pensare che tutti gli uomini del mondo e della terra hanno il sangue rosso e il cuore che batte con le stesse frequenze.

Un passato doloroso ci ha uniti e la voglia di cambiare il Mondo, il motore del nostro rapporto.

In Europa però c’è la crisi. Lui non ha lavoro e rischia il rimpatrio per la mancata possibilità di rinnovo del permesso di soggiorno. La tua famiglia non condivide la tua scelta; il tuo reddito, appena sufficiente al sostentamento, adesso deve bastare per due; la tua famiglia ti è ostile e tu ricominci una trafila che ormai dura da tanti anni, da troppi: cadi e ti rialzi, cadi e ti rialzi, cadi e ti rialzi fino a non poterne più…. Fino ad esserne stremato…..

C’è qualcosa, però, che ti dice che non sarà così per sempre: hai fiducia, speranza e desiderio forte di cambiare perché quando una situazione diventa insostenibile, come quella di oggi non può essere diversamente: in meglio o in peggio la stasi non può perdurare.

Sono convinzioni personali, però, illusioni non riscontrabili nella realtà di questo nostro Paese che, a distanza di due mesi dalle elezioni politiche non riesce a darsi un governo, non riesce ad unirsi intorno ad un unico grande tema: il benessere delle persone e la restituzione della dignità ad ognuno.

Scritto da: Una persona come tante

Testamento biologico e civil card. Sembra l’Olanda, è Cinecittà (di Marco Sarti)

Pubblichiamo questo articolo tratto dal sito www.linkiesta.it perché parla di come le cose possano cambiare nel concreto con decisioni che creano o rinsaldano i rapporti sociali aumentando così il tasso di cittadinanza. Non peserà come il tasso di interesse sul debito, ma è un elemento strutturale fondamentale per una società.

Per sapere come sarà l’Italia del futuro basta fare una passeggiata a Cinecittà. Decimo municipio, periferia sud della Capitale. Tra l’Appia e la Tuscolana da almeno due anni i cittadini romani possono depositare negli uffici pubblici il proprio testamento biologico. Le unioni di fatto? Qui sono una realtà da tempo. E i figli degli immigrati sono considerati italiani a tutti gli effetti. Non hanno ancora la cittadinanza, certo. Ma ricevono all’anagrafe un riconoscimento ufficiale della propria “italianità”.

Si chiama Civil Card. È l’ultima iniziativa del presidente Sandro Medici. Giornalista, alla guida del municipio dal 2001. Eletto prima nelle liste di Rifondazione comunista, poi da indipendente in quelle di Sel. «Un progetto nato per ragioni che si intuiscono facilmente» racconta al telefono. «Nella Capitale, specie in periferia, la popolazione immigrata è numerosa. Spesso si tratta di ragazzini assolutamente romani, parlano in dialetto e tifano Totti». Nati nella Città Eterna, ma non ancora cittadini italiani. Un diritto che si acquisisce solo al compimento del diciottesimo anno di età. E anche allora non è finita. Il diritto scade in tempi brevissimi. «Hanno dodici mesi di tempo per presentare la domanda – continua Medici – A diciannove anni la cittadinanza non te la danno più. Una perfida astuzia del razzismo nostrano». Al decimo municipio hanno trovato una soluzione. «In parte simbolica – spiega il presidente – ma non solo». Lunedì scorso sono state distribuite le nuove Civil Card. Documenti ufficiali che attestano la nascita e la residenza italiana (i primi a ricevere il documento sono stati una ventina di ragazzi, quasi tutti figli di immigrati africani e sudamericani). «Una certificazione assolutamente autentica e indiscutibile che li aiuterà al momento di richiedere la cittadinanza».

Una scelta di civiltà. Niente altro. «Pensi che da noi l’incidenza della popolazione immigrata è anche più bassa della media cittadina. Siamo attorno all’8,5 per cento» spiega Medici. La novità delle Civil Card è stata salutata con favore anche da Giorgio Napolitano. Lunedì scorso, mentre il presidente del municipio consegnava i documenti nella sala rossa del municipio, è arrivata una lettera di ringraziamento dal Quirinale. «Una bellissima sorpresa». Insieme al plauso della Presidenza della Repubblica anche quello del ministro Anna Maria Cancellieri, oltre a numerosi attestati di stima di consiglieri e rappresentanti politici. «Il sindaco Alemanno no. Ha fatto finta di niente, come accade spesso» racconta Medici.

Da un paio d’anni a Cinecittà e dintorni si può anche sottoscrivere il testamento biologico. «In assenza di una legge è possibile presentare una dichiarazione di intenti che, certificata da un notaio, assume validità giuridica a tutti gli effetti. È una procedura che di solito viene utilizzata per questioni patrimoniali». Qui l’intuizione del presidente. «Le amministrazioni comunali hanno un servizio che si chiama “atto notorio sostitutivo”. Un sistema che permette di conservare e legittimare le dichiarazioni dei cittadini, pensato per le fasce più povere della popolazione». Utilizzando l’atto notorio sostitutivo i cittadini romani – non solo quelli del X municipio – possono portare in circoscrizione il proprio testamento biologico. «Autentichiamo le volontà dei residenti al costo di 34 centesimi di euro». Il valore del bollo comunale. In cambio si ottiene un documento con validità di legge. E non si tratta solo di un’iniziativa simbolica. «Oggi conserviamo oltre mille dichiarazioni – ricorda Medici – È già successo diverse volte che il soggetto fiduciario di qualche testamento biologico venisse a richiedere il documento per presentarlo in ospedale».

E poi c’è il capitolo unioni di fatto. «Abbiamo un registro dove ci si può iscrivere. Al momento questa resta l’iniziativa più simbolica, una battaglia politica». Finora hanno usufruito del servizio una sessantina di coppie. Eterosessuali e omosessuali. Fascia tricolore, ogni volta Sandro Medici presenzia la cerimonia. «E alla fine regaliamo una rosa ai due nuovi iscritti». Una procedura quasi inedita in Italia. Che ha mandato un po’ in confusione alcuni cittadini, specie i più anziani. «Qualche tempo fa è venuta una donna di una certa età, dicendomi che voleva iscriversi nel registro delle unioni di fatto insieme a un signore con cui stava per andare a convivere. In confidenza mi ha spiegato: “In realtà quello non mi piace così tanto, ma almeno risparmiamo sulle spese”».

Cittadinanza ai figli degli immigrati, testamento biologico, unioni di fatto. Mentre la politica si interroga, nel decimo municipio di Roma sono già realtà. «A pensarci bene non è neppure un fatto così singolare – spiega Medici – Fa parte della cultura politica del nostro Paese. Quasi sempre sono gli enti locali a sperimentare per primi anticipazioni e suggestioni di cultura civile». Una dinamica che evidenzia anche l’estraneità della politica, nelle sue espressioni più alte, dalle priorità del Paese. «Questo è evidente – continua Medici – la rappresentanza politica ormai non rappresenta proprio niente. Prendiamo il tema della cittadinanza ai figli degli immigrati. Una recente statistica ha dimostrato che oltre il 70 per cento degli italiani sono d’accordo. Eppure manca ancora una legge. Le nostre iniziative dimostrano che al di là di migliaia di chiacchiere e dispute filosofiche le cose si possono fare, davvero».

Marco Sarti tratto da www.linkiesta.it

A che serve la scuola pubblica (di Elisabetta Berselli)

Genova, quartiere CEP. Questo è il mio terzo anno di insegnamento, insegno lettere in una scuola media “a rischio” e quotidianamente ho a che fare con ragazzi che troppo spesso hanno problemi così grandi da affrontare da non avere tempo per concentrarsi sulla propria formazione. Genitori che hanno perso il lavoro, povertà, ghettizzazione in quartieri popolari resi inaccessibili dalla mancanza di strutture; una parte dei miei ragazzi è cresciuta per strada, ha negli occhi lo specchio di una comunità resa moralmente povera che non sa accogliere e lenire il disagio sociale, ha nelle tasche il vuoto di uno Stato che non investe nell’individuo e ha i pugni chiusi e gli occhi bassi di chi, a dodici anni, ha smesso da tempo di sognare. Una parte dei miei ragazzi non pensa al futuro perchè la sua preoccupazione principale è sopravvivere al presente.

I miei colleghi ed io siamo profondamente convinti che il loro riscatto sociale passi attraverso la scuola, un’istituzione che offra loro un modello di microsocietà in cui sperimentare comportamenti diversi da quelli mutuati dalla legge della strada, un luogo in cui scoprire le proprie attitudini, cementare o costruire quell’autostima che troppo spesso è stata resa fragile, quasi inesistente dalle esperienze di disagio economico e familiare.

Il benessere dell’individuo, sia esso studente o docente, è la base fondante dell’apprendimento.

Non c’è riforma che parta dall’obiettivo benessere dei protagonisti della scuola, non c’è riforma che si occupi di intervenire seriamente sull’individuo, si parla soltanto di competenze, come lo stolto che guarda il dito, quando il dito indica il cielo. Parte dei miei ragazzi è un cielo stellato perennemente coperto da nuvole e la scuola, che è un’istituzione dello Stato, è sempre più depauperata del potere di diradare queste nuvole.

Questi ragazzi hanno bisogno di libri, ma spesso le famiglie non se li possono permettere. Per l’anno in corso la Regione Liguria non ha stanziato un solo euro a favore del comodato d’uso dei testi scolastici. Sono la responsabile del comodato d’uso e quando arrivo a scuola, la mattina, spesso mi aspettano le madri degli studenti: mi chiedono i libri, mi parlano di un disagio economico profondo, arrivano con le bollette da pagare in mano, Isee spaventosamente irrisori, sono sciupate dalla vita e sperano soltanto che i propri figli non debbano faticare, come faticano loro, per mantenersi. Non di rado mi chiedono di occuparmi di questi ragazzi perchè temono che la strada li inghiotta.

Ho telefonato agli ex studenti della nostra scuola e ho chiesto loro di portare i testi che avevano in cantina e che non erano riusciti a vendere, la segreteria ha stilato una graduatoria in base all’ Isee e ho distribuito i libri: la famiglia di un ragazzo che ha presentato un Isee di quattromilaquattrocento euro deve comprare tutti i libri di prima media per un valore complessivo di circa trecentocinquanta euro; quando gliel’ho comunicato, questa mattina, aveva negli occhi la preoccupazione di un adulto e questo non è giusto perchè ha ancora dieci anni, è molto bravo a scuola e vorrebbe diventare un ingegnere.

Se penso a quei ragazzi che lo scorso anno hanno frequentato la terza media, se penso al percorso di alcuni che, faticosamente, hanno raggiunto la consapevolezza dei propri talenti e hanno deciso di iscriversi ad un liceo magari e che quest’anno si sono ritrovati fra i banchi di una scuola nuova, forti solo del loro coraggio, della voglia di cambiare il proprio destino e si sono sentiti rispondere che la scuola non può fornire i libri, non riesco a non domandarmi se molti di loro non sono tornati a casa già un po’ sconfitti. Dov’è finito il concetto di diritto allo studio per i meritevoli anche se economicamente disagiati? Come fa un meritevole a studiare senza libri? Come fa una famiglia di un meritevole a comprare i libri, quando già fatica a sfamare e vestire il meritevole?

Questi ragazzi hanno bisogno di persone qualificate, che li ascoltino, che indichino loro una via d’uscita; bisognerebbe garantire loro l’appoggio di uno sportello d’ascolto gestito da psicologhe qualificate.

Questi ragazzi hanno bisogno di riconoscere nella scuola il veicolo del loro riscatto sociale e culturale e, invece, qualcuno, a volte, preferisce attirare attenzione dell’opinione pubblica chiamando i loro insegnanti “fannulloni” e definendo le loro capacità di insegnamento al di sotto della media, perchè si prende come parametro esclusivo di valutazione il rendimento.

Domando, per esempio, agli ideatori della prova nazionale Invalsi perchè non hanno previsto una prova specifica di italiano per alunni stranieri di prima generazione? Ho conosciuto studenti stranieri che in un anno hanno imparato ad esprimersi correttamente in italiano, a studiare in una lingua che non gli appartiene e che sono stati penalizzati dall’Invalsi cioè durante una verifica conclusiva di un percorso di studi della durata di otto anni che si è pensato fossero stati tutti passati nelle aule italiane. Ancora una volta lo stolto che guarda il dito: quale obiettivo vuole raggiungere l’Invalsi? Verificare il livello di apprendimento raggiunto nel primo ciclo di studi dagli studenti italiani. Ma gli studenti italiani che sono tanti  e diversi: figli di papà, nauseati e viziati, perennemente “contro” perchè non hanno nulla da conquistare, figli della piccola borghesia che si sta impoverendo, figli della prima generazione che non è riuscita a migliorare la propria situazione rispetto a quella dei genitori, figli di operai che difendono il lavoro che stanno perdendo, figli di immigrati che a casa imparano e scrivono l’arabo, lo spagnolo, il russo, l’albanese, il cinese e solo a scuola e per strada l’italiano, figli di povera gente che non ha un libro in casa e che lo considera un lusso, figli di nessuno che a scuola hanno imparato a far parte di una microsocietà nel rispetto delle regole, che non sanno il congiuntivo, ma il cui percorso umano può anche non essere inficiato da una valutazione sterile, dato che siamo comunque nella scuola dell’obbligo.

Eppure “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Io lo insegno ai miei studenti e, quando mi impegno per loro, mi sento parte di quella Repubblica che i nostri padri costituenti hanno voluto, molto più di quanto mi senta rappresentata e compresa da questo governo che non ha il minimo interesse nella formazione intesa come “sviluppo della persona umana”. Le competenze, i contenuti…, ma il contenuto è nullo senza un saldo contenitore.

La risposta di questo governo alle nostre difficoltà è forse tutta contenuta in uno dei cinquemila quiz che pochi giorni fa sono stati somministrati agli aspiranti Dirigenti Scolastici di tutta Italia: domanda: “Qual’è l’obiettivo del Ministero?” Risposta corretta:”Privatizzare la scuola”. Sembra una barzelletta, ma è la tragica realtà che non farà ridere nessun insegnante che ogni giorno è impegnato, nonostante tutto, a ripulire il cielo dalle nuvole degli interessi dei potenti a discapito dei meno fortunati.

Elisabetta Berselli